Vengono dal futuro ma hanno i piedi ben saldi nella tradizione del blues. Sono The Cyborgs, un duo tra i più interessanti della scena underground italiana. Due personaggi enigmatici che si celano dietro a maschere da saldatore e a vestiti rigorosamente neri. Cyborg 0 (zero) suona la chitarra in modo molto personale e riconoscibile, questo sì, e canta attraverso un microfono fissato alla maschera. Cyborg 1 (one) si occupa invece della sezione ritmica e suona la tastiera. Nella musica dei The Cyborgs, oltre al blues più tradizionale, quello più vicino alle origini ma sviluppato con un approccio moderno a tratti roots, non mancano incursioni nel rock psichedelico e accenni a sonorità afro. Il tutto per un sound viscerale, istintivo, primordiale e allo stesso tempo esplosivo.
Due album all'attivo e il loro electro-boogie non è più un oggetto misterioso. Il duo si è imposto sulla scena internazionale con lunghi tour in Gran Bretagna, Stati Uniti e nel resto dell'Europa. In patria, dopo aver diviso il palco con Jeff Beck, Johnny Winter, Eric Sardinas e i North Mississippi All Stars, hanno avuto il privilegio, a luglio, di aprire il concerto romano di Bruce Springsteen all'Ippodromo delle Capannelle, nell'ambito della rassegna Rock in Roma. Un evento più unico che raro che ha visto The Cyborgs esibirsi di fronte a 35 mila spettatori in un coinvolgente set di una quarantina di minuti.
Abbiamo approfondito il discorso con Cyborg 1 ma questa volta è stato tutto più difficile. Da uomo del futuro, Cyborg 1 ha risposto alle domande utilizzando il codice binario e le risposte inviate attraverso internet, da una località a noi sconosciuta, sono state decodificate per renderle comprensibili. Anche questo sono The Cyborgs.
Ricordo di avervi visti aprire per i North Mississippi All Stars un paio di anni fa a Savona. Poche settimane fa siete balzati invece agli onori della cronaca per la vostra esibizione in apertura al concerto di Springsteen. Raccontaci come è andata la giornata romana…
"È stata una calda e lunga notte… Migliaia di persone hanno cantato e ballato rendendo speciale la nostra performance. Unico rammarico è stato quello di non esserci potuti trattenere fino alla fine del concerto del Boss, a causa dell'imminente partenza per dei concerti in Inghilterra. Per il resto è stata una esperienza unica".
Lo sai che per la prima volta in Italia Springsteen ha acconsentito a una band di aprire un suo concerto? Come è stato possibile?"
Si, è vero, ma c'è sempre una prima volta. Bruce e il suo entourage hanno visto il nostro show in video e ci hanno voluto. E' andata così".
Avete incontrato Springsteen o i musicisti della E Street Band?
"Purtroppo no, anche perché siamo dovuti scappare via poco dopo il nostro show. Ci aspettava un aereo per portarci a Londra".
Il set è stato molto apprezzato anche dal pubblico di Springsteen, te lo aspettavi?
"Ci aspettavamo una buona accoglienza, ma non così calorosa".
Poteva essere rischioso e invece avete conquistato gli spettatori con una esibizione trascinante. Una bella soddisfazione...
"È sempre una soddisfazione vedere ballare e cantare il pubblico, anche quando non è così numeroso".
Al termine del set mi è parso aver visto la tua tastiera un po' ammaccata...
"Certo, è così. Col tempo e i numerosi viaggi ha subito dei danni, ma un piano ha 88 tasti e non è un problema se cinque o sei si rompono. Ci sono tutti gli altri".
"Electric chair", uscito quest'anno, è il vostro secondo album. Dodici tracce che confermano quanto di buono fatto ascoltare all'esordio. Come è nato questo disco?
"È nato velocemente, mentre portavamo in tour il nostro primo disco. Alcuni brani di "Electric chair" in realtà li suonavamo dal vivo già un anno prima della pubblicazione del disco".
Da dove nasce il vostro electro-boogie?
"Nasce dall'esigenza di innovare e rinnovare il blues, per tramandarlo. In realtà è quello che i bluesman hanno sempre fatto in passato. È così che il blues continua a vivere. Muddy Waters, John Lee Hooker, R.L. Burnside erano terribilmente innovativi, e forse lo sono tuttora. Il termine electro-boogie è invece solo una etichetta perché il nostro, in fondo, è blues e basta".
Come vi è venuta l'idea di suonare con la maschera da saldatore?
"Siamo intolleranti alla luce del sole, è troppo forte, è accecante".
Quali sono i vostri prossimi impegni?
"A maggio siamo ripartiti in tour in Italia e in Europa. Ne avremo almeno per un anno".
Dopo l'esibizione romana davanti a 35 mila persone qual è il vostro prossimo sogno da realizzare? Con chi vi piacerebbe suonare?
"Nel futuro non c'è spazio per i sogni e soprattutto è bello non aspettarsi proprio nulla dalla vita. Anche questo è blues".
Titolo: Eletric chair Artisti: The Cyborgs Etichetta: Audioglobe Anno di pubblicazione: 2013
Un titolo scanzonato, "Il Pre-Fagiolismo", un nome curioso, Marrone Quando Fugge. A dare vita a questo curioso connubio di parole è stato il trentenne cantautore astigiano Massimo Lepre, nome d'arte Marrone Quando Fugge, che ha pubblicato il suo album d'esordio intitolato, appunto, "Il Pre-Fagiolismo". Un lavoro discografico che è stato bene accolto dalla critica e che ha permesso all'autore di vincere il premio "L'artista che non c'era". Il disco contiene nove canzoni che raccontano un mondo in cui i valori sono quelli più veri e importanti, in contrapposizione a quelli imposti dalla società consumistica di oggi. Un disco sincero, un inno alla povertà ma allo stesso tempo musicalmente ricco di vibrazioni positive e di idee, che vengono espresse da questo cantautore emergente, voglioso di cambiare rotta dopo anni di gavetta in diversi gruppi. Decisivo è stato l'incontro con Zibba che ha prodotto il disco e successivamente con Stefano Cecchi che lo ha registrato. Marrone Quando Fugge nel disco è stato accompagnato da Simone Fratini al contrabbasso, Sauro Ferraris alla chitarra e Alberto Silengo alla batteria.
Di "Pre-Fagiolismo" abbiamo parlato con Marrone Quando Fugge.
Prima di tutto devi spiegarci perché ti fai chiamare Marrone Quando Fugge...
"Un colore, Marrone, il colore delle radici e della casa protetta del cuore e del corpo. Un verbo, Fuggire, che contiene nel suo interno il potere creatore del significato che esprime. Un avverbio, Quando, che evidenzia la condizione di essere ancora più radice nel momento della distanza. Quell'uomo nato e legato alla terra, alla pancia e all'ombelico di chi l'ha creato e che svela il respiro primordiale del senso mistico di una nascita continua. Un essere cresciuto all'ascolto del mondo e dei suoi fatti così da rendere note musicali ogni parola ed ogni respiro. E per questo vedo un uomo che fugge, non per sfuggire, ma per conoscere nel profondo le carte che il mondo mette a disposizione con la consapevolezza della propria storia. L'uomo Marrone che è legato alla madre e alla terra ancora di più Quando Fugge, andando per il mondo e portando con sé la memoria di casa".
Nelle scorse settimane è stato pubblicato il tuo primo disco dopo tanti anni di gavetta. Quando e perché hai preso questa decisione?
"In realtà, la spinta grandiosa è stata di Zibba, che una volta scoperti i miei pezzi tra le mura di casa mia nell'inverno di due anni fa, ha deciso di prendere le redini della mia situazione, decidendo di produrre il mio primo disco. Fosse stato per me, sarebbe rimasto tutto nel cassetto perché non godo di una autostima spiccata, non credevo di poter rendere i miei sfoghi, paure, difetti e intimità alla portata di un pubblico ma mi sono fidato di qualcuno che ha creduto in me e il disco ha iniziato a concretizzarsi. Una pre-produzione con fermento, una produzione indimenticabile che inizia a febbraio e una post-produzione attenta. Sono felice".
Sei entrato a far parte della grande famiglia allargata degli Almalibre visto che Zibba ha prodotto artisticamente il disco e Stefano Cecchi ne ha curato la registrazione. Ci racconti come è successo?
"Io e Zibba eravamo al "Fagiolo", la casa nel bosco raccontata nel suo brano "Asti-Est", scritta proprio lì, in quelle sere d'inverno dove la miglior cosa per curarsi dal freddo era scrivere in compagnia, mangiando, bevendo e suonando. Stavo strimpellando la chitarra accennando il giro di accordi di "Un Principio di Alzheimer", fu piacevolmente colpito da chiedermi cosa stavo suonando e quando gli svelai che era un mio brano, fu doppiamente colpito perché non sapeva che scrivevo e suonavo musiche mie. Da quella sera, nella testa di Zibba qualcosa è rimasto delle mie parole, tanto da decidere di seguire da lontano i miei progressi fino al giorno in cui mi presentò Stefano Cecchi come il fonico del mio disco, per annunciarmi della loro scelta di produzione, per mettere in piedi il mio primo disco. Tutto inaspettato, sono esploso di gioia e paura".
Ti ricordi qualche aneddoto del tuo rapporto con Zibba?
"Eravamo a Genova per le registrazioni del pianoforte, quando ho visto lo studio, mi sono chiesto se era vero. Mi ha dato la possibilità di suonare un pianoforte magnifico, dove ogni vibrazione era una galassia profondissima, le mie dita da cuoco hanno iniziato a sudare così tanto che sembrava piangessero. Con molti silenzi e poche parole mi è stato vicino come un fratello".
Da dove nascono le canzoni del disco?
"Imprevisti, molti puntini, fissi e di sospensione. Il caso delle coincidenze, il cuore, un po' di lacrime. Incontri, appuntamenti. Una atmosfera creata dallo stare. Il presente. Essere veri nel quotidiano. Essere belli quando si è veri. Spogliarsi di ogni maschera finta. Tutto questo tra cavoli, fagioli e accordi da imparare".
Perché il titolo "Il Pre-Fagiolismo"?
"Il Pre-Fagiolismo è un nome che definisce uno stile di vita, sicuramente auto-biografico, basato sulle piccole cose, sull'abbandono delle ricchezze che ci sono state insegnate, per trovare nella povertà i valori veri che tutti vorremmo avere tra le mani. Una rivalutazione sulla comprensione di quanto siamo meravigliosi semplicemente essendo noi stessi".
L'album ha ricevuto ottimi consensi vincendo anche il premio "L'artista che non c'era". Ti aspettavi un esordio così soddisfacente?
"Assolutamente no, il mio essere distruttivo purtroppo o per fortuna non mi permette di avere certe aspettative ma nulla toglie al massimo impegno che metto in ogni cosa che faccio".
Il disco inizia con "Miseria stabile, ricchezza mobile", un titolo che riassume un certo disagio nei confronti della società attuale. Cosa ci puoi dire a riguardo?
"Una situazione attuale che fatica a cambiare da molto tempo. L'ispirazione di questo pezzo parte con la scoperta di una banconota del 1870 creata da una banda di falsari. L'intestazione era "Banca della ricchezza mobile nel Regno della miseria stabile", che sarà pagato con "Visto del Monte di Pietà in vino". Iniziai a scrivere sulle dinamiche di vita attuali per arrivare alla conclusione che tutto sarebbe più semplice se la verità facesse parte della nostra vita".
Discorso che viene poi ripreso da "La discarica di anime", una sorta di ribellione contro la società consumistica. E' un disco di denuncia o una presa di coscienza?
"La denuncia la lascio alle autorità. La presa di coscienza è un inizio alla verità. Guardiamoci dentro e intorno, quanto vogliamo raccontarcela ancora?".
La canzone "Modestino" è dedicata a tuo nonno. Ce ne parli?
"Un folle raccatta ferro, piccoletto ma fortissimo, con due mani che spaventavano a metri di distanza. Una vita passata tra povertà, famiglia numerosissima, alcool, botte e cicatrici. Colui che quando mi veniva a prendere alla scuola elementare, invece di portarmi a mangiare un gelato mi offriva la sua birra da furgone. Se qualcuno che a pelle non gli piaceva gli chiedeva un accendino, rischiava di trovarsi in bocca a tradimento uno spagnolino (peperoncino piccantissimo), che aveva sempre nel taschino dei pantaloni... Un personaggio unico nel suo stile, la legge non esisteva se non la sua".
Quali sono gli artisti con cui hai un debito, di ispirazione o di formazione?
"Non sono amante della parola "debito", ma comunque ringrazio tutte le persone che mi sono state vicino e che mi hanno passato qualcosa. Andrea Anania che ha suonato in "Cenere e Whiskey", è l'amico artista che mi ha avvicinato agli strumenti con gran sentimento, lo ringrazierò a vita. Nico, fondatore de "La cattiva strada" mi ha dato modo di credere in letture alternative alla vita, un maestro per molti. Zibba e Stefano Cecchi, i miei fedeli compagni in questa meravigliosa esperienza".
Cosa ti aspetti dalla tua carriera musicale?
"Continuare ad avere la possibilità di esprimere quello che penso. Secondo voi, è possibile? Un caloroso abbraccio a tutti i lettori".
Titolo: Il Pre-Fagiolismo Autore: Marrone Quando Fugge Etichetta: Volume Anno di produzione: 2013
Si chiama Vincenzo Parisi ed è la faccia italiana dei Kafka on the Shore, band emergente che a inizio 2013 ha dato alle stampe l'ottimo album "Beautiful but empty", pubblicato dall'etichetta indipendente La Fabbrica. Diplomato in pianoforte, il musicista savonese di origini sicilianeha abbandonato ben presto la musica classica da conservatorio per mettere il proprio pianoforte al servizio del rock'n'roll. Il passo decisivo si è compiuto a Milano dove Parisi ha conosciuto, uno dopo l'altro, quelli che sono gli attuali componenti del gruppo:il cantante americano dalla voce blues Elliot Schmidt, l'impeccabile batterista tedesco Daniel Winkler e l'imprevedibile e talentuoso chitarrista Freddy Lobster.
"Beautiful but empty" è un disco che mette in mostra cuore e muscoli e non lascia indifferenti. Undici canzoni che mischiano generi e suoni passando con estrema facilità dal blues al soul, con incursioni nel rock più duro. Uno dei brani più riuscito del disco è "Bob Dylan", una ballata emozionante costruita sul suono del pianoforte e su ipnotici giri di chitarra. Altro brano importante è "Venus" che è arricchito dalla voce di Chiara Castello dei 2Pigeons. Il disco resta sempre su ottimi livelli ed è vivamente consigliato l'ascolto.
Abbiamo incontrato Vincenzo e abbiamo parlato dei Kafka on the Shore, di "Beatiful but empty" e tanto altro.
Come nasce il nome Kafka on the Shore?
"Siamo grandi appassionati di Murakami Haruki. E poi il suo stile narrativo ci sembrava aderente alla musica che avevamo in mente di scrivere. Oltre a "Kafka On The Shore", Murakami ha scritto altri romanzi stupendi, ma non pensavamo fosse il caso di prendere a prestito titoli come "Nel segno della pecora" oppure, pensa te, "L'uccello che girava le viti del mondo"".
La vostra è una band internazionale composta da un italiano, un americano e due tedeschi. Come si vive questa multiculturalità?
"A livello creativo, è un bel miscuglio di influenze, anche musicali. A livello umano, ci si diverte. A parte i casi in cui esce fuori il tedesco, che è una lingua che conosco a malapena. Ma qualche parola la sto imparando con il tempo".
Quando e quali sono stati i motivi del tuo ingresso in questo gruppo?
"Ho conosciuto Elliot, il fratello della mia ex-ragazza, e a fine 2010 abbiamo deciso insieme di dare il via al progetto, prima solo noi due in una squallida cameretta a Milano, chitarra voce e piano, con l'intenzione, poi totalmente rinnegata, di scrivere pezzi soffici e carucci come quelli dei Belle and Sebastian. Quasi subito è entrato Daniel alla batteria, e un anno dopo Fred come chitarrista e seconda voce".
Una parte della tua giovinezza l'hai passata in Liguria, ad Albisola. Quali sono i tuoi ricordi più belli?
"A dire il vero, ogni volta che posso torno ad Albisola, dove vivono la mia famiglia e i miei migliori amici. Savona più in generale rappresenta il mio luogo di formazione. Le prime lezioni di pianoforte col mago Gentile, che mi ha trasmesso grande passione. Gli anni passati a suonare Morricone e tanta altra musica da film nell'Orchestra Giovanile del Finale diretta da Paolo Venturino. E poi le geniali lezioni di storia della musica ed analisi con Fernando Vincenzi. Il Liceo Classico Chiabrera, dove ho avuto la fortuna di incrociare professori eccezionali e ho potuto sperimentare le prime composizioni grazie all'ensemble di musica diretto da Daniela Piazza e Fulvio Bianchi. Devo molto a Savona, indubbiamente".
A livello artistico ti sei dovuto adattare a un cambiamento di genere. Sei passato dal pianoforte classico, quello da Conservatorio, al rock. Perché hai cambiato in modo così radicale?
"C'è da dire che io ho frequentato le aule del Conservatorio solo durante i miei studi di composizione a Milano. Ho studiato pianoforte in casa di Irene Schiavetta, con la quale mi sono diplomato e che, da grande didatta quale è - le sue pubblicazioni per la Carisch ne sono una prova -, mi ha sempre spinto alla più ampia apertura artistica. E poi Chopin e Rachmaninov sono molto più rock'n'roll di quanto non si pensi. In origine, pensavo semplicemente di fare rock per travasarne le influenze nelle mie composizioni per ensemble da camera e pianoforte solo - lavori che comunque riprenderò in mano un giorno -, ma praticamente da subito mi resi conto che era troppo divertente scrivere canzoni e vedere come si sarebbe evoluto il mio "pianismo" trasferito in un mondo apparentemente così lontano. E così ho portato la mia scommessa ad un livello successivo".
"Beautiful but empty" è il vostro primo album e XL di Repubblica ha da poco pubblicato online il vostro video "Bob Dylan". Un periodo fortunato per voi…
"Decisamente fortunato. In soli cinque mesi dall'uscita del disco, i concerti ad oggi programmati sono più di sessanta e le recensioni sono davvero positive. A luglio abbiamo avuto l'onore di suonare al fianco dei Marta sui Tubi, è stata una grande occasione per noi per arrivare a un pubblico ancora più ampio. In ogni caso, senza presunzione, ce l'aspettavamo. Certo dobbiamo molto anche alla nostra etichetta, La Fabbrica, di Bologna, che ci supporta e investe molte energie su di noi. E comunque non ci accontentiamo, siamo solo all'inizio".
Di cosa parla la canzone "Bob Dylan"?
"Credo che la musica si debba spiegare da sé e che ogni ascoltatore debba trovare la propria risposta a questa domanda. Quello che posso dire è che è una canzone che parla di un ragazzo che cammina nella notte in una grande città e ripete ossessivamente "I don't feel a thing". Un ritratto dei tempi che viviamo?".
Qual è l'asse portante del disco?
"La contraddizione. Il gusto di giocare con elementi musicali contrapposti fregandocene allegramente di inseguire un'etichettatura univoca come troppe band di oggi fanno. Ci siamo inventati noi stessi, il nostro genere musicale, Pirate Mexican Porn Rock, che può significare tutto e niente, così nessuno può incasellare a suo uso e consumo quello che facciamo".
Siete stati impegnati in questi mesi anche in lungo tour europeo che vi ha portato a suonare nei club di Berlino e Parigi. Cosa ti ha lasciato emotivamente e professionalmente questa esperienza?
"Abbiamo chiuso questo primo tour europeo in un locale legato all'Haldern Pop Festival, dove hanno suonato band come i Muse, i Franz Ferdinand, i Phoenix, i Mumford and Sons.... Insomma, qualcosa di importante. Prima ancora abbiamo suonato a Londra, Parigi, Bruxelles, Lubecca e Berlino. E' stato per noi un grande passo, un primo passo per farci conoscere anche all'estero. E il pubblico ha reagito alla grande, in locali bellissimi con cui abbiamo allacciato legami importanti per il futuro prossimo, oltre ad aver conosciuto una miriade di persone davvero fantastiche, aver mangiato cinquecento kebab, aver visto il sole sorgere sulla spianata di Waterloo circondati da cento turisti messicani".
Recentemente siete tornati a suonare al Beer Room di Pontinvrea, locale che in qualche modo vi ha lanciato e che vi ha fatto conoscere al pubblico savonese. Quali sono i tuoi ricordi di quelle prime esibizioni?
"Il Beer Room è un luogo speciale per me, un locale che porta grande fortuna. Tre anni fa avevamo fatto un concerto io e Nicolò Carnesi, di fronte a cinque persone e una tempesta di neve là fuori in mezzo ai cinghiali: grandi emozioni. Un anno e mezzo dopo uscì il suo primo disco e tutto il successo che ne seguì per il mio amico Nicolò. Con i Kafka abbiamo fatto non so più quanti concerti l'anno scorso al Beer Room, tra quelle mura che ti portano per forza di cose a rendere ancora più duro e rockeggiante il suono. Tra i momenti più belli, un post concerto, noi a suonare in acustico solo per pochi intimi e un francese che si improvvisa ballerino per la strada. Grandi capolavori senza tempo".
Mi pare di capire che i Kafka on the Shore siano una band che non cerca facili vetrine (leggi talent show televisivi) ma cerca il proprio spazio attraverso concerti ed esibizioni live. E' così oppure se venisse una chiamata accettereste l'invito?
"Parliamo di due mondi musicali diversi. Quello che facciamo noi è ben lontano dai canoni di Amici o X Factor. E di conseguenza non vedo che utilità ne potremmo ricavare. Dopodiché, chi è lo stupido che rifiuterebbe tanta visibilità, nel caso ci fosse un talent show sulle aspiranti star legate alla scena intergalattica del Pirate Mexican Porn Rock? Non sono contrario al format in sé. Altro discorso è invece la qualità artistica proveniente da tali programmi. Annalisa Scarrone, per esempio, trovo abbia una voce spettacolare ed una tecnica vocale altissima. Mentre ho trovato agghiacciante il tizio che ha vinto l'ultimo Sanremo Giovani, Antonio Di Maggio, uscito da X Factor qualche anno fa".
Quali sono i progetti per il futuro prossimo, facciamo due anni?
"Suonare il più possibile, portando la musica dei Kafka On The Shore a più persone possibili, in Italia e all'estero. Un tour negli Stati Uniti. Preparare il secondo disco".
Titolo: Beautiful but empty Gruppo: Kafka on the Shore Etichetta: La Fabbrica Anno di pubblicazione: 2013
Una chitarra magistralmente suonata da Andrea Barsali e la voce ricca di malinconia di Chiara Jerì, così lontana dai format musicali televisivi, hanno dato vita a "Mezzanota", disco autoprodotto, dal sapore antico, lontano dai riflettori ma di grande bellezza e da custodire gelosamente. La cantante livornese alle sue spalle ha un disco solista, "Mobile identità", e il successo ex aequo al concorso "Un Notturno Per Faber" indetto dalla Fondazione De Andrè, con il brano "Notturno dalle parole scomposte" di cui è autrice insieme ad Eugenio Cavallo e Maurizio di Tollo. Quest'ultimo ha dato un decisivo contributo a "Mezzanota" scrivendo le musiche mentre il pisano Andrea Barsali, già turnista di Andrea Bocelli, ha curato gli arrangiamenti.
Uno dei punti artisticamente più alti del disco è rappresentato dalla canzone "Innesco e sparo", ispirata a un avvenimento realmente accaduto, ovvero l’esecuzione mafiosa di Giannino Losardo (21 giugno 1980) all’epoca dei fatti sindaco di Cetraro e che ricorda il coraggio e lo sdegno di una terra, la Calabria, a cui la Jerì è profondamente legata. Jerì-Barsali danno anche una personale lettura di canzoni di De Gregori, Piero Ciampi e Pippo Pollina.
Abbiamo parlato con Chiara Jerì di "Mezzanota" e del suo rapporto con la scuola cantautorale.
Il progetto "Mezzanota" ti vede in coppia con Andrea Barsali. Come è nato questo sodalizio?
"Dopo
poco più di due anni, mi piace riconoscere ad alta voce che così doveva
essere. Nell’atto concreto, come spesso abbiamo detto Andrea ed io, è
stato un amico comune che ci ha messo in contatto, immaginandosi le
nostre sensibilità musicali ben amalgamate. Di fatto ha avuto ragione".
Quando e cosa vi ha spinti a produrre questo disco?
"Andrea ed io
abbiamo impiegato più tempo a studiarci prima di decidere di suonare
insieme. E aggiungo, nel modo più divertente, naturale e senza maschere:
sentendolo suonare quanto più potevo e ovunque potessi e lui, forse, ha
sentito come lo facevo. Dopo questa fase ingenuamente utile, non
abbiamo bruciato le tappe ma abbiamo avuto una facilità immediata, sia
nel preparare il nostro primo live che, una volta proposti i miei pezzi
al suo suono, a inciderli solo voce e chitarra".
Sei nata come interprete, poi il salto in avanti e la voglia di esprimere le tue emozioni scrivendo i testi. Com’è andata?
"Se
devo essere onesta non lo so. Da sola ho sempre scritto come ho sempre
cantato. Il primo passo, non semplice, è stato quello di salire su un
palco, quello successivo, altrettanto difficile, far leggere ciò che
scrivo. Unendo parole a note, nascono le canzoni; così sono nate anche
le mie. Posso provare ad aggiungere solo che, tutto questo, per me, è
una "cattiva abitudine" per la ricerca della felicità".
Le musiche sono invece tutte di Maurizio di Tollo. Come vi siete incontrati?
"Su
un treno, andavamo entrambi a Genova. Dopo sei anni ci siamo salutati
su un binario della stessa città. I nostri "bagagli a mano" pesavano un
po’ di più".
Nel disco hai presenti due canzoni non tue: "La donna cannone" di De
Gregori e "Fino all'ultimo minuto" di Piero Ciampi. Cosa rappresentano e
quale è il tuo rapporto con De Gregori, Ciampi e la scuola cantautorale
italiana?
"Se ti parlo della "Donna Cannone", di "Fino all’ultimo minuto" e "Canzone II", vorrei farlo, raccontandoti della gioia che mi regalano
tutte le volte che le ascolto e le canto. La bravura e la fantasia di
Andrea Barsali nell’averle dipinte per noi così, mi ha dato la
possibilità di tornare a un grande amore, rivivere dentro un capolavoro e
dargli tutto, ma cercando di evitare sempre il superfluo. La canzone
d’autore? Non potrei vivere senza".
E poi una canzone di Pippo Pollina, cantautore poco conosciuto dal pubblico italiano…
"Dissento
cortesemente. Pippo Pollina è un cantautore contemporaneo affermato;
penso anche che lo sia nella dimensione e nei luoghi che lui predilige,
che lo fanno sentire bene, con cosa fa e per chi lo fa. Ahimè l’oltre
confine per la musica ha ancora tanto da insegnarci. La sua "Canzone II"
è e rimarrà un capolavoro sempre e ovunque".
Nell'album troviamo anche "Il notturno dalle parole scomposte", canzone
che vinse nel 2009 il concorso musicale "Un notturno per Faber"
organizzato a Genova dalla Fondazione De André. Chi è per te Faber e
perché non hai cantato una sua canzone in "Mezzanota"?
"Fabrizio De André. Tutte le volte che pronuncio o scrivo questo nome,
tutto è il contrario di tutto: ne sento la grandezza e al tempo stesso,
come da piccola - non con tutto ciò che ha scritto ma con quello che di
lui ho scelto - sono cresciuta ed invecchio. Mi volto, oggi come allora,
e lui gioca ancora con me. Non c’è un pezzo di Faber in "Mezzanota"
perché c’è un canzone per Faber".
A quale tipo di pubblico è indirizzato il vostro album?
"A tutti coloro che desiderano "un instante in cui l’intenzione diventa musica"".
Perché il titolo "Mezzanota"?
"Potrebbe chiamarsi diversamente?".
Curiosa
la copertina dell'album con una mela rossa divisa a metà. Mela che
viene poi da voi addentata in un'altra foto che compare nel libretto.
Che significato ha questa mela?
"Voglio ringraziarti perché, pur in forma di domanda, hai reso una
descrizione molto "sensoriale" della copertina di "Mezzanota". Ecco,
direi che di quella mela non si debba svelare un solo perché, ne ha
tanti quanti sono gli occhi che ci impattano contro. La fantasia è un
desiderio libero".
In queste settimane siete impegnati in tour. Oltre ai brani dell'ultimo disco cosa presentate dal vivo?
"In
un nostro concerto oltre a tutti i pezzi di "Mezzanota", non potrebbe
mai mancare ciò da cui ho iniziato e che è stato anche l’inizio della
collaborazione live con Andrea. Portare i brani di "Mobile identità", il
mio primo lavoro, con un vestito ormai Jerì-Barsali è una cosa che mi
diverte sempre. Poi ogni sera è un "rac-canto" e qualche volta abbiamo
voglia di una favola nuova. Venite a sentirci!".
Se avessi la possibilità di salvare dalla distruzione cinque dischi, quali sarebbero?
"Troppo pochi forse non abbandonerei la nave".
Infine vorrei sottoporti alle dieci domande secche:
- Anteriore o posteriore? Posteriore.
- Treno o vaporetto? Treno.
- Telefoni cellulari o cabine telefoniche a gettoni? Cellulare.
- Gelato alla crema o ghiacciolo? Gelato alla crema.
- Minotauro o unicorno? Unicorno.
- Angelo Barile o Eugenio Montale? Montale.
- Narciso o papavero? Papavero.
- "Totò d'Arabia" o "I quattro dell'Ave Maria"? “Totò d’Arabia”. - Numeri o lettere? Lettere. - Cima alla genovese o agnolotti al plin? Cima.
Titolo: Mezzanota Artisti: Chiara Jerì e Andrea Barsali Etichetta: autoproduzione Anno di pubblicazione: 2013
"Sarò libero!" è il terzo album, il primo dal vivo, di Fabrizio Zanotti, quarantatreenne cantautore piemontese di Ivrea. Il disco riporta la registrazione del concerto che si è tenuto il 24 aprile 2012 al Teatro Giacosa di Ivrea e segue cronologicamente "Il ragno nella stanza", pubblicato nel 2007, e "Pensieri corti" del 2010. Nell'album vi trovano spazio canzoni che appartengono ai diversi periodi della carriera di Zanotti: brani tratti dai primi due album rivisitati con l'aggiunta del quartetto d'archi dell'Ensemble Lorenzo Perosi, gli inediti "Il mare se bagna Milano", "Bandiera" e "Se non ora quando?", questi ultimi due scritti insieme a Valentina La Barbera. Ma anche canzoni di lotta e resistenza come "Fischia il vento" e "O bella ciao", poste strategicamente in apertura e chiusura concerto, e stralci del discorso che Piero Calamandrei pronunciò nell'aprile del 1954 proprio a Ivrea per ricordare l'impresa di un gruppo di partigiani, i "poco di buono" come venivano chiamati coloro che liberarono l'Italia dall'occupazione nazifascita. E proprio la canzone "Poco di buono", scritta nel 2005 e inserita l'anno successivo da Claudio Lolli nel disco "La scoperta dell'America" e successivamente da I Gang in "La rossa primavera", è qui rafforzata dalla presenza del Coro Bajolese diretto da Amerigo Vigliermo e rappresenta uno dei punti più alti dell'album. Il disco è arricchito dalla presenza del chitarrista genovese Matteo Nahum che ha curato anche gli arrangiamenti del quartetto d'archi.
"Sarò libero!" è un album da ascoltare tutto d'un fiato e ne abbiamo parlato con Fabrizio in questa intervista.
"Sarò libero!" non è solo un disco e un concerto ma soprattutto uno spettacolo che porta con sé un messaggio. Ce lo vuoi spiegare?
«È un concerto di storie tra "Resistenze di ieri e di oggi", perché capire il passato significa rafforzare le radici che permettono a una società di crescere ed osare. "Sarò libero" è grido di resistenza, di non rassegnazione. Lottare non solo per la propria vita, ma anche per quella di chi ci sta vicino. Resistere per cambiare una società per molti aspetti ancora miope, resistere per difendere quei sacrosanti diritti che dovrebbero valere per tutti, anche per chi non è nato in questo paese. Resistere per nutrire la speranza che la nostra indolenza possa finire prima o poi».
Cosa è oggi la Resistenza?
«Oggi non si tratta di mettere a rischio la propria vita come nel caso dei partigiani che hanno combattuto contro un esercito armato, ma di lottare contro l'imbarbarimento culturale di cui è saturo il nostro paese. Un'assenza di dignità che ci impedisce di migliorare come esseri umani e che rende le nostre vite sempre più piene di cose inutili e povere di valore».
Nel disco le canzoni sono intervallate da stralci del discorso che Piero Calamandrei pronunciò a Ivrea il 4 aprile del 1954. Perché hai fatto questa scelta?
«Le bobine di quel discorso mi sono state regalate dal partigiano D'Artagnan del quale racconto nella canzone "Poco di buono". Mi ha colpito la parte non commemorativa del discorso perché sembra che parli di oggi. È impressionante pensare che da circa sessant'anni la situazione sia sempre pressappoco la stessa. Allo stesso tempo le parole di Calamandrei sono estremamente incoraggianti: il significato di resistenza, finita la guerra, si traduce nell'"intendersi col battito del cuore al di là dei muri che dividono il mondo". È meraviglioso».
In uno di questi frammenti Calamandrei invita a far ascoltare ai giovani i canti dei partigiani. Ci sono ancora giovani interessati alla storia dei loro nonni?
«Diciamo che diventa interessante quando la trovano su internet! A parte gli scherzi, ho visto che chi ha avuto dei nonni, o meglio dei bisnonni ormai, partigiani sente propria quest'eredità».
Quanto è importante il pensiero politico nella tua arte?
«Troppo».
Nei tuoi lavori e nelle tue canzoni dai voce agli oppressi, ai poveri, a chi è condannato. Così come i losers sono argomento di molta della produzione del genere Americana...
«Innegabilmente amo i folksinger americani e la loro schiettezza, ma per quanto mi riguarda non scrivo di perdenti. Più che altro sono affascinato dalla vita di chi lotta, chi non ha nulla per cui lottare o sceglie di non farlo, non è poi così interessante».
Quale compito ha il cantautore ai giorni nostri?
«Quelli di sempre: essere onesto ed emozionare».
Con il brano "Se non ora quando?" presenti un avvilente spaccato della società italiana. Il titolo è uguale allo slogan adottato dal movimento femminile che ha manifestato nei mesi passati contro il degrado delle istituzioni... Condividi quell'idea?
«Diciamo che la canzone è nata quasi contemporaneamente a "Se non ora quando?", proprio dalla stessa indignazione. È stato quindi naturale dedicarla al movimento. Ricordo che sia io che Valentina (La Barbera, ndr), con la quale collaboro ed è coautrice del brano, avevamo bisogno di sfogare la rabbia che ci creava la situazione di quel momento».
Hai da poco terminato un tour in Germania. Come ti ha accolto il pubblico e cosa ti è piaciuto?
«È stata una bella esperienza umana, i teatri erano pieni, segno che la gente è molto curiosa di ascoltare nuove voci, anche straniere. Amano tantissimo l'Italia, la nostra cultura, ma nello stesso tempo non si spiegano come sia possibile che noi italiani siamo ridotti così».
Ho saputo che tra breve inizierai la produzione del nuovo cd. Cosa ci puoi anticipare?
«Con "Sarò Libero!" è iniziata la collaborazione con Bruno Cimenti e Primigenia, ma questo sarà il primo lavoro prodotto insieme dall'inizio alla fine. Per adesso stiamo lavorando agli arrangiamenti. Quello che posso dire è che sarà un disco divertente, per lottare ci vuole allegria».
Per terminare ecco le dieci domande secche:
- Attonito o estasiato? Estasiato dopo un bel film, dopo un buon caffè, dopo un bella serata con agli amici.
- Harley Davidson o Moto Guzzi? Né l'una, né l'altra, meglio il Ciao.
- Vampiro o licantropo? Licantropo ascendente orso marsicano.
- Roma o Milano? Roma, perché ti coccola e 'se magna' bene.
- Passaggio o tiro diretto? Dipende, quando sono solo tiro diretto.
- Pecora o leone? Leone all'attacco!
- Infissi di legno o alluminio? Legno, altrimenti ti lascio.
- Caffé zuccherato o naturale? Amaro, tranne al bar.
- Ananas o kiwi? Ananasso anche d'inverno.
- Arrivo o partenza? In viaggio è meglio.
Titolo: Sarò libero Artista: Fabrizio Zanotti Etichetta: Fabrika Musika/Primigenia Anno di pubblicazione: 2012
Tracce
(testi e musiche di Fabrizio Zanotti, eccetto dove diversamente indicato)
01. Fischia il vento [Felice Cascione; Matvei Blanter e Michail Isakovskij]
02. E c'è una storia che ci piace ascoltare [Fabrizio Zanotti e Nicola Ricco]
03. La mia divisa
04. Olive da friggere forte
05. Inclinato ad Oriente
06. Facce di fango
07. Il ponte
08. Poco di buono [Fabrizio Zanotti e Nicola Ricco]
09. Bandiera [Fabrizio Zanotti e Valentina La Barbera; Fabrizio Zanotti]
10. L'universo che ora dorme
11. Sarò libero
12. Matrioska
13. Il mare se bagna Milano [Fabrizio Zanotti e Nicola Ricco]
14. I giovani
15. Chini Marco
16. Se non ora quando? (mena le mie idee) [Fabrizio Zanotti e Valentina La Barbera; F. Zanotti]
17. Musicalenta
18. O bella ciao [anonimo]
Rocco Rosignoli ha pubblicato in queste settimane il suo terzo album solista. "Testuggini" è stato preceduto da "Le farmacie di turno" del 2009 e "Uomini e bestie" del 2011, concept album dedicato all'immaginario horror. Abbandonato il tema dell'horror, Rosignoli ha scelto di pubblicare una raccolta di brani che hanno come filo conduttore il tempo, la memoria e il sogno. Il legame e l'amore per la terra, rappresentato da animali, esseri centenari, come le testuggini, la gioia e i dolori della vita, le tragedie civili e i miti di riferimento sono gli argomenti che sono stati esplorati in questi dodici brani caratterizzati da una scrittura intensa e poetica. L'artista parmense ha posto al centro del suo lavoro la parola e i testi. Racconti e storie narrate con sensibilità che fanno di Rosignoli un valido interprete della tradizione cantautorale.
In "Testuggini" Rosignoli si è avvalso della collaborazione di pochi e fidati amici: Francesco Pelosi che ha scritto e cantato "Ode alla giovinezza" ed Enrico Fava che ha suonato il pianoforte in "Ultimo valzer per F. D.".
Forti dei moderni mezzi di comunicazione, abbiamo parlato con Rocco che ha risposto con cortesia alle domande di questa intervista.
Chi è Rocco Rosignoli?
«Forse sono l'ultima persona a cui chiederlo! Ti posso dire che Rocco Rosignoli arriva da un percorso misto di formazione letteraria e accattonaggio musicale che ha trovato il suo sfogo ideale nella forma canzone, che lo perseguita dall'infanzia. L'ha avvicinata goffamente nell'adolescenza e l'ha fatta sua nella presunta maturità. Per quel che ne so io, tutt'oggi Rocco Rosignoli è uno sprovveduto che cerca il suo posto nel mondo».
"Testuggini" è il tuo nuovo album. Ci racconti come è nato?
«"Testuggini" arriva subito dopo un concept album, che si intitola "Uomini e bestie". Era un cd dedicato a personaggi dell'orrore, una serie di canzoni unite da una tematica forte e definita. Con "Testuggini" volevo cambiare, volevo fare un disco che fosse una semplice raccolta di canzoni. Ho iniziato selezionando dei pezzi che avevo in repertorio già da tempo e che non erano mai stati incisi - per esempio "Ultimo valzer per F. D." o "Sui miei passi" -. Mano a mano che procedevo con la selezione e le registrazioni, nascevano altri pezzi, in linea con quello che è lo spirito del disco, molto improntato sui temi del tempo e del sogno».
Nella prefazione al disco scrivi: ‹Macchine da guerra, esseri centenari, liberi dal peso della memoria, del peso dei sogni: questo sono le testuggini›. Cosa ti ha spinto a dedicare un disco a questi animali?
«Nella canzone "Tamperdù" parlo di ‹enormi testuggini, vecchie di secoli, splendide e senza memoria›. Da quel verso prende il titolo il disco. La testuggine se vogliamo sono il simbolo di una natura che guarda impassibile il passaggio della vita umana, e se appena può la ignora. Una natura che c'era prima che l'uomo fosse quel che è oggi, e ci sarà quando l'umanità avrà terminato il suo ciclo. In un attimo questo animale splendido è diventato per me il simbolo del tempo. Inoltre, come ci insegnavano da bambini, la testuggine si porta la sua casa dappertutto, e questo disco nasce in un periodo in cui il mio bisogno di sentirmi "a casa" era tanto. Aggiungo che l'amico Diego Baruffini mi aveva suggerito il sottotitolo "Disfunzione rettile", che è stato cassato, ma molto a malincuore!».
Hai avuto esperienze dirette con le testuggini?
«Ne ho avute due, da bambino, più altre due tartarughe acquatiche. Una delle testuggini di terra si chiamava Birba. Oltre a essere una bestiola estremamente simpatica - e tu che ne hai tante, puoi capire come anche una testuggine possa esserlo -, faceva una cosa assolutamente incredibile. Lei nel giardino aveva un suo recinto, fatto di rete, alto una ventina di centimetri e nel recinto una casetta di legno col tetto spiovente. Un giorno la cercammo nel recinto e non c'era, non era andata lontano, la trovammo nel giardino. Controllammo il recinto e non aveva falle. Curioso, pensammo, e finì lì. Ma capitò di nuovo che scappasse, e allora volemmo vederci chiaro: la osservammo di nascosto e scoprimmo il mistero. Birba si arrampicava lungo la rete fino al tetto della casetta, e da quello si buttava giù, fuori del recinto! Certo che quella bestiola avrebbe meritato la libertà».
Qual è il messaggio del disco?
«Jacques Brel rispondeva: ‹Io non porto messaggi, lo lascio fare ai postini›. Ma ti dirò che per un trimestre io il postino l'ho fatto sul serio. A parte gli scherzi, non saprei dirti qual è il messaggio del cd. Forse un messaggio c'è, ma non riguarda solo il mio cd, ma tutta la musica che faccio - e non solo io, ma anche e soprattutto altri - e cioè che la canzone ha il diritto di rivendicare spazi che non siano di mero intrattenimento, o ancor peggio di sottofondo ma può, a pieno diritto, collocarsi nell'orizzonte delle arti e in quanto tale, chiedere attenzione. Un'attenzione che esiste ancora, anche se indebolita. Mancano luoghi d'aggregazione in cui esercitarla: per chi fa il mio mestiere oggi è difficile farsi trovare da quel pubblico che quest'attenzione non vede l'ora di spenderla».
Guccini, De André, Bubola e chi altro c'è tra i tuoi punti di riferimento?
«Bubola non molto in verità, senza nulla togliere, sia chiaro. Oltre a Guccini e De André, come riferimenti principali ho Leonard Cohen e Max Manfredi. Amo moltissimo Jacques Brel, poi c'è Bob Dylan che, lo si voglia o no - e io lo voglio - è un punto di riferimento imprescindibile. Gian Piero Alloisio, Mauro Palmas, Mauro Pagani, Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Nick Cave... quanti nomi ho a disposizione? La lista sarebbe lunga, e includerebbe anche i punti di riferimento "involontari", quelli che la mia generazione ha subito suo malgrado: per esempio, essere stati martellati da "Hanno ucciso l'uomo ragno" all'età di nove anni ha sicuramente avuto le sue ripercussioni su di me e i miei coetanei; e qui ripeto che si voglia o no, ma in questo caso forse non vorrei…».
Nel disco c'è anche un omaggio a Jacques Brel: "Le plat pays" da te tradotta in "Questa terra". Perché hai fatto questa scelta?
«Io vengo da Parma, ma da meno di un anno vivo a Milano. Mi sono allontanato dalla mia città, dai miei amici, per andare in un posto dove vivo con la ragazza che amo, ma che per il resto mi ha ancora dato poco. La lontananza mi ha fatto sentire in modo particolare il legame con la mia terra; il caso ha voluto che proprio nell'autunno stessi preparando una lezione-concerto su Brel e mi sono riconosciuto nelle parole che lui usò per raccontare il suo Belgio in "Le plat pays". Ho voluto farle mie, infatti la traduzione è molto fedele».
I testi, a volte veri e propri racconti in miniatura, sono elementi fondamentali delle tue composizioni e mi sembra che vengano prima della musica per importanza. È così?
«Forse nei risultati, ma su questi non posso essere obiettivo. Nel processo creativo mi richiede molto più lavoro la ricerca di linee melodiche e armonie, per non parlare poi della fase di arrangiamento che svolgo sempre in solitaria. Ma è chiaro che una formazione letteraria lascia i suoi segni, e sono ben visibili».
Curiosa la storia di "Il cane e la serpe". Qual è il significato?
«Questa canzone nasce da una stramba mattinata. Arrivai a casa di un mio amico, e quando lui mi aprì la porta entrò con me anche il suo cane. Zoppicava e guaiva, lo guardammo, ci parve di vedere un morso di serpente sulla coscia. Fu il panico! Il mio amico chiamò la sua ragazza urlando, saltarono in macchina e corsero dal veterinario, nel paese vicino. Io rimasi a montare la guardia alla casa. Quando tornarono, il veterinario aveva controllato la bestiola e... non aveva nulla. Da questa, che a malapena si può definire un'esperienza, nasce questo brano, che sembra descrivere un cammino iniziatico di stile esoterico; cose in cui non credo, ma che mi affascinano molto».
Come è nata la collaborazione con Francesco Pelosi, autore del brano "Ode alla giovinezza"?
«Guarda, sono proprio adesso di ritorno da un concerto di Francesco; si esibiva col suo nuovo progetto, "Merovingi", che sta sviluppando guarda caso con l'altro ospite del mio "Testuggini", il pianista Enrico Fava. "Merovingi" è un progetto che non vedo l'ora diventi disco, perché è molto valido. Francesco, oltre che un ottimo scrittore di canzoni, è un mio caro amico. Ci incontrammo in un posto di Parma che da qualche settimana non esiste più, il MateriaOff. Lui mi diede un suo demo, appena registrato. Mi piacque sì e no. Quando lo rividi, lui mi chiese del demo e io gli dissi la verità. Francesco si offese a morte e poi mi offrì da bere. Perché era sempre meglio che dirgli "carino", come qualcuno aveva appena fatto. Da lì abbiamo intrapreso mille avventure assieme, tra cui merita una menzione il "Canzoniere delle Stagioni", con cui rivisitammo il grande repertorio del canto popolare».
Come si sono svolte le sessioni di registrazione?
«Tra Parma e Milano, con in mezzo un trasloco. Ma sempre in casa. C'è chi senza andare in studio non riesce a lavorare, per me è il contrario: non riesco a lavorare coi ritmi serrati di un lavoro che va concluso nel minor numero di ore possibili, col pensiero fisso del tassametro che sale. Lavoro coi miei tempi, con la possibilità di dare sfogo alle idee nel momento in cui vengono, o di lasciare le cose a raffreddare quando non funzionano subito. Investo sulla post-produzione, è un'idea che mi dà meno ansia».
Perché hai scelto di suonare quasi tutti gli strumenti utilizzati nel disco?
«Fondamentalmente, perché mi diverto da matti. Io, oltre che un cantautore, sono un polistrumentista, amante delle corde etniche soprattutto. Negli anni ho radunato un ottimo arsenale di cordofoni, tra cui un bouzouki e un mandolino costruiti appositamente per me da mio zio Nasario (con la "s", mio zio fu una vittima dell'impiegato dell'anagrafe). Lui oggi non c'è più. Gli ho dedicato il disco, e mi piace pensare che con questo lavoro una parte di lui continuerà a raggiungere tante persone che non hanno avuto la fortuna di incontrarlo».
Quali sono i tuoi progetti futuri?
«Ho scritto un monologo di teatro-canzone dedicato alla crisi, si intitola "Sola gratia", e contiene molti pezzi inediti scritti apposta. Voglio metterlo in scena, e mi piacerebbe molto trarne un DVD. Tutto ancora in via di definizione comunque, tranne il testo, che è pronto e va solo messo in scena».
Per concludere e per scoprire chi è Rocco Rosignoli, ti sottopongo alle dieci domande secche.
- Scacchiera o labirinto? Scacchiera. Il suo potere simbolico di cammino tra luci e ombre mi emoziona, anche se non faccio parte di alcuna loggia!
- Tropicale o mediterraneo? Mediterraneo: bouzouki docet!
- Nido o alveare? Nido di rondine. Un ricordo legato alla montagna, le rondini facevano il nido sotto le grondaie di una casa lungo la via; passavamo tante sere a guardarle.
- Medioevo o Rinascimento? Rinascimento. Anche se il medioevo ha Dante dalla sua!
- Palude o bosco? Il bosco è uno degli ambienti che trovo istintivamente familiari.
- Candela o lampadina? Candela. Quando brucia è una cosa buona e non devi correre in negozio a prenderne un'altra per vedere dove fai pipì.
- "Salve!" o "Buongiorno"? Sono le 2.37, direi buonanotte... ma in generale sono del partito del "Salve", che è un bell'augurio.
- Leonard Cohen o Francesco Guccini? Barabba.
- Piegarsi o spezzarsi? Non mi piego dal lontano 1997. Non c'è scelta, se faccio l'una capita anche l'altra.
- Verde o marrone? Non so scegliere. Anche il gelato lo prendo pistacchio e cioccolato.
Titolo: Testuggini Artista: Rocco Rosignoli Etichetta: Rigoletto Records Anno di pubblicazione: 2013
Tracce
(testi e musiche di Rocco Rosignoli, eccetto dove diversamente indicato)
01. Tamperdù
02. Ultimo valzer per F. D.
03. Sui miei passi
04. Sogni molto forte
05. Canto delle poiane
06. Ode alla giovinezza [testo e musica di Francesco Pelosi]
07. Oesterheld
08. Il cane e la serpe
09. Questa terra (Le plat pays) [testo e musica di Jacques Brel, traduzione Rocco Rosignoli]
10. L'ultimo saluto
11. Il canto dei minatori, 1919 (falso storico)
12. Raggiungimi
È un mondo avvolto da nuvole grigie quello che Emiliano Mazzoni guarda da Piandelagotti, paese montano del modenese a 1.200 metri di altezza. Un mondo che trova spazio nel suo primo disco, "Ballo sul posto", prodotto insieme all'ex bassista degli Ustmamò Luca Rossi. Ballate, ritmi popolari, abbozzi jazz e incursioni nel territorio pop per un lavoro denso e ricco di emozioni che deve essere ascoltato e assaporato con la giusta predisposizione d'animo. Non è un disco da consumare in fretta ma da centellinare negli ascolti per apprezzare appieno la poetica e le sfumature che il pianoforte e la voce calda e profonda di Mazzoni riescono a dare alle canzoni. Mazzoni, già fondatore degli In Limine (apparizione ad Arezzo Wave nel 2004) e dei Comedi Club (3 cd autoprodotti), non si è limitato a utilizzare solo i suoni dei tasti bianchi e neri: chitarre, fisarmonica, batteria, ukulele, synth e padelle hanno lasciato un segno ben marcato costruendo un tappeto sonoro di grande effetto ma mai invasivo. "Ballo sul posto" è un progetto cantautorale classico che presenta dodici canzoni fuori dal tempo e dagli schemi e abbiamo chiesto a Emiliano di presentarlo.
"Ballo sul posto" è il tuo primo CD e arriva dopo le tue esperienze con gli In Limine e i Comedi Club. Far parte di un gruppo ti stava ormai stretto?
«No, non è per quello. Suonare in un gruppo è la cosa più bella al mondo, solo che ogni cosa ha la sua storia. L'idea del progetto solista che avevo non aveva bisogno di band almeno nella fase iniziale, penso comunque che arriverà una band a salvarmi».
Qual è stata la genesi delle canzoni del disco?
«Diciamo che io ho un quaderno dove raccolgo le versioni finali dei pezzi che faccio, da questo quaderno ho registrato un provino di venti canzoni nude che in fase di produzione e registrazione son diminuite, fino ad arrivare a dodici. Poi con Luca abbiamo trovato il vestito più adatto».
De Andrè, Leonard Cohen e Massimo Bubola, che ho ritrovato specialmente nel tuo modo di cantare "Mentre piangono le grondaie". Possono essere questi gli artisti a cui la tua musica più si avvicina?
«Non lo so, sicuramente sì per quanto riguarda vari aspetti della produzione dei primi due, Bubola confesso di non conoscerlo a fondo. Sono fra i miei ascolti, insieme ad altri della stessa barca».
Nel disco non manca un accenno a sonorità della tradizione come in "Buon per te luna". Che valore hanno per te la musica tradizionale e le nostre radici?
«Amo la figura dei cantastorie pur non essendo un cultore di musica popolare. Questo non toglie il fatto che faccia parte dell'essere collettivo, che lo si voglia o no. Sono più vicino al tradizionale, per intenderci, da osteria, ma è un'altra cosa, anzi adesso che lo dico mi rendo conto che non ci son poi così vicino, ma sicuramente certi sapori si riescono a far emergere solamente con quel tipo di approccio. Poi per avvicinarsi alle radici, bisogna scendere dall'albero».
È sicuramente più facile mantenere il rapporto con la comunità per chi vive lontano dalle grandi metropoli. Non pensi che possa però rappresentare un limite per la tua carriera di musicista?
«Sicuramente! Però non è poi mica obbligatorio fare una vita di merda per agevolare una ipotetica carriera artistica. Io sono un montanaro per ora, poi se si presentassero delle occasioni importanti, non necessariamente artistiche, mi potrei spostare. Ma per ora non ci penso proprio. Preferisco che l'arte serva alla mia vita piuttosto che il contrario e il limite mi sembra abbastanza sottile».
Tu vivi in un paese di montagna, a Piandelagotti, ma tra "Meglio sparire" e "Il dissoluto" si sente il rumore del mare e l'urlo di un gabbiano. Il mare torna anche nel testo di "Il dissoluto". Qual è il rapporto con questo elemento e quale significato ha nell'album?
«Il mare nel disco viene usato in chiave simbolica. Amo il mare, lo amano tutti, anche chi crede di no. A pensarci bene saranno due anni che non lo vedo, ma son convinto che sia ancora là. Ogni volta che penso al mare è come se ci fossi già stato, e questo è bello!».
Come è nata la collaborazione con Luca A. Rossi che ha prodotto il disco?
«Da quel provino di prima. Ci conoscevamo già ed avevamo registrato nel suo studio (U.R.S. Recording Station) con le band. In più non abitiamo lontani e questo ci ha permesso di registrare a casa mia senza fretta. Sono molto soddisfatto di quello che abbiamo fatto, lui ha molta esperienza e mi ha fatto capire parecchie cose. Ormai abbiamo finito di registrare il secondo disco tra le altre cose».
Nel disco suoni piano, chitarra, batteria, fisarmonica e... padelle. La musica allora si può fare con qualsiasi strumento?
«Con tutti gli strumenti di sicuro. Beh, diciamo che penso di sì ma che non è che io lo faccia. Ho suonato in fase di registrazione queste cose ma non sono un fisarmonicista e con la chitarra forse so suonare tre accordi e con la batteria ho suonato piccole cose, in generale non mi ritengo un musicista, mi accompagno. Con le padelle sono un po' più esperto».
"Stronzi tutti" ha quasi il sapore di una filastrocca di altri tempi ma con un testo incisivo che invita a dubitare e a scoprire. E soprattutto mette sotto accusa la politica descritta come ‹il mondo dei più brutti›. Cosa ci puoi dire di questa canzone?
«Che è successa davvero, come è scritto nella canzone ed ero a Lucca. Il lancio me lo ha dato la frase ‹dubita e girovaga› che trovo straordinaria. Comunque non l'ho scritta io ma era scritta su un muro. Poi guardando un film con Tomas Milian ho visto che su un muro c'era scritto ‹Stronzi tutti›. Da lì mi sono ispirato alla colonna sonora del film e prima della fine avevo il pezzo. Non l'ho quasi mai più suonata, però mi sta molto simpatica anche per via di queste vicende coincidenti».
"Ballo sul posto" è un disco a tratti doloroso che si chiude con il brano "Canzone di speranza" che lascia aperta la porta verso il futuro ma con un occhio al passato. È così?
«La porta verso il futuro non si può chiudere finché c'è vita, anche se sarà un brutto futuro. Ma la speranza è un'altra cosa, è più un conforto che un programma».
I testi delle canzoni sono molto interessanti ma perché non li hai inseriti nel booklet?
«Perché ho fatto tutto da solo e lì ho avuto un cedimento di forze che mi ha portato a decidere di andare in stampa senza i testi. Poi mi stava simpatica la cosa in quel momento. Comunque i miei testi hanno senso cantati, non mi piace leggere i testi, l'ho fatto sempre comunque, ma le parole cantate che scappano e che tu non riesci a vedere ti obbligano a immaginarle e ti seducono. Come scusa questa non è male».
La copertina raffigura una persona nuda seduta su una sedia che guarda le montagne. Qual è il significato?
«La persona nuda sono io. Sono seduto sul crinale dell'alpe su una sedia con un berretto, il tempo è nuvoloso. Il significato è questo e tutto quello che a ognuno viene in mente lo arricchisce. Poi mi faceva ridere, ci ho messo il culo e non la faccia in modo significativo, forse un po' enigmatico. Mi piace insomma».
Quali sono i tuoi progetti futuri?
«Sto finendo di registrare il secondo disco. Faccio alcuni concerti poi vedo se a qualcuno potrà interessare il nuovo lavoro. Sarà la continuazione di "Ballo sul posto", un filo più movimentato e di sapore un po' western».
Titolo: Ballo sul posto Artista: Emiliano Mazzoni Etichetta: autoproduzione Anno di pubblicazione: 2012
Tracce
(testi e musiche di Emiliano Mazzoni)
01. Mentre piangono le grondaie
02. Meglio sparire
03. Il dissoluto
04. La strada del male
05. Buon per te luna
06. Stronzi tutti
07. Oppure gli han sparato
08. Pieni di virtù
09. L'esperto
10. Spirito e potere
11. Con queste regole
12. Canzone di speranza
Quattro ragazzi savonesi e un sogno: registrare il primo disco. I Madame Blague ci sono riusciti e lo hanno fatto con determinazione e grande forza di volontà. Il risultato di tanto impegno è "Pit-a-pat", un album di dieci canzoni originali che strizzano l'occhio a sonorità rock anni '60/'70, in chiave rinnovata e moderna. Brani che mettono in mostra la voglia di esplorare del gruppo e che hanno il punto di forza nell'energica solarità delle melodie. I Madame Blague sono nati nel 2009 a Varazze dall'incontro del quasi ventenne percussionista Andrea Carattino con i più maturi Andrea Greco (chitarra e voce), Emmanuele Venturino (basso e voce) ed Edoardo Chiesa (chitarra e voce). Un'unione di musicisti di estrazione e gusti differenti che ha potuto contare su tre frontmen. Una peculiarità che ha portato i Madame Blague a un percorso artistico più ragionato, articolato e a tratti sofferto. Fin da subito i Madame Blague hanno preferito le prove in saletta piuttosto che le esibizioni live, facendo una eccezione per i concorsi. La scelta li ha portati a sperimentare e a lavorare su canzoni originali che hanno trovato ufficializzazione in questo disco, uscito sotto etichetta Dreamingorilla Records.
Abbiamo incontrato Andrea Greco, Emmauele ed Edoardo e ci siamo fatti raccontare cosa è "Pit-a-pat".
Quando avete deciso che era ora di fare un disco?
Edoardo: «Il disco è nato di conseguenza al gruppo. Ci siamo formati nel 2009 e abbiamo iniziato a suonare cover ma nello stesso tempo a comporre i primi pezzi originali. Quando abbiamo iniziato ad avere un po' di canzoni le abbiamo registrate per concretizzare il nostro progetto. Abbiamo quindi iniziato a fare delle prove mirate e siamo andati in studio di registrazione. Il disco è nato così».
Il disco è nato per un'urgenza di comunicare oppure è il bilancio di questa prima esperienza insieme?
Andrea: «Non c'è stata urgenza espressiva. Siamo tre autori e c'è il piacere di tutti di esprime le proprie emozioni».
È un disco nato per soddisfare le vostre esigenze o ha uno scopo commerciale?
Andrea: «Il disco, la mia musica non è solo per me, serve per esprimere qualcosa e si sta naturalmente attenti alle esigenze del pubblico che abbiamo davanti. Nella nostra varietà di stili, cerchiamo sempre di accontentare noi e speriamo anche il pubblico».
Cosa significa il titolo?
Emmanuele: «Il titolo è uno dei modi per definire il battito del cuore, la palpitazione. Ci piaceva il significato anche perché le nostre canzoni sono stratificate nel tempo, non vengono da una scrittura immediata. Magari sono brani che abbiamo tenuto nel cassetto per un po' di tempo e poi abbiamo tirato fuori nel momento in cui ci sentivamo di avere un contesto di gruppo in cui potevamo svilupparli. Quindi era come un qualcosa che, rimasta nel nostro cuore, volevamo portare all'esterno. Non eravamo così decisi a chiamare l'album "Pit-a-pat", ma nel momento in cui il grafico ci ha fatto questa proposta di copertina è stato come un segnale che dovessimo dare quel titolo al disco. Altrimenti probabilmente l'album si sarebbe chiamato Madame Blague».
Chi ha avuto l'idea del titolo?
Emmanuele: «Io, ma come tutte le cose è praticamente impossibile che si porti avanti una idea se non piace almeno a tre persone. Spesso questa cosa ci rallenta perché non avendo nel gruppo un leader abbiamo sempre la necessità di ricorrere alle votazioni».
"Pit-a-pat" è un disco eterogeneo, le cui canzoni richiamano però gli anni '60-'70. Come è successo?
Edoardo: «Quello che si ascolta necessariamente diventa parte di quello che si suona. L'inizio di "Before" richiama i motivi degli anni '50 con la tromba e il giradischi rotto. "Realitink" può ricordare un pezzo anni '60. Abbiamo cercato di prendere degli spunti da quel mondo perché ci appartiene e li abbiamo resi attuali a livello di suoni. Avremmo avuto anche la possibilità di registrare il disco solamente in analogico ma non lo abbiamo fatto perché ritenevamo importante guardare al presente».
Come avete scoperto la musica degli anni '60 e '70 voi che siete nati quasi tutti nella seconda metà degli anni '80?
Edoardo: «Sicuramente in casa, tra gli amici». Emmanuele: «Personalmente la mia raccolta di dati non viene da una esperienza familiare, i miei genitori non mi hanno mai indirizzato verso qualcosa, né forzato verso la musica. Non saprei dire quello che ascoltavano». Andrea: «Per me è una questione familiare. I miei genitori sono separati e l'ex fidanzato di mia mamma era musicista e mi sono fatto una cultura di blues, soul e rock».
Perché invece non siete stati attirati dalla musica contemporanea?
Edoardo: «Non è questione di qualità ma di fascino. Secondo me le cose buone le trovi anche oggi». Emmanuele: «A prescindere da dove siamo andati a raccogliere la musica, c'è in tutti noi la volontà di ricercare quella di cui sentiamo di aver bisogno e poi non è detto che non la si trovi anche nel contemporaneo. Se si va a vedere c'è anche molto di buono nella musica attuale, si prenda per esempio Gualazzi che è sicuramente di livello. La differenza sta nel non accettare quello che viene passato dai media ma cercare quello di cui uno ha bisogno». Andrea: «La nostra varietà nasce dai gusti differenti di tutti i componenti del gruppo. Tutti abbiamo un bagaglio di musica del passato ma magari di un decennio diverso. E in questo legame tra il passato e il presente del nostro lavoro c'è anche la questione delle sonorità e delle registrazioni. C'è stata una storia anche in quel campo e i dischi del passato suonano così e non suoneranno mai più nello stesso modo. Noi abbiamo preso quella musica e gli abbiamo dato sonorità attuali. Forse è nato anche qualcosa di nuovo».
Mi ha colpito la canzone "Tell me" con quelle sonorità californiane e i cori...
Emmanuele: «Ci siamo chiesti quale canzone potesse essere rappresentativa dell'album. Ecco, "Tell me" è forse quella che racchiude un po' l'essenza del disco. È nata un giorno in cui in saletta non eravamo tutti presenti. Io ed Edoardo abbiamo iniziato a strimpellare e abbiamo buttato giù qualcosa, poi lui ha lavorato un po' di più sulla musica, io un po' di più sulle parole e poi abbiamo sottoposto la bozza al gruppo. Tutti hanno contribuito a integrarla e a renderla una canzone. Andrea Greco si è occupato dei cori e di queste armonizzazioni, che sono poi una delle caratteristiche forti del nostro gruppo. "Tell me" è qualcosa di particolare nel senso che è stata una delle canzoni della nostra svolta, insieme a "Realitink". Brani che ci hanno spinti a mollare definitivamente le cover e che ci hanno dato la forza per provare a fare qualcosa di originale».
Le canzoni, come abbiamo detto, sono anche molto diverse tra di loro come sonorità, però sembra esserci un filo conduttore…
Emmanuele: «Con la scelta dei suoni abbiamo cercato di creare quel trait d'union che non c'è tra le canzoni. Una volta trovata la sonorità che potesse essere valida per tutti i pezzi l'abbiamo riproposta in tutte le canzoni. Le equalizzazioni di basso sono le stesse per tutti i pezzi e così anche per quanto riguarda la chitarra. Questo ha fatto sì che anche i pezzi diametralmente opposti suonassero all'interno del cd non come qualcosa di stravagante o buttato lì a caso».
Avete detto che un leader non esiste, come funziona all'interno del vostro gruppo?
Edoardo: «Le proposte vengono sempre vagliate e votate da tutti. Sembra quasi fatto apposta ma siamo sempre divisi equamente e quindi nascono delle situazioni di stallo anche molto lunghe. Dobbiamo quindi studiare una idea alternativa per trovare una maggioranza. Siamo rallentati da questo sistema ma pensiamo di andare avanti così».
Chi ha portato il maggior numero di idee nel disco?
Emmanuele: «Nel cd ci sono sei canzoni equamente divise tra Andrea, Edoardo ed Emmanuele. Poi ci sono "The circus never stops" e "Under a Varazze sun" che sono canzoni del gruppo, "Tell me" e "Realitink" sono delle vie di mezzo. I Madame Blague nascono come un consorzio di solisti, se avessimo fatto un cd di tre canzoni per ogni componente e una di gruppo sarebbe nato un cd troppo disomogeneo».
Perché i Madame Blague si vedono poco suonare dal vivo?
Andrea: «Perché a volte siamo poco propositivi. Abbiamo speso tanto tempo dietro al cd e i live ci sono sfuggiti di mano. Poi c'è un problema mio personale che rende difficile il lavoro di tutti. Da tre anni soffro di acufeni - fischi e ronzii nelle orecchie - che suonando peggiorano e quindi tendo a ricercare meno i live».
Avete programmato un tour promozionale per l'estate?
Edoardo: «Abbiamo qualche data fissata: il 6 luglio saremo al Beer Room a Pontinvrea e il 7 luglio apriremo al grande Paolo Bonfanti a Varazze. Poi a livello di eventi facciamo fatica a inserirci, non siamo molto "piacioni", nel senso che non siamo mondani, non abbiamo tante conoscenze». Emmanuele: «Oltre a essere figli di nessuno, il problema è che la nostra musica non ha una etichetta definita. Quando suoni un genere paradossalmente assurdo o di nicchia hai più possibilità di emergere che in contesti come il nostro. Perché ti puoi infilare nella scia di un tuo personaggio di riferimento e provare a legarti a questo, oppure abbracciare festival di nicchia, o inserirti in un filone che è già percorso da altri. Non avendo un gruppo di riferimento noi siamo tagliati fuori. Inoltre non siamo politicizzati, e lo si può vedere anche dai testi che sono più introspettivi, di riflessione. E così siamo in quel limbo che non piace a nessuno, in più non siamo estremi e non siamo soft».
Passiamo alla copertina, cosa mi potete raccontare?
Emmanuele: «L'ha realizzata Cikaslab, lo studio di design di Riccardo Zulato a Noventa Vicentina. Ci è piaciuto il lavoro che ha fatto per un gruppo di Genova, i Dresda, e lo abbiamo contattato dopo un enorme delusione su più fronti. Riccardo ci ha presentato alcune bozze e poi, come succede sempre, prima che decidessimo quale potesse essere quella definitiva c'è voluto del tempo. Si tratta di un cuore inserito nei polmoni ma rappresentato come un alveare dentro un albero ribaltato a testa in giù. Riccardo ci ha chiesto se esisteva qualcosa che potesse essere un simbolo del gruppo, un animale o uno spirito guida. Abbiamo scelto il bombo perché è citato nel testo di "Realitink". Nel ritornello della canzone cantiano ‹il bombo, per il rapporto tra le dimensioni del suo corpo e
l'ampiezza delle sue ali, secondo le leggi dell'aerodinamica non potrebbe
volare, ma il bombo non conosce le leggi dell'aerodinamica per cui
vola›, frase che è attribuita a Igor Sikorskij, l'inventore dell'elicottero. Questa frase è un po' il significato del gruppo che vuole lanciarsi oltre le proprie effettive possibilità».
Il disco lo avete registrato a Piacenza, perché siete andati così lontano?
Edoardo: «Avevamo deciso di fare il disco e avevamo deciso che lo avremmo registrato ad agosto perché non c'era altro tempo. Abbiamo contattato 2-3 studi ma ad agosto era impossibile. Abbiamo proseguito nella ricerca e abbiamo trovato l'Elfo Studio di Piacenza che ci ha dato la disponibilità. Abbiamo avuto la fortuna di registrare nella sala più bella e abbiamo conosciuto una persona meravigliosa, il fonico Daniele Mandelli, con cui siamo diventati amici. Ha fatto un lavoro incredibile, siamo stati fortunati. Abbiamo mixato con lui e poi abbiamo fatto masterizzare il disco allo Studiopros di Los Angeles». Emmanuele: «Le voci le ha però registrate Andrea Greco a Varazze. Ha delle ottime apparecchiature e inoltre ha fatto dei corsi all'Accademia della Scala di Milano tramite lo studio Barzan».
Non avete fatto molte date live ma in compenso avete preso parte a contest locali e nazionali...
Andrea: «Abbiamo partecipato a Rock on the Rocks a Varazze vincendo con il brano inedito "Afraid to forget you" che è poi stato trasmesso per tre mesi da Radio Skylab, abbiamo raggiunto le semifinali del Tour Music Fest a Roma con "Before", siamo arrivati secondi allo Sband di Savona».
Perché avete preferito i concorsi?
Andrea: «Perché vedi dove puoi arrivare. Bisogna accettare il metro di giudizio, e a volte è difficile quando a decidere è il pubblico, però conosci nuove persone, ti rapporti con tante realtà diverse. Mi sono sempre trovato bene, anche se suoni poco. E poi trovi tutto pronto e questo è già un vantaggio per noi musicisti». Emmanuele: «Ci sono stati contest che ci hanno scoraggiato, altri che nonostante l'esito ci hanno soddisfatto. Il Tour Music Fest, nel quale abbiamo rappresentato il nord ovest e per il quale abbiamo speso una marea di soldi per le trasferte a Milano e Roma, è stata una battaglia con tutta gente di valore, in cui ci poteva stare vincere o perdere. Siamo tornati a casa contenti». Edoardo: «Dipende dal concorso. Quelli dove devi portare gli amici per essere votato è meglio non farli. Se invece davanti hai una giuria allora ci può stare, anche per capire e vedere cosa ne pensa qualcuno che lavora nell'ambito della musica. Purtroppo i concorsi sembrano essere l'unico modo per far suonare le band emergenti».
Avete già progetti per il futuro?
Edoardo: «Stiamo lavorando a nuove canzoni, ci piace e ci divertiamo. Adesso però dobbiamo concentrarci a promuovere il nostro album. Cercare di far più date possibili».
Ci sono persone che vi hanno seguito nel corso della gestazione di "Pit-a-pat"?
Emmanuele: «I testi sono nati dalle nostre mani in base a quello che volevamo esprimere. Abbiamo però scelto di cantare in inglese e non essendo di madre lingua, abbiamo avuto bisogno di aiuto. Ci sono due persone che ci hanno dato una mano sotto questo punto di vista e che vogliamo ringraziare». Andrea: «Si tratta di Terrence Agneessens, traduttore e papà di un mio compagno di liceo, e di Mariafelicia Maione che è una amica dell'Aquila che ha studiato da traduttrice. In realtà ci ha dato una mano anche Alessio, figlio Terrence».
Cosa significa Madame Blague?
Andrea: «È il primo nome per cui ci sono stati tre voti a favore. Il primo che ci è venuto in mente è stato Coin Edge ma forse era più da metal. Madame Balgue è più raffinato, alla francese. Era nato come Mister Blague ma ci sono tante band che hanno il nome che inizia con mister e allora abbiamo deciso di cambiarlo in madame. Lo possiamo tradurre come signora scherzo».
Titolo: Pit-a-Pat Gruppo: Madame Blague Etichetta: Dreamingorilla Records Anno di pubblicazione: 2013
Tracce
(testi e musiche di Madame Blague)
01. Join us
02. The circus never stops
03. Escaped whisper
04. Tell me
05. Sweet colors
06. Afraid to forget you
07. Before
08. The story of how I lost my face
09. Realitink
10. Under a Varazze sun
"Dedalo e Icaro" è uno degli album di rock progressive italiano più belli e intensi degli ultimi anni. A firmarlo è stato Il Cerchio d'Oro. La band savonese, nata a metà degli anni Settanta e tornata in vita nel 2006 dopo un lungo periodo di inattività, ha prodotto un concept album, armonioso e senza cadute emozionali, che ha visto la luce in questi giorni. Impasti vocali suggestivi e assoli di grande classe confezionano brani che si collocano nella migliore tradizione del genere e che raccontano la storia millenaria di Dedalo e di suo figlio Icaro. Ad aggiungere valore al disco è la presenza di ospiti illustri della scena progressive: Pino Sinnone batterista dei Trip, l'ex PFM Giorgio "Fico" Piazza, Ettore Vigo e Martin Grice dei Delirium. "Dedalo e Icaro", arriva quattro anni dopo l'ottimo e per certi versi inatteso "Il viaggio di Colombo" (entrambi prodotti dalla genovese Black Widow). A firmare il disco sono stati Franco Piccolini, i gemelli Giuseppe e Gino Terribile, Piuccio Pradal, Roberto Giordana e Bruno Govone. Tra gli ospiti anche Daniele Ferro e Athos Enrile.
Con il batterista Gino Terribile siamo andati alla scoperta di "Dedalo e Icaro".
Mai siete stati così produttivi a livello discografico come in questi ultimi anni. Dalla vostra reunion nel 2006 avete prodotto "Il viaggio di Colombo" e quest'anno il bellissimo "Dedalo e Icaro". Cosa è cambiato nel vostro modo di lavorare? È tutto merito della raggiunta maturità anagrafica e artistica?
«In effetti nel 2006 ci siamo ricompattati dopo che la Psych Out, l'anno prima, aveva pubblicato in vinile del nostro vecchio materiale, tra l'altro amatoriale. Ci siamo detti, perché non riprovare? Abbiamo impiegato un po' di tempo per il "rodaggio", specie per Franco e Piuccio, fermi da 25 anni, mentre per me, per Giuseppe e Roberto il discorso è stato diverso. In pratica dopo lo scioglimento de Il Cerchio d'Oro nel 1980, abbiamo fondato, due anni dopo, i Cavern e di fatto non abbiamo mai interrotto l'attività musicale. Nel 1981, in effetti, c'è stato ancora lo spazio per pubblicare un singolo a nome Black Out, tra l'altro molto quotato in campo hard rock, che ha coinvolto quattro elementi de Il Cerchio d'Oro. Il nostro modo di lavorare non è molto cambiato, diamo molta importanza alle emozioni che suscita una musica creativa e fatta con gusto».
Non potevate registrare questi dischi negli anni Settanta?
«Negli anni Settanta - il gruppo come trio è nato nel 1974 - le possibilità erano scarse. Intanto eravamo giovani, studenti, e poi, francamente Savona offriva veramente poco».
Come è nata l'idea di musicare la storia di "Dedalo e Icaro"?
«Nel progressive erano caratteristici, fin dagli anni Settanta più che semplici raccolte di canzoni, i concept album, ossia album a tema. I soggetti preferiti erano figure mitologiche o storie di fantascienza. "Il viaggio di Colombo" ha rappresentato, oltre al fatto di proporre un personaggio ligure come noi, anche il concetto - come ha fatto Colombo stesso - di realizzare un sogno e di vincere una sfida. Nel nostro piccolo anche noi l'abbiamo vinta, visto il successo, specie di critica che ha ottenuto l'album non solo in Italia ma nel mondo. Addirittura in un libro stampato negli Stati Uniti è stato inserito tra i 100 dischi di prog italiano più belli di sempre! Per il seguito non è stato facile trovare un soggetto che ci convincesse e che non fosse già stato trattato. Poi abbiamo scelto "Dedalo e Icaro", storia incentrata non solo sul volo, ma anche sul rapporto padre/figlio con tutte le emozioni e le incomprensioni relative. Anche in questo caso c'era da vincere una sfida che purtroppo, questa volta non è stata vinta. Ma dico subito - magari è una facile allusione... - che già a giudicare dai primi riscontri, sia di critica che di vendite, questa volta non imitiamo il protagonista dell'album nella sua debacle».
La storia di Dedalo e di suo figlio Icaro che muore avvicinandosi troppo al sole ha per voi un significato?
«Come appena detto, si può identificare anche nei rapporti conflittuali di oggi tra padre e figlio. Tante volte l'esperienza vince nei confronti dell'incoscienza».
Come vi dividete i compiti all'interno del gruppo e a chi spetta l'ultima parola?
«A chi spetta l'ultima parola? Per quanto sia difficile in un gruppo musicale, proviamo a essere democratici, anche perché pensiamo che in un gruppo sia essenziale interagire e dare spazio a ogni singolo elemento. Certo, per quanto riguarda l'aspetto compositivo, abbiamo dei ruoli più o meno precisi: Franco e Giuseppe sono gli autori principali delle musiche, ma anche io do un buon contributo; per i testi ci pensiamo io e mi fratello Giuseppe e in alcune occasioni Pino Paolino, nostro collaboratore fin dagli anni '70; gli arrangiamenti vedono il contributo di tutti, per quelli vocali Piuccio, Giuseppe ed io».
Che effetto vi fa ritrovarvi in sala d'incisione dopo quarant'anni di frequentazione artistica, seppur con alcune lunghe interruzioni?
«Questa è una storia diversa. Trenta/quaranta anni fa per fare un disco dovevi necessariamente andare in uno studio di registrazione, magari registravi il gruppo in presa diretta oppure separatamente a seconda di quante tracce disponibili si aveva a disposizione. Nel 1977 era già un lusso avere un 8 piste o un 16 piste analogiche. Oggi non è più così. Con le registrazioni digitali si può dire che si possono disporre di 50/100 piste, insomma un numero infinito, e con un buon tecnico, e il nostro Enzo Albertazzi lo è, si può registrare con comodo anche a casa, in uno studio improvvisato. Solo per le parti di batteria abbiamo avuto bisogno di uno studio di registrazione».
Il disco si colloca nella migliore tradizione del progressive italiano, tanto in voga negli anni Settanta. A quarant'anni di distanza cosa è il prog oggi?
«È un genere che appassiona, col fiorire di band nuove e col rinascere di band storiche. È un elenco lunghissimo e inoltre si assiste alla ristampa in cd e in vinile degli album storici di quel periodo».
Quale tipo di pubblico segue questo genere musicale?
«Il pubblico è di appassionati, di intenditori, è insomma un pubblico di nicchia ma queste "nicchie" sono sparse in ogni "cantuccio" del mondo, con punte elevate in Giappone e in Sud America».
In questo disco avete potuto contare anche sulla collaborazione di grandi musicisti come Martin Grice, Giorgio "Fico" Piazza, Ettore Vigo e Pino Sinnone. Come vi siete incontrati?
«I quattro grandi ospiti che abbiamo nell'album sono nostri amici. Oltre a essere grandi musicisti, ci teniamo a dire che sono persone assolutamente squisite. Noi fin dagli anni '70 abbiamo frequentato, specie in Liguria, tanti musicisti della scena prog. I Trip, che erano un gruppo italo/inglese, avevano nelle proprie fila Joe Vescovi che era di Savona. Pino Sinnone è di Torino ma viene spesso in Liguria. Con i Delirium, compagni di scuderia alla Black Widow, ci conosciamo da una decina d'anni e nel 2009 abbiamo anche suonato insieme in due occasioni. "Fico" abita vicino a Milano, ci siamo conosciuti alcuni anni fa e se ha ripreso a suonare - ora è protagonista in diversi concerti invitato da gruppi prog e rock - è anche un po' merito nostro che lo abbiamo spinto».
Quale contributo hanno dato al disco?
«Pino Sinnone suona nel brano di apertura "Il mio nome è Dedalo". Il suo drumming è preciso e caratteristico, riconoscibile. All'epoca l'album "Caronte" dei Trip ci entusiasmava e il suo contributo col suo groove era notevole. Martin Grice, il simpatico inglese dei Delirium, ci ha sempre detto di essere un nostro fan e ci ha regalato due stupendi assoli: il primo nello strumentale "Labirinto" dove sfoggia la sua bravura al flauto e il secondo nel brano conclusivo "Ora che son qui" con un solo di sax da brividi. In quest'ultima canzone è presente anche l'altro Delirium, Ettore Vigo, che ci ha donato un intervento di piano veramente di gran classe col suo tocco un po' classico un po' jazz. Infine Giorgio "Fico" Piazza ha suonato il basso nel brano "L'arma vincente", cantato dal nostro bassista Giuseppe. Anche a "Fico" è piaciuto da subito il nostro modo di fare musica. Un onore averlo come ospite anche perché dopo i primi quattro straordinari album con la PFM, non è presente su nessun altro disco, tranne che in quello del Cerchio d'Oro!».
Piazza e Sinnone sono stati anche ospiti nel corso della vostra recente esibizione alla Fiera Internazionale della Musica che si è tenuta a Villanova. Ci racconti qualche aneddoto?
«Ci hanno fatto un ulteriore regalo. In effetti Piazza ce lo aveva già fatto l'anno scorso, quando venne ad Alassio solo per suonare un pezzo con noi in occasione del concerto in memoria di Wegg Andersen organizzato dai Trip. Al Riviera Prog Festival a Villanova abbiamo eseguito alcuni brani nostri tratti da "Il viaggio di Colombo", poi con Pino una canzone dei Trip, "Two brothers", a seguire alcuni brani nostri da "Dedalo e Icaro" e per finire con "Fico" abbiamo eseguito quell'inno prog che è "Impressioni di Settembre". Suonarlo insieme a chi originariamente l'ha registrato è stata una bella emozione. Aneddoti? La settimana prima del festival Pino è venuto da noi per provare il brano dei Trip, poi ovviamente abbiamo provato anche le nostre canzoni. Alcune le conosceva altre no. A un certo punto ha detto: ‹ragazzi, a parte che siete amici, bravi musicisti e brave persone ma poi componete della Madonna!›. Di "Fico" possiamo dire che nel camerino di Villanova, quando abbiamo provato unplugged alcune cose con lui e poi un intro a cappella, ha detto: ‹non sono abituato a suonare con così tanti che cantano bene›. E poi una chicca: nel nostro album ha suonato col basso Fender regalatogli all'epoca da Greg Lake!».
Anche la grafica, molto bella, trovo che sia in stile prog...
«La copertina è molto bella, il disegno è di Stefano Scagni, lo stesso che ha ideato la grafica di "Il viaggio di Colombo" che ha raccolto consensi ovunque. In effetti è un art work invidiabile e anche "Dedalo e Icaro" è accattivante a prima vista e siamo certi che acquisterà ancor più fascino nella versione in LP, disponibile da luglio, visto che sarà stampato in Germania».
Quale sarà il futuro de Il Cerchio d'Oro?
«Per ora godiamoci i bei riscontri e le recensioni dell'album. Ce ne sono già alcuni sul web italiano ma anche sull'importante sito americano Prog Archives e vedremo che tipo di "volo" potrà spiccare "Dedalo e Icaro". Poi, oltre a qualche concerto, penseremo a nuovi progetti…».
Titolo: Dedalo e Icaro Gruppo: Il Cerchio d'Oro Etichetta: Black Widow Anno di pubblicazione: 2013
Tracce
01. Il mio nome è Dedalo [musica Gino Terribile e Franco Piccolini; testo Gino Terribile]
02. Labirinto [musica Franco Piccolini]
03. La promessa [musica Giuseppe Terribile e Franco Piccolini; testo Pino Paolini]
04. L'arma vincente [musica e testo Giuseppe Terribile]
05. Una nuova realtà [musica Franco Piccolini; testo Gino Terribile]
06. Oggi volerò [musica Giuseppe Terribile; testo Pino Paolino]
07. Il sogno spezzato [musica Franco Piccolini; testo Pino Paolino]
08. Ora che son qui (Icaro...la fine) [musica e testo Giuseppe Terribile]