mercoledì 2 settembre 2015

Il Battaglione Batà canta la Resistenza nel fermano





Raccontano storie i ragazzi del Battaglione Batà. Storie che hanno più di settant'anni e che arrivano a noi in musica con l'album "Resistenza e Liberazione nel Fermano". Un disco dalla chiara impronta folk, in cui documenti e testimonianze di chi ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale in prima persona sono raccontate in nove canzoni originali composte da Paolo Scipioni. Si possono ascoltare racconti di episodi significativi della lotta di resistenza in un territorio che è oggi la provincia di Fermo. Gesti straordinari di gente comune che non sono finiti nei libri di storia ma che sono stati altrettanto importanti in momenti drammatici come quelli della Liberazione e della lotta partigiana. Storie di drammi, lotte, paure, sconfitte e vittorie che hanno la faccia del comandante Czellnik o del capo fascista Settimio Roscioli, della staffetta partigiana Mario Cifola e di Ken De Souza in fuga dal campo d'internamento di Monte Urano. Storie che vengono da lontano e che riprendono vita tra atmosfere musicali della tradizione folk fermana, grazie ad armonizzazioni mai scontate e anche all'utilizzo di uno strumento popolare come la fisarmonica. Oltre a Paolo Scipioni (voce e chitarra acustica), del Battaglione Batà fanno parte Andrea Verdecchia (basso acustico), Luca Spaccapaniccia (fisarmonica e cembalo), Lucia Marchioli (viola), Francesca Bracalente (voce).
Paolo Scipioni, nell'intervista che segue, ci ha raccontato cosa è stato e cosa è oggi il Battaglione Batà, tornato a lottare affinché queste storie non vengano dimenticate.




 Cosa era il Battaglione Batà e che significato ha per voi?

«Dopo l'8 settembre 1943, come in tutta Italia, anche nel fermano si formarono le prime organizzazioni resistenti. Il colonnello di stato maggiore Paolo Petroni, proveniente direttamente da Roma, allacciò rapporti con il Comitato di Liberazione Nazionale di Fermo e Macerata nel tentativo di costituire un gruppo partigiano che potesse controllare l'importante via di comunicazione, la Statale 78, che univa l'ascolano, il fermano e il maceratese. Questa strada era strategica in quanto ben nascosta dalle montagne e lontana dalla costa e quindi meno visibile, qui i tedeschi potevano transitare con più tranquillità. Il colonnello Petroni aveva delle conoscenze nella zona dei Monti Sibillini e precisamente nella città di Amandola che potevano permettergli la costituzione di gruppi di resistenza. Quindi in breve tempo, dopo l'ascolano e il maceratese, anche il fermano ebbe la sua formazione partigiana. Il numero delle persone che aderirono aumentò di settimana in settimana fino a superare i duecento uomini. Nacque così il Battaglione Batà, in onore del tenente Mario Batà di Roma che dopo l'armistizio si unì alla resistenza operante nel territorio dell'entroterra maceratese e che nel dicembre del 1943, dopo essere stato catturato dai tedeschi e successivamente processato, venne fucilato nel campo d'internamento di Sforzacosta. Alcuni ragazzi del fermano, già in azione con Mario Batà, decisero così di dedicare a lui questo gruppo partigiano. Che significato ha per noi? Mah, sentire parlare di storie in cui i tedeschi dettavano legge non mi sembra cosa di molti anni fa! È basilare vedere la strada percorsa e rintracciare le congruenze con l'attualità che generano schemi simili».

Perché avete chiamato così la vostra formazione? Vi sentite dei "resistenti"?

«Ci sono due motivi fondamentali. Il primo è perché mi è sempre piaciuto conoscere a fondo la mia terra, la mia città e la sua storia e sapere che da qui sono passati dei ragazzi che avevano più o meno la nostra età e che hanno fatto una scelta ben precisa per un obiettivo comune, lottando per ottenere qualcosa per loro ma sopratutto per chi sarebbe venuto dopo di loro. Tutto questo mi dà uno slancio positivo per affrontare le sfide dei nostri giorni, se nostri li possiamo considerare visto che viviamo all'interno di un meccanismo perfetto per i pochi ma non per tutti. Il secondo motivo è sostanzialmente quello di far conoscere tutto ciò che non è andato a finire sui libri di storia ma che ha contribuito alla Resistenza locale, magari anche in maniera silenziosa. Parlo di storie considerate minori, sconosciute ma ugualmente importanti, la resistenza armata e non armata, la grande solidarietà della nostra terra marchigiana e di tutti i contadini che hanno ospitato a loro rischio e pericolo prigionieri e fuggiaschi, la resistenza di uomini e donne che parlavano il mio stesso dialetto. Ora Fermo ha in qualche maniera ancora il suo Battaglione Batà che racconta tutto quello che è stato fatto per la libertà in questa odierna apparente calma che si può notare dall'altra parte della finestra. L'arma più appropriata ora ci è sembrata essere la musica. Siamo chiamati ad essere i partigiani del 2000, a resistere e combattere logiche politiche ed economiche che per certi versi mettono al tappeto più di quanto possa fare un colpo di fucile. Ti uccidono l'anima lasciandoti in piedi. Tutto questo ovviamente avrebbe non molto senso se non ci interessassimo di quello che succede oggi. Diciamo che questo progetto ci ha dato un "la storico" per partire alla volta del presente».

Chi sono i partigiani oggi?

«Già trovare una parte certa oggi sembra complicato, c'è molta confusione, non ci sono più forse neanche le parti, è un'unica grande associazione dove però da socio non hai neanche voce in capitolo, cioè devi contribuire e basta. Credo sia rimasto identico il motivo che può ricondurre oggi ad essere identificato come un partigiano e cioè la ricerca della libertà. Siamo tutti noi, uniti, a volere quello che normalmente ci spetta, che altro non è che avere una possibilità».

Siete un gruppo musicale giovane, perché avete puntato gli occhi sulla storia di settant'anni fa?

«Credo, purtroppo, che si stia già perdendo il valore della Resistenza, ad appena settant'anni dalla Liberazione. Non ci sono oramai più i partigiani per ovvi motivi anagrafici e con loro, testimoni diretti di certi orrori, di un'occupazione, di un'oppressione e della mancanza della libertà, sembra stia andando in pensione oltre alla memoria di quegli anni anche un certo modo di pensare, di ragionare intorno ai problemi che sono di tutti, della maggior parte delle persone. Viviamo in un mondo, quello attuale, che è braccato da innumerevoli crisi, oltre che economiche e lavorative, anche di valori quali la solidarietà, la condivisione con l'altro, qualsiasi esso sia. Tutto questo toglie il fiato se non addirittura, in certi drammatici casi, la voglia di continuare a lottare, ci isola, rimani solo contro certi palazzi. Ora avremmo bisogno più che mai di tanti Battaglioni Batà per dare un porto sicuro alle nostre esistenze, per avere un fatto motivazionale che muove e smuove le nostre coscienze e possa far gridare quello che attualmente ogni giorno toglie la speranza di un domani: la mancanza di un lavoro e la possibilità di progettare la propria vita. D'altronde credo proprio che non ci sia futuro senza memoria».

Cosa vi ha spinti a cantare i protagonisti della Liberazione di Fermo dai nazi-fascisti?

«Un giorno di circa dieci anni fa mi trovavo in Toscana a casa di amici e si stava parlando della Resistenza del casentino e di tutta la Val di Chiana, di quante storie quel territorio portava con sé. Tornando a casa pensai che storie del genere erano racchiuse da qualche parte anche in questa terra. Tutto questo mi incuriosì e appassionò. Iniziò così la ricerca di storie simili anche lungo tutta la valle del Tenna, dell'Aso e dell'Ete».

Quali sono state le fonti che vi hanno trasmesso queste storie?

«In quel periodo, collaboravo con un'associazione culturale folklorica che si chiama "Mazzamurelli de li Sibillini". Stavamo raccogliendo delle informazioni a casa di molti contadini della zona per uno spettacolo che avevamo in mente sulle tradizioni popolari e sul saltarello che è il ballo tipico per eccellenza del nostro territorio; molti dei nostri incontri andavano a finire inevitabilmente sul tema della guerra. Da lì ho raccolto molte di queste storie, altre le porto in eredità dai racconti dei nonni e altre ancora le ho conosciute grazie all'ANPI provinciale di Fermo e all'Istituto di Storia per il Movimento di Liberazione di Fermo. Un grazie speciale va a Peppino Buondonno, assessore alla cultura della Provincia di Fermo nel periodo in cui è nato questo progetto, che è riuscito nel tempo a mettere a disposizione della collettività, con particolare attenzione ai giovani, spazi molto importanti quali l'Istituto di Storia per il Movimento di Liberazione o come l'aula multimediale e il museo della Casa della Memoria di Servigliano che si trova nell'ex campo dei prigionieri di guerra. Ringrazio anche Carlo Bronzi, presidente dell'ANPI di Fermo per l'aiuto e la collaborazione che dura tutt'ora. Tutto questo mi ha permesso di leggere, scoprire e conoscere queste storie e di ritrovarne alcune di quelle sentite dai contadini, all'interno di libri, documenti e relazioni del tempo».

C'è qualche storia che ti ha colpito maggiormente?

«Oltre alle canzoni già incise che sono entrate a far parte del disco, ce ne sono altre che per vari motivi sono rimaste fuori o perché sono nate in un periodo successivo rispetto a quello della pubblicazione dell'album e che magari entreranno in qualche altro progetto, io ovviamente le porto tutte nel cuore. Forse "Canzone di Santa Caterina" che è nata dalla storia che mi ha raccontato mia nonna e che l'ha vista protagonista in prima persona, genera in me, nel suonarla, un'emozione diversa, anche perché sono cresciuto e abito ancora nella casa teatro di quella vicenda. Tolto l'elemento "genetico" tutte le altre sono di pari importanza per me».

Che insegnamento hai tratto da questa esperienza discografica?

«Alcune volte le canzoni non rimangono nel cassetto o chiuse tra le quattro mura della tua stanza. Grazie ad Antonio Ciccotelli e alle Edizioni Musicali e Discografiche Not.A.Mi abbiamo avuto la possibilità di far conoscere queste canzoni a più persone incidendole in un disco. È stato un buon cammino vedere questi brani con il loro vestito finale passare tra prove serali dopo il lavoro fino a notte inoltrata, ad arrangiamenti sempre più convincenti, cercando di rimanere con quel suono "resistente", con strumenti e timbriche suonate, in alcuni casi, anche dai partigiani».

Qual è lo scopo di questo disco?

«Lo scopo principale è quello d'informare su ciò che rischia di scomparire e non tornare più. Storie di gente comune che ha compiuto grandi cose che non sono andate sotto i riflettori della storia ma che hanno contribuito al fine comune e unitario. I destinatari sono ovviamente le giovani generazioni, i ragazzi delle scuole medie e superiori, anche se devo dire che ci sono molti bimbi che canticchiano già questi brani, il che mi fa pensare che se avessi chiamato Cristina D'Avena forse sarebbe stato tutto un altro successo... scherzi a parte! I ragazzi devono essere a conoscenza di alcuni capitoli della nostra storia molto importanti, alcuni dei quali hanno suggerito e generato la nostra Costituzione, mentre i grandi di certi capitoli già ne sono a conoscenza o per lo meno dovrebbero esserlo. Con molto piacere ho visto che all'esame di stato di quest'anno erano presenti in più tracce il tema della Resistenza, ecco diciamo che questo è il filone e lo scopo sostanziale del disco. Non a caso la copertina dell'album mostra una bimba davanti alla staccionata dove alcuni partigiani del Battaglione Batà sono stati fucilati circa settant'anni prima della sua nascita... è un tenere il filo da non perdere».

Le storie raccolte sul campo le hai musicate dando origine a nove canzoni originali. Come sono nati i brani del disco?

«Parte tutto dalle singole storie di eccidi, battaglie e gesta. Se si guarda bene tutto qui ci parla di questo: le piazze di alcuni paesi, le vie di alcune città, le scuole intitolate, i giardinetti pubblici che portano determinati nomi. Ci sono alcune vie di Fermo che portano dei nomi di persone apparentemente sconosciute. La curiosità di dare una storia a quei nomi, di sapere quale vita aveva dato il nome a tanti indirizzi mi appassionò molto, questo unito a tutto quello detto precedentemente mosse a favore di questi brani. Fermo è anche la terra di personaggi importanti legati in qualche modo alla Resistenza, all'arte, alla letterature e non solo, nomi come: Joyce Lussu, Osvaldo Licini, Ada Natali, Mario Dondero e tanti altri ancora. Era doveroso e quasi impossibile non farlo».

Quando hai adattato i racconti alle canzoni hai mai pensato al presente? Non hai mai immaginato di collocare al giorno d'oggi il comandante Czellnik o il capo fascista Settimio Roscioli?

«Come dicevo prima, se non lo leghiamo al presente questo progetto rimane solamente un documento storico. Deve, invece, farci riflettere sui drammi che viviamo oggi e sui legami sottili con il passato. Di esempi come Roscioli purtroppo ce ne sono abbastanza, di personaggi come il comandante Czellnik invece un po' meno e sicuramente si trovano in qualche parte sperduta del mondo. Il signor Czellnik, tra l'altro, il prossimo ottobre compirà cent'anni e vive ancora a Fermo, diciamo che abbiamo ancora molto da imparare, lui ci guiderà ancora una volta».

Come è stato accolto questo disco a Fermo?

«È stato accolto con stupore ed interesse, sopratutto dai giovani. Abbiamo avuto la possibilità di suonare alcuni brani durante uno degli appuntamenti promossi dalla Provincia e dedicati alla Costituzione, a cui hanno partecipato gli alunni dell'ultimo anno delle scuole superiori di Fermo che hanno espresso molto interesse in questo tipo di riscoperta. Anche durante le serate dal vivo c'è molta attenzione».

Come si evolve dal vivo questo disco?

«Oltre alle nostre canzoni, cantiamo brani popolari, canzoni che hanno fatto la Resistenza, nel vero senso della parola, sfidando il tempo e gli uomini. Proponiamo anche alcuni interventi e qualche testimonianza. Durante le serate trasmettiamo filmati che raccontano storie di prigionieri all'interno dei due campi di internamento che si trovavano da queste parti».

Per ultimo mi piacerebbe che ci presentassi i tuoi compagni di viaggio?

«Al basso c'è Andrea Verdecchia che è un mio vecchio amico, ci conosciamo praticamente da una vita, è stato anche coautore di due brani. Alla fisarmonica c'è il Maestro Luca Spaccapaniccia, un ragazzo eccezionale sotto ogni punto di vista, dalla musica al lavoro, è davvero un piacere suonare con lui. Ha curato quasi tutti gli arrangiamenti delle canzoni. Alla viola suona una giovanissima ragazza, Lucia Marchioli, molto preparata in campo musicale, studia al conservatorio di Fermo ed è di sicuro avvenire. La voce femminile del gruppo è quella di Francesca Bracalente, anch'essa giovane e preparata, all'occorrenza suona anche il violino. I suoni dal vivo sono curati da Matteo Bronzi, un giovane fonico fermano già di grande esperienza e bravura. Da parte mia e nell'intento del progetto, trovare giovani musicisti e collaboratori così preparati a portare la Resistenza nelle piazze, credo proprio che non avrei potuto chiedere di meglio. Tutte le foto del disco e delle serate sono a cura di Stefano Properzi che ha impreziosito il nostro lavoro. Siamo andati insieme sui luoghi della Resistenza». 



Titolo: Resistenza e Liberazione nel Fermano
Gruppo: Battaglione Batà
Anno di pubblicazione: 2015
Etichetta: Notami Folk/IRD

Tracce (musiche e testi di Paolo Scipioni)

01. Il comandante Czellnik
02. Da un po'
03. Il cavaliere nero
04. La radio che libera
05. Canzone di Santa Caterina
06. Partigianello
07. Se eri lì
08. Battaglione Batà
09. Fuga da Fermo