martedì 31 gennaio 2017

"A quiet life", il nuovo album dei Sir Rick Bowman





Si intitola "A quiet life" ed è il secondo disco dei toscani Sir Rick Bowman, band nata nel 2008 e subito protagonista nei locali delle province di Prato e Firenze in formazione semi-acustica. Il gruppo guidato da Riccardo Caliandro (voce e chitarra) ha messo in evidenza, fin da subito, una spiccata predilezione per la musica inglese, in particolare per il britpop. Progressivamente, al nucleo originario si sono aggiunti altri musicisti che hanno dato maggiore respiro al progetto e dopo alcuni Ep, la band ha pubblicato nel 2013 il primo disco autoprodotto dal titolo "Shades of the queue" con sonorità che hanno abbracciato anche il rock e l'elettronica. Archiviato il primo capitolo discografico, i Sir Rick Bowman sono tornati al lavoro e nei mesi scorsi hanno dato alle stampe "A quiet life", album che è stato registrato all'Ep Sop Recording Studio di Sesto Fiorentino e al The Carlos Room di Prato. Il lavoro è stato poi mixato e masterizzato da Leo Magnolfi. Diverse le influenze che si possono cogliere nelle tracce che compongono il disco e la predilezione verso certe sonorità britpop ha lasciato spazio a marcati accenni di psichedelia, rock, blues e naturalmente elettronica. Il disco, molto vario musicalmente e ben costruito, ha rappresentato un deciso passo in avanti nella maturazione artistica di questo interessante gruppo di cui fanno parte, oltre a Caliandro, Andrea Fabio Fattori (chitarra solista), Francesco Battaglia (basso, cori), Giacomo Di Filippo (tastiere), Emanuele Pagliai (batteria).
Della speranza di "una vita tranquilla" ne abbiamo parlato con Riccardo Caliandro. 



Dopo "Shades of the queue" del 2013, avete dato alle stampe il vostro secondo disco, "A quiet life". Qual è il motivo che vi ha spinto a farlo?

«"Shades of the queue" è un disco che abbiamo suonato molto, quasi troppo, e che racchiude il percorso evolutivo - e moltiplicativo - della band fino al 2013. Non c'è una ragione in particolare per il secondo, "A quiet life", - a parte i contratti milionari da rispettare (ride) - se non la voglia di fare altro, di dar forma a ciò che in modo naturale ha continuato a traboccare dagli strumenti. Abbiamo quindi cercato di mettere tutti e cinque gli occhi dietro l'obiettivo, per immortalare un momento di passaggio, personale e generazionale, come quello dei trent'anni. O venticinque, o trentacinque, in ogni caso quella traversata verso "A quiet life"».

La vostra bussola musicale punta verso il britpop anche se non mancano chiari riferimenti verso la psichedelia, il folk, il blues. Ritieni che il britpop abbia ancora qualcosa da dire?

«Ci capita spesso di essere associati al britpop: niente di personale verso il genere, il 20% della band ci è anche cresciuto, ma siamo abbastanza convinti che - soprattutto in questo disco - ci sia psichedelia, blues, rock'n'roll, folk, elettronica; forse il gusto per la melodia che a volte frettolosamente si etichetta come britpop fa da collante di base ma se cantassimo in italiano, che etichetta ci verrebbe cucita addosso? Il britpop tornerà di moda forse tra cinque, sei anni, ma in questo momento sembra assumere un'accezione restrittiva, quasi negativa, quando usato. Noi crediamo - e chi scende nelle profondità della nostra musica lo sente - di far molto di più».

Quali sono i gruppi che pensate possano avervi maggiormente influenzato?

«Ne potremmo citare molti. Ho iniziato a scrivere canzoni a otto anni, insieme a mia sorella Valeria (oggi la cantautrice Vilrouge) e allora - anche se di difficile percezione - le influenze erano gli ascolti in casa dei nostri genitori, dai classici italiani, fino ai Pink Floyd. Sono loro i primi in senso cronologico: lì si è determinato l'orientamento verso la musica anglosassone, o almeno credo. C'è poi chi di noi è cresciuto con i grandi chitarristi, il blues, i Led Zeppelin, il rock, gli anni '80, il pop, - quello fatto bene - ma anche la psichedelia, l'elettronica, il folk. ‹Ne potremmo citare molti› avevo detto, ma è più bello parlare per suggestioni».

Da dove deriva il nome del vostro gruppo?

«È una lunga, lunga storia. "Sir", è frutto della mente geniale di un mio caro amico, che cominciò a chiamarmi così molti anni fa per via dei modi regali che mi contraddistinguevano all'epoca. "Rick", facile. "Bowman", dedicato a Dave Bowman, protagonista di uno dei film più influenti per la sua unicità, "2001 Odissea nello Spazio". Prima ero da solo, e poi siamo diventati la band, 'i' Sir Rick Bowman. Non è poi così lunga come storia».

Chi sono i Sir Rick Bowman e da dove vengono?

«I Sir Rick Bowman si sviluppano a partire dal 2008, quando l'allora nucleo originale (chitarra, basso, batteria) inizia ad affacciarsi sui palchi delle province di Prato e Firenze in forma semi-acustica, arruolando progressivamente musicisti (seconda chitarra, piano) in grado di esprimere e dare vita ad un progetto che già dalle prime intenzioni sembra dover acquisire un respiro più ampio. Dopo alcuni avvicendamenti, arrivano alla formazione attuale».

Siete tutti intorno ai trent'anni, in un verso o nell'altro sono gli anni della svolta, delle grandi decisioni. Come li state affrontando a livello artistico?

«Scrivendo "A quiet life". Abbiamo sentito la necessità di immortalare un momento di passaggio che in ogni caso non tornerà, ma facendolo con la consapevolezza di chi sa che una fase della vita sta per passare lasciandosi dietro gioie e dolori. Niente di tragico, s'intende, ma per sfiorare l'aulico vorrei affermare che ci siamo messi a sedere e ci siamo fatti un autoscatto col timer a dieci secondi o forse più, anziché un banale selfie».

"440 or this thorn in the side" getta una luce nostalgica sugli anni che passano. Ci spieghi questa canzone.

«Come dicevo prima, il disco è un percorso attraverso varie fasi di analisi di ciò che si è (stati), e in questa ballata a metà tra gli Smiths e non so cosa, abbiamo voluto disegnare un ragazzo che si ritrova per caso in un luogo legato alla sua gioventù - un campo di calcio? - e, paralizzato dall'improvvisa percezione dello scorrere del tempo, è investito da un turbinio di emozioni e ricordi che quotidianamente lascia da parte».

"1937" ha un testo ermetico e la voce è usata quasi fosse uno strumento. Un brano onirico...

«Assolutamente d'accordo. La dimensione onirica riveste un'importanza decisiva nel nostro modo di scrivere musica. In "1937" il testo è ungarettiano anche per le luci e le ombre che getta su frammenti di guerra passata e futura; a supporto, un groove asciutto e tribale mescolato a synth eterei, profondi. Psichedelia ristretta».

"Hurry & fall" è un pezzo che strizza l'occhio al folk suonato con accordature aperte, cori e armonizzazioni molto interessanti…

«E poi c'è il folk. Il caro vecchio folk, le accordature aperte, andare 'da un'altra parte'. "Hurry & fall" nasce acustica, cruda, per vestirsi poi degnamente dell'abito dato nel disco. Ci siamo divertiti ad armonizzare con le voci, ad incrociare le chitarre... Ne è venuto fuori un bel pezzo, uno dei molti non riconducibili ad un'unica influenza, e forse più U.S.A. che U.K.».

Questo a confermare l'eterogeneità del disco che rispecchia un po' i vostri differenti gusti e background…

«Ognuno di noi ha uno o più punti di contatto con un altro membro della band, ma forse non c'è davvero continuità tra i gusti di tutti, e questo finisce per manifestarsi nel substrato del disco. Ecco il punto di arrivo: un disco eterogeneo e organico, tortuoso e talvolta angolare, ma che non si spezza mai».

L'album si chiude con "Black horizon", una canzone che si discosta un po' da quelle precedenti. È un capitolo di questo disco o può essere considerato un punto di partenza per un prossimo progetto?

«Curiamo molto la tracklist dei nostri dischi. Per "A quiet life" ognuno di noi ha buttato giù una proposta, e poi le abbiamo incrociate. "Black horizon" meritava la chiusura, chiude perfettamente il cerchio: è una canzone sospesa tra la parte più scura degli anni '80 e le suite dei '70, con una lunga coda onirica in crescendo che fa da contraltare all'andamento asciutto dei primi minuti. Gli ultimi tre accordi disegnano volutamente un finale aperto, rimettendo alla soggettività dell'individuo qualsiasi giudizio sulla 'vita tranquilla'. In ogni caso, non sappiamo ancora se sarà il punto di partenza per il disco che verrà, le prossime session ci diranno in che direzione incamminarci, abbiamo già qualche idea».

Avete ancora qualcosa nel cassetto delle session che hanno dato vita al disco?

«Tra mutande e calzini qualcosa troviamo sempre. Ci piace molto improvvisare e abbiamo alcune versioni embrionali di potenziali pezzi giusti: se avranno un futuro o meno dipenderà anche dall'inclinazione che daremo al prossimo album».

Qual è la canzone che ritenete sia cresciuta maggiormente dopo il lavoro in studio?

«Il lavoro all'El Sop con Leo Magnolfi ha fatto crescere tutti i pezzi. Siamo arrivati in studio con molte idee chiare (come al solito), ma la collaborazione con Leo è stata un'esperienza davvero costruttiva: siamo riusciti a dare calore e profondità, a plasmare i suoni, tutte le tracce sono migliorate sensibilmente, ognuna per un aspetto diverso. Ci siamo trovati bene a livello umano ed artistico, e le cose sono venute da sé. In definitiva, siamo soddisfatti del sound raggiunto in "A quiet life", ma non è il caso di fermarsi: vogliamo proseguire con la ricerca, non rimanere parcheggiati nella comfort zone, non ripetere ciò che riteniamo di saper fare».



Titolo: A Quiet Life
Gruppo: Sir Rick Bowman
Etichetta: New Model Label
Anno di pubblicazione: 2016

Tracce
(testi e musiche di Riccardo Caliandro)

01. Otis
02. Tip of the tongue
03. His man
04. A quiet life
05. 1937
06. Hurry & fall
07. The A. of Spencer Dwight
08. 440 or this thorn in the side
09. Youth
10. Seawolf
11. Black horizon

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mercoledì 25 gennaio 2017

Giacomo Marighelli racconta "Il cerchio della vita"





A pochi mesi dall'uscita di "Del movimento dei cieli", album scritto insieme a Friedrich Cané, Giacomo Marighelli è tornato in sala di registrazione per dare vita al primo disco a suo nome dopo i tre pubblicati con lo pseudonimo di Margaret Lee e quello a nome Vuoto Pneumatico. "Il cerchio della vita" è una esperienza creativa a tutto tondo. Si tratta di un disco solista che ha visto il cantautore ferrarese scrivere e cantare le canzoni, suonare le chitarre elettriche e acustiche e inserire suoni e rumori. Unico ospite, peraltro limitato al solo brano "L'angelo dalle mani di tela", è Massimo Menotti, fresco collaboratore di Philip Glass, che ha arricchito la canzone con arpeggi di chitarra. "Il cerchio della vita" è un disco essenziale, nato da una produzione "in togliere", in cui Marighelli si espone senza filtro e maschere e che esprime appieno le potenzialità di questo artista, capace di legare musica e poesia in un intreccio indissolubile. L'amore in tutte le sue possibili manifestazioni e realizzazioni è il filo conduttore delle undici tracce che compongo l'album. L'amore non come rapporto a due, o non solo, ma come fondamento del tutto e fonte di energia universale, in grado di genera una coscienza individuale e poi una coscienza dell'umanità. Marighelli, appassionato di tarologia e metagenealogia, parte da storie d'amore, anche dolorose, per poi arrivare sempre all'aspetto positivo di ciò che si è realmente. Con questo disco, nato in un casolare isolato tra le cicale e i grilli nella torrida estate del 2015, Marighelli si conferma artista di prim'ordine del panorama indipendente, sempre pronto a stupire, come in questo caso.
Con lui abbiamo approfondito il discorso su "Il cerchio della vita". 



Giacomo, ci risentiamo a distanza di un anno esatto. In quell'occasione parlammo di "Del movimento dei cieli", disco scritto insieme a Friedrich Cané, oggi abbiamo in mano invece "Il cerchio della vita", il primo album a tuo nome pubblicato poche settimane fa. Cosa è successo in questo anno per spingerti a produrre questo nuovo disco?

«Semplicemente sentivo l'energia e la creatività per produrre questo lavoro solista. È dal 2013 che ogni anno tra collaborazioni o altro pubblico un album (Margaret Lee, Vuoto Pneumatico e appunto con Friedrich Cané), quindi potremmo dire che è la normalità se dovessi mantenere questi ritmi».

Quanto hai portato con te dall'esperienza musicale con Cané e cosa vi troviamo nel nuovo disco?

«Senz'altro l'esperienza di creare un'opera si imprime nelle profondità del proprio inconscio, con conseguente crescita artistica. Già con Cané ho iniziato a scrivere testi inerenti l'amore, ma non l'amore di coppia banale e classico come spesso si confonde; ma l'amore che serve per sviluppare l'umanità, la coscienza delle persone, l'amore di cui siamo composti naturalmente».

Ancora una volta i testi hanno un ruolo di primo piano nel progetto. Ti senti più poeta o musicista?

«Non mi sento un bel niente, cerco costantemente di essere me stesso e autentico, quindi di conseguenza esprimerlo nella realtà. Cerco di essere poesia e musica in tutto ciò che faccio».

Per quanto riguarda la musica ti sei limitato a suonare le chitarre e a inserire suoni. Hai creato tappeti sonori su cui innestare le parole…

«Diciamo che nascevano assieme; non mi reputo un virtuoso della chitarra nonostante io abbia seguito svariati ottimi maestri da quando avevo 11 anni. Non mi è mai interessato imparare determinate cose, preferisco farle fare agli altri. Ho cercato di creare ciò che secondo me mancava come sonorità nel mondo, dalle parole alla musica, attraverso il mio piacere».

L'unico musicista che troviamo tra i crediti è Massimo Menotti che ha suonato la chitarra nella canzone "L'angelo dalle mani di tela"…

«Mi sarebbe piaciuto ci fossero anche altri musicisti, ma purtroppo alcuni erano impegnati e altri non disponibili per collaborazioni. Massimo è un'ottima persona e musicista, ha di recente pubblicato un disco per Philip Glass ("Minimalist Guitar Music")».

Nelle undici tracce del disco l'amore è elemento predominante. Credi che sia la pietra angolare dell'universo?

«L'amore è ciò di cui siamo composti noi esseri umani, nella nostra essenza; quando indossiamo maschere andiamo disperdendoci, portandoci appresso nodi e nevrosi familiari che, senza neppure saperlo, ci impediscono di vivere realmente chi siamo. Questo disco ha lo scopo di sviluppare l'amore nell'ascoltatore. Una volta mi è capitata un persona avvolta dal nodo sadomasochistico che ha ascoltato un brano ("Mentre tu mi cerchi") e pochi secondi dall'inizio ha incominciato ad urlare dicendo che le era venuta la tachicardia, che non poteva proseguire perché stava male: riscoprire l'amore per lei era troppo, il che significava sciogliere il nodo di sofferenza da cui era avvolta e quindi eliminare dalla vita una parte della sua personalità a cui tanto era legata».

Quale aspetto dell'amore che tu canti è più difficile da affrontare?

«Non credo ci sia un aspetto più difficile da affrontare, credo sia importante entrare sempre più dentro se stessi per sapere chi siamo, cosa vogliamo, lasciando da parte l'ego e facendo parlare la nostra essenza, il cosiddetto essere essenziale».

L'amore è allo stesso tempo anche dolore, da cui si genera una successiva evoluzione…

«Il dolore è necessario per crescere e svilupparci, ma attenzione da non confonderlo con la sofferenza, ovvero dolore mantenuto vivo nel tempo. In questo caso si parlerebbe di nodo sadomasochistico (uno dei sei principali nodi che le persone hanno impedendo loro di vivere pienamente la loro vita). Se si impara che tutto è effimero, tutto è una ciclicità senza fine, automaticamente il presente diventa immenso e infinito».

Su un lato della copertina si legge "Questo disco ha lo scopo di sviluppare l'Amore nell'ascoltatore". Sei proprio convinto che la musica riesca ad ottenere questi risultati prodigiosi?

«Come raccontavo prima, ho avuto varie conferme, di cui positive, con persone che utilizzano il disco nei momenti di buio e necessità di energie benefiche. Io ci ho messo questa intenzione; senz'altro ci sono persone più brave di me in questo, anche attraverso strumenti ancestrali, frequenze benefiche, hang, musiche rilassanti, ognuno con effetti differenti (chi l'amore, chi il rilassamento, chi il benessere). La musica, come tutte le forme artistiche e creative, raggiunge ottimi risultati».

Quanto c'è di personale in quello che canti?

«Di personale c'è praticamente tutto trasformato però al transpersonale, quindi lasciandomi avvolgere da ciò che mi circonda, ciò che vedo, le storie degli altri».

Se le undici tracce del disco dovessero essere rappresentate in uno spettacolo teatrale come te lo immagineresti?

«Pieno di colori con onde magnetiche visibili agli occhi, ma anziché essere onde magnetiche sono onde benefiche. Quarzi e pietre che compongono lo sfondo, una sfera immensa a volte nera a volte luminosa, quando nera dentro compare l'elettricità che scorre come fulmini. Poi in tridimensionalità lo sfondo della città, di un treno, delle nuvole, poi del mare, poi la luna; infine lasciare che gli spettatori vadano nel palcoscenico e si ritrovino avvolti in una scatola, scoprendo di essere loro i protagonisti e che la scatola oltre a loro contiene le stelle e tutto l'universo, fino a dissolversi e lasciare il pubblico tra le comete, sempre tutto nella tridimensionalità». 

Mi ha fatto pensare la copertina del disco. Quattro mani rosse con altrettanti insetti sulle dita e fiori che hanno perso il loro colore naturale e sono risucchiati in questo vortice. Una visione quasi post-atomica…

«Cosa c'è di più atomico che dell'energia delle persone, della loro passione. La bellezza che si trasforma nell'unione degli esseri umani. Non a caso il motore degli umani è il centro energetico sessuale/creativo, come lo chiamo io centro Azione».

Quale sarà il tuo prossimo passo?

«Prossimo passo non lo so, in questo momento mi sto dedicando molto ai tarocchi e alla metagenealogia; tarocchi usati non per predire il futuro ma per comprendere meglio certi aspetti sui quali vogliamo indagare della nostra vita e la metagenealogia è lo studio dell'albero genealogico il quale serve per conoscersi meglio, andare alla radice del problema e permetterci di sciogliere i nodi e le nevrosi in noi. Nella musica per ora non ho progetti, vorrei pubblicare il mio romanzo e potrebbe essere che ne farò un filmbook, una sorta di audiobook ma con le musiche e ruoli degli attori/declamatori. Non so, tutto è in procinto di definizione».


Titolo: Il cerchio della vita
Artista: Giacomo Marighelli
Etichetta: La cantina appena sotto la vita
Anno di pubblicazione: 2016

Tracce
(testi e musiche di Giacomo Marighelli)

01. Avrei voluto masticare il tuo cuore
02. Sei tu quella che aspettavo da tempo?
03. D'amore si vive
04. Mentre tu mi cerchi
05. Le cose cambiano
06. L'angelo dalle mani di tela
07. Il grillo che fischia
08. In solitudine
09. Il dio denaro
10. Il cerchio della vita
11. La ragazza invisibile (bonus track)


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giovedì 12 gennaio 2017

Con stupore Le3Corde esclamano "Na!?"




Canzone d'autore, impegno civile, poesia e passione. Sono questi gli ingredienti di "Na!?", disco pubblicato da Le3Corde, gruppo tarantino nato nel 2008 dall'incontro tra la cantante e chitarrista Giù Di Meo e il bassista Alessandro Martina. Dopo aver dedicato attenzione verso i grandi cantautori italiani, il duo ha iniziato nel 2011 a lavorare a composizioni originali e ha pubblicato un cd demo. L'ingresso nel gruppo del batterista Maurizio Casciabanca nel 2014 ha dato slancio al progetto e due anni dopo ha visto la luce "Na!?", pubblicato per l'etichetta ferrarese New Model Label. Il disco d'esordio contiene sette canzoni originali, più una bella cover di "Ma che freddo fa", indimenticabile brano portato al successo da Nada. È musica legata alla tradizione cantautorale quella proposta da Le3Corde, ma è anche pop ricco di contenuti e significati. Una parte importante del lavoro è stato riservato ai testi che affrontano problemi attuali come la mancanza di lavoro, la politica che ha sporcato l'Italia, il futuro che si deve regalare ai figli e alla possibilità di scegliere senza per questo venir discriminati, e di eroi morti che ancora oggi sono un simbolo e una guida per molti giovani. Ma le canzoni che compongono il disco sono anche un invito a stupirsi della bellezza, delle ingiustizie e dei momenti felici. Per gli autori le canzoni devono essere anche uno sprone a non mollare e a dire no con la forza dell'intelligenza e non della violenza. Una rivoluzione fatta con il sorriso nella speranza di stupire e lasciarsi stupire anche in una città come Taranto. "Na!?" è un lavoro che merita di essere apprezzato e soprattutto ascoltato con attenzione.
Con i componenti del gruppo abbiamo parlato di questo disco che ha fatto parte delle cinquanta opere in lizza per la Targa Tenco 2016 nella categoria “Opera prima”.



Perché avete deciso di chiamarvi "Le3corde" come il titolo del monologo de "Il berretto a sonagli" di Luigi Pirandello?

«La scelta del nome della band nasce dalla passione per il teatro e, in particolar modo, per le commedie di Eduardo De Filippo, il quale ha egregiamente interpretato "Il berretto a sonagli" di Pirandello. Nessun altro nome avrebbe potuto spiegarci con semplicità; le tre corde della mente... chi non ce l'ha?».

Cosa rappresenta per voi quella commedia, interpretata magistralmente da Eduardo De Filippo?

«La commedia rappresenta sicuramente quella scissione che poi è alla base della vita: il conflitto fra forma e vita, fra finzione e verità. Ancora una volta il giudizio ritorna prepotente, come nella vita di tutti noi, e la pazzia diviene espediente per scansare la triste realtà. Uno scudo, un rifugio è la pazzia un po' come le arti in generale. D'altronde un po' come la musica, ci si rifugia e ci si trova conforto, ci si accuccia fra le note, ognuno per un motivo, ma pur sempre per sfuggire da qualcosa».

Chi di voi è la corda civile, chi la corda seria e chi la corda pazza?

«Nessuno di noi rappresenta a pieno una corda sola; diciamo che ognuno di noi è uno e trino. Ogni corda la giriamo nel momento del bisogno, appunto per affrontare e/o sfuggire da qualcosa».

Avete intitolato il vostro disco "Na!?", mi spiegate cosa significa?

«È una tipica espressione tarantina che rimanda allo stupore. Con il "Na!?" invitiamo a stupirsi ancora della bellezza, delle ingiustizie e dei momenti felici. Nulla deve essere dato per scontato ed il "Na!?" vuole racchiudere, con un velato omaggio alla nostra città, un invito a non mollare, a chiedersi il perché delle cose, a chiedere per sapere».

Con le vostre canzoni affrontate temi molto attuali. Cosa volete comunicare?

«Le tematiche trattate sono diverse e, anche se apparentemente lontane, hanno come filo conduttore la bellezza del dire "No", la forza di opporsi con intelligenza e non con violenza, la voglia di rivoluzione gentile. L'augurio è sempre quello di stupire e lasciarsi stupire».

Nel testo della canzone "Di sana e robusta costituzione" troviamo il verso ‹il popolo non l'ha mai capita oppure il popolo l'ha dimenticata›. La recente consultazione referendaria smentisce questa affermazione. Cosa ne pensate?

«Probabilmente la smentisce in parte... il giorno dopo il referendum nell'autobus (che è l'anima sociale e politica della città) parecchia gente sosteneva di aver votato NO solo perché Renzi aveva fatto arrivare parecchi immigrati in città. Questo allora merita o no un bel "NA!?" di stupore? Peccato che il risultato non vada spesso di pari passo con la determinazione e la conoscenza. Però noi continuiamo a stupirci... chissà, un domani lo potremmo fare in positivo!».

Il partigiano voleva ‹uno stato dal volto umano› e la società d'oggi cosa vuole?

«La società di oggi vuole una guida, una grande fiducia da perseguire, un modello a cui rifarsi, ma non per imitazione o profitto, ma per convinzione. Si è persa la convinzione, sì, la parte più bella di una persona. Quello che chiamiamo "carattere", quella parte che freme e che parla, canta, suona, balla quando è convinto. Si è perso il gusto del personale, ma il nostro "NA!?" è ancora una volta un invito a stupirsi in positivo anche su questo concetto».

Altro tema caldo, quello di scegliere di non battezzare il figlio senza per questo essere bersaglio di critiche, in "Signor Buonasperanza"…

«Brano che prende spunto dall'ultima commedia di De Filippo, ‹Gli esami non finiscono mai›. Una vita sotto esame, sotto giudizio, una vita da "contratto", per poi rendersi conto che le verità nascono altrove. Come la fede, quella verace, pura, sincera, nasce dal basso, dalla gente che incontriamo per strada, tutti i giorni. Un brano che dice "NO" e "NA!?" al tempo stesso; se da un lato colpevolizza certi atteggiamenti, dall'altro si stupisce di ciò che poi è veramente una fede, una dedizione, un amore verso un figlio. La scelta, alla base di ogni vita, è lo stupore più bello che si possa regalare».

Peppino Impastato è il protagonista, seppure mai citato esplicitamente di "A.N.N.A."…

«L'acrostico è chiaro, i colori e i sapori di questo brano sono chiari, non era necessario cantare il nome di Peppino. ‹Non se lo sono scordati a Peppino› dice Felicia Impastato nel film "I cento passi", e nessuno mai potrà farlo. Poi crediamo che non sia necessario spiegare sempre tutto, ognuno girando le sue corde della mente potrà interpretare, stupirsi e assorbire tutto ciò di cui avrà bisogno».

In "Autunno" cantate di un vento bugiardo che ha indotto all'inganno. Cosa rappresenta questo testo?

«Questo è il brano del tradimento; la musica, come abbiamo scritto prima, diventa sfogo e rifugio. Abbiamo immaginato come ci si possa sentire in quella condizione; la contraddizione fa sempre da padrona: il ritmo allegrotto e incalzante che tiene testa alle parole struggenti se immaginate senza musica. L'abbandono non è mai abbandono totale, qualcosa rimane. Certo, il vento nella vita soffia sempre, a volte molto forte, altre volte un po' meno, ma quella radice, quella piccola radice che rimane incollata alla base potrà stupire ancora una volta. E allora l'autunno che passi pure, per dare spazio ad altre nuove stagioni».

In passato la musica era un potente mezzo di comunicazione, ritenete che abbia mantenuto la stessa forza?

«La musica era, è e sarà sempre un potente mezzo di comunicazione. Non crediamo di poter aggiungere altro».

Il disco si chiude con una bella cover di "Ma che freddo fa" di Nada. Perché questa scelta?

«Nada è un'artista che ci piace molto, fresca, dal carattere tosto e deciso; questo brano lo portiamo spesso durante i live e, un po' come portafortuna, lo abbiamo inserito nell'album, anche per non rinnegare le nostre origini di interpreti di altri artisti famosi».

Che cosa ha significato per voi essere entrati con "Na!?" tra i dischi candidati alle Targhe Tenco?

«"NA!?" abbiamo detto quando Govind Khurana della New Mobel Label ce l'ha comunicato. Una bella soddisfazione, una bella sorpresa. Siamo stati contentissimi di poter essere stati ascoltati e inseriti nei cinquanta artisti candidati alla Targa Tenco. Andremo sempre avanti, nonostante le mille avversità della vita di tutti i giorni, Le3corde risuoneranno ancor. D'altronde... se son corde gireranno».


Titolo: Na!?
Gruppo: Le3Corde
Etichetta: New Model Label
Anno di pubblicazione: 2016

Tracce
(testi e musiche Le3Corde, eccetto dove diversamente indicato)

01. Non è vero
02. A.N.N.A.
03. Di sana e robusta costituzione
04. Il mondo
05. Signor Buonasperanza
06. Le tre corde (II)
07. Autunno
08. Ma che freddo fa  [Mattone, Migliacci]



giovedì 29 dicembre 2016

Mauro Pinzone, una "Foto sintesi" di emozioni




Tutte le volte che incontro Mauro Pinzone si finisce per parlare piacevolmente di musica e uno degli argomenti centrali degli ultimi mesi è stato il suo nuovo album. Pubblicato in questi giorni, "Foto sintesi" ha richiesto un lungo periodo di gestazione, tra accelerate, rallentamenti, cambi di direzione. Alla fine il prodotto è stato dato alle stampe e oggi abbiamo in mano, finalmente, un disco sincero, onesto, emozionante, con canzoni scritte ottimamente e suonate altrettanto bene che esprimono la visione del mondo e gli stati d'animo del cantautore ingauno. Un lavoro eterogeneo che abbraccia vari generi, dal jazz-rock alla progressive, dal classico cantautorale fino a qualche sentore new age. Il disco è composto da dieci canzoni inedite e due estratti di uno spettacolo di teatro canzone, "Punti di (s)vista", scritto e interpretato da Roberto Bani con le musiche di Pinzone.
Mauro Pinzone è personaggio noto nell'ambiente musicale ligure. Nel corso della sua carriera ha intrecciato la sua chitarra con molti colleghi. È stato impegnato in diversi progetti a partire dai Pensieri Compressi che hanno lasciato l'impronta con l'ottimo album d'esordio, fino ad arrivare alla band multietnica degli Afka'r. Alcuni di questi compagni di viaggio Pinzone li ha voluti al suo fianco anche nel suo ambizioso progetto solista. Hanno contribuito alla realizzazione di "Foto sintesi" alcuni dei musicisti più apprezzati della scena savonese: Maurizio De Palo alla batteria, Federico Fugassa al basso e contrabbasso, Mohamed Ben Hamouda alle percussioni, Claudio Bellato alle chitarre, Fabio Biale al violino, Davide Baglietto al flauto e alla cornamusa, Emanuele Gianeri alle tastiere, Giovanni Amelotti alle tastiere e all'oboe. Una citazione a parte la merita Alessandro Mazzitelli che ha registrato e mixato il disco, oltre ad aver suonato le tastiere e inserito effetti sonori.
Con Mauro abbiamo parlato del suo nuovo lavoro, del significato delle sue canzoni e della scena musicale savonese.



Mauro, iniziamo dal titolo del tuo nuovo disco "Foto sintesi". Qual è il suo significato?

«Quando scrivo una canzone cerco di descrivere delle sensazioni, mi piace pensare che un brano possa farti sentire dei profumi, evocare delle immagini. Mi piace pensare che chi ascolta personalizzi queste sensazioni, trasformandole in veloci fermo immagine, come se fossero delle fotografie. "Foto sintesi" è, appunto, la sintesi di questo pensiero».

Da dove arrivano queste dieci canzoni?

«Ovviamente ciascuna di esse ha una storia ben precisa ma sono tutte canzoni scritte nell'arco degli ultimi tre anni e quasi sempre nello spazio di qualche ora. Amo pensare che quando scrivo un testo ci sia una sorta di anima guida che mi ispiri. La musica viene sempre in un secondo tempo. Mi piacciono gli accordi "aperti" e i "rivolti". Alcune sono state scritte su "commissione", come "Donne soprappensiero" per una manifestazione sulla donna tenuta l'otto marzo, e "Stella", scritta per un concerto tenuto la notte di San Lorenzo (un modesto regalo ad Alberto "Il Cala" Calandriello), combinazione entrambi i concerti si tennero a Bardino. "Riflessi" e "Segreti" rappresentano più degli stati d'animo, delle visioni temporali e umorali in libertà…».

Quanto c'è di personale nei brani del tuo disco?

«Beh, c'è sempre il punto di vista di chi li scrive, anche se si tratta di argomenti che parlano di altri. C'è tutto di personale, è la personale visione di un artista, di quello che gli accade dentro e attorno. Ogni canzone rappresenta sicuramente lo stato d'animo di quel momento, ma c'è sempre qualcosa che fa scoccare la scintilla creativa. Se poi la domanda implicita è cosa significano per me queste canzoni, beh… ognuna è un pezzo della mia vita. Alcune sono scritte ispirate da donne con cui ho condiviso qualcosa, oppure con le quali avrei voluto condividere qualcosa».

E proprio l'universo femminile è ricorrente nelle liriche delle tue canzoni. Gioie e dolori che solo le donne sanno regalare…

«Non c'è dubbio che le donne siano esseri superiori agli uomini, e le loro contraddizioni, il loro essere fragili e forti allo stesso tempo ne fanno degli esseri speciali, unici. Sono convinto che se il mondo fosse guidato da donne sarebbe migliore. Dal punto di vista personale non ho difficoltà ad ammettere di avere più amiche donne che uomini, mi piace ascoltarle, mi piace discutere con loro. I discorsi degli uomini mi annoiano (ad eccezione ovviamente di chi fa musica e arte in genere), li trovo scontati, prevedibili, una linea retta che non ammette deviazioni. Una donna è sempre imprevedibile, e ti riserva sempre sorprese ed emozioni».

Nel disco troviamo anche due recitativi di Roberto Bani. Perché hai sentito l'esigenza di inserirli e quale funzione hanno nell'economia dell'album?

«Con questo cd ho voluto anche omaggiare la scena artistica del ponente ligure, sintetizzando la mia opera di questi anni. Con Roberto, una paio di anni fa, abbiamo creato uno spettacolo, "Punti di Svista", in cui lui giocava con le mie canzoni e io con i suoi monologhi: sono pertanto nati otto "quadri" composti da monologhi di Roberto e canzoni mie, una di queste è "Non sei originale", e mi è piaciuta l'idea di inserire nel cd il rispettivo monologo, che aveva peraltro ispirato la canzone».

Bardino '13: Mauro Pinzone (copyright Martin Cervelli)
Quale canzone rappresenta al meglio il tuo stato d'animo?

«Credo ce ne siano due che mi fanno sempre stare bene quando le suono ed esprimono al meglio gran parte del mio essere, e sono "Stella" e "Segreti". Confesso che quando le suono, a differenza di altre canzoni, mi sembra sempre che sia la prima volta che le eseguo. Credo, infatti, che per un artista ogni sua opera sia tale nel momento in cui la crea, dopo è come se avesse vita autonoma, e pertanto l'artista se ne stacca e pensa a crearne altre».

Come si sono svolte e quanto sono durate le sessioni di registrazione?

«Ahia, faresti meglio a porre questa domanda ad Alessandro Mazzitelli. Quando ho iniziato a registrare avevo l'idea di un disco totalmente acustico, iniziando con l'essenziale, voce e chitarra, e inserendo poche collaborazioni mirate a quello. Avevo anche l'intenzione di finire la registrazione (contrariamente a quella pronta ormai da più di dieci anni e che non mi decido a pubblicare) in pochi mesi. Strada facendo è cresciuto l'appetito, molti artisti si sono uniti e il progetto è nato a poco a poco. Ho lasciato ampi spazi ai musicisti, presenziando ben poco alle registrazioni, anche perché sapevo benissimo chi erano, che tipo di musicisti fossero e cosa avrebbero potuto apportare in creatività al disco. Alcune collaborazioni sono nate da un giorno all'altro, per esempio con Ben Hamouda: rivisto a cena a casa mia la sera e la sera dopo in sala di registrazione. Alcune sessioni si sono svolte a sorpresa, con Fabio Biale ed Emanuele Gianeri ad esempio, e ne sono venuto a conoscenza da fotografie su Facebook. I vari elementi si sono amalgamati, sotto la direzione attenta di Mazzitelli e la mia supervisione, anche in maniera disordinata ma con una loro precisa armonia. I tempi previsti si sono allungati in maniera esponenziale, vuoi per la mia pigrizia, vuoi per gli svariati impegni di Alessandro, vuoi perché inserivo nuovi artisti, insomma ci è voluta la telefonata di Davide Geddo che mi chiedeva a che punto ero per la partecipazione al festival "Su la Testa" di Albenga a farmi decidere di concludere la registrazione e pubblicare il disco. Nelle ultime settimane ho anche stressato la mia amica Angela Caprino perché si inventasse di sana pianta la grafica e direi che, nonostante il poco tempo, sia riuscita a fare un ottimo lavoro. Ti basti pensare che quando ho iniziato a registrare Alina, la compagna del "Mazzi", aveva il pancione a ora vedo una foto della piccola Ginevra che ha in mano il mio cd. La mia grande soddisfazione è quella di essere riuscito alla fine a coinvolgere alcuni tra gli artisti più significativi del ponente ligure, e ne sono orgoglioso».

Loano '15: Mauro Pinzone (copyright Martin Cervelli)
 Nel disco ti sei circondato di amici musicisti, da Giovanni Amelotti a Claudio Bellato, da Federico Fugassa a Maurizio De Palo. Come sono nati questi incontri e cosa hanno apportato al tuo disco?

«Sono musicisti con cui ho suonato e con cui avrei voluto suonare da una vita. Maurizio De Palo ed Emanuele Gianeri fecero parte dei Pensieri Compressi, entrambi hanno contribuito alla registrazione del cd del 1998, sono musicisti formidabili. Ben Hamouda e Giovanni Amelotti, invece, hanno suonato con me negli Afka'r, il primo dando un'anima afro al gruppo, il secondo dando un'anima jazz. Sia Giovanni che Emanuele, oltre ad essere dei raffinati musicisti, hanno il dono di saper rendere ogni brano su cui mettono le loro preziose mani, un caleidoscopio pirotecnico di suoni. Federico Fugassa è oggi uno dei migliori bassisti in circolazione da queste parti, con un gusto unico, che mi ha impressionato sin dal primo momento che l'ho sentito suonare e che ho voluto fortemente partecipasse a questo progetto. Claudio Bellato lo conosco da più di vent'anni, è un ottimo chitarrista, forse uno dei migliori in Liguria, un grande amico e una persona splendida che meriterebbe molta più visibilità di quella che ha e con il quale da sempre avrei avuto il piacere di suonare. Fabio Biale… che dire che non sia stato ancora detto? Sentirlo e vederlo suonare è una delizia per le orecchie e lo spirito. Quest'estate mi ha ricordato come nel 1999 fossi già rimasto impressionato da come giostrasse sulle quattro corde del suo strumento, e di come mi feci dare il suo numero di telefono con la promessa di chiamarlo per coinvolgerlo in qualche progetto… e di come invece non lo chiamai. In questi anni gli ho fatto una corte pressante e alla fine mi ha fatto la sorpresa di partecipare alla registrazione. Davide Baglietto lo conosco da diversi lustri, una persona di cui nutro un infinita stima, soprattutto per la sua poliedricità come musicista, per la capacità di sapersi infilare con una cornamusa o un flauto in maniera egregia ovunque, mi piaceva l'idea che si "infilasse" anche in un brano del cd. Senza parlare poi di Alessandro Mazzitelli, che conosco anch'egli da una vita, e che conosce perfettamente me, soprattutto, con il dono di saper infilare pennellate di colori musicali qua e là con gusto e raffinatezza. Cosa hanno apportato al mio disco? Spero quello che si sentivano dentro all'anima, dentro al cuore».

Devo dire che mi piace particolarmente la canzone intitolata "Sorriso che corre". Cosa mi puoi raccontare di questo brano?

«Differentemente da altre mie canzoni, questa è una storia, per questo credo piaccia molto. Durante i miei concerti prima di eseguirla racconto sempre come è nata: una sera piovosa, un autobus che mi passa davanti e dietro un ragazzo di colore che corre perché cerca di prenderlo alla fermata successiva e sorride, sorride in maniera splendente, da questa "visione" nasce la canzone "Sorriso che corre"».

Torniamo al recente festival "Su la Testa" di Albenga, durante il quale hai avuto l'occasione di far ascoltare in anteprima alcuni dei brani del tuo nuovo album. Che impressione ti ha fatto e quali sono state le difficoltà da superare?

«Gran bella situazione, gran bel gruppo di organizzatori, grande rispetto dei musicisti, elevato livello musicale. In questa occasione mi sembra di essere stato sintetico, no? A parte gli scherzi, è stato sicuramente un grande onore per me suonare sul palco del Teatro Ambra e credo che sia il pubblico che gli organizzatori abbiano gradito. Difficoltà? La chitarra non teneva l'accordatura».

Nel corso della tua vita quale è stato il cantante che ti ha maggiormente influenzato?

«Mah… bella domanda, ho passato diverse fasi, ma sicuramente i primi amori non si dimenticano mai. Sul versante italiano Eugenio Finardi, poi Claudio Rocchi e Claudio Lolli; sul versante straniero, David Crosby, Neil Young e Bruce Cockburn, quest'ultimo particolarmente, per la raffinatezza sia dei testi che della musica».

Come vedi la scena musicale savonese?

«Troppe vecchie cariatidi che si trascinano, facendo comunque ancora la loro porca figura, e pochi spazi per giovani con idee nuove. Credo che la scena musicale savonese rispecchi quella nazionale, dove si riesumano con reunion improbabili, personaggi che incominciano ad annusare la curva del declino e di contro salette con ragazzi che ancora sudano, si sbattono, si sforzano di creare, ma che poi si ritrovano a suonare per i parenti stretti e gli amici a qualche festa di compleanno o che, ancora peggio, coverizzano a qualche apericena, avendo ben poche possibilità di mettersi alla prova davanti a un pubblico vero, sempre che un pubblico "vero" esista ancora…».

Cosa chiedi al futuro?

«Di poter continuare a scrivere canzoni».


Titolo: Foto sintesi
Artista: Mauro Pinzone
Etichetta: autoproduzione
Anno di pubblicazione: 2016

Tracce
(testi e musiche di Mauro Pinzone, eccetto dove diversamente indicato)

01. Donne soprappensiero
02. Stella
03. Prestito
04. Smeraldo
05. La verità
06. Sensi amplificati
07. Riflessi
08. Segreti
09. Sorriso che corre
10. L'originale, parte I  [Roberto Bani; Roberto Bani e Mauro Pinzone]
11. Non sei originale
12. L'originale, parte II  [Roberto Bani; Roberto Bani e Mauro Pinzone]



lunedì 31 ottobre 2016

"Vizi, peccati e debolezze" del siciliano Luca Burgio





Le notti nei locali di Madrid e la tradizione folk siciliana. Un filo rosso che il cantautore Luca Burgio ha saputo annodare e tradurre in musica nel suo disco d'esordio "Vizi, peccati e debolezze", prodotto con il decisivo contributo della Maison Pigalle. Il cantautore agrigentino ha trascorso alcuni anni nella capitale iberica, lavorando e vivendo la movida. A Madrid l'artista siciliano ha gettato il seme della sua musica e una volta tornato in Sicilia la pianta è cresciuta vigorosa fino a dare ottimi frutti. L'esperienza di vita in Spagna si è tradotta in musica e le atmosfere gipsy jazz con chitarre manouche, fisarmoniche e fiati mariachi si sono fuse e intrecciate con il folk siciliano. Nove canzoni, dal ritmo incalzante, ambientate in locali aperti fino a tarda notte, dove i vapori dell'alcol e il fumo delle sigarette si mescolano a racconti di sognatori romantici, poeti che trovano conforto nella bottiglia, amanti in preda ai propri istinti. Atmosfere fumose e swingate si legano a testi espliciti, ironici e dissacranti che raccontano esperienze vissute in prima persona. Un disco suonato e arrangiato molto bene che mette in evidenza come Burgio e la Maison Pigalle abbiano metabolizzato alla perfezione le lezioni di Paolo Conte, De Andrè, Gaber, Fred Buscaglione, del Vinicio Capossela che racconta le notti milanesi. Niente di nuovo sotto il solo verrebbe da dire dopo un ascolto superficiale ma l'utilizzo di strumenti come il mandolino e la fisarmonica, in un contesto sonoro già ricco, regalano colori e sfumature tutte da scoprire e gustare.
La Maison Pigalle è composta da Andrea Scimè (contrabbasso), Armando Fiore (percussioni), Marco Macaluso (fisarmonica), Mauro Schembri (mandolino). Hanno partecipato Ettore Baiamonte (chitarra), Samuele Davì (tromba), Roberto Anelli (pianoforte).
Con Luca Burgio abbiamo parlato del suo disco che è stato inserito tra i 50 candidati al Premio Tenco 2016 nella categoria “Opera prima”.



Luca, vizi, peccati e debolezze sono ancora ammessi nella società di oggi?

«Certo! Chi dovrebbe vietarceli? Il nostro lato oscuro fa parte di noi da quando siamo nati. Fa parte del nostro essere. Non esiste nel genere umano una persona che non abbia mai familiarizzato con le proprie paure, le proprie voglie, il senso di colpa, tutto quello che ci rende così meravigliosamente umani! E oggi più che mai ci sentiamo ancora più liberi di vivere la nostra natura peccaminosa perché, ad esempio, la maggior parte di noi non ha più una fede religiosa tanto influente nella propria vita come lo era in passato, ma abbiamo accettato noi stessi per come siamo, non abbiamo più quella retorica moralista che per tanto tempo ci ha limitati nel fare e nel dire costringendo a castrare oppure nascondere le nostre più profonde pulsioni, non esiste più quell'immagine maschilista dell'uomo forte tutto d'un pezzo, io piango se sto male e bevo se ho un problema, urlo se mi incazzo, e divento un cretino se mi innamoro perché la mia debolezza mi fa sentire umano e io amo la mia natura volubile e vulnerabile». 

Raccontandoli ci hai fatto un disco, il primo della tua carriera. Quanto hai lavorato a questo progetto?

«Tralasciamo il tempo impiegato a scrivere le canzoni perché le scrivevo senza alcun progetto e soprattutto senza l'idea di incidere un disco un giorno. Sono tornato dalla Spagna nell'ottobre del 2013 con un progetto che avrebbe impegnato i miei prossimi tre anni, il tempo di mettere su quello che sarebbe stato l'embrione della Maison Pigalle, ed insieme a Mauro Schembri e Marco Macaluso iniziammo la prima fase, l'arrangiamento delle canzoni e la registrazione di una demo di due brani che coinvolse anche il resto della band. Nel secondo anno ci avviammo alla seconda fase, la quale ci vide alle prese con i primi concerti e la registrazione del disco, attraverso il quale ci potemmo proporre alle diverse etichette discografiche. L'inizio della collaborazione con la New Model Label segna la fine della terza fase esattamente nel terzo anno di attività. Il progetto che mi sono portato dalla Spagna si è compiuto quest'anno e ora quello che resta da fare è portare la mia musica il più lontano possibile, mettergli le ali e passare lo stretto, tanto per cominciare».

Le canzoni del tuo disco hanno una ambientazione notturna. È questo il momento migliore per vivere?

«Diciamo che è il momento migliore per scrivere, ognuno la vive come la sente ma la sera tutto prende un'altra forma, se la vivi fuori fra i locali, la musica, la gente che esce a fare festa, allora la notte ti seduce, ti coinvolge, distorce la giornata, le facciate dei palazzi e delle chiese tirano fuori le loro ombre e ogni vicolo o stradina diventa misteriosa, i basolati lucidi riflettono le luci gialle dei lampioni e i pub sembrano aspettare solo te, tu bevi qualcosa, stai con gli amici, magari conosci una niña che con un po' di fortuna ti porti a casa, allora metti in riproduzione casuale la discografia di Chet Baker, tiri fuori la tua bottiglia da 75 cl che conservi per queste occasioni, la bevete, a lei si socchiudono gli occhi, le si ammorbidisce la voce, e finite col passare la notte arrotolati alle lenzuola… poi l'indomani si alza e se ne va come se la lingua che aveva in bocca fino a qualche ora fa non era la tua… veloce, col trucco sbavato, e senza guardarti negli occhi si ripassa il rossetto e scappa a lavoro. E questo è più o meno l'effetto che mi fa il giorno! Poi la sera dopo magari resti a casa e scrivi quanto è successo e se sai prenderti alla leggera ti fai pure due risate».

Dove prendi ispirazione per scrivere canzoni?

«Vedi, il concetto di ispirazione a mio avviso è stato sempre frainteso, per come la vedo io, sono continuamente ispirato, l'ispirazione è quel valore aggiunto o condanna congenita in tutti i romantici. È appunto l'ispirazione che accende la tua immaginazione, che ti rende sensibile, ti dà la possibilità di vedere le cose oltre la forma e di apprezzarne l'essenza, è quella capacità che hai di organizzare le forme e i colori e scattare una bella foto, o mischiare insieme degli ingredienti e tirare fuori un piatto sorprendente, o, come nel mio caso, prendere tutta la gente che vedi e quello che succede a te e a loro e organizzarlo in versi in maniera elegante o brutale. L'ispirazione non va e viene ma è sempre dentro di noi, per me raggiunge picchi massimi nelle situazioni della vita e nelle interazioni della gente».

I brani che tu canti in questo album sono storie vissute?

«Per fortuna o purtroppo sì, in questo disco mi sono sputtanato, senza ritegno! Mi sono chiesto il perché qualcuno debba ascoltare le mie canzoni, e ho pensato che se avessi raccontato le situazioni quotidiane che vive chiunque o le avventure che più o meno il target a cui mi rivolgo ha vissuto, con i particolari ironici, tristi, stravaganti e calcando sempre la mano sul nostro "lato oscuro" su quei pensieri che tutti ci facciamo ma che mai portiamo alla luce, sulle nostre perversioni e insicurezze sarei potuto arrivare a quella semplicità che accomuna tutti. Insomma siamo tutti sporchi e quando ascolto qualcuno che mi propone delle storie mi piace pensare "cazzo quant'è vero!" e così, dal cuore pulsante della mia vergogna è venuto fuori "Vizi, peccati e debolezze"».

Quando sei entrato in studio avevi già le idee chiare riguardo al suono che il disco avrebbe dovuto avere?

«Più o meno sì, questa connotazione un po' noire, i suoni pesanti e cupi, l'esaltazione dei bassi, è il suono che meglio sposa il senso dei testi, è proprio il sound che cercavo e per questo mi sono affidato totalmente a Davide Terranova per il missaggio e alla Maison Pigalle e alla loro creatività per gli arrangiamenti. Ovviamente anch'io avevo le mie idee, ad esempio tutte le parti della tromba non le avevo mai sentite dal vivo ma le avevo in testa così per come sono nel disco, a parte l'assolo di "Buscavidas", lì Samuele Davì si è lasciato andare all'improvvisazione assoluta dando il dovuto carattere al brano, e la chitarra di Ettore Baiamonte che ha sostituito tutto quello che fino a quel momento erano soltanto semplici accordi, con accompagnamenti ben pensati e piazzati sapientemente all'interno del disco».

È un disco dalle sonorità molto ricche, come si sono svolte tecnicamente le sessions di registrazione?

«Ho cominciato io con una traccia guida di voce e chitarra sulla quale poi abbiamo dato il via  alle registrazioni della chitarra, a cui sono seguite contrabbasso e percussioni, subito dopo abbiamo inserito nell'ordine fisarmonica e mandolino e infine tromba, pianoforte e voce. La parte più impegnativa è stata quella del missaggio in cui abbiamo passato ore e ore in silenzio sullo stesso pezzo. Davide è stato davvero formidabile e devo dire che dopo la fase finale del master quello che ne è venuto fuori nel complesso è stato parecchio soddisfacente».

Mandolino e fisarmonica sono due strumenti non facili da trovare nei dischi dei cantautori. Perché li hai voluti nel tuo album?

«Quando ho cominciato questa avventura c'era una sola persona che ero sicuro di poter chiamare per iniziare un progetto così importante da farmi mollare tutto per ritornare in Italia, e quella era Mauro Schembri. Mauro nasce come chitarrista e poi polistrumentista, sapevo che qualcosa di interessante sarebbe potuto uscire anche da qualche altro strumento. Al mio arrivo mi sono reso conto che suonava il mandolino in maniera così tosta che solo anni di heavy metal avrebbero potuto formare, una specie di mitragliatrice di note che si univa perfettamente all'intenzione dei miei testi, così arrangiammo tutto con il mandolino che è comunque il suo strumento principale. Ma serviva qualcosa che ammorbidisse il tutto, che ci unisse e completasse il trio che avevo intenzione di mettere su per cominciare, che desse quel sound folk e bohemien che cercavo, e così trovammo le nostre risposte in Marco Macaluso e la sua fisarmonica. Con la completezza del suo strumento il trio era pronto a partire, destinato in seguito ad unirsi agli altri».

Quali sono i tuoi vizi e le tue debolezze?

«Vuoi che ti faccia un elenco? Ovviamente sto scherzando, sono un tipo abbastanza calmo, il mio è solo un personaggio creato per accompagnare il nome del disco mica viceversa! In realtà riesco a controllare al meglio le mie emozioni e spesso fra i miei amici passo per quello freddo e calcolatore, ma non è colpa mia, è che seguo la ragione sopra ogni cosa, ritengo sia l'unica cosa concreta e in quanto tale l'unica che abbia un senso. Sono il classico ragazzo da una donna sola, e sono anche abbastanza fedele, non ho mai tradito in vita mia e soprattutto non mi piace e non mi è mai piaciuto bere. Non mi masturbo e non ho alcuna perversione in testa che superi aggiungere il miele nel latte già zuccherato, anzi, proprio tutto quello che la gente chiama feticismo è la cosa che più aborro nella meravigliosa unione fra due persone che si amano e che vede la sua completezza nella sua stessa semplicità. Potrei anche quasi essere fiero di me se non fosse che molto spesso sono uno sfacciato bugiardo».

In questo disco quanto c'è della tua esperienza di vita a Madrid?

«Tanto per cominciare Madrid è il posto dove ho cominciato ad arrangiarmi e anche se il brano ha visto la luce al mio ritorno in Italia, diciamo che "Buscavidas" è stato concepito a Madrid. L'album porta i rumori della città, i bar con le tapas schierate e le cameriere tatuate. Ogni volta che cambiavo casa facevo un giro nel circondario cercando il bar con la cameriera più bella da guardare, se posso prendere una birra perché non farlo davanti a un bel panorama! Ma non solo questo anche il punto di vista del bancone era ricco di esperienze, i vecchi che venivano a bere birra alle dieci del mattino mentre altri prendevano il loro caffè latte e la notte tutti quelli che passavano, ognuno a fare festa e mentre io e i miei colleghi sfornavamo pizze per gente che non la masticava neanche, oppure quelli con camicia cravatta e valigetta, li guardavo consumare mentre parlavano al telefono e li invidiavo, non sapevo che lavoro facessero ma volevo farlo anche io. Un anno dopo vendevo pannelli fotovoltaici, contratti luce e altra roba ecosostenibile con tanto di camicia valigetta e tante cazzate da dire al telefono. Madrid più che testi veri e propri mi ha regalato stati d'animo così al lavoro come a casa, pensa che proprio li ho vissuto l'ebbrezza della convivenza di coppia con tutte le cose belle e brutte che ci girano attorno, quindi quanto d'amore e d'odio riesci e decifrare fra i testi più o meno sono anche il frutto di questa, parecchie storie comprese».

Il tuo disco d'esordio è stato inserito nel lotto dei cinquanta finalisti del Premio Tenco nella categoria "Opera prima". Cosa ti ha fatto capire questo riconoscimento?

«Sai quando sono tornato dalla Spagna, come ti dicevo avevo lasciato tutto, il lavoro, una ragazza che amavo, la casa che avevamo scelto insieme, incluso una città che adoravo, non avevo più niente alle spalle e non avevo ancora niente davanti a me, quello che avevo erano gli sguardi incerti della mia famiglia che mi stava vedendo fare solo un'enorme cazzata. Puoi immaginarti come mi sentivo, nel bel mezzo del nulla. Ovvio che i dubbi assalivano anche me, in tutto questo la relazione che si andava esaurendo non aiutava, e i risparmi che avevo guadagnato a Madrid andavano finendo. Insomma i primi sei mesi qui a Palermo sono stati terribili, ma non sarei mai potuto tornare indietro e non lo volevo nemmeno. Quando le cose hanno cominciato a prendere forma e si sono visti i primi risultati mi sono guardato alle spalle e ho visto che il progetto che avevo stabilito stava proseguendo tappa dopo tappa, ho continuato a spingere fino ad adesso, ogni volta che prendo una mazzata capita sempre qualcos'altro che mi aiuta a rialzarmi e quella si chiama vita, perché "non c'è vento favorevole per chi non sa dove andare", si vede che questa è la rotta giusta. Come mi sento adesso? Orgoglioso come sempre, sono fiero del lavoro che abbiamo fatto almeno fino ad ora con Andrea, Mauro, Marco, Armando ed Ettore ed ora ci aspetta il "Tenco ascolta", altra splendida opportunità firmata club Tenco. Per il resto, ad maiora semper!».

Come capisci che una canzone è buona abbastanza per essere incisa?

«Non lo capisco, ne discuto con la band e se effettivamente è coerente con il concetto dell'album e gli arrangiamenti li riconosciamo soddisfacenti allora si può pensare di inserirla nell'album, ma l'ultima parola resta sempre quella del pubblico. Di solito mi fisso sulla reazione che ha la gente alle nostre canzoni e quello è un ottimo metro di giudizio».

Ti ricordi come hai iniziato a suonare?

«Certo! Ho cominciato facendo punk in un gruppo di provincia, all'epoca cantavo solamente o meglio gridavo come un dannato, ma almeno gridavo canzoni mie, poi mio fratello mi mise in mano una chitarra acustica e praticamente non l'ho più mollata, non ho mai familiarizzato con l'elettrica. Dopo presi a fare country riarrangiando in chiave acustica gli stessi pezzi punk. Cominciai a divertirmi con i versi nell'ultimo progetto "I Bardi" dove i brani venivano da un libro di poesie che avevo scritto e che musicammo con una band di ben nove elementi in chiave prog rock. Poi sono partito ed è cominciato il progetto da solista».

Ti consideri un cantautore?

«Beh! Mi sono sempre considerato prima di tutto un estimatore della vita e i suoi piaceri, quello che vedo e sento lo metto in versi perché sento mia questa forma di espressione. Canto e scrivo le mie canzoni, ho scelto di fare questa vita con le delusioni e le soddisfazioni, con le difficoltà che comporta avere questo come obiettivo. Oggi come oggi è dura essere presi sul serio, specie se sei all'inizio. Ma che ti aspetti? È giusto che sia così! Se vuoi essere preso sul serio devi lavorare seriamente, non fermarti mai, anche quando il mondo ti crolla addosso, sono in tanti quelli che aspettano soltanto di vederti abbassare la guardia, ma tu devi avere solo una cosa in mente e deve essere vedere dove ti porta quello che hai cominciato, come va a finire la tua storia, ma con la dignità di voler vedere sempre la faccia che vuoi allo specchio, e difendere con amore quello che ti senti di essere! Ebbene io sono Luca Burgio e sì, sono un cantautore».

Un po' di De André, un pizzico di Gaber, qualche riflesso di Capossela e Paolo Conte, e poi?

«Guarda hai centrato in pieno e me li hai nominati proprio tutti! Aggiungerei soltanto Mannarino e l'immancabile Tom Waits, ho preso a piene mani da tutti loro! Ma più in particolare questo disco parte da sonorità manouche, che ho sempre amato, e si arricchisce principalmente delle influenze classiche e folk della Maison Pigalle che ha saputo trovare il giusto equilibrio tra quanto distingue questi artisti e la loro unicità di gusto che ha reso "Vizi, peccati e debolezze" un album al momento abbastanza apprezzato».


Titolo: Vizi, peccati e debolezze
Artisti: Luca Burgio e Maison Pigalle
Etichetta: New Model Label
Anno di pubblicazione: 2016

Tracce
(testi e musiche di Luca Burgio)

01. 75 cl di brindisi
02. Satan's speech
03. La rondine e l'inverno
04. Il sordo
05. La sindrome di Dorian Gray
06. La cicala e la formica
07. Un bicchiere fra di noi
08. Un fegato in più
09. Buscavidas



mercoledì 26 ottobre 2016

"The Docks Dora Session" dei Fratelli Tabasco




Cinque ragazzi con una sfrenata passione per il blues, un locale dove il pubblico è in perfetta sintonia con la band e dove l’adrenalina scorre come le birre lungo il bancone, una manciata di canzoni originali che strizzano l’occhio ai vecchi classici. Ecco gli ingredienti che hanno dato vita a “The Docks Dora Session”, disco d’esordio dei Fratelli Tabasco, gruppo nato a Torino nel 2013. Dopo aver passato un intero anno in studio a produrre e perfezionare il repertorio, composto quasi esclusivamente da brani originali, i Fratelli Tabasco, gruppo di amici e non parenti come invece potrebbe far pensare il nome, hanno esordito live alla seconda edizione del Borgiallo Blues Festival. Gli impegni dal vivo sono proseguiti in modo incessante con partecipazioni a festival e rassegne in tutto il nord Italia e svariate apparizioni radiofoniche. Nel 2015 la svolta con il successo della settima edizione del concorso “Rock the Docks”, organizzato dalla Rainbow Music di Torino, che ha permesso al gruppo di registrare l'album “The Docks Dora Session”. La scelta di produrre un disco dal vivo calza a pennello con le caratteristiche del repertorio proposto dalla band: piccante e “peperonato”, come amano chiamarlo i Fratelli Tabasco. Chitarre, armonica, batteria e organo a creare una miscela che pesca nel repertorio dei grandi bluesmen del passato ed è arricchito da influenze rock, funky e soul. Le nove canzoni in scaletta non possono lasciare indifferente gli amanti del genere che si trovano di fronte ad un sound vigoroso, infuocato e travolgente. Chi è alla ricerca dell’originalità e della novità può passare oltre ma chi è amante del blues, dei Black Keys, del Ben Harper più sanguigno, dei Jon Spencer Blues Explosion e di R.L. Burnside può gustarsi questo piatto piccante e molto saporito. I Fratelli Tabasco sono Boris (voce e armonica), Joele (chitarra), Marco (basso), Simone (batteria), Lorenzo (tastiere) e quella che segue è l’intervista di presentazione del disco d’esordio.


Come mai avete scelto di esordire con un album live? Di solito il disco dal vivo arriva dopo almeno un paio di album in studio…

Joele Tabasco: «Abbiamo cercato di ricreare il più fedelmente possibile quello che ci riesce meglio: l'esibizione dal vivo. Le registrazioni sono state molto brevi, ma in realtà quest'album è il frutto di quasi due anni di prove assidue per migliorare sempre gli arrangiamenti e i testi. Il nostro scopo con "The Docks Dora Session" è di far trasparire fedelmente come può essere un nostro concerto».

Dove avete registrato il disco e quale è stata l'occasione per farlo?

Marco Tabasco: «Abbiamo avuto l'occasione di registrare il nostro primo album dopo aver vinto l'anno scorso il concorso "Rock the Docks" che metteva in palio la possibilità di registrare presso la Rainbow Music ai Docks Dora, mitici magazzini industriali dismessi e ormai punto dove si concentrano molte sale prova e studi di registrazione. Ad ogni modo ci siamo ritrovati di punto in bianco con l'opportunità di incidere un disco e non ci siamo fatti cogliere impreparati: avevamo già sufficienti canzoni nostre e l'idea di creare il nostro primo album proprio in quel posto di Torino ci ha entusiasmato. Ai Docks Dora sono legatissimo... e proprio lì ho fatto le mie prime prove in sala, e proprio lì ho conosciuto musicisti che ora sono miei cari amici ed è proprio lì che ho conosciuto Simone, che poco dopo mi ha introdotto a Boris e Joele e sono nati i Fratelli Tabasco. Insomma i Docks Dora sono un po' la mia seconda casa».

Devo dire che il disco suona veramente molto bene. Quanto tempo è stato necessario per preparare l'esibizione e la contemporanea registrazione in presa diretta?

Joele Tabasco: «In realtà la maggior parte del lavoro è stata fatta in un week-end. Volevamo fare qualcosa che ci sarebbe venuto semplice e abbiamo subito pensato a ricreare le atmosfere degli anni '50. Abbiamo cercato di registrare utilizzando il più possibile la nostra strumentazione per il semplice fatto che sapevamo come suonava e come utilizzarla al meglio. Per il pubblico abbiamo chiamato qualche nostro amico (anche perché nella sala non ci stavano tutti) per rendere l'atmosfera più rilassata possibile e... voilà! Abbiamo passato il sabato a registrare tutte le canzoni in presa diretta come se fosse un piccolo live e domenica i piccoli ritocchi. Il mixaggio è stato fatto nelle sere successive per aggiustare il tutto senza stravolgere il nostro sound».

Ci sono state sovraincisioni o elaborazioni in studio?

Boris Tabasco: «Sì, sono state fatte alcune sovraincisioni ma solo dell'armonica per una questione prettamente pratica: durante la presa diretta ci veniva difficile registrare al meglio sia la voce che l'armonica, poiché i take di prova fatti non risaltavano a dovere né la voce né l'armonica. Quindi è venuto istintivo concentrarsi prima su una parte e poi sull'altra».

Quali sono le difficoltà maggiori che avete incontrato a registrare un disco alla "buona la prima"?

Marco Tabasco: «L'organizzazione è stata fondamentale: ci siamo prefissati una data di uscita dell'album cercando di rispettarla il più possibile... e la parte delle registrazioni è solo una fetta di tutta la fase organizzativa: abbiamo pensato alle foto, alla grafica dell'album, alla diffusione nei canali digitali come Spotify, Google Play, Amazon, iTunes e molti altri, alla stampa del cd, ai video, al concerto di presentazione e ovviamente alle date successive. Insomma una volta usciti dallo studio di registrazione con il master definitivo è cominciato il vero lavoro».

Per il momento non abbiamo la controprova ma la situazione live calza a pennello con la vostra musica. Ora inevitabilmente dovrete chiudervi tra le quattro mura di uno studio, ci avete già pensato e cosa dobbiamo aspettarci?

Simone Tabasco: «Il lavoro in sala è costante e continuamente ci troviamo a modificare le canzoni o addirittura accantonarle per un po' per poi riprenderle in mano dopo qualche tempo e stravolgerla in un'altra chiave ritmica. Possiamo certamente dire che le idee per nuovi pezzi non mancano e le influenze di altri generi non ci spaventano. Per quanto riguarda il nostro prossimo disco non sappiamo ancora nulla di certo ma abbiamo già qualche linea guida che stiamo seguendo per costruire quello che sarà il nostro primo album in studio».

Qual è la vostra storia musicale?

Simone Tabasco: «Suoniamo tutti insieme in questo progetto soltanto da due anni e mezzo, ma la sensazione è quella di averlo sempre fatto insieme. Joele e Boris strimpellavano insieme già dai tempi del liceo sotto le guide di Luigi Tempera e Andrea "Rooster" Scagliarini, che li hanno cresciuti a forza di jam sessions. Io dopo alcuni anni tra studi jazz e concerti ska e punk mi sono lasciato rapire dal blues e, successivamente a un lungo periodo di gavetta, ho incontrato Marco proprio tra gli studi musicali dei Docks Dora. Da qui è iniziato un incredibile percorso artistico pieno di soddisfazioni».

Perché amate descrivere la vostra musica con l'aggettivo "peperonata"?

Marco Tabasco: «Dobbiamo questo aggettivo a un nostro grandissimo amico: Jos Griffioen! Jos, grande musicista e appassionato di blues, ci ha incontrati quasi per caso circa un anno fa e fin da subito si è innamorato del nostro sound, presentandolo quasi sempre prima dei nostri live come "peperonato" con il suo inconfondibile accento olandese. Non abbiamo potuto che riconoscere la sua efficacia, rende assolutamente l'immagine delle nostre atmosfere».

I nove brani che presentate nel disco sono tutti originali. Come sono nati e chi di voi ha avuto maggiore peso nella fase creativa?

Boris Tabasco: «Diciamo che nella fase di nascita dei brani ho un po' più di peso io, ma che in definitiva per la parte musicale e compositiva ognuno gioca un ruolo fondamentale. Quando uno di noi ha un'idea per una nuova canzone non pensa mai soltanto a se stesso, ma è consapevole del fatto che la suoneranno con lui i suoi fratelli, quindi scriviamo testi che rappresentino esperienze vicine a tutti e di cui discutiamo. Questo perché mentre arrangiamo e poi suoniamo ognuno di noi deve potersi riconoscere ed esprimersi con onestà».

Di cosa parlano le vostre canzoni?

Joele Tabasco: «Le nostre canzoni sono i nostri blues. Tutti noi abbiamo necessità di raccontare il nostro tempo e di dare la nostra visione a chi ci ascolta, anche affrontando temi importanti. Trattandosi di blues è difficile dire di cosa non parliamo, perché di fatto il blues parla della vita nel suo complesso, con tutti i problemi, i bei momenti e le strane situazioni che capitano. Per adesso parliamo poco d'amore, preferiamo descrivere storie di personaggi improbabili e usarli per affrontare temi più o meno seri».

Quale canzone rappresenta al meglio l'essenza del gruppo?

Boris Tabasco: «Penso subito a "Blues On!". Non è il nostro cavallo di battaglia, ma a livello lirico potrebbe essere davvero stata scritta da chiunque di noi. È un po' il nostro biglietto da visita musicale perché parla dei nostri luoghi, della voglia di far viaggiare la nostra musica per il mondo e di condividerla con tutto l'entusiasmo possibile».

A questo punto ditemi, quali sono i musicisti che vi hanno maggiormente influenzato?

Joele Tabasco: «Per quanto riguarda la musica blues siamo partiti ascoltando i più famosi come Muddy Waters e Stevie Ray Vaughan e poi sempre di più andando a scovare quelli un po' più di nicchia. Abbiamo avuto anche maestri di blues al nostro fianco che ci hanno guidato ed insegnato il genere tra jam session, lezioni e concerti: come Luigi Tempera e Andrea Scagliarini. Ma ad oggi il nostro suono, quello che si può sentire nel nostro disco, è frutto di influenze di artisti come Black Keys, Ben Harper e R.L. Burnside».

Nella Torino postindustriale quanto blues si respira oggi?

Boris Tabasco: «La scena blues a Torino è molto vivace e piena di artisti affermati e anche qualche emergente. È ormai facile trovare molte serate dedicate a jam session, che è un po' la vera palestra per suonare blues: dove i più esperti condividono il palco con i giovani o i curiosi che si avvicinano al genere. Inoltre i locali continuano a promuovere gli artisti locali alternati a qualche ospite nazionale e non. La scena non si ferma solo a Torino ma si estende anche in provincia, dove in estate prendono piede festival dove è possibile incontrare artisti e scambiare quattro chiacchiere».


Titolo: The Docks Dora Session
Gruppo: Fratelli Tabasco
Etichetta: New Model Label
Anno di pubblicazione: 2016

Tracce
(testi e musiche di Fratelli Tabasco)

01. Radioactive mama
02. Ask yourself
03. Up all night
04. Harmonic drive
05. Same damned shame
06. Jack knife
07. Blues on!
08. D.Q.T.H.L.
09. Boris' boogie


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sabato 24 settembre 2016

Catalpa e "Il suono lontano" di un'altra Firenze





Sono passati un po' di mesi da quando ho approntato questa intervista. Complice la pausa estiva e i tanti concerti che per fortuna nel periodo più caldo dell'anno si susseguono a ritmo incessante, riprendo il discorso solo in questi giorni. Giusto in tempo per riascoltare con piacere "Il suono lontano", il primo album dei Catalpa, duo fiorentino composto dall'ex componente dei Barbed Wire Temple, Axel Pablo Lombardi (voce e chitarra), e da Giuseppe Feminò, batterista e percussionista tornato a suonare dopo aver chiuso l'esperienza con l'Orchestra de Felicitade. Il disco continue tredici brani ambientati per lo più a Firenze, ma non in quella che attira tutti gli anni milioni di turisti bensì in quella popolare, dei quartieri, della vita fatta di sacrifici e lavoro. Storie di vissuto quotidiano che hanno come sottofondo Piazza dell'Isolotto, il Ponte di Mezzo, Sorgane, San Niccolò ma che potrebbero essere ambientate benissimo in altre periferie, non solo italiane. Tredici fotografie in bianco e nero della vita di tutti i giorni.
Un disco d'esordio interessante, forse non in grado di entrare subito nella testa dell'ascoltatore ma in cui la passione e la voglia di esprimersi traspare in modo evidente. Registrate in presa diretta chitarra e batteria, sono state aggiunte successivamente voce, basso (Francesco Notarbartolo) e fiati (Simone Morgantini). Sul piano meramente musicale l'impostazione cantautorale si sposa con marcati accenni rock e blues. Ballate intime lasciano il posto a brani più tirati dove le chitarre sono protagoniste indiscusse come nella title track e in "Sorgane", canzone che chiude il cd.
A presentarci il loro disco d'esordio sono Axel Pablo Lombardi e Giuseppe Feminò.




Iniziamo questa chiacchierata parlando del progetto Catalpa. Come è nato e soprattutto perché ha visto la luce?

Giuseppe Feminò: «Il progetto Catalpa (inizialmente Vagalume) nasce dall'incontro musicale di Axel, Giuseppe e Claudio a una festa di laurea di un amico in comune. Decidiamo di ritrovarci in sala e cominciamo a suonare dei brani di Axel, ostici al primo ascolto ma illuminanti col tempo. Claudio è costretto a lasciarci per dedicarsi al suo progetto preesistente e principale (Dangerego) e rimaniamo in due. Scherzosamente ci chiamiamo Eurithmics. Cerchiamo nel tempo elementi da inserire per ampliare le sonorità ma si rivelano tutti tentativi abbastanza deludenti. Le costanti prove ci portano a completare un numero di brani sufficiente per realizzare un disco, che è quello che vogliamo fare. Il vedere la luce ha un significato che non riesco ad accostare al nostro progetto, diciamo che costanza e applicazione portano a risultati più o meno importanti».

Quando penso alla parola catalpa mi vengono in mente due cose: l'album di debutto di Jolie Holland e l'albero tipico dell'America settentrionale. Voi che catalpa siete?

Axel Pablo Lombardi: «Siamo la catalpa che cresce nei giardini e nei parchi dalle nostre parti».

Nella vostra musica, seppur in qualche frangente venga fuori la vena punk blues di Axel, è predominante la matrice cantautorale di scuola italiana. Quanto siete legati a quel genere?

Axel Pablo Lombardi: «Sono cresciuto ascoltando altri generi musicali ma la musica italiana fa parte della mia cultura, mi circonda da sempre: le ninne nanne e le filastrocche dell'infanzia, le canzoni urlate con gli amici sul motorino, la radio, la televisione... videomusic! Quindi per fare qualche nome: Battisti, Dalla, Pino Daniele, Rino Gaetano e Piero Ciampi. Mi sono piaciuti molto i primi dischi di Moltheni anche perché non conosco i successivi, e poi gli Skiantos, i Flor e Pippo Pollina».

Giuseppe, dopo aver concluso l'esperienza con l'Orchestra de Felicitade, ti sei allontanato dalla musica per un po' di tempo. Cosa ti ha spinto a riprendere in mano le bacchette?

Giuseppe Feminò: «Premesso che con l'orchestra suonavo le percussioni e cantavo, ho ripreso le bacchette in mano perché i brani di Axel mi sono piaciuti, vivono una dimensione a mia misura. Suonare fa bene all'umore: la possibilità di essere creativo, le ore piccole, i vizi a ciascuno i suoi, fanno vivere meglio».

La scena musicale fiorentina, e più in generale toscana, è molto viva, ci sono tanti artisti di ottimo livello che stanno producendo musica di qualità. Da dove arriva tutto fervore artistico?

Giuseppe Feminò: «Abito in campagna e non conosco la scena musicale fiorentina o toscana, posso azzardare ad indovinare dicendo che a Firenze e in Toscana c'è dell'ottimo vino».

Le canzoni del vostro disco sono quasi tutte ambientate a Firenze e dipingono quadri di vita in quartieri che conoscete bene. Trovate che la quotidianità sia stimolante da cantare?

Axel Pablo Lombardi: «Bella domanda. Penso che la vita sia piena di cose belle, alcune molto piccole e semplici che si trovano proprio nella quotidianità, ed è un peccato lasciarsele scappare!».

Ma ci sono anche i ricordi delle estati in Versilia…

Axel Pablo Lombardi: «A Vittoria Apuana c'è la casa della nonna di mia moglie, dove, oltre ad andarci d'estate con la famiglia, mi capita di stare qualche giorno da solo d'inverno quando faccio dei lavori in Versilia. La sera quando ho finito di lavorare faccio notte a suonare e scrivere canzoni, faccio anche delle belle passeggiate sulla spiaggia, e in una di quelle ho ascoltato il messaggio di mio figlio in segreteria che mi ha fatto venire la voglia di scrivere quella canzone».

"Hotels & homeless" è ambienta invece a Genova con i suoi ‹palazzi molto alti appiccicati l'un l'altro, vicoli strettissimi marchiati a fuoco dall'umidità›…

Axel Pablo Lombardi: «Altro viaggio di lavoro. Dovevo imbiancare l'appartamento di un amico a Genova, siamo arrivati con la sua macchina, poi un imprevisto non mi ha permesso di poter lavorare e per tornare a casa ho dovuto prendere il treno, che tra l'altro era stato soppresso per la neve. Quindi per passare il tempo ho fatto una lunga passeggiata intorno alla stazione, faceva molto freddo però è stata molto piacevole».

San Niccolò, il quartiere dell'Isolotto, il lungarno… Ci volete stimolare a visitare Firenze?

Axel Pablo Lombardi: «Diciamo che racconto questi quartieri da visitatore, ci arrivo molto presto la mattina, faccio spesso una salutare passeggiata prima di andare a lavoro, mi dà la stessa sensazione di libertà di quando facevo "forca" a scuola e vagabondavo per Firenze».

Quartieri in cui non è raro assistere agli ‹umani sforzi di risorgere›…

Axel Pablo Lombardi: «Guardandosi intorno si può vedere tanta brava gente, ognuna di quelle persone compie ogni giorno enormi e umani sforzi per risorgere…».

In "Ponte di mezzo" regalate un bel quadro di integrazione razziale cantando ‹cinque bambini giocano alla fontana, bianchi neri e uno viene dal Perù evviva voi, insegnateci il futuro lentamente›. I bambini sono degli ottimi insegnanti...

Axel Pablo Lombardi: «I bambini ci riportano alla vera essenza della vita. Quei bambini che giocano insieme alla fontana provengono da varie parti del mondo e condividono la loro gioia sopra ogni pregiudizio, se potessero crescere in modo naturale, come meriterebbero, liberi da ogni sovrastruttura sociale o culturale, potrebbero veramente insegnarci un futuro migliore».

La vostra Firenze è la stessa di quella del Presidente del Consiglio?

Axel Pablo Lombardi: «Firenze è Firenze, ci contiene tutti, ognuno ha la sua dimensione e il suo piccolo grande universo, è la mia, quella di Giuseppe, del Presidente del Consiglio, di chi tira il pane ai piccioni in piazza e di chi scippa le borse, di chi non ha i soldi per mangiare e di chi va al Grand Hotel».

La copertina ritrae un particolare del ponte all'Indiano, cosa rappresenta per voi quell'immagine?

Giuseppe Feminò: «Se tornassimo indietro nel tempo e volessi andare a casa di Axel potrei passare solo dal ponte all'Indiano. Isolotto e Campi Bisenzio sono i nostri luoghi di origine, il ponte all'Indiano li collega».

Come suonerà "Il suono lontano" dal vivo?

Axel Pablo Lombardi e Giuseppe Feminò: «Speriamo bene».



Titolo: Il suono lontano
Gruppo: Catalpa
Etichetta: autoproduzione
Anno di pubblicazione: 2016

Tracce
(testi e musiche di Axel Pablo Lombardi)

01. Cercis Siliquastrum
02. Hotels & homeless
03. Catalpa
04. Il biglietto del '66
05. Un panino al pollo
06. Baia verde
07. Piazza dell'Isolotto
08. San Niccolò
09. Vittoria Apuana
10. Ponte di mezzo
11. Il suono lontano
12. Bella luna
13. Sorgane

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giovedì 16 giugno 2016

"Anche se non sembra", gli Edgar sono tornati






Ci sono voluti sette anni ma alla fine gli Edgar sono tornati. "Anche se non sembra" è il nuovo album del gruppo ligure che arriva dopo il disco d'esordio, "Alcuni fattori marginali", prodotto e arrangiato da Piero Milesi e pubblicato nel 2008. Il gruppo vede la luce sul finire degli anni '90 come laboratorio di improvvisazione e nel 2003, con il nome di Edgar Cafè, rappresenta la Liguria e vince l'annuale edizione di Arezzo Wave. Cinque anni dopo arriva il primo disco di cui Milesi, scomparso nel 2011, è il vero deus ex machina. La sua morte interrompe i piani e l'attività degli Edgar e solo nel 2013 la band "rinasce" riannodando i fili spezzati e perdendo parte del nome. L'anno dopo gli Edgar si occupano delle musiche e suonano dal vivo nello spettacolo teatrale "The wedding singers" prodotto dal Teatro della Tosse di Genova con Angela Baraldi e la regia di Emanuele Conte. Poi finalmente il ritorno in studio per il nuovo disco, "Anche se non sembra", composto insieme a Daniela Bianchi e Antonio Melvavi, prodotto dalla OrangeHome Records di Raffaele Abbate e registrato negli studi di Leivi.
Undici tracce che creano un vorticoso magma musicale, a volte ipnotico e certamente onirico in cui mancano volutamente i punti di riferimento rappresentati da facili ritornelli. Difficile anche voler prendere parte al sempre vivo gioco della catalogazione artistica, che troppo spesso porta a cieche classificazioni come se la musica fosse una collezione di insetti. Il nuovo disco degli Edgar è un tentativo coraggioso che dimostra la vitalità di pensiero e di espressione di questo gruppo ora formato da Stefano Bolchi, Daniele Ferrari, Osvaldo Loi e dal bolognese Federico Fantuz. La dimensione acustica va a braccetto con sonorità energiche di indie rock e con la poesia di testi ambiziosi e studiati che parlano di lavoro giovanile, di rapporti interpersonali, di quotidianità e il lento scorrere del tempo. Il disco si chiude con "Già", dovuto e commosso ricordo di Piero Milesi.
Con Stefano Bolchi abbiamo parlato del ritorno degli Edgar.



Siete sulla scena dalla fine degli anni '90, quando ancora vi chiamavate Edgar Cafè, e in tutti questi anni avete pubblicato solo due dischi. Perché avete prodotto così poco?

«Quello che si trova nei due dischi è una parte del materiale sonoro e testuale prodotto in questo arco di tempo. Il tempo trascorso è relativo, e questo è un "credo". Tempo relativo rispetto alle istanze creative che ci hanno mosso, che ci hanno spinto a suonare, parlare e costruire rispettando i tempi di ciascuno di noi, valorizzandone l'autenticità non forzata, non veloce, non pubblicabile a tutti i costi».

Il vostro primo disco vide la luce nel 2008 e nacque dalla collaborazione con il produttore Piero Milesi. Poi sono passati sette anni, fino all'incontro con Raffaele Abbate che ha curato la produzione del vostro nuovo disco. Che differenze nel modo di lavorare avete riscontrato tra Milesi e Abbate?

«Il ruolo che hanno avuto Piero Milesi in "Alcuni fattori marginali" e Raffaele Abbate in "Anche se non sembra" è proprio diverso. Milesi si è occupato della direzione artistica del progetto. Piero ha composto delle parti, arrangiato insieme a noi i brani, suonato in alcune canzoni, supervisionato missaggio e mastering. Era un produttore d'altri tempi, di quelli che si innamoravano e davano anima e corpo per un progetto sconosciuto, facendo un vero e proprio investimento a rischio. Un ruolo di quel tipo si dice che oggigiorno sia estinto. In "Anche se non sembra" Raffaele non ha preso parte alla produzione artistica ma si è concentrato sulla costruzione del sound del disco in sinergia con il gruppo».

Quali sono gli stimoli che vi hanno portato nuovamente in sala di registrazione?

«Non ci sono stati stimoli esterni a portarci in sala di registrazione. Ci ha mosso il desiderio di far ascoltare queste canzoni tramite un disco pubblicato».

Il titolo del disco è "Anche se non sembra", spiegatemi allora qual è la verità…

«Pare che attualmente occorra apparire per esserci e di conseguenza se qualcosa o qualcuno non appare sembra non esistere. Per quanto riguarda la verità non so proprio che dire, anzi credo che con la verità l'uomo abbia un rapporto impossibile».

Considerate le undici canzoni del disco come se fossero parte di una storia o sono fotografie indipendenti?

«Le sonorità degli undici brani sono molto diverse tra di loro. Non è stato costruito un filo narrativo in sequenza ma sono evocati legami di senso. Ci piace lasciare all'ascoltatore la libertà di interpretare».

Leggendo i testi delle canzoni si capisce che è stata fatta molta ricerca. Usate soluzioni interessanti e non comuni tra cui rielaborazioni di modi di dire e paronomasie. Sembra che l'elaborazione dei testi rivesta un ruolo di primo piano nella vostra fase creativa…

«Anche se non sembra, i testi non rivestono questo ruolo principale. Certe trovate testuali sono nate non da un lavoro di ricerca linguistica ma da un approccio ludico, improvvisato, comunque elaborato poi criticamente insieme. Il lavoro sulla musica ha pari importanza. Si parte sempre da un inconsapevole improvvisazione».

In "L'astronave" c'è una strofa che mi ha fatto pensare: «È quando non resta più niente che l'orizzonte comincia a cambiare». Io adatterei questa frase all'esistenza umana: solo toccando il fondo si può dar vita a un cambiamento radicale. Cosa ne pensate?

«Che è un interpretazione possibile, anche se non siamo dell'idea che esista un fondo, piuttosto siamo dell'idea che partire dal vuoto faccia ben sperare. È grazie al vuoto che si muovono le cose se no ci sarebbe l'immobilità. Ho scritto quella frase partendo da un immagine visiva: la linea dell'orizzonte, priva di qualsiasi riferimento attorno, che inizia a prendere forma, un po' come il fenomeno del miraggio. Ho riportato questa visione letteralmente».

Se non sbaglio avete una visione critica della società attuale. In "Luogo comune" cantate «…la nostra mente è presa da tutto non sa fermarsi davanti a niente». Neanche la musica riesce a fermare questa corsa generata dal bombardamento continuo di stimoli e notizie, vere o false che siano?

«È una visione decisamente critica della società in cui ci sentiamo immersi, e siamo in crisi pure noi. Sì, siamo bombardati, e il rischio è di essere fagocitati. Si consumano stimoli vuoti che a loro volta consumano. La musica non c'entra niente e non può fermare nessun bombardamento. È soltanto uno strumento, di chi la produce e di chi la ascolta. È sicuramente difficile fermarsi rispetto a questo tritatutto, ma sta al soggetto scegliere di farlo».

In "Vivo" l'uomo subisce la superiorità dell'universo: «bipede astuto inventi le ore ma il tempo passa come gli pare»… È il nostro destino?

«L'uomo è descritto come fragile di fronte alla mancanza, alla vita, sebbene abbia fatto di tutto per controllarla, persino il tempo. Ma in "Vivo" l'uomo non è inerme, anzi: la vitalità è una scelta di resistenza, scelta indelegabile».

E i sentimenti e l'amore? Sono solo «un bicchiere vuoto sul banco del bar»?

«Sì, se non si riempiono di un buono e genuino vino».

Nel disco, quasi fosse la chiusura di un cerchio, avete dedicato la canzone "Già" proprio a Piero Milesi, scomparso alcuni anni dopo aver prodotto il vostro primo disco "Alcuni fattori marginali"…

«Piero si è dedicato al progetto profondamente e intensamente, si è molto coinvolto affettivamente, era il primo lavoro professionale in cui ci imbattevamo, eravamo tutti molto emozionati. Il ricordo che ho impresso è quello di una forte intensità. Dopo l'uscita del disco ci fu un periodo di giusta distanza, ma l'amicizia nata ci riportò a condividere serate e discorsi insieme. Si parlava anche di un secondo disco. Il brano "Già" era abbozzato in un provino che a Piero piacque particolarmente. Ci è venuto spontaneo dedicargli il brano in "Anche se non sembra"».

"Anche se non sembra" ha un suono molto particolare, tutto sembra racchiuso in un vortice privo di un centro di gravità. Quali sono i musicisti che vi hanno maggiormente ispirato?

«La musicalità del subcomandante Marcos».

In un periodo in cui la musica si ascolta su Youtube o simili un album come il vostro, difficile se non impossibile da etichettare, non temete che possa perdersi?

«In realtà crediamo nella distinzione. Partiamo prima di tutto da quello che noi vorremmo trovare intorno: differenza, diversità. Il non rientrare in pieno in un genere ci sembra inevitabile quando si è aderenti a se stessi. Trovo preoccupante pensare che sia necessario etichettare qualcosa per riconoscere che esista. Certo è che c'è un sacco di musica in giro ed il web è un territorio caotico dove si combatte con le armi dell'autopromozione e dell'autoaffermazione. È già perso in questo mare. È un prodotto come tantissimi altri che fanno fatica ad essere diffusi».

Toglietemi una curiosità, perché vi chiamate Edgar?

«Non c'è un senso preciso o un riferimento a qualcosa. La storia precedente a Edgar era Edgar Cafè. Abbiamo tolto il caffè: ce l'ha detto il cardiologo».


Titolo: Anche se non sembra
Gruppo: Edgar
Etichetta: OrangeHome Records
Data di pubblicazione: 2015

Tracce
(testi e musiche di Stefano Bolchi, eccetto dove diversamente indicato)

01. Vivo  [Antonio Melvavi, Stefano Bolchi]
02. L'astronave
03. Sembra semplice  [Antonio Melvavi, Stefano Bolchi]
04. Gli asini
05. D'istinti saluti  [Stefano Bolchi, Federico Fantuz]
06. Lettera  [Antonio Melvavi, Stefano Bolchi]
07. (esse barrato)  [Antonio Melvavi, Stefano Bolchi]
08. Luogo comune
09. Tappetino part-time   [Antonio Melvavi, Stefano Bolchi]
10. La penultima pagina
11 Già

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