sabato 24 settembre 2016

Catalpa e "Il suono lontano" di un'altra Firenze





Sono passati un po' di mesi da quando ho approntato questa intervista. Complice la pausa estiva e i tanti concerti che per fortuna nel periodo più caldo dell'anno si susseguono a ritmo incessante, riprendo il discorso solo in questi giorni. Giusto in tempo per riascoltare con piacere "Il suono lontano", il primo album dei Catalpa, duo fiorentino composto dall'ex componente dei Barbed Wire Temple, Axel Pablo Lombardi (voce e chitarra), e da Giuseppe Feminò, batterista e percussionista tornato a suonare dopo aver chiuso l'esperienza con l'Orchestra de Felicitade. Il disco continue tredici brani ambientati per lo più a Firenze, ma non in quella che attira tutti gli anni milioni di turisti bensì in quella popolare, dei quartieri, della vita fatta di sacrifici e lavoro. Storie di vissuto quotidiano che hanno come sottofondo Piazza dell'Isolotto, il Ponte di Mezzo, Sorgane, San Niccolò ma che potrebbero essere ambientate benissimo in altre periferie, non solo italiane. Tredici fotografie in bianco e nero della vita di tutti i giorni.
Un disco d'esordio interessante, forse non in grado di entrare subito nella testa dell'ascoltatore ma in cui la passione e la voglia di esprimersi traspare in modo evidente. Registrate in presa diretta chitarra e batteria, sono state aggiunte successivamente voce, basso (Francesco Notarbartolo) e fiati (Simone Morgantini). Sul piano meramente musicale l'impostazione cantautorale si sposa con marcati accenni rock e blues. Ballate intime lasciano il posto a brani più tirati dove le chitarre sono protagoniste indiscusse come nella title track e in "Sorgane", canzone che chiude il cd.
A presentarci il loro disco d'esordio sono Axel Pablo Lombardi e Giuseppe Feminò.




Iniziamo questa chiacchierata parlando del progetto Catalpa. Come è nato e soprattutto perché ha visto la luce?

Giuseppe Feminò: «Il progetto Catalpa (inizialmente Vagalume) nasce dall'incontro musicale di Axel, Giuseppe e Claudio a una festa di laurea di un amico in comune. Decidiamo di ritrovarci in sala e cominciamo a suonare dei brani di Axel, ostici al primo ascolto ma illuminanti col tempo. Claudio è costretto a lasciarci per dedicarsi al suo progetto preesistente e principale (Dangerego) e rimaniamo in due. Scherzosamente ci chiamiamo Eurithmics. Cerchiamo nel tempo elementi da inserire per ampliare le sonorità ma si rivelano tutti tentativi abbastanza deludenti. Le costanti prove ci portano a completare un numero di brani sufficiente per realizzare un disco, che è quello che vogliamo fare. Il vedere la luce ha un significato che non riesco ad accostare al nostro progetto, diciamo che costanza e applicazione portano a risultati più o meno importanti».

Quando penso alla parola catalpa mi vengono in mente due cose: l'album di debutto di Jolie Holland e l'albero tipico dell'America settentrionale. Voi che catalpa siete?

Axel Pablo Lombardi: «Siamo la catalpa che cresce nei giardini e nei parchi dalle nostre parti».

Nella vostra musica, seppur in qualche frangente venga fuori la vena punk blues di Axel, è predominante la matrice cantautorale di scuola italiana. Quanto siete legati a quel genere?

Axel Pablo Lombardi: «Sono cresciuto ascoltando altri generi musicali ma la musica italiana fa parte della mia cultura, mi circonda da sempre: le ninne nanne e le filastrocche dell'infanzia, le canzoni urlate con gli amici sul motorino, la radio, la televisione... videomusic! Quindi per fare qualche nome: Battisti, Dalla, Pino Daniele, Rino Gaetano e Piero Ciampi. Mi sono piaciuti molto i primi dischi di Moltheni anche perché non conosco i successivi, e poi gli Skiantos, i Flor e Pippo Pollina».

Giuseppe, dopo aver concluso l'esperienza con l'Orchestra de Felicitade, ti sei allontanato dalla musica per un po' di tempo. Cosa ti ha spinto a riprendere in mano le bacchette?

Giuseppe Feminò: «Premesso che con l'orchestra suonavo le percussioni e cantavo, ho ripreso le bacchette in mano perché i brani di Axel mi sono piaciuti, vivono una dimensione a mia misura. Suonare fa bene all'umore: la possibilità di essere creativo, le ore piccole, i vizi a ciascuno i suoi, fanno vivere meglio».

La scena musicale fiorentina, e più in generale toscana, è molto viva, ci sono tanti artisti di ottimo livello che stanno producendo musica di qualità. Da dove arriva tutto fervore artistico?

Giuseppe Feminò: «Abito in campagna e non conosco la scena musicale fiorentina o toscana, posso azzardare ad indovinare dicendo che a Firenze e in Toscana c'è dell'ottimo vino».

Le canzoni del vostro disco sono quasi tutte ambientate a Firenze e dipingono quadri di vita in quartieri che conoscete bene. Trovate che la quotidianità sia stimolante da cantare?

Axel Pablo Lombardi: «Bella domanda. Penso che la vita sia piena di cose belle, alcune molto piccole e semplici che si trovano proprio nella quotidianità, ed è un peccato lasciarsele scappare!».

Ma ci sono anche i ricordi delle estati in Versilia…

Axel Pablo Lombardi: «A Vittoria Apuana c'è la casa della nonna di mia moglie, dove, oltre ad andarci d'estate con la famiglia, mi capita di stare qualche giorno da solo d'inverno quando faccio dei lavori in Versilia. La sera quando ho finito di lavorare faccio notte a suonare e scrivere canzoni, faccio anche delle belle passeggiate sulla spiaggia, e in una di quelle ho ascoltato il messaggio di mio figlio in segreteria che mi ha fatto venire la voglia di scrivere quella canzone».

"Hotels & homeless" è ambienta invece a Genova con i suoi ‹palazzi molto alti appiccicati l'un l'altro, vicoli strettissimi marchiati a fuoco dall'umidità›…

Axel Pablo Lombardi: «Altro viaggio di lavoro. Dovevo imbiancare l'appartamento di un amico a Genova, siamo arrivati con la sua macchina, poi un imprevisto non mi ha permesso di poter lavorare e per tornare a casa ho dovuto prendere il treno, che tra l'altro era stato soppresso per la neve. Quindi per passare il tempo ho fatto una lunga passeggiata intorno alla stazione, faceva molto freddo però è stata molto piacevole».

San Niccolò, il quartiere dell'Isolotto, il lungarno… Ci volete stimolare a visitare Firenze?

Axel Pablo Lombardi: «Diciamo che racconto questi quartieri da visitatore, ci arrivo molto presto la mattina, faccio spesso una salutare passeggiata prima di andare a lavoro, mi dà la stessa sensazione di libertà di quando facevo "forca" a scuola e vagabondavo per Firenze».

Quartieri in cui non è raro assistere agli ‹umani sforzi di risorgere›…

Axel Pablo Lombardi: «Guardandosi intorno si può vedere tanta brava gente, ognuna di quelle persone compie ogni giorno enormi e umani sforzi per risorgere…».

In "Ponte di mezzo" regalate un bel quadro di integrazione razziale cantando ‹cinque bambini giocano alla fontana, bianchi neri e uno viene dal Perù evviva voi, insegnateci il futuro lentamente›. I bambini sono degli ottimi insegnanti...

Axel Pablo Lombardi: «I bambini ci riportano alla vera essenza della vita. Quei bambini che giocano insieme alla fontana provengono da varie parti del mondo e condividono la loro gioia sopra ogni pregiudizio, se potessero crescere in modo naturale, come meriterebbero, liberi da ogni sovrastruttura sociale o culturale, potrebbero veramente insegnarci un futuro migliore».

La vostra Firenze è la stessa di quella del Presidente del Consiglio?

Axel Pablo Lombardi: «Firenze è Firenze, ci contiene tutti, ognuno ha la sua dimensione e il suo piccolo grande universo, è la mia, quella di Giuseppe, del Presidente del Consiglio, di chi tira il pane ai piccioni in piazza e di chi scippa le borse, di chi non ha i soldi per mangiare e di chi va al Grand Hotel».

La copertina ritrae un particolare del ponte all'Indiano, cosa rappresenta per voi quell'immagine?

Giuseppe Feminò: «Se tornassimo indietro nel tempo e volessi andare a casa di Axel potrei passare solo dal ponte all'Indiano. Isolotto e Campi Bisenzio sono i nostri luoghi di origine, il ponte all'Indiano li collega».

Come suonerà "Il suono lontano" dal vivo?

Axel Pablo Lombardi e Giuseppe Feminò: «Speriamo bene».



Titolo: Il suono lontano
Gruppo: Catalpa
Etichetta: autoproduzione
Anno di pubblicazione: 2016

Tracce
(testi e musiche di Axel Pablo Lombardi)

01. Cercis Siliquastrum
02. Hotels & homeless
03. Catalpa
04. Il biglietto del '66
05. Un panino al pollo
06. Baia verde
07. Piazza dell'Isolotto
08. San Niccolò
09. Vittoria Apuana
10. Ponte di mezzo
11. Il suono lontano
12. Bella luna
13. Sorgane

giovedì 16 giugno 2016

"Anche se non sembra", gli Edgar sono tornati






Ci sono voluti sette anni ma alla fine gli Edgar sono tornati. "Anche se non sembra" è il nuovo album del gruppo ligure che arriva dopo il disco d'esordio, "Alcuni fattori marginali", prodotto e arrangiato da Piero Milesi e pubblicato nel 2008. Il gruppo vede la luce sul finire degli anni '90 come laboratorio di improvvisazione e nel 2003, con il nome di Edgar Cafè, rappresenta la Liguria e vince l'annuale edizione di Arezzo Wave. Cinque anni dopo arriva il primo disco di cui Milesi, scomparso nel 2011, è il vero deus ex machina. La sua morte interrompe i piani e l'attività degli Edgar e solo nel 2013 la band "rinasce" riannodando i fili spezzati e perdendo parte del nome. L'anno dopo gli Edgar si occupano delle musiche e suonano dal vivo nello spettacolo teatrale "The wedding singers" prodotto dal Teatro della Tosse di Genova con Angela Baraldi e la regia di Emanuele Conte. Poi finalmente il ritorno in studio per il nuovo disco, "Anche se non sembra", composto insieme a Daniela Bianchi e Antonio Melvavi, prodotto dalla OrangeHome Records di Raffaele Abbate e registrato negli studi di Leivi.
Undici tracce che creano un vorticoso magma musicale, a volte ipnotico e certamente onirico in cui mancano volutamente i punti di riferimento rappresentati da facili ritornelli. Difficile anche voler prendere parte al sempre vivo gioco della catalogazione artistica, che troppo spesso porta a cieche classificazioni come se la musica fosse una collezione di insetti. Il nuovo disco degli Edgar è un tentativo coraggioso che dimostra la vitalità di pensiero e di espressione di questo gruppo ora formato da Stefano Bolchi, Daniele Ferrari, Osvaldo Loi e dal bolognese Federico Fantuz. La dimensione acustica va a braccetto con sonorità energiche di indie rock e con la poesia di testi ambiziosi e studiati che parlano di lavoro giovanile, di rapporti interpersonali, di quotidianità e il lento scorrere del tempo. Il disco si chiude con "Già", dovuto e commosso ricordo di Piero Milesi.
Con Stefano Bolchi abbiamo parlato del ritorno degli Edgar.



Siete sulla scena dalla fine degli anni '90, quando ancora vi chiamavate Edgar Cafè, e in tutti questi anni avete pubblicato solo due dischi. Perché avete prodotto così poco?

«Quello che si trova nei due dischi è una parte del materiale sonoro e testuale prodotto in questo arco di tempo. Il tempo trascorso è relativo, e questo è un "credo". Tempo relativo rispetto alle istanze creative che ci hanno mosso, che ci hanno spinto a suonare, parlare e costruire rispettando i tempi di ciascuno di noi, valorizzandone l'autenticità non forzata, non veloce, non pubblicabile a tutti i costi».

Il vostro primo disco vide la luce nel 2008 e nacque dalla collaborazione con il produttore Piero Milesi. Poi sono passati sette anni, fino all'incontro con Raffaele Abbate che ha curato la produzione del vostro nuovo disco. Che differenze nel modo di lavorare avete riscontrato tra Milesi e Abbate?

«Il ruolo che hanno avuto Piero Milesi in "Alcuni fattori marginali" e Raffaele Abbate in "Anche se non sembra" è proprio diverso. Milesi si è occupato della direzione artistica del progetto. Piero ha composto delle parti, arrangiato insieme a noi i brani, suonato in alcune canzoni, supervisionato missaggio e mastering. Era un produttore d'altri tempi, di quelli che si innamoravano e davano anima e corpo per un progetto sconosciuto, facendo un vero e proprio investimento a rischio. Un ruolo di quel tipo si dice che oggigiorno sia estinto. In "Anche se non sembra" Raffaele non ha preso parte alla produzione artistica ma si è concentrato sulla costruzione del sound del disco in sinergia con il gruppo».

Quali sono gli stimoli che vi hanno portato nuovamente in sala di registrazione?

«Non ci sono stati stimoli esterni a portarci in sala di registrazione. Ci ha mosso il desiderio di far ascoltare queste canzoni tramite un disco pubblicato».

Il titolo del disco è "Anche se non sembra", spiegatemi allora qual è la verità…

«Pare che attualmente occorra apparire per esserci e di conseguenza se qualcosa o qualcuno non appare sembra non esistere. Per quanto riguarda la verità non so proprio che dire, anzi credo che con la verità l'uomo abbia un rapporto impossibile».

Considerate le undici canzoni del disco come se fossero parte di una storia o sono fotografie indipendenti?

«Le sonorità degli undici brani sono molto diverse tra di loro. Non è stato costruito un filo narrativo in sequenza ma sono evocati legami di senso. Ci piace lasciare all'ascoltatore la libertà di interpretare».

Leggendo i testi delle canzoni si capisce che è stata fatta molta ricerca. Usate soluzioni interessanti e non comuni tra cui rielaborazioni di modi di dire e paronomasie. Sembra che l'elaborazione dei testi rivesta un ruolo di primo piano nella vostra fase creativa…

«Anche se non sembra, i testi non rivestono questo ruolo principale. Certe trovate testuali sono nate non da un lavoro di ricerca linguistica ma da un approccio ludico, improvvisato, comunque elaborato poi criticamente insieme. Il lavoro sulla musica ha pari importanza. Si parte sempre da un inconsapevole improvvisazione».

In "L'astronave" c'è una strofa che mi ha fatto pensare: «È quando non resta più niente che l'orizzonte comincia a cambiare». Io adatterei questa frase all'esistenza umana: solo toccando il fondo si può dar vita a un cambiamento radicale. Cosa ne pensate?

«Che è un interpretazione possibile, anche se non siamo dell'idea che esista un fondo, piuttosto siamo dell'idea che partire dal vuoto faccia ben sperare. È grazie al vuoto che si muovono le cose se no ci sarebbe l'immobilità. Ho scritto quella frase partendo da un immagine visiva: la linea dell'orizzonte, priva di qualsiasi riferimento attorno, che inizia a prendere forma, un po' come il fenomeno del miraggio. Ho riportato questa visione letteralmente».

Se non sbaglio avete una visione critica della società attuale. In "Luogo comune" cantate «…la nostra mente è presa da tutto non sa fermarsi davanti a niente». Neanche la musica riesce a fermare questa corsa generata dal bombardamento continuo di stimoli e notizie, vere o false che siano?

«È una visione decisamente critica della società in cui ci sentiamo immersi, e siamo in crisi pure noi. Sì, siamo bombardati, e il rischio è di essere fagocitati. Si consumano stimoli vuoti che a loro volta consumano. La musica non c'entra niente e non può fermare nessun bombardamento. È soltanto uno strumento, di chi la produce e di chi la ascolta. È sicuramente difficile fermarsi rispetto a questo tritatutto, ma sta al soggetto scegliere di farlo».

In "Vivo" l'uomo subisce la superiorità dell'universo: «bipede astuto inventi le ore ma il tempo passa come gli pare»… È il nostro destino?

«L'uomo è descritto come fragile di fronte alla mancanza, alla vita, sebbene abbia fatto di tutto per controllarla, persino il tempo. Ma in "Vivo" l'uomo non è inerme, anzi: la vitalità è una scelta di resistenza, scelta indelegabile».

E i sentimenti e l'amore? Sono solo «un bicchiere vuoto sul banco del bar»?

«Sì, se non si riempiono di un buono e genuino vino».

Nel disco, quasi fosse la chiusura di un cerchio, avete dedicato la canzone "Già" proprio a Piero Milesi, scomparso alcuni anni dopo aver prodotto il vostro primo disco "Alcuni fattori marginali"…

«Piero si è dedicato al progetto profondamente e intensamente, si è molto coinvolto affettivamente, era il primo lavoro professionale in cui ci imbattevamo, eravamo tutti molto emozionati. Il ricordo che ho impresso è quello di una forte intensità. Dopo l'uscita del disco ci fu un periodo di giusta distanza, ma l'amicizia nata ci riportò a condividere serate e discorsi insieme. Si parlava anche di un secondo disco. Il brano "Già" era abbozzato in un provino che a Piero piacque particolarmente. Ci è venuto spontaneo dedicargli il brano in "Anche se non sembra"».

"Anche se non sembra" ha un suono molto particolare, tutto sembra racchiuso in un vortice privo di un centro di gravità. Quali sono i musicisti che vi hanno maggiormente ispirato?

«La musicalità del subcomandante Marcos».

In un periodo in cui la musica si ascolta su Youtube o simili un album come il vostro, difficile se non impossibile da etichettare, non temete che possa perdersi?

«In realtà crediamo nella distinzione. Partiamo prima di tutto da quello che noi vorremmo trovare intorno: differenza, diversità. Il non rientrare in pieno in un genere ci sembra inevitabile quando si è aderenti a se stessi. Trovo preoccupante pensare che sia necessario etichettare qualcosa per riconoscere che esista. Certo è che c'è un sacco di musica in giro ed il web è un territorio caotico dove si combatte con le armi dell'autopromozione e dell'autoaffermazione. È già perso in questo mare. È un prodotto come tantissimi altri che fanno fatica ad essere diffusi».

Toglietemi una curiosità, perché vi chiamate Edgar?

«Non c'è un senso preciso o un riferimento a qualcosa. La storia precedente a Edgar era Edgar Cafè. Abbiamo tolto il caffè: ce l'ha detto il cardiologo».


Titolo: Anche se non sembra
Gruppo: Edgar
Etichetta: OrangeHome Records
Data di pubblicazione: 2015

Tracce
(testi e musiche di Stefano Bolchi, eccetto dove diversamente indicato)

01. Vivo  [Antonio Melvavi, Stefano Bolchi]
02. L'astronave
03. Sembra semplice  [Antonio Melvavi, Stefano Bolchi]
04. Gli asini
05. D'istinti saluti  [Stefano Bolchi, Federico Fantuz]
06. Lettera  [Antonio Melvavi, Stefano Bolchi]
07. (esse barrato)  [Antonio Melvavi, Stefano Bolchi]
08. Luogo comune
09. Tappetino part-time   [Antonio Melvavi, Stefano Bolchi]
10. La penultima pagina
11 Già

video

mercoledì 18 maggio 2016

I Del Sangre celebrano "Il ritorno dell'Indiano"





Sono tornati e il piglio, questa volta, è decisamente rock. I Del Sangre, dopo sei anni di assenza, sono nuovamente sulla scena con "Il ritorno dell'Indiano", disco di pregevole fattura che rilancia le ambizioni del duo toscano. Dopo due album pubblicati solo su internet, come "Vox Populi" (2008) che contiene antichi canti popolari riarrangiati e riadattati secondo uno stile a metà tra tradizione italiana e folk americano ed "El Rey" (2010) dalle atmosfere introspettive, il duo Luca Mirti e Marco "Schuster" Lastrucci ha deciso di puntare in alto e di voltare lo sguardo oltre oceano. Il disco è stato finalmente stampato in formato fisico e i Del Sangre hanno potuto contare su una produzione con i fiocchi, affidata al sempre fedele collaboratore Gianfilippo Boni (anche in veste di musicista al pianoforte e al Wurlitzer), una sicurezza nella cura del suono. I Del Sangre per questa nuova avventura discografica non hanno badato a spese e si sono avvalsi della collaborazione del batterista Fabrizio Morganti, già al fianco di Irene Grandi e Biagio Antonacci, del chitarrista Giuseppe Scarpato, già con Edoardo Bennato, di Claudio Giovagnoli al sax e di Paolo "Pee Wee" Durante all'organo Hammond. 
L'album, dalle marcate sonorità rock, è composto da dieci brani e una cover in cui si rintracciano influenze della produzione di Bruce Springsteen (l'intro chitarristico di "Alza le mani" rende omaggio a "Lucky Town" mentre "Successe domani" riprende ritmica e l'incedere di "Part man, part monkey) fino a quella dei Clash. Il tutto è stato rivisitato in chiave personale e con l'aggiunta di un pizzico di modernità. Una occhiata verso gli anni '70 i Del Sangre l'hanno data con la cover. Mirti e Lastrucci hanno omaggiato Ivan Della Mea, uno dei più importanti cantautori di protesta di quegli anni, ripescando la canzone "Sebastiano", qui presentata in una bella versione rock. Una scelta che ha regalato ulteriore spessore artistico a questa ottima prova discografica del duo. Il disco in generale ha un bel "tiro" e i testi, a metà tra l'autobiografico e l'impegno sociale, sono conditi da una ironia pungente nei confronti del potere e di uno Stato lontano dalle esigenze dei cittadini. 
Luca Mirti (voce e chitarra) e Marco Lastrucci (basso) presentano, nell'intervista che segue, il sesto album della loro carriera, iniziata nel 2002 con "Ad un passo dal cielo" e proseguita due anni dopo con "Terra di nessuno" che contiene il singolo "Radio aut", vincitore del Premio Ciampi.




Ci sono voluti sei lunghi anni per poter ascoltare un vostro nuovo disco. Cosa avete fatto dal 2010, anno dell'uscita di "El Rey", ad oggi? 

Luca Mirti: «Ci siamo presi il nostro tempo per riflettere su dove stavamo andando. Io ho continuato a suonare, ho una cover band messa su da svariati anni con amici. Ci divertiamo a riproporre dal vivo pezzi di buon rock anni '70 coi quali sono cresciuto e mi serve per allentare un po' la pressione che può portare un impegno come quello coi Del Sangre». 
Marco "Schuster" Lastrucci: «Dal 2010 al 2014, data di inizio della pre-produzione di "Il ritorno dell'Indiano", sono stati anni di pensieri e ricerca, non ricordavo dove avevo seppellito l'ascia di guerra, ho scavato molto... poi è venuta lei da me, un po' come l'uroboro che può sembrare immobile ma in realtà è in eterno movimento».

Il vostro è un ritorno in grande stile dal momento che avete deciso di stampare il disco in cd, cosa che non era successa nei due precedenti episodi, e vi siete affidati all'etichetta Latlantide. Lo considerate il disco del "dentro o fuori"? 

Luca Mirti: «In un certo modo sì perché ci abbiamo investito molto in termini di tempo e di denaro, quindi la riuscita positiva o meno di questo lavoro determinerà in modo pesante quello che saranno i nostri passi futuri».

Quanto avete investito in questo lavoro?

Luca Mirti: «Molto, appunto. Sia in termini emotivi, perché rimettersi in gioco dopo diversi anni e alla nostra età non è mai semplice, sia in termini di tempo sottratto alle famiglie e al lavoro, e anche dal punto di vista economici. Questo disco è stato realizzato solo in minima parte con l'ausilio del crowdfunding - che è una formula che paradossalmente si rivela vincente solo se hai un "nome" e un conseguente appeal - ragion per cui ci siamo indebitati con un finanziamento che pagheremo ancora per due anni».

Per realizzare questo lavoro vi siete affidati a musicisti di grande qualità artistica: su tutti Giuseppe Scarpato e Fabrizio Morganti. Come sono avvenuti questi e gli altri incontri?

Luca Mirti: «Collaboriamo da anni con Gianfilippo Boni che è sempre stato il coproduttore di tutti i nostri lavori e nel suo studio di registrazione abbiamo realizzato i nostri dischi, da "Terra Di Nessuno" del 2004 in poi. Gianfilippo, oltre ad essere un apprezzato fonico e cantautore, è  sempre stato il nostro trait d'union coi vari musicisti che gravitano nella scena musicale toscana, per cui Fabrizio Morganti è stata una sua geniale idea, oltretutto i trascorsi e il presente di un musicista come Morganti, parlano per lui e così è stato per altri musicisti che sono andati a comporre il puzzle. Un discorso a parte è quello di Giuseppe Scarpato del quale mi innamorai, artisticamente parlando, vedendo un video di Edoardo Bennato (Giuseppe è il suo chitarrista produttore da ormai venticinque anni) e fortuna vuole che, pur essendo lui napoletano, risieda a Firenze ormai da anni. È stato semplice contattarlo, proporgli il materiale e imbarcare anche lui in questa avventura. Scelta che si è rivelata vincente in termini di suono, ma questo era scontato data la portata del musicista».

Avete sempre differenziato molto le sonorità da un disco all'altro ma questa volta il taglio rock lo ritengo particolarmente indovinato…

Luca Mirti: «Sì. Quello che abbiamo sempre cercato di fare, nel nostro piccolo, è stato quello di non ripetersi e ogni nostro lavoro presenta colori differenti. Siamo passati dal folk più tradizionale al country, fino a un folk più oscuro e visionario ma non avevamo mai fatto il disco rock come volevamo, per tutta una serie di ragioni. Stavolta ce l'abbiamo fatta. Abbiamo messo in campo "l'artiglieria pesante" e questo disco è un forte richiamo a quelle tradizioni rock americane che hanno sempre contraddistinto i nostri ascolti».

Tra le canzoni del disco ce ne sono due dedicate ad altrettanti personaggi ribelli della storia italiana. La prima riguarda "Gaetano Bresci", anarchico che uccise re Umberto I e che in questa canzone confessa il proprio reato. Qual è il messaggio di questo brano?

Luca Mirti: «Fondamentalmente che nessuna istituzione, per quanto potente possa essere, può sentirsi al sicuro. Prima o poi passano tutti sotto la lente del giudizio, sia esso divino o popolare. La storia è fatta di corsi e ricorsi».

L'altra canzone in questione è "Argo Secondari", brano legato alla figura dell'anarchico che diede vita al movimento degli Arditi del Popolo, organizzazione paramilitare nata in opposizione allo squadrismo fascista. Cosa rappresenta per voi?

Luca Mirti: «Non è propriamente la storia di colui che dà il nome alla canzone. Argo Secondari è solo l'eminenza grigia, il punto finale dove vanno a confluire una gran parte di personaggi storici passati ed attuali che, a loro modo, hanno incarnato la figura del ribelle. Figure che passano da Che Guevara a Gesù Cristo fino anche a John Belushi e Billy Bragg per citarne alcuni. Diciamo che è un sogno nel quale l'anima della ribellione si desta e prende per mano un popolo marciando fino alla vittoria finale».

Non mancano le canzoni di denuncia come appunto "Sacra corona unita". Il rock militante trovate che sia ancora attuale?

Luca Mirti: «La parola militante presuppone lo schierarsi in maniera netta e decisa da una parte della barricata. Io ho sempre pensato al nostro come a un rock sì di protesta, ma anche di libertà. Cosa questa che certi steccati ideologici non ti permettono di avere, nella maniera più assoluta. Non so se sia o meno attuale, so solo che è l'unico modo attraverso il quale riesco a esprimere al meglio i miei pensieri su ciò che mi circonda che non è tutto merda ma neanche tutto rose e fiori. È la vita…».

Con "Gli occhi di Geronimo" tornate all'attualità. Alla disperazione di chi perde il lavoro e che decide di farsi giustizia da solo. Una storia alla "Johnny 99" di springsteeniana memoria… 

Luca Mirti: «Sì. Questa è una canzone portata in dote da "Johnny 99" e da "Billy Austin" (canzone di Steve Earle, ndr), ma anche da una situazione che è impossibile da non vedere, se proprio non si vuol mettere la testa sotto la sabbia. Quando i sogni e gli ideali di un uomo crollano sotto i colpi di una società che pensa solo a distruggere anziché aiutare chi è in difficoltà e si arriva alle conseguenze estreme, le strade sono due. O ci si punta una pistola alla testa, o si cambia prospettiva e la pistola la si gira verso un altro bersaglio. Sia ben chiaro che questa non è esaltazione dell'omicidio, ma una mera constatazione della parte più oscura della realtà che stiamo vivendo e che ci tengono nascosta».

Avete un occhio particolarmente critico anche verso la società occidentale governata da soldi, potere e lobbies. Il vostro messaggio è chiaro in "Successe domani". Stiamo correndo verso il precipizio o c'è ancora tempo per sterzare?

Luca Mirti: «Allo stato attuale vedo una implosione della società occidentale, derivante maggiormente dalla perdita dei propri valori e del non senso di appartenenza alle proprie radici storico culturali. Diciamo che siamo entrati in un lungo tunnel buio dove la luce in fondo non è altro che un treno che sta arrivando in contromano e, a meno di brusche sterzate, finiremo investiti».

Si colloca alla perfezione in questo album la cover che avete scelto di cantare. Si tratta di "Sebastiano" di Ivan Della Mea, una delle figure più importanti della canzone di protesta degli anni '70. Perché avete fatto questa scelta?

Luca Mirti: «Perché volenti o nolenti Ivan Della Mea è stata una figura di rilievo del cantautorato di protesta degli anni '70 e la nostra attenzione è sempre andata verso quella che io amo definire "musica di sostanza". Oltretutto conoscevamo Ivan e ci è sembrato doveroso rendergli omaggio con questa cover che a mio parere ci veste abbastanza bene. Mettici anche che se quei pochi, fra i quali noi, non riportassero all'attenzione certi lavori che hanno dato qualcosa di concreto alla musica italiana, queste canzoni sarebbero destinate all'oblio. Perché ai ragazzi d'oggi - se non in minima parte - non importa molto di capire da dove sono venuti, ma solo dove stanno andando. Ma se non hai delle radici solide, sei solo un gigante con le gambe d'argilla, ti addentri nel buio del bosco senza quella lanterna in mano che altro non è che il tuo passato, le tue origini. È importante».

Nel corso della vostra carriera avete avuto occasione di dividere il palco con Della Mea?

Luca Mirti: «Abbiamo calcato lo stesso palcoscenico nel 2004 a Livorno al Teatro La Gran Guardia in occasione del Premio Ciampi che vincemmo come gruppo emergente. Quella stessa sera si esibirono artisti di grosso calibro che ottennero il premio alla carriera fra i quali Ivan Della Mea, appunto, ma anche Nicola Arigliano, Ricky Gianco, Giovanni Lindo Ferretti con Ambrogio Sparagna, Ligabue. Fu una serata indimenticabile».

Secondo voi per scrivere testi credibili è necessario che l'autore viva queste esperienze sulla propria pelle?

Luca Mirti: «Sì e no. Se fosse così, De André non sarebbe mai esistito essendo venuto da famiglia borghese agiata. Diciamo che l'artista, e io non mi definisco tale, deve avere una certa sensibilità. Una spiccata ricettività verso ciò che lo circonda e quando le antenne captano qualcosa, una parte nascosta di lui che viene fuori in quel preciso istante, butta tutto su carta. È però auspicabile che l'artista debba - nei limiti del possibile - vivere non in controtendenza (e questo spesso accade...) con quanto va predicando perché comunque ha la responsabilità di parlare alla gente e deve essere sincero e credibile».

"Scarpe strette" e "L'Indiano" mi sembra siano canzoni più autobiografiche rispetto alle altre. Qual è il loro significato?

Luca Mirti: «A volte capita che scrivi e lo fai di getto. A cose fatte, ti rendi conto che la canzone sta parlando di te. È un processo tanto curioso quanto affascinante. "L'Indiano" è un brano che parla di un ritorno dopo anni di vicissitudini personali e finisce con l'essere la metafora degli ultimi anni del mio vissuto. Capita che a un certo punto della tua vita in cui non hai più vent'anni e ti affacci ai cinquanta, come nel mio caso, fai due conti e metti tutto sulla bilancia; credo sia fisiologico. E allora guardi a quello che è stato, a quello che poteva essere e a quello che è al netto delle sconfitte che ti hanno portato dall'essere incendiario fino a diventare pompiere e in tutto questo rivedi anche un po' di quella che è stata la vita di tuo padre che resta un faro indispensabile. Almeno per me».

Chi sono gli indiani ai giorni nostri?

Luca Mirti: «Chiunque tira avanti per sopravvivere con mille euro al mese. E lo fa combattendo una battaglia che sa già essere perduta in partenza».



Titolo: Il ritorno dell'Indiano
Gruppo: Del Sangre
Etichetta: Latlantide/Edel
Anno di pubblicazione: 2016

Tracce
(testi e musiche di Luca Mirti eccetto dove diversamente indicato)

01. L'Indiano
02. Alza le mani
03. Successe domani
04. Gaetano Bresci
05. Fuori dal ghetto
06. Una chitarra per la rivoluzione
07. Sacra corona unita
08. Scarpe strette
09. Argo Secondari
10. Gli occhi di Geronimo
11. Sebastiano  [Ivan Della Mea]


video

martedì 26 aprile 2016

Emily Sporting Club cantano Pier Vittorio Tondelli





Emily Sporting Club debutta con un omaggio a Pier Vittorio Tondelli, scrittore di culto per i giovani
degli anni '80 che con il romanzo "Altri libertini" ha rappresentato una importante voce fuori dal coro. L'influenza dello scrittore e giornalista di Correggio è evidente nelle liriche e nelle atmosfere delle canzoni del disco d'esordio del gruppo nato nel 2013 dall'incontro tra Elisa Minari, il cantante e l'autore dei testi Nicola Pulvirenti, il chitarrista Silvio Valli e il batterista Alfredo De Vincentiis. Non si tratta però di una mera riduzione in musica degli scritti di Tondelli quanto di un'opera che prende spunto e subisce l'influenza di "Altri libertini" ma ne elabora un pensiero proprio e al passo con i tempi. "Altri libertini" racconta un'età di passaggio, di fuga dei giovani alle prese con tramontate rivendicazioni sessantottine. E proprio il contesto di insoddisfazione descritto così efficacemente nel libro da Tondelli è un sentimento che Emily Sporting Club riprende e attualizza.
Il romanzo di Tondelli, così come Emilia Paranoica, sono quindi il punto di partenza di questo album in cui si alternano varie sonorità che confermano quanto i componenti del gruppo abbiano metabolizzato la musica che li ha preceduti e siano stati in grado di svilupparne di propria, attuale, vibrante e dalla spiccata sensibilità. I riferimenti sono eterogenei e si possono trovare nel rock degli U2, nella new wave ma anche nel progressive italiano degli Area e nel post punk di gruppi come Joy Division e Cure. 
Di "Emily Sporting Club" abbiamo parlato con Elisa Minari e Nicola Pulvirenti. Il tutto nell'intervista che segue. 



Nella presentazione del vostro disco si legge che è ispirato al romanzo "Altri libertini" dello scrittore Pier Vittorio Tondelli. Sono passati più di trentacinque anni dalla pubblicazione di questo libro, lo ritenete ancora attuale? 

Nicola Pulvirenti: «Certo. È proprio uno dei motivi per cui lo abbiamo scelto. I personaggi descritti si trovano in un contesto di insoddisfazione verso il quotidiano, uno "spleen", un'apatia e, allo stesso tempo, il bisogno di trovare se stessi, di fare sbocciare la propria vita magari andandosene dalla provincia. È il loro mondo, lo amano ma purtroppo sta stretto. Sia per ciò che offre, sia per la necessità tutta personale di trovare la propria strada, il proprio "odore". Suona piuttosto familiare, no?».

Lo avete letto tutti questo libro? 

Nicola Pulvirenti: «Qualcuno anche più volte. Tondelli è stato uno degli autori della mia adolescenza. Non è stato l'unico dei suoi romanzi che abbiamo apprezzato: Tondelli ci piace perché ha uno stile che arriva subito e storie riconoscibili. Chi non ha avuto la propria Annacarla? Chi può dire di non essere mai partito per cercarsi?».

Elisa, quando è stato pubblicato il romanzo avevi sette anni. Chi te lo ha fatto scoprire? 

Elisa Minari: «Se non ricordo male fu alle superiori, la professoressa d'italiano lo aveva inserito in una lista di libri consigliati come letture estive. Ovviamente lo "divorai". Erano gli anni della scoperta di Jim Morrison, David Bowie, Lou Reed, Hendrix e tutto quel mondo musicale che è stato fondamentale per me. "Altri libertini" era decisamente sulla stessa lunghezza d'onda, sia per lo stile che per il sentire racchiuso nelle sue storie».

Qual è il messaggio che più vi ha colpito del romanzo che tanto scandalo suscitò quando fu pubblicato? 

Nicola Pulvirenti: «Appunto questa necessità di imparare a viversi anche passando per esperienze in qualche modo difficili, dolorose, a volte rischiose. Ed è un bisogno che alberga in tanti: il fatto che ne siano protagonisti dei ragazzi di tutti i giorni rende questa familiarità. Questi personaggi svelano, tra le pagine, anche gli aspetti che sono cautamente celati a una società che non è pronta ad accoglierli: come un organo trapiantato e rigettato ma, tante volte, migliore di quello che ha sostituito».

Perché avete deciso di ispirarvi al romanzo? 

Nicola Pulvirenti: «Lo abbiamo sentito vicino sia geograficamente, per i luoghi che abbiamo riconosciuto e vissuto in prima persona e per i personaggi dall'aria familiare, sia stilisticamente. Quante volte abbiamo scorrazzato per la piazza di Reggio Emilia o siamo passati al bar della Stazione Centrale? Magari ascoltando i Gong o Lou Reed. "Altri libertini" ha aggiunto ai nostri ricordi, personaggi che, a pensarci bene, potevano essere Giusy, Salvino, Miro… Fa parte del nostro bagaglio e ci siamo divertiti ad "aggiungere" altri episodi».

I giovani degli anni Ottanta, che accolsero entusiasticamente "Altri libertini", cosa hanno in comune con i giovani di oggi?

Nicola Pulvirenti: «Proprio le affinità a cui ci siamo ispirati. Certo, i tempi sono cambiati, ma il linguaggio esplicito, quotidiano è quello che si trova spesso nelle espressioni culturali di oggi. Basti pensare a un qualsiasi pezzo rap. Potremmo azzardare e definire "Altri libertini" un romanzo hip-hop».

Come Pier Vittorio Tondelli avete deciso di usare nei testi delle vostre canzoni un linguaggio diretto, abrasivo, crudo in alcune episodi e lontano dal perbenismo. Lo ritenete necessario per esprimere le vostre "idee contro" e lo stato di disillusione? 

Nicola Pulvirenti: «Non credo. Lo stesso messaggio può essere espresso in forme diverse. Lo stile certo permea più facilmente chi è pronto ad ascoltarlo. Non riteniamo che le nostre idee siano contro tout-court. C'è una necessaria presa di coscienza di una situazione che non soddisfa ma poi ne devono seguire un confronto e una reazione».

Cantate la mancanza di prospettive di una generazione, la disperazione di chi deve ricominciare e le storture della società attuale. Quali sono i vostri antidoti a tutto ciò?

Nicola Pulvirenti: «Come si diceva, ognuno ha i propri momenti "neri" e può capitare di percepire la sindrome locked-in: da solo e senza speranze nei confronti del mondo esterno. Bisogna ripensare a forme di condivisione e partecipazione. Sentirsi meno soli e creare reti di persone potrebbe permettere di invadere il campo della società da cui ci si sente esclusi per diventare noi stessi quella società che vorremmo. Saremmo cittadini più consapevoli, compassionevoli (nel significato etimologico). L'antidoto funziona se è condiviso». 
Elisa Minari: «In questo senso un antidoto efficace è la creatività, l'arte e l'interazione tra le sue diverse forme. L'unione di letteratura, musica e teatro, ad esempio, permette un notevole scambio di energie e idee atte alla realizzazione di un'opera che sarà unica e "plurale"».

La letteratura si conferma fonte primaria di ispirazione per i musicisti. Perché è così difficile invece che una canzone o un album ispiri un romanzo? 

Nicola Pulvirenti: «…o forse, semplicemente, non ce ne accorgiamo perché non è esplicitato. Lo stesso Tondelli srotola elenchi di musicisti, attori, ballerini. Non sarei certo del fatto che non si sia lasciato trasportare. La creazione/generazione culturale non esiste di per sé. È sempre un'evoluzione di ciò che è il nostro vissuto. Dante non ha creato la sua Commedia dal nulla e Miles Davis non avrebbe raggiunto le sue "rivoluzioni" se non avesse iniziato dagli standard. Poi capita, e di frequente, che l'influenza arrivi da forme espressive differenti e allora un Pollock o una scena di Tarantino potrebbero riconoscere un tributo a qualche canzone».

Da dove deriva il nome Emily Sporting Club? 

Nicola Pulvirenti: «Anche in questo caso, ci siamo lasciati coinvolgere da uno dei racconti in cui è descritto un luogo di ritrovo dei ragazzi della provincia, sotto la tenso-struttura di uno Sporting Club. Un luogo da cui si dipanano le singole storie e in cui si torna per condividerle, in cui si trovano i soliti amici e si incontrano quelli che lo saranno per un giorno o due. Ci è piaciuto e lo abbiamo preso in prestito ma giuro che lo trattiamo bene».

Gli E.S.C. sono nati nel 2013 ma le vostre esperienze in ambito musicale sono svariate. Me le descrivete?

Nicola Pulvirenti: «Alcune sono state condivise come Akràsia in cui eravamo Elisa, Silvio ed io. Poi ci sono stati i Nomadi, Freak Antoni, …».
Elisa Minari: «Sì, diciamo che dopo le esperienze reggiane di Akràsia e altre band dell'hinterland, ho semplicemente continuato a suonare. Dal '98 in poi in particolare ho imparato tantissimo dalle esperienze live e in studio. Ci sono stati ingaggi per nomi famosi e non, ma la cosa che ho preferito maggiormente è sempre stato fare parte di un gruppo che propone il proprio suono, la propria personalità, che si tratti di inediti o cover».

Quali sono state le motivazioni che vi hanno spinti a dar vita a questo progetto e come funziona la collaborazione tra di voi? 

Nicola Pulvirenti: «Ci conosciamo da anni; in alcuni casi, abbiamo mosso le prime esperienze musicali assieme. Ci frequentiamo al di là della band e, condividendo questa aspirazione, ci è sembrato naturale realizzarla in un contesto in cui ci fosse sintonia». 
Elisa Minari: «Esattamente. Riallacciandomi al discorso delle esperienze musicali di ognuno, personalmente avevo necessità di poter creare musica inedita in un contesto che conosco, che mi assomiglia per i motivi indicati da Nicola. Infatti l'idea di "Altri libertini" come testo di partenza è nata una sera in compagnia davanti a un bicchiere di vino, si era tornati a suonare insieme dopo diversi anni, e conoscendo le potenzialità e i gusti della band si è deciso di provare a dare forma a quest'idea che tanto ci piaceva».

Quali sono per voi le qualità di maggior pregio del vostro disco? 

Nicola Pulvirenti: «Credo che abbiamo avuto la fortuna di creare un'amalgama sonoro che ci ha soddisfatti potendo attingere un po' dai suggerimenti contenuti nel libro, un po' dai nostri gusti personali senza vincoli particolari. Personalmente mi sono divertito a giocare con uno stile di scrittura diretto e a fondere gli spazi del libro con i nostri».

Dal punto di vista musicale, le vostre canzoni suonano attuali e contemporanee. Come avete lavorato sugli arrangiamenti? 

Elisa Minari: «Amalgamando le nostre sonorità e idee. Pare scontata come risposta, in realtà non lo è.  Se si ascolta il disco per intero si noterà che il vestito dato a "Boy" non c'entra nulla con "Piedi inversi", che a sua volta pare molto distante da "Autobahn". In effetti uno arriva da una struttura armonica che suona anni '90, l'altro da una base elettronica a loop, l'altro da un giro più chitarristico. Musicalmente l'apporto di ognuno è stato diretto al fine di rispettare la natura originaria dei brani proposti dai musicisti, senza cercarne una produzione omogenea. Questa libertà d'azione è risultata ottimale se pensiamo al linguaggio tondelliano e alla struttura ad episodi del libro stesso».

Una curiosità: perché non avete riportato i testi nel booklet a corredo del cd? 

Nicola Pulvirenti: «Abbiamo voluto dare più spazio alle immagini lasciando la libertà di vivere i brani con l'ulteriore dimensione visiva. Lasciamo che chi ascolta possa marcare l'accento sui passaggi che sente più vicini, li faccia propri e dipinga il proprio viaggio durante l'ascolto: chissà, magari si tratta di uno sceneggiatore…».

In che forma si sviluppano i vostri live? 

Elisa Minari: «Lo spettacolo Emily Sporting Club prevede diversi allestimenti. Uno è quello che ci ha visto esordire sul palco del teatro Asioli di Correggio, un concept diretto dal regista Gabriele Tesauri che ci vede immersi in un continuo raggio di videoproiezioni, la musica è alternata a letture e performance di attori. La stessa idea la manteniamo nella formula per i live nei locali, adattandola ovviamente agli spazi a disposizione, concependo lo spettacolo come un flusso ininterrotto di canzoni, immagini e testi recitati. Stiamo preparando anche il set acustico che ci stimola a guardare i pezzi da un nuovo punto di vista».



Titolo: Emily Sporting Club
Gruppo: Emily Sporting Club
Etichetta: New Model Label
Anno di pubblicazione: 2016

Tracce
(testi di Nicola Pulvirenti e musiche di Emily Sporting Club, eccetto dove diversamente indicato)

01. Postoristoro
02. Emily Sporting Club
03. Piedi inversi
04. Boy
05. Del lavoro
06. Hangover
07. 2Mars
08. Autobahn
09. Più di così (non se ne può)  [testo di Pier Vittorio Tondelli]


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martedì 12 aprile 2016

Patrizia Cirulli regala "Mille baci" di poesia





Cantare versi scritti da altri può significare due cose: avere poco da dire oppure voler dire tutto, come in questo caso. Patrizia Cirulli nel suo nuovo lavoro in studio, dal titolo "Mille baci", è riuscita a regalare emozioni prendendo in prestito poesie di autori famosi e vestendole con abiti musicali eleganti, a volte sgargianti altre dai colori meno appariscenti, oppure semplici ma dall'effetto caldo e avvolgente. Una tavolozza musicale che scorre veloce all'ascolto e lascia piacevoli sensazioni. Si tratta di un progetto che avrebbe potuto fare cadere l'artista in una sterile e mal riuscita riproposizione di poesie di poeti famosi invece la cantautrice milanese ha lavorato sodo e la sua profonda sensibilità le ha permesso di dare alle stampe un'opera raffinata in cui brillano quindici gemme. Poesie di Catullo, Oscar Wilde, Quasimodo, Saba, D'Annunzio, Alda Merini, Trilussa, Eduardo De Filippo, Baudelaire, Pessoa e un emozionate scritto di Frida Kahlo al marito Diego Rivera hanno trovato nuova giovinezza grazie al lavoro della Cirulli che ha messo in evidenza la profonda essenzialità poetica della parola.
Come nel precedente "Qualcosa che vale", Patrizia Cirulli si è affidata alle cure di Lele Battista,  arrangiatore e polistrumentista dal tocco internazionale che ha saputo dare ampio respiro a tutto il progetto. A questa coppia artistica ormai collaudata si sono aggiunti nomi importanti della scena musicale italiana, tra cui Tony Canto, Andrea Di Cesare, Luigi Schiavone, Niccolò Bodini, Giorgio Mastrocola, Giordano Colombo, Davide Ferrario, Antonio Magrini e Massimo Germini. Un discorso a parte lo merita Fausto Mesolella di cui la Cirulli ha musicato una brano o meglio una poesia dal titolo "Dormo".
Ormai le classifiche lasciano il tempo che trovano ma "Mille baci" può tranquillamente ambire alle  posizioni di vertice della produzione italiana di quest'anno e se le radio uscissero dalle logiche di mercato questo disco avrebbe le carte in regola per arrivare al grande pubblico perché gli ingredienti ci sono tutti. Non ultimo la bellissima voce calda e sensuale della Cirulli.
Patrizia, oltre ad essere una grande artista, è donna dalla spiccata sensibilità con cui è piacevole conversare e il cui amore per il mare della Liguria è confermato dal videoclip della canzone "Mille baci", registrato sulla spiaggia di Cavi di Lavagna. Non poteva quindi che nascere una intervista ad ampio respiro sul suo nuovo lavoro discografico.



Patrizia, quale è stata la difficoltà più grande che hai dovuto affrontare per mettere in piedi questo progetto?

«Da un punto di vista artistico, compositivo, non ho avuto nessun tipo di problema. È avvenuto tutto in modo naturale e istintivo. Più che altro ho poi dovuto fare un lavoro di ricerca per contattare gli eredi dei poeti e chiedere loro il permesso per utilizzare i testi. Questa è stata una parte del lavoro che ha richiesto pazienza, impegno e costanza. È stato davvero un piacere conoscere gli eredi di questi grandi poeti che mi hanno anche incoraggiato con i loro complimenti, come nel caso di Alessandro Quasimodo e Luca De Filippo. Sono stati tutti molto attenti e disponibili all'ascolto del lavoro presentato. Li ringrazio immensamente per avermi dato il loro appoggio e il permesso di realizzare questo disco».

Con quale criterio hai scelto le poesie da musicare?

«Mettendomi davanti al testo e cercando di percepire la sua musicalità, oltre al mio gusto personale. Mi è capitato di "cantare" alcune poesie solo prendendo in mano il foglio. Leggendole avevo già in mente la melodia. Alcune le ho incontrate. Altre le ho cercate. Ho comunque scelto quelle che avevano una struttura e un linguaggio moderno e attuale».

Una volta in mano le poesie avevi già una idea precisa dell'abito musicale da cucire loro addosso?

«Per alcune si, come ti dicevo. Alcune le ho cantate subito. Per altre, ho lavorato un po' di più. L'idea di base, comunque, mi arriva abbastanza velocemente, ho già un'idea di quello che sta per succedere. Qui ti parlo della scrittura, della composizione musicale. Gli arrangiamenti sono poi stati curati da Lele Battista, che a livello di arrangiamento aggiunge poi la sua creatività in studio, rispettando però la natura della composizioni».

Come hai fatto ad adattare la musica alle poesie?

«Ho in mente quella che è la forma canzone. Non cambio una sola parola del testo originale. Semplicemente ho necessità di ripetere alcune frasi come ritornelli o strofe o momenti di passaggio, come succede nelle canzoni. In base alla musicalità delle parole e al senso del testo, si viene a creare uno stato emotivo particolare e da lì parte la creazione musicale. In fondo è quello che succede quando un compositore musica il testo di una canzone».

Da Catullo a Oscar Wilde, da Quasimodo a Baudelaire. A quale dei poeti che canti sei più legata e perché?

«A livello personale, ti dico Alda Merini. Non mi riferisco necessariamente ai due brani che sono presenti nel disco con i testi di Alda (anche se li amo molto), ma proprio a lei come essere umano e poetessa. È stata una grande donna, ha saputo attraversare e superare il dolore e trasformarlo. Ha scritto delle cose meravigliose e i suoi scritti e le sue parole sono grandi insegnamenti per tutti noi. Senza nulla togliere, ovviamente, alla grandezza degli altri poeti».

Il tuo rapporto con la letteratura e la poesia quando è nato?

«Mi piaceva leggere già da bambina, ho cominciato naturalmente con i testi proposti dalla scuola. Ricordo le prime letture con Calvino, poi Leopardi, Edgar Allan Poe. Mi piace ricordare che alle scuole elementari, ho portato agli esami dell'ultimo anno una poesia di Francesco Guccini. L'insegnante presentò una serie di poeti e relative poesie in modo da sceglierne una da presentare agli esami. Ad un certo punto parlando di Guccini, disse che questo poeta faceva anche il cantante. Io, che amavo la musica e sapevo già che avrei voluto cantare, scelsi a scatola chiusa la poesia del "poeta cantante". Si trattava della poesia "Il vecchio e il bambino". Un testo poi musicato e diventato canzone».

Tra le canzoni presenti nel disco c'è "Dormo", il cui testo è stato scritto non da un poeta ma da un grande compositore e musicista come Fausto Mesolella. Perché l'idea di inserirla?

«"Dormo" è una poesia scritta da Fausto Mesolella, che come sappiamo è un grande chitarrista e compositore. In questo caso però, credo forse per la prima volta, compare proprio come poeta. La musica è stata composta da me, quindi ho musicato questo testo come tutte le altre poesie del disco. Fausto scrive anche poesie. Ne ho lette alcune e mi sono piaciute molto. Non solo, mi sono proprio affezionata ad alcune di loro. Così le ho musicate e le ho fatte ascoltare a Fausto. Gli sono piaciute, mi ha dato la sua approvazione e ne ho così scelta una per questo disco».

Questo progetto ti ha portato a cantare anche in inglese, spagnolo, francese, portoghese e anche in dialetto napoletano. Un bell'impegno…

«E anche in romanesco con la poesia di Trilussa. In effetti ho dovuto poi farmi aiutare nella pronuncia da alcuni madrelingua. È stato comunque divertente anche se questo ha richiesto, ovviamente, un impegno. Ho pensato fosse corretto riportare su disco, come versione ufficiale, i testi dei poeti nella loro lingua originale, sia per rispetto nei confronti degli autori, sia perché il senso autentico è quello scritto in lingua originale. Ho poi aggiunto a fine disco, due traduzioni in italiano dei brani di Oscar Wilde e di Frida Kahlo. Questi due brani si trovano nel disco anche nelle versioni in italiano».

Tra i testi poetici da te cantati c'è, come dicevi, quello in cui Frida Kahlo dichiara il suo amore per Diego Rivera. Secondo me è uno dei capitoli più belli del disco…

«Sono d'accordo con te. Cantare un testo di Frida è stata per me una cosa straordinaria. È un'artista e una donna che ho sempre amato. Come sai, avevo scelto testi di poeti per questo disco. Poi un giorno, per una serie di associazioni mentali, mi sono ricordata di avere in casa dei suoi libri e ricordavo di aver letto delle sue poesie. Allora sono andata a riprenderli, ho individuato quello che poi sarebbe diventato il testo di questa canzone, "Poema para Diego Rivera", ovvero "Poesia per Diego Rivera". È un elenco di quello che Diego, il marito, era per lei. Un testo, secondo me, molto semplice nella forma ma con un grande impatto emotivo, soprattutto se si conosce la sua e la loro storia. Quando l'ascolto, spesso piango, mi commuovo. Così come ho pianto mentre componevo la musica».

Il disco è composto da diciotto tracce. Negli anni Settanta sarebbero finite su un doppio LP. Non ti è venuto il dubbio che fossero troppe?

«In realtà i brani sono quindici. La traccia numero sei è il testo di Baudelaire recitato in italiano da Giancarlo Cattaneo, speaker di Radio Capital e voce del progetto "Parole Note", che declama la poesia su un tappeto musicale tratto dalla canzone che segue immediatamente dopo, che sarebbe la poesia di Baudelaire cantata da me in francese. Le altre due tracce, la diciassette e la diciotto, sono le versioni in italiano dei brani di Frida Kahlo e Oscar Wilde. Mi è venuto in mente alla fine, ma è stato un dettaglio. Ho ritenuto opportuno farle stare tutte insieme, fanno parte della stessa famiglia anche se nel disco convivono vari generi musicali. È frutto del mio stile compositivo che si muove fra musica leggera e musica d'autore».

Hai lasciato qualcosa nel cassetto?

«Sì, ho lasciato fuori altri poeti e altri brani. Ho dovuto per forza di cose fare poi una scelta, altrimenti si che poi sarebbero state troppe canzoni».

Come per il precedente album, "Qualcosa che vale", ti sei affidata agli arrangiamenti di Lele Battista. Quali sono le qualità che ti hanno convinta a proseguire questo sodalizio artistico?

«A parte la stima personale e artistica, Lele mi conosce e riesce a comprendere nell'immediato quello che voglio fare e quello che c'è da fare nei brani che gli porto nella versione voce e chitarra. Ha una grande sensibilità artistica e umana. Fra l'altro, Lele duetta con me nel brano "Stringiti a me", la traccia numero quindici con il testo di D'Annunzio».

Ad accompagnarti in questo ambizioso progetto sono stati alcuni tra i musicisti più apprezzati della scena italiana. Con quale di questi pensi di avere più affinità e con chi ti piacerebbe registrare un album intero?

«Sono tutti musicisti straordinari, è vero. Le affinità le ho un po' con tutti loro. Per registrare un album intero, istintivamente ti direi Fausto Mesolella. Ma anche Tony Canto e Massimo Germini».

Quali diresti essere i maggiori pregi di questo disco?

«Si tratta di un disco che può essere ascoltato e apprezzato da tutti. In realtà non è un disco di "nicchia", è di facile ascolto. Ma ha profondità. È stato concepito per essere ascoltato e accolto da tutti, dai salotti letterari alle scuole elementari, in ambiti culturali e popolari. Ho scelto poeti famosi ma poesie non molto conosciute, a parte quella che dà il titolo all'album. Gli arrangiamenti sono pop nel senso più ampio e bello del termine. All'interno del disco coesistono, come ti dicevo, vari mondi. Si alternano leggerezza e profondità, volte a evocare e valorizzare lo spirito del testo. Poi ci sono momenti molto particolari e unici, come la messa in musica in forma canzone di un testo di Frida Kahlo. E anche di Eduardo De Filippo. Sono canzoni che si lasciano cantare. Il valore aggiunto è che i testi sono scritti dalla penna immortale di autori straordinari».


Titolo: Mille baci
Artista: Patrizia Cirulli
Etichetta: Incipit Records / Egea Music
Anno di pubblicazione: 2016

Tracce

01. Ay! Had we never loved at all  [testo di Oscar Wilde; musica di Patrizia Cirulli]
02. Deseo  [Federico Garcia Lorca; Patrizia Cirulli]
03. Forse il cuore  [Salvatore Quasimodo; Patrizia Cirulli]
04. Aprile  [Gabriele D'Annunzio; Patrizia Cirulli]
05. Mille baci  [Gaio Valerio Catullo; Patrizia Cirulli]
06. T'adoro al pari della volta notturna (preludio)  [traduzione di Attilio Bertolucci; Patrizia Cirulli]
07. Je t'adore à l'égal de la voûte nocturne  [Charles Baudelaire; Patrizia Cirulli]
08. Poema para Diego Rivera  [Frida Kahlo; Patrizia Cirulli]
09. Quanno parlo cu te  [Eduardo De Filippo; Patrizia Cirulli]
10. E più facile ancora  [Alda Merini; Patrizia Cirulli]
11. La capra  [Umberto Saba; Patrizia Cirulli]
12. Dormo  [Fausto Mesolella; Patrizia Cirulli]
13. Primavera  [Trilussa; Patrizia Cirulli]
14. Nao sei se è amor  [Fernando Pessoa; Patrizia Cirulli]
15. Stringiti a me  [Gabriele D'Annunzio; Patrizia Cirulli]
16. Sono solo una fanciulla  [Alda Merini; Patrizia Cirulli]
17. Poesia per Diego Rivera  [Frida Kahlo; Patrizia Cirulli]
18. Se noi non avessimo amato  [Oscar Wilde; Patrizia Cirulli]


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martedì 29 marzo 2016

Per Giancarlo Frigieri non è mai "Troppo tardi"




La sconfitta come accettazione dei propri limiti ma soprattutto come nuova possibilità, come occasione per ripartire e per imboccare strade inesplorate. È questo in filo conduttore che lega le otto canzoni di "Troppo tardi", nuovo album di Giancarlo Frigieri. Armato di chitarra e voce il cantautore di Sassuolo, al suo settimo capitolo discografico in poco meno di dieci anni di carriera solista (è stato per alcuni anni batterista dei Julie's Haircut), ha lasciato da parte lo stereotipo classico del cantautore e ha esplorato soluzioni sonore inconsuete. Basta ascoltare la canzone "Motivi familiari" in cui la sezione ritmica è affidata all'espressione ‹ti amo› in lingua finlandese mandata in loop, oppure il brano "Il chiodo" in cui Frigieri simula il tocco delle spazzole sulla batteria sussurrando ‹zitti tutti›, o ancora "Elicotteri e cani" in cui respiri e feedback di chitarra regalano un effetto percussivo. Anche le chitarre non sono usate in modo convenzionale e un esempio è il brano "Fiori" in cui l'assolo è creato unendo frammenti di melodie di autori classici del Novecento oppure la canzone "Galleria" che parte pagando un debito ai Primal Scream e termina quasi fosse uno spot pubblicitario. Tante piccole soluzioni che rendono il disco intrigante e piacevole. Notevole il lavoro che Frigieri ha fatto sui testi in cui sembra emergere quasi una auto-analisi che esorcizza una vita fatta di inciampi e ripartenze, in un susseguirsi di stagioni che passano e non ritorneranno. Testi che non per questo gettano una luce malinconica sulle canzoni ma sono semplicemente l'accettazione di una condizione umana a cui tutti dobbiamo adeguarci e che non può essere cambiata o stravolta. 
Nell'intervista che segue Giancarlo Frigieri ha parlato del suo nuovo album.



Giancarlo, è "Troppo tardi" per cosa?

«Per tornare indietro. È sempre troppo tardi. Bisogna vivere il proprio presente».

In questo album canti dell'accettazione delle sconfitte e della possibilità di ripartire. La società attuale pensi che dia l'opportunità di rimettersi in carreggiata dopo una falsa partenza?

«La possibilità di ripartire c'è sempre. Ogni sconfitta è una deviazione ed è proprio per questo che può aprire ad un percorso nuovo».

Hai vissuto sulla tua pelle quello che canti?

«A volte sì, a volte no. Molto spesso no».

Questo è il tuo settimo album a tuo nome. Penso che le velleità di sbancare il banco con la musica tu le abbia ormai archiviate, eppure continui a proporre lavori di grande qualità. Cosa ti spinge e ti stimola ad andare avanti?

«Non riesco a fermarmi. Scrivo canzoni da quando avevo nove anni, è una cosa che faccio in continuazione e non saprei proprio smettere. Magari in futuro non saranno canzoni ma musica strumentale, non so. Inoltre credo di essere bravo, soprattutto dal vivo».

In "Elicotteri e cani" canti: ‹Hai messo i sogni dentro ad un cassetto ed hai creduto ai racconti di chi ti ha detto che non meritiamo niente e non può andare meglio di così›. Ci commenti questa frase…

«Ne "Il chiodo" dico: ‹Quelli a cui piace stare dalla parte dei perdenti faranno sì che tu non vinca mai›. Più o meno è la stessa cosa».

Mi sembra di percepire anche una critica alla società di oggi fatta di apparenza, di una ricerca del consenso altrui, di una omologazione massiccia e invasiva. È così o mi sbaglio?

«Quando si fanno canzoni credo che la ricerca del consenso non sia necessariamente una cosa cattiva. Giuseppe Verdi scriveva a Boito, il suo librettista, che: ‹Bisogna guardar losco e fare un occhio al pubblico e un occhio all'arte›. Personalmente mi ritrovo perfettamente in questo. Credo che la maggior parte dei sedicenti alternativi non realizzi canzoni che si lasciano ascoltare principalmente perché non ne è capace».

Nel disco hai fatto quasi tutto da solo: hai cantato e hai suonato le chitarre. Hai un così brutto carattere da non volere nessuno al tuo fianco oppure pensi che un altro musicista possa condizionare le tue idee?

«È la prima volta che suono proprio tutto da solo. Ho deciso così e basta. Prima di ogni disco penso alle cose che mi impongo di non fare e poi devo rispettare questa regola, trovo che il limitare le proprie risorse sia una cosa che agevola la creatività. In genere, almeno in studio, ho qualche collaboratore e sono piuttosto aperto a idee esterne. Non sono mai presente ai missaggi, per dire. Mi limito ad alcune indicazioni di base e poi lascio fare. Chi partecipa al disco deve poter esprimere le proprie risorse».

Perché la scelta di una copertina anonima: una macchia di colore blu, senza titolo e senza il tuo nome?

«Lo avevo già fatto con il mio primo album in inglese. Tornassi indietro, almeno i titoli dei brani dietro li metterei, perché poi quando il pubblico li sente dal vivo, va a cercare sui dischi il pezzo che gli è piaciuto e questo agevola la vendita del supporto. Un occhio al pubblico e uno all'arte, vedi? Questa volta quello al pubblico è rimasto chiuso. È stato un errore, ma non si può rimediare. È troppo tardi, appunto».

Con il tuo precedente lavoro, "Distacco" del 2014, sei finito tra i candidato alle Targhe Tenco. Con "Troppo tardi" a cosa aspiri?

«A niente. Che è quello che ho sempre ottenuto fino ad oggi. Niente di niente di niente. Finire tra le Targhe Tenco non serve a niente, finire con le belle recensioni sui giornali non serve a niente, quantomeno non ti dà quello "spazio di incidenza", per dirla con Gaber e Luporini, per cambiare un bel niente dell'ambiente che ti circonda. Non ho aspirazioni di carriera, mi limito a suonare dal vivo e a registrare le mie canzoni. Se invece parliamo del risultato puramente artistico, non ricordo quale compositore disse che la musica sarebbe stata un ibrido tra canzone acustica e parti elettroniche e che avremmo avuto delle opere capaci di coniugare immediatezza e profondità. Da questo punto di vista spero che questo album si possa ascoltare anche tra centocinquant'anni con la stessa freschezza con la quale lo si può ascoltare adesso, anche se mi rendo conto che è solo un messaggio in bottiglia nell'oceano. Però è tutto quel che posso fare».

Little Steven, il chitarrista di Bruce Springsteen, in una recente intervista ha dichiarato: ‹Non faccio fatica ad ammettere che è stato un privilegio e un grande insegnamento venir su nell'unico periodo della storia (gli anni Sessanta e parte dei Settanta) in cui la musica migliore era anche la più commerciale, quella che dominava nei cuori della gente e anche nelle classifiche›. Cosa te ne pare?

«Ogni epoca ha la sua musica e la sua maniera di produrla e ascoltarla. Little Steven è stato fortunato a riuscire a farne un mestiere senza snaturare il proprio gusto. Sul fatto che fosse la musica migliore un sacco di gente non sarebbe d'accordo».

Oltre alla tua carriera solista porti avanti il progetto K. Butler & The Judas. Ce ne parli?

«Facciamo delle cover di Dylan, le facciamo ogni volta in maniera diversa, non facciamo praticamente mai le prove e improvvisiamo molto. Siamo dylaniani nello spirito, non nella calligrafia ed è una cosa che si può permettere solo chi ha grandi musicisti nella band, come abbiamo noi. I grandi musicisti ovviamente sono Antonio Righetti, Lele Borghi e Gianni Campovecchi. Io sono l'imbroglione di turno, che però riesce a farla franca».

È da poco finito il Festival di Sanremo. Ti interessa? Ti sarebbe piaciuto essere su quel palco?

«Certo che mi piacerebbe essere a Sanremo. Il motivo è semplice. È un'opportunità per fare dischi e concerti che vengano considerati. Ricordo una data di Max Gazzè al Kalinka di Carpi nel periodo de "La favola di Adamo ed Eva" davanti a venticinque persone. Due mesi dopo era a Sanremo, ha aggiunto un pezzo al disco e lo ha ripubblicato. Tempo un mese ancora e ha riempito i teatri. Sanremo è la manifestazione più vista, soprattutto dal pubblico cosiddetto "indipendente"».

Dove ti possiamo trovare?

«Su www.miomarito.it ci sono le date. Venite a sentirmi dal vivo. È l'unica arma che ho».


Titolo: Troppo tardi
Artista: Giancarlo Frigieri
Etichetta: New Model Label
Anno di pubblicazione: 2015

Tracce
(testi e musiche di Giancarlo Frigieri)

01. Nakamura
02. Galleria
03. Nel mondo che faremo
04. Elicotteri e cani
05. Il limite
06. Motivi familiari
07. Fiori
08. Il chiodo



venerdì 11 marzo 2016

Giorgia del Mese vive emozioni post-ideologiche





A distanza di due anni e mezzo dall'ottimo "Di cosa parliamo", la cantautrice campana Giorgia del Mese torna con "Nuove emozioni post-ideologiche", terzo album della sua carriera, in uscita l'11 aprile sotto etichetta Radici Music. Un disco potente, graffiante, incisivo che esalta le capacità di scrittura di questa artista tra le più interessanti del panorama italiano. Le atmosfere post-rock ed electropop si legano a suggestioni noise in un vortice sonoro a cui il produttore Andrea Franchi, già a fianco di Marco Parente e Paolo Benvegnù, dà spazialità e vigore. Dalle narrazioni a tratti ruvide, senza filtri, dirette, emerge l'urgenza di raccontare e descrivere le dinamiche del mondo, della società e dei rapporti personali osservandoli da un prospettiva diversa, per certi versi alternativa. Si parte dall'insofferenza di "Nuova visione" fino ad arrivare a "Caro umanesimo", poco più di due minuti di rabbia e accuse per quello che sta accadendo a migliaia di persone in fuga attraverso il Mediterraneo. E si riparte con l'inquietudine di "Fuoco tutto" per arrivare ad un finale strumentale noise che evoca la partenza verso lo spazio della navicella da cui la del Mese ha osservato il mondo in questo nuovo capitolo della sua storia artistica. Ad accompagnare il viaggio ci sono gli alberi della copertina che come tante mani stilizzate indicano un centro di gravità non ancora raggiunto.  
Come già successo nel disco precedente, Giorgia del Mese ha voluto al suo fianco alcuni amici in questa nuova avventura: Andrea Mirò, che dà il suo contributo su "Bello trovarti", l'istrionico Peppe Voltarelli, che dà vita ad un riuscito ed emozionante duetto su "Soltanto tu", Francesco Di Bella, che canta insieme alla del Mese nell'unica cover del disco, "Lacreme" dei 24 Grana.   
"Nuove emozioni post-ideologiche" è uno dei dischi più belli e coinvolgenti degli ultimi mesi. Giorgia del Mese mette sul piatto canzoni che hanno spessore e dignità di esistere e che meritano di essere ascoltate ed apprezzate. Un disco che rappresenta un punto di riferimento per la nuova scena italiana e con Giorgia abbiamo approfondito il discorso nell'intervista che segue. 




Giorgia, da dove arrivano le canzoni del tuo nuovo album intitolato "Nuove emozioni post-ideologiche"?

«Le canzoni di questo album sono state pensate in un anno di considerazioni, di aggiustamenti di vita e di assunzioni di nuove postazioni da cui osservare in modo partecipato. Direi che è un disco di pessimismo esistenziale ma orientato ad un ottimismo antropologico».

Sei sicura che stiamo vivendo in una epoca post-ideologica? Io temo che le ideologie non siano morte ma abbiano solo cambiato forma…

«Il "post ideologico" fa riferimento ad una nuova ideologia dominante almeno in occidente e in particolare nel nostro paese, dove annacquare e imborghesire gli obiettivi e le aspettative è diventato la normalità, dove le ideologie e le conquiste dei partiti comunisti e delle lotte degli anni precedenti vengono squalificate per dare cittadinanza al "meno peggio", al "siamo tutti nella stessa crisi", uccidendo una coscienza di classe e ricacciandoci indietro. Un disastro».

Quale "Nuova visione" auspichi?

«"Nuova visione" è in realtà una provocazione e non una proposta. È la rassegnazione di vivere sperando che non arrivi il peggio, abdicando a sogni e prospettive, abbracciando quello che ci ha invece ucciso: la politica statalista reazionaria e l'antipolitica razzista e egoista».

Giorgia del Mese. Genova, 31 maggio 2015 (copyright)
Hai arricchito questo tuo terzo lavoro con un alcuni ospiti. A partire da Andrea Mirò che ha dato il suo contributo in "Bello trovarti". Come vi siete incontrate?

«Con Andrea Mirò è stato un bellissimo incontro. È una persona appassionata, curiosa, generosa e una grande artista. L'ho incontrata varie volte in festival dove abbiamo condiviso il palco e un giorno le ho dato il mio disco. Dopo qualche mese mi ha scritto dicendo: ‹cazzo, non immaginavo fossi così forte›».

A impreziosire "Soltanto tu" c'è l'istrionico Peppe Voltarelli. Come si è svolta la session in studio?

«Con Peppe Voltarelli c'è una amicizia che è nata al Premio Tenco 2011. Viviamo entrambi a Firenze e questo ci ha permesso di coltivare le nostre affinità artistiche e umane, è una delle persone con cui mi sono sempre sentita a mio agio nonostante la sua statura artistica. Inoltre è un compagno e questo ci unisce molto. La sessione in studio è stata in primo luogo divertente e spensierata, e questo è una rarità quando si registra un disco, tutto merito di Peppe...».

Unica cover del disco è "Lacreme" dei 24 Grana con Francesco Di Bella che duetta con te. Perché hai scelto questa canzone?

«Era da tempo che volevo cantare un brano in napoletano visto che sono originaria di Salerno, ma sono restia a scrivere in lingua. Con Francesco Di Bella c'è un affetto profondo e ritengo che lui sia uno degli autori più sensibili in circolazione. "Lacreme" è un brano che avrei tanto voluto scrivere io…».

"Caro umanesimo" è una bordata esplosiva e rabbiosa contro la società di oggi con le sue storture, ipocrisie, sofferenze ed egoismi. Poco più di due minuti di rabbia…

«"Caro umanesimo" è un grido di rabbia e impotenza rispetto a quello che succede a centinaia di migliaia di fratelli e sorelle che cercano una vita migliore in occidente e noi, non abbiamo saputo salvare, accogliere, proteggere».

In "Strana abitudine" mi piacerebbe che mi commentassi il verso «...questa strana abitudine di morire senza protestare». Mi è venuta in menta la società italiana di oggi che è talmente distratta che non scende in piazza neppure per salvare la sanità pubblica…
Genova, 31 maggio 2015 (copyright)

«Hai colto molto bene quello che cerco di raccontare in "Strana abitudine", questa condizione esistenziale di resistenza, di cupezza, una area "depressogena" che assumiamo come normale, ma non lo è, eppure qualcosa esplode, qualcosa riemerge e si ribella. Spero!»

Si cambia decisamene tono con "La cosa da dire", in cui canti accompagnata da una chitarra acustica. Poco meno di un minuto e mezzo per dire cosa?

«"La cosa da dire" è un saluto ad un amico che se ne è andato, a cui è dedicato l'intero disco, per dirgli e dirci scusa, ma con vigore e prospettiva, perché tradiamo tutto ma tutto resta ancora da onorare».

Mi piace molto anche la copertina. Io però al posto degli alberi vedo tante braccia teste che invocano pace…

«La copertina è opera dell'artista Simone Vassallo. Abbiamo voluto creare una foresta intricata, oscura, ma vista dal basso forse si può conoscere meglio e fa meno paura».

Perché hai deciso di chiudere il disco con un brano strumentale, a tratti noise, in cui tastiere, chitarre e batteria elettronica si rincorrono nello spazio quasi fosse una corsa verso quel centro a cui puntano gli alberi della copertina?

«Il disco si chiude con un brano strumentale noise, perché questa è l'intera cifra del disco: un lavoro rumoroso, elettrico, imperioso, in cui non c'è spazio per la commozione».

A produrre e a curare l'arrangiamento è ancora una volta Andrea Franchi, un sodalizio artistico ormai consolidato il vostro. Quanto è importante la presenza di un produttore e cosa ha apportato al tuo disco?

«Il produttore artistico nei miei lavori è una figura determinante, è colui che sa tradurre le intenzioni e le intuizioni della scrittura e farle viaggiare con una nuova vita. Andrea Franchi è un super produttore perché ha la rara capacità di mettere il suo grande talento al servizio di un autore rispettando e interpretando l'identità di chi produce».

Concludendo, come sarà "Nuove emozioni post-ideologiche" dal vivo?

«Il tour 2016 sarà una sorpresa per chi ha seguito i miei live precedenti. Saremo in duo con Andrea Franchi in un set elettro-pop, come questo disco vuole».


Titolo: Nuove emozioni post-ideologiche
Artista: Giorgia del Mese
Produttore: Andrea Franchi
Etichetta: Radici Music
Anno di pubblicazione: 2016

Tracce
(testi e musiche di Giorgia del Mese, eccetto dove diversamente indicato)

01. Nuova visione
02. Bello trovarti
03. Caro umanesimo
04. Soltanto tu
05. Fuoco tutto
06. Lacreme  [24 Grana]
07. Strana abitudine
08. Senza più scuse
09. Tutto a posto
10. La cosa da dire
11. _

video


martedì 1 marzo 2016

"Storie della fine di un'estate" di Carlo Ozzella





I colori e i sapori dei mesi estivi, i sogni e i tanti volti dell'amore, della libertà e dell'amicizia fanno capolino nel nuovo album di Carlo Ozzella. "Storie della fine di un'estate", pubblicato a due anni e mezzo di distanza dal precedente "Il lato sbagliato della strada", segna un deciso passo in avanti nella crescita artistica del cantautore milanese. Abbandonati, almeno per il momento, i Barbablues, compagni di viaggio per oltre quindici anni e protagonisti di centinaia di concerti nei locali del nord Italia, e affrancatosi dalle influenze, a volte troppo marcate, della produzione di Bruce Springsteen, Ozzella ha dato vita ad un disco di sano rock influenzato dalla tradizione americana così come dalla canzone d'autore italiana. Musicalmente Ozzella ha scelto di utilizzare molto meno il sax, strumento tra i più importanti del disco precedente, e di lasciare poco spazio agli assolo, tutto ciò a vantaggio di un suono più compatto e moderno. È cambiato anche il punto di osservazione da cui Ozzella guarda il mondo. Gli aspetti sociali, tanto importanti nelle canzoni de "Il lato sbagliato della strada", hanno lasciato il posto ad una visione più intima e personale in cui gli stati d'animo, le emozioni e le esperienze di vita sono diventate protagoniste nelle undici tracce autografe. Per raccontarsi Ozzella ha lasciato da parte la lingua inglese, utilizzata in alcune delle canzoni del primo disco, e ha scelto di cantare tutti i brani in italiano. Scelta ampiamente condivisa da chi scrive e che ha donato maggiore omogeneità all'album.
Arricchisce il cd la canzone "Quando il cielo è fragile", scritta da Lorenzo Semprini e pubblicata una decina di anni fa in inglese nel disco dei Miami & The Groovers. Il brano è stato poi tradotto da Daniele Tenca e quella pubblicata da Ozzella è la prima versione ufficiale in italiano. "Storie della fine di un'estate" è un disco brillante, coerente e generoso che scorre fluido senza momenti di stanca o cali di tensione e che conferma l'ottima vena creativa di Ozzella.
In studio di registrazione il cantautore milanese si è avvalso della collaborazione di Claudio Lauria al sax, di Davide Malanchin alla batteria e alle percussioni, di Martino Pellegrini al violino, di Paolo Quaglino alle chitarre, di Riccardo Maccabruni all'Hammond e alla fisarmonica, di Roberto Cito al basso e di Stefano Gilardoni al pianoforte e al mandolino.
A raccontarci la genesi di "Storie della fine di un'estate" è Carlo Ozzella nell'intervista che segue. 




Carlo, è sempre un piacere poter chiacchierare con te. Cosa è successo nella tua vita dall'ultima volta che ci siamo bevuti una birra insieme?

«Tantissimi concerti, molti nuovi amici che seguono la mia musica, una bimba che cresce, un'altra in arrivo fra pochi mesi… e un nuovo album!».

Presentaci "Storie della fine di un'estate", il tuo nuovo disco uscito in questi giorni…

«Dodici brani, tutti in italiano, rock d'autore. È un disco in cui si incontrano le sonorità tipiche del rock americano classico, del folk rock più moderno e della canzone d'autore italiana, in cui la cura dei testi ha una grande importanza. Le canzoni raccontano pezzi di vita, ricordi, sogni, l'amore con i suoi tanti volti, l'amicizia. Dopo il precedente album, in cui mi ero soffermato maggiormente su tematiche sociali, sulla crisi che stavamo attraversando, volevo che questo lavoro contenesse storie molto più personali, storie reali, in cui ognuno si potesse identificare».

Rispetto al precedente disco, questo non è più firmato insieme ai Barbablues. È cambiato qualcosa?

«Ero convinto che questo disco dovesse rappresentare una svolta per me. Volevo che suonasse alla grande, che contenesse idee nuove da un punto di vista musicale, che venisse registrato in maniera assolutamente professionale. I Barbablues sono nati come "party band", hanno fatto questo per quindici anni e ancora lo fanno in maniera eccezionale! Ma suonare delle cover e animare una serata è una cosa diversa rispetto a produrre un disco. Insieme ci siamo resi conto che era bene separare queste due realtà, che per inseguire l'idea che avevo in testa era necessario affidarsi a nuovi musicisti, ad un produttore artistico. E poi portare avanti un progetto solista, in cui potesse emergere la figura di un cantautore con le sue storie da raccontare».

Da dove arrivano le canzoni di questo disco?

«Subito dopo l'uscita del precedente lavoro per un anno circa non ho scritto praticamente niente. Poi gradualmente una serie di nuove canzoni hanno iniziato a venire alla luce, prima le musiche, poi le idee sui testi, poi versi sempre più affinati. In alcuni casi si è trattato di un'esigenza espressiva immediata, emozioni che non sapevo elaborare se non facendole confluire in una canzone, in altri di lunghe riflessioni, su cosa volevo raccontare e in che modo. Mi piaceva in generale l'idea che alla fine ne risultasse un compendio di differenti storie ed esperienze».

C'è un filo conduttore che lega le storie che canti in questa tua nuova fatica discografica?

«La prima volta in cui ho ascoltato l'album finito mi sono accorto che c'è un termine che ricorre spesso nelle canzoni: "libertà". Credo che questo tema attraversi in maniera trasversale tutto il disco, anche da un punto di vista musicale».

Nei testi mostri un carattere molto determinato. In più di una occasione inviti a vivere totalmente la vita, a rinascere senza dover fingere. È questo il modo in cui vorresti vivere?

«Mi rendo conto sempre di più come spesso ci troviamo a condurre vite in cui scegliamo solo in parte cosa vogliamo davvero. Per il resto è una grande finzione, abbiamo la nostra parte e dobbiamo recitarla. La cosa sorprendente è che se ci pensi bene nessuno ci costringe a farlo! Eppure per uscire dagli schemi ci vuole molto coraggio e io per primo non sempre sento di averlo».

È applicabile questa visione alla società di oggi?

«Sono convinto che sia possibile fare dei primi passi, partire dalle piccole cose e in quelle riaffermare le proprie scelte, non condizionate. Chiedersi se quello che si sta facendo ci piace davvero, ci rende felici, e se non è così intraprendere un nuovo cammino».

Musicalmente gli interventi di sax, molto presenti nel tuo primo disco, sono più ridotti a vantaggio di violino e tastiere. Un cambio di rotta?

«In parte sì. Volevo allargare le mie possibilità espressive, usare sonorità più variegate e soprattutto fare un disco che suonasse attuale, moderno. Il sax è uno strumento magnifico e Claudio (Lauria, ndr) in particolare è un musicista di grande qualità, ma ricorrere sempre al sax come strumento solista rischiava di portarci un po' indietro negli anni, a sonorità che oggi sono un po' superate. Le stesse strutture delle canzoni sono state pensate in questo senso, in generale ci sono pochi assolo e i pezzi scorrono via molto più compatti».

Trovo che le canzoni suonino meno "springsteeniane" rispetto a quelle del primo disco. Personalmente ritengo che sia segno di maggiore maturità artistica. Tu cosa ne dici, sei cosciente di tutto ciò?

«Per me è stato un percorso di crescita abbastanza naturale. Un amico giornalista, Daniele Benvenuti, nella sua recensione a "Il lato sbagliato della strada" lo aveva definito come l'album "più sonoramente springsteeniano" che lui avesse ascoltato negli ultimi venticinque anni. Il che naturalmente mi aveva fatto piacere, è da quel mondo che venivo e in qualche modo a quel sound mi ero ispirato. Ma restare in quel solco conteneva una grande insidia, quella di non esprimere affatto una propria identità, che è l'esatto contrario di ciò che significa essere un artista».

Rock ma anche aperture verso certe sonorità irlandesi come in "Ti bacio per tutta la vita"…

«Avevo in mente alcuni strumenti che senz'altro avrei voluto utilizzare, come il violino, la fisarmonica, per dare al disco sfumature folk. Volevo sentire nelle canzoni il legno degli strumenti, delle chitarre acustiche, del mandolino, percepire le loro vibrazioni. In questo disco tutti gli strumenti che si sentono sono reali, nulla di campionato o di replicato. Per l'Irlanda poi ho un amore profondo e non vedo l'ora di ritornarci. Adoro i suoni e le atmosfere della sua musica tradizionale, la sua storia e la sua mitologia, i suoi paesaggi».

Vedo che rispetto al disco precedente, dove erano presenti anche canzoni in inglese, hai scritto tutti i testi in italiano. Una scelta azzeccata che rende il lavoro molto più omogeneo. Chi ti ha consigliato di fare questa scelta?

«Ho avuto diversi "consiglieri" in questo senso! Ma sinceramente è una decisione che già si era fatta strada in me. Ad un tratto ho capito che era necessario fare una scelta, definire una mia identità e portare avanti un mio modo di fare musica e di scrivere le canzoni. Solo in questo modo avrei potuto essere credibile. Ho sempre dato una grande importanza ai testi delle canzoni, io sono cresciuto ascoltando i maestri come De André, Guccini o De Gregori, e mi sono reso conto che solo scrivendo in italiano avrei potuto dare profondità alle parole, raccontare in maniera più precisa, definita e anche poetica le mie storie, pur con le complicazioni che la lingua italiana comporta».

Tra i musicisti che hanno contribuito c'è anche Riccardo Maccabruni, già con i Mandolin' Brothers e Massimo Priviero…

«Ho conosciuto Riccardo proprio seguendo i concerti di Priviero. Ho potuto vedere in più occasioni quanto fosse bravo e versatile, oltre che un ragazzo simpaticissimo e molto disponibile. Ci siamo parlati, gli ho detto che mi sarebbe piaciuto averlo nel disco a suonare gli Hammond e alcune parti di fisarmonica: ha accettato subito con entusiasmo e ha fatto un lavoro egregio. Posso dire lo stesso di Martino Pellegrini, che ha suonato le parti di violino. La magia di "In una notte come questa" è tutta merito loro».

Quasi tutti i testi sono scritti parlando in prima persona. Questo significa che sono storie che nascono da tue esperienze personali?

«Nella maggior parte dei casi è proprio così, sono storie vissute davvero, in prima persona e solo in un secondo momento elaborate, trasformate. Il processo di scrittura, il lavoro sui testi ti porta inevitabilmente poi ad assumere un punto di vista più generale, a cercare di astrarre e di rendere le tue storie più "universali". Ma ho scritto tutte le canzoni guardando molto dentro me stesso, elaborando esperienze e cercando di esprimere i miei stati d'animo, i sentimenti, che non sapevo raccontare e trasmettere diversamente. Non è stata una scelta premeditata, è qualcosa che è venuto in maniera molto naturale».

"Quando il cielo è fragile" è l'unica canzone che non hai scritto tu…

«Esatto, è una canzone dei miei amici Miami & The Groovers, il cui titolo originale è "When the tears are falling down". Era presente nel loro primo disco, uscito nel 2005, e alcuni anni dopo un altro amico e ottimo musicista, Daniele Tenca, ha scritto il testo in italiano del brano. Nei loro concerti i Miami spesso mixano le due versioni e in diverse occasioni il brano è anche stato eseguito interamente in italiano. Mancava però un'incisione in studio "ufficiale" di questa versione e così, mentre stavo lavorando al disco e facendo un po' di scelte su quali brani includere o meno, Lorenzo Semprini mi ha scritto e mi ha chiesto ‹perché non la incidi tu?›. Sono stato indeciso per un po' di tempo, il pezzo mi piaceva molto ma avevo paura che suonasse un po' "estraneo" nel contesto del disco. Poi durante una serata che abbiamo fatto poche settimane prima di andare in studio a registrare l'abbiamo suonata dal vivo. Dalla reazione del pubblico ho capito che dovevo inciderla e metterla nel disco».

E poi hai abbandonato il bianco e nero scegliendo colori molto solari per la copertina. Il sole splende alto anche se sono "Storie della fine di un'estate"…

«Volevo che questo fosse assolutamente un album "a colori", nell'artwork del cd così come nelle immagini utilizzate nelle canzoni e nei suoni. Quando abbiamo iniziato la pre-produzione del disco ci siamo accorti che potevamo solo in una certa misura definire le parti dei singoli strumenti, perché la vera forza dei brani sarebbe venuta fuori solo suonandoli, cogliendo l'ispirazione di quel momento. E io credo che alla fine aver scelto questo tipo di approccio abbia portato grande vitalità e solarità alle canzoni».

Tra i ringraziamenti c'è anche Bruce Springsteen & The E Street Band. Se non ci fosse stato lui ti saresti avvicinato alla musica?

«Sono convinto di sì. La musica mi ha accompagnato praticamente da sempre e già quando avevo undici anni suonavo la chitarra e cantavo. Scoprire Bruce è stato come intraprendere un cammino, avendo accanto una guida, per raggiungere un posto in cui ciò che fai coincide davvero in pieno con ciò che sei. Ma quando hai scoperto la bellezza del viaggio il percorso che fai passa in secondo piano: puoi scegliere magari una strada diversa, ma non puoi fare a meno di percorrerla».


Titolo: Storie della fine di un'estate
Artista: Carlo Ozzella
Etichetta: Avakian Productions/IRD
Anno di pubblicazione: 2016

Tracce
(testi e musiche di Carlo Ozzella, eccetto dove diversamente indicato)

01. Santi, perdenti ed eroi
02. Niente da perdere
03. Alla fine del giorno
04. Ti bacio per tutta la vita
05. La strada che conduce a te
06. Forti e liberi
07. In una notte come questa
08. Un vuoto da riempire
09. Niente è così sia
10. Quando il cielo è fragile  [Daniele Tenca, Lorenzo Semprini, Roberto Vezzelli]
11. Fino all'ultimo respiro
12. Viola