venerdì 17 novembre 2017

"Totem", il manifesto di Emanuele Dabbono





Emanuele Dabbono ed io ci sentiamo con una certa regolarità. Un messaggio, una chiamata per condividere un nuovo successo, un traguardo atteso e finalmente raggiunto, la notizia e l'invito ad un suo concerto. Ed in questi ultimi anni, sotto il profilo musicale, sono stati tanti i momenti vissuti da protagonista da Dabbono: le canzoni scritte per Tiziano Ferro e portate al successo dal cantante di Latina ("Incanto" e "Il conforto" sono stati premiato con il doppio disco di platino, "Lento/veloce" ha raggiunto il platino e poi "Valore assoluto" e "Non aver paura mai"), i vent'anni di carriera, i testi di alcune canzoni utilizzate per una edizione speciale di Topolino con Tiziano Ferro protagonista della storia. Ora, nel momento più importante della sua carriera, Dabbono ha pubblicato "Totem", il suo terzo album e il primo senza i Terrarossa (senza considerare i due lavori del progetto Clark Kent Phone Booth). Un disco per certi versi inatteso, registrato in pochi giorni dal tecnico del suono Raffaele Abbate in una chiesa sconsacrata ad Arenzano. Ad accompagnarlo sono stati chiamati musicisti di provata esperienza come Fabrizio Barale, Marco Cravero e poi Paolo Bonfanti, Gianka Gilardo, Fabio Biale ed Andrea Di Marco. Con "Totem" Dabbono ripercorre i suoi vent'anni di carriera, dagli esordi nel 1997 con la canzone "Piano" fino agli ultimi anni. Un disco sincero, genuino, che rifugge i circuiti di promozione e i passaggi nelle radio commerciali. Una volontà confermata anche dal fatto che non è stato estratto un singolo di lancio. 
È lo stesso Dabbono, nell'intervista che segue, a spiegare i motivi di questa scelta.



Emanuele, eccoci a parlare del tuo nuovo disco. Lo hai intitolato "Totem", termine che identifica una entità naturale o soprannaturale che ha un significato simbolico. Qual è il tuo totem e perché hai intitolato così questo tuo nuovo lavoro?

«Il Totem per gli indiani era qualcosa di sacro al quale sentirsi legati per tutta la vita. In questo disco non c'è niente di fittizio, non ci sono comparsate del rapper di turno né suoni modaioli o overproduction esasperate che radio e case discografiche spesso promuovono a scapito dei contenuti. Qui l'unico featuring che mi sono concesso è con la verità, con il ragazzino sognante che sono stato, coi ricordi di un tempo antico e bellissimo. In questo senso Totem è il mio manifesto».

Questo è anche il tuo primo album solista dopo i due precedenti firmati insieme ai Terrarossa. Perché questa scelta?

«Mentre lo compilavo pensavo: sarà il mio "Nebraska". Ma questo album non è stato preferire i provini agli arrangiamenti elettrici con la E Street Band come fece il Boss nell'82 (tra l'altro anche Giuseppe Galgani dei Terrarossa è presente nell'album alla chitarra, come a proseguire il cammino con me). Questo disco l'ho pensato, addirittura sognato, per vent'anni. Ma nessun progetto da ragioniere. Una mattina mi sono detto: è il momento. Chi se ne frega del mercato. Avevo bisogno del mio tempo per maturare e prendere il coraggio di andare controcorrente, non per il gusto di farlo o per strategia. Perché guardandomi allo specchio era l'unica direzione dove il mio navigatore emotivo sapesse dirigersi. E l'ho fatto».

Dopo i successi come co-autore di brani portati in vetta alle classifiche da Tiziano Ferro ci si sarebbe potuti aspettare una naturale prosecuzione su questa strada. Invece ti sei chiuso in una chiesa sconsacrata di Arenzano per registrare in presa diretta queste undici tracce…

«Avevo una cassetta dei Cowboy Junkies registrata in chiesa. Ero solo un bambino. Mi sembrava ci fosse più sacralità lì dentro che nelle prediche del prete la domenica. Ma poi ho capito perché: certe canzoni ti chiedono spazio. E io sono nato suonando la chitarra acustica. Non vedevo l'ora di far respirare e non soffocare la mia voce in mezzo all'elettronica. Quando faccio l'autore mi diverto, sperimento con synth, tastiere, moog e quant'altro perché l'apertura mentale non è una frattura del cranio. Cerco la profondità testuale e non mi accontento, ma in ogni caso c'è molta curiosità dell'ignoto, nel cimentarsi a briglie sciolte nei generi musicali. Quando fai il tuo disco invece è molto più semplice e netta la domanda da farti allo specchio: tu che musica sei?»

Sembra una decisione di rottura, quasi a dire: attenti, io non sono solo quello di "Incanto" o "Lento/Veloce"…

«Il brano al quale sono più legato è "Il conforto". Vedi, io considero uno che fa il mio mestiere non come un seriale che ti propone sempre la stessa minestra. Ci evolviamo quotidianamente. Adesso leggo Wyslawa Szymborska, adoro Hitchcock e Magritte e ascolto Roberto Vecchioni. Anni fa non lo avrei detto e nel frattempo mi perdevo queste meraviglie. E se vai proprio a vedere, "Incanto" aveva un'atmosfera irish».

Tre giorni di registrazioni che ricordano gli anni d'oro della musica quando in presa diretta si registravano canzoni e album memorabili. La chiesa di Arenzano è la tua cantina della Big Pink?

«Quando insegnavo ancora canto (anche agli amici e bravissimi Samuele Puppo e Lorenzo Piccone) uno dei must era "The night they drove old dixie down". Sono cresciuto con quella musica. Con Crosby, Stills, Nash & Young, Joni, Jackson Browne. Era naturale, prima o poi, "riportare tutto a casa" e l'esperienza della chiesa di Arenzano ha reso tutto più gospel senza nemmeno essere un disco soul, ma ci sono quintali d'anima dentro. Spero si avverta».

A collaborare hai chiamato due maestri della chitarra: Fabrizio Barale che lo ricordiamo a fianco di Ivano Fossati e Marco Cravero che ha legato il suo nome a quello di Francesco De Gregori. Cosa hanno dato a te personalmente e al disco queste collaborazioni?

«Tutti gli ospiti presenti da Paolo Bonfanti a Fabio Biale, da Andrea Di Marco alla tromba a Gianka Gilardi alla batteria mi hanno regalato la loro umanità, prima che il loro innegabile talento. Volevo belle persone, non macchine da metronomo. E in questo senso mi sento di dover ringraziare più di tutti Raffaele Abbate, "il mio Jonathan Wilson", l'ingegnere del suono che ha ripreso tutto ed è stato in grado, registrando con il suo studio mobile, di permettere a tutti e non solo a noi, di vivere la magia di un album come si faceva nel 1973. In soli tre giorni, senza scomporsi mai, sempre col sorriso. Un privilegio averlo a fianco».

Quanto c'è di aggiunto in post produzione alle canzoni che hai registrato?

«Nulla. Quello che senti l'abbiamo fatto in chiesa. Pure il mastering è addirittura in analogico».

Arenzano, una chiesetta, lontano dalle luci della ribalta ma un suono che esce prepotente dai confini nazionalpopolari. Abbraccia l'Irlanda ma anche certa scena world sdoganata a suo tempo da capolavori come "Graceland" di Paul Simon o il New Jersey in bianco e nero…

«Guarda, hai citato alcuni dei miei numi tutelari non solo musicali ma anche di attitudine e di protezione delle proprie idee senza scendere a compromessi. Alcuni discografici di major italiane erano rimasti - per usare la loro parola - “abbagliati” dalla bellezza del provino di “E tu non ti ricordi”. Ho spiegato loro che non era il provino, che gli archi non li avrei toccati e che facevo sul serio».

Trovo che sia un disco molto personale. Nelle canzoni c'è il Dabbono delle scoperte giovanili, del superamento dei momenti brutti della vita e di quello che le esperienze inevitabilmente lasciano sulla pelle. Dimmi se sbaglio…

«Assolutamente sì. Luigi Cerati (autore di tutte le foto dell'album) mi ha convinto a metterci la faccia in copertina, perché "era tempo". Così io, mia moglie Francesca, il mio caro amico Marco Berbaldi e Luigi siamo saliti su un aereo per la Duna du Pilat, vicino Bordeaux. Non lo dimenticherò mai. Soltanto tre giorni. Un viaggio che durerà, scolpito nella mia memoria».

In quest'epoca di compromessi mi sembra di capire che tu non ne abbia voluti fare. Hai puntato sulla genuinità e sulla coerenza artistica e umana ma dove è il singolo da lancio da far girare a palla nelle radio? Non pensi che possa essere controproducente non averlo?

«Quando ho fatto la riunione di lancio del progetto a Milano mi hanno chiesto quale fosse il singolo che avevo in mente. Risposi la traccia numero 12. Loro guardarono e si accorsero che il cd ne conteneva 11. Appunto, dissi, non facciamo singoli. Volevo fosse chiaro che questo non è un album per scalare le classifiche, ma spero venga lentamente annoverato tra quelli "di culto", quelle perle rare che sono nascoste e che quando le trovi ti sembra siano solo tue, da custodire. Penso a certe cose di Sigur Ros, Bon Iver, il primo Ryan Adams».

Il disco si apre con "Piano", canzone che risale al 1997 e che ti fece vincere il primo contratto discografico. La pubblicazione in questo album è un omaggio ai tuoi vent'anni di carriera o un bel ricordo di ciò che ha dato il via a tutto?

«"Piano" è uno dei due brani miei più longevi e che la gente ama di più. Pensa che non ha nemmeno il ritornello. Mi sembrava doveroso dargli una casa e con "Totem" ha una camera con vista sull'Atlantico».

Ivano Fossati in una intervista ha detto: ‹Oggi nelle canzoni si parla solo di un amore da ragazzini. Niente corpi, rughe e sensualità. Eppure invecchiare è una conquista›. In "A mani nude" canti invece proprio l'amore di due persone anziane, hai seguito il consiglio del maestro…

«Fossati è un gigante. L'amore sa essere dolcissimo e crudele sia tra anziani che tra adolescenti. Cambia solo il linguaggio con cui ti accorgi di provare al mondo e a qualcuno che sei vivo».

Il disco di chiude con "Luce guida". Qual è la tua e dove ti sta portando?

«La mia luce guida è la consapevolezza di avere dei punti di forza stretti a doppio nodo: la tenerezza, le mie bambine, la certezza di un altro concerto di Springsteen, un nuovo amico con cui parlare persino del tempo, perché non piove più come si deve, vengono giù solo secchiate. E dove mi sta portando tutto questo? A casa».


Titolo: Totem
Artista: Emanuele Dabbono
Etichetta: Digital Media
Anno di pubblicazione: 2017

Tracce
(testi e musiche di Emanuele Dabbono)

01. Piano - (03:37)
02. Treno per il sud - (04:26)
03. E tu non ti ricordi - (04:27)
04. Parole al vento - (04:43)
05. Il senso di un abbraccio - (04:14)
06. Irene - (04:12)
07. Siberia - (03:04)
08. A mani nude - (03:53)
09. Canzone per i tuoi occhi - (02:03)
10. Le onde - (03:20)
11. Luce guida - (05:57)