martedì 16 luglio 2013

Le "Testuggini" di Rocco Rosignoli




Rocco Rosignoli ha pubblicato in queste settimane il suo terzo album solista. "Testuggini" è stato preceduto da "Le farmacie di turno" del 2009 e "Uomini e bestie" del 2011, concept album dedicato all'immaginario horror. Abbandonato il tema dell'horror, Rosignoli ha scelto di pubblicare una raccolta di brani che hanno come filo conduttore il tempo, la memoria e il sogno. Il legame e l'amore per la terra, rappresentato da animali, esseri centenari, come le testuggini, la gioia e i dolori della vita, le tragedie civili e i miti di riferimento sono gli argomenti che sono stati esplorati in questi dodici brani caratterizzati da una scrittura intensa e poetica. L'artista parmense ha posto al centro del suo lavoro la parola e i testi. Racconti e storie narrate con sensibilità che fanno di Rosignoli un valido interprete della tradizione cantautorale. 
In "Testuggini" Rosignoli si è avvalso della collaborazione di pochi e fidati amici: Francesco Pelosi che ha scritto e cantato "Ode alla giovinezza" ed Enrico Fava che ha suonato il pianoforte in "Ultimo valzer per F. D.".
Forti dei moderni mezzi di comunicazione, abbiamo parlato con Rocco che ha risposto con cortesia alle domande di questa intervista.



Chi è Rocco Rosignoli?

«Forse sono l'ultima persona a cui chiederlo! Ti posso dire che Rocco Rosignoli arriva da un percorso misto di formazione letteraria e accattonaggio musicale che ha trovato il suo sfogo ideale nella forma canzone, che lo perseguita dall'infanzia. L'ha avvicinata goffamente nell'adolescenza e l'ha fatta sua nella presunta maturità. Per quel che ne so io, tutt'oggi Rocco Rosignoli è uno sprovveduto che cerca il suo posto nel mondo».

"Testuggini" è il tuo nuovo album. Ci racconti come è nato?

«"Testuggini" arriva subito dopo un concept album, che si intitola "Uomini e bestie". Era un cd dedicato a personaggi dell'orrore, una serie di canzoni unite da una tematica forte e definita. Con "Testuggini" volevo cambiare, volevo fare un disco che fosse una semplice raccolta di canzoni. Ho iniziato selezionando dei pezzi che avevo in repertorio già da tempo e che non erano mai stati incisi - per esempio "Ultimo valzer per F. D." o "Sui miei passi" -. Mano a mano che procedevo con la selezione e le registrazioni, nascevano altri pezzi, in linea con quello che è lo spirito del disco, molto improntato sui temi del tempo e del sogno».

Nella prefazione al disco scrivi: ‹Macchine da guerra, esseri centenari, liberi dal peso della memoria, del peso dei sogni: questo sono le testuggini›. Cosa ti ha spinto a dedicare un disco a questi animali?

«Nella canzone "Tamperdù" parlo di ‹enormi testuggini, vecchie di secoli, splendide e senza memoria›. Da quel verso prende il titolo il disco. La testuggine se vogliamo sono il simbolo di una natura che guarda impassibile il passaggio della vita umana, e se appena può la ignora. Una natura che c'era prima che l'uomo fosse quel che è oggi, e ci sarà quando l'umanità avrà terminato il suo ciclo. In un attimo questo animale splendido è diventato per me il simbolo del tempo. Inoltre, come ci insegnavano da bambini, la testuggine si porta la sua casa dappertutto, e questo disco nasce in un periodo in cui il mio bisogno di sentirmi "a casa" era tanto. Aggiungo che l'amico Diego Baruffini mi aveva suggerito il sottotitolo "Disfunzione rettile", che è stato cassato, ma molto a malincuore!».

Hai avuto esperienze dirette con le testuggini?

«Ne ho avute due, da bambino, più altre due tartarughe acquatiche. Una delle testuggini di terra si chiamava Birba. Oltre a essere una bestiola estremamente simpatica - e tu che ne hai tante, puoi capire come anche una testuggine possa esserlo -, faceva una cosa assolutamente incredibile. Lei nel giardino aveva un suo recinto, fatto di rete, alto una ventina di centimetri e nel recinto una casetta di legno col tetto spiovente. Un giorno la cercammo nel recinto e non c'era, non era andata lontano, la trovammo nel giardino. Controllammo il recinto e non aveva falle. Curioso, pensammo, e finì lì. Ma capitò di nuovo che scappasse, e allora volemmo vederci chiaro: la osservammo di nascosto e scoprimmo il mistero. Birba si arrampicava lungo la rete fino al tetto della casetta, e da quello si buttava giù, fuori del recinto! Certo che quella bestiola avrebbe meritato la libertà».

Qual è il messaggio del disco?

«Jacques Brel rispondeva: ‹Io non porto messaggi, lo lascio fare ai postini›. Ma ti dirò che per un trimestre io il postino l'ho fatto sul serio. A parte gli scherzi, non saprei dirti qual è il messaggio del cd. Forse un messaggio c'è, ma non riguarda solo il mio cd, ma tutta la musica che faccio - e non solo io, ma anche e soprattutto altri - e cioè che la canzone ha il diritto di rivendicare spazi che non siano di mero intrattenimento, o ancor peggio di sottofondo ma può, a pieno diritto, collocarsi nell'orizzonte delle arti e in quanto tale, chiedere attenzione. Un'attenzione che esiste ancora, anche se indebolita. Mancano luoghi d'aggregazione in cui esercitarla: per chi fa il mio mestiere oggi è difficile farsi trovare da quel pubblico che quest'attenzione non vede l'ora di spenderla».

Guccini, De André, Bubola e chi altro c'è tra i tuoi punti di riferimento?

«Bubola non molto in verità, senza nulla togliere, sia chiaro. Oltre a Guccini e De André, come riferimenti principali ho Leonard Cohen e Max Manfredi. Amo moltissimo Jacques Brel, poi c'è Bob Dylan che, lo si voglia o no - e io lo voglio - è un punto di riferimento imprescindibile. Gian Piero Alloisio, Mauro Palmas, Mauro Pagani, Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Nick Cave... quanti nomi ho a disposizione? La lista sarebbe lunga, e includerebbe anche i punti di riferimento "involontari", quelli che la mia generazione ha subito suo malgrado: per esempio, essere stati martellati da "Hanno ucciso l'uomo ragno" all'età di nove anni ha sicuramente avuto le sue ripercussioni su di me e i miei coetanei; e qui ripeto che si voglia o no, ma in questo caso forse non vorrei…».

Nel disco c'è anche un omaggio a Jacques Brel: "Le plat pays" da te tradotta in "Questa terra". Perché hai fatto questa scelta?

«Io vengo da Parma, ma da meno di un anno vivo a Milano. Mi sono allontanato dalla mia città, dai miei amici, per andare in un posto dove vivo con la ragazza che amo, ma che per il resto mi ha ancora dato poco. La lontananza mi ha fatto sentire in modo particolare il legame con la mia terra; il caso ha voluto che proprio nell'autunno stessi preparando una lezione-concerto su Brel e mi sono riconosciuto nelle parole che lui usò per raccontare il suo Belgio in "Le plat pays". Ho voluto farle mie, infatti la traduzione è molto fedele».

I testi, a volte veri e propri racconti in miniatura, sono elementi fondamentali delle tue composizioni e mi sembra che vengano prima della musica per importanza. È così?

«Forse nei risultati, ma su questi non posso essere obiettivo. Nel processo creativo mi richiede molto più lavoro la ricerca di linee melodiche e armonie, per non parlare poi della fase di arrangiamento che svolgo sempre in solitaria. Ma è chiaro che una formazione letteraria lascia i suoi segni, e sono ben visibili».

Curiosa la storia di "Il cane e la serpe". Qual è il significato?

«Questa canzone nasce da una stramba mattinata. Arrivai a casa di un mio amico, e quando lui mi aprì la porta entrò con me anche il suo cane. Zoppicava e guaiva, lo guardammo, ci parve di vedere un morso di serpente sulla coscia. Fu il panico! Il mio amico chiamò la sua ragazza urlando, saltarono in macchina e corsero dal veterinario, nel paese vicino. Io rimasi a montare la guardia alla casa. Quando tornarono, il veterinario aveva controllato la bestiola e... non aveva nulla. Da questa, che a malapena si può definire un'esperienza, nasce questo brano, che sembra descrivere un cammino iniziatico di stile esoterico; cose in cui non credo, ma che mi affascinano molto».

Come è nata la collaborazione con Francesco Pelosi, autore del brano "Ode alla giovinezza"?

«Guarda, sono proprio adesso di ritorno da un concerto di Francesco; si esibiva col suo nuovo progetto, "Merovingi", che sta sviluppando guarda caso con l'altro ospite del mio "Testuggini", il pianista Enrico Fava. "Merovingi" è un progetto che non vedo l'ora diventi disco, perché è molto valido. Francesco, oltre che un ottimo scrittore di canzoni, è un mio caro amico. Ci incontrammo in un posto di Parma che da qualche settimana non esiste più, il MateriaOff. Lui mi diede un suo demo, appena registrato. Mi piacque sì e no. Quando lo rividi, lui mi chiese del demo e io gli dissi la verità. Francesco si offese a morte e poi mi offrì da bere. Perché era sempre meglio che dirgli "carino", come qualcuno aveva appena fatto. Da lì abbiamo intrapreso mille avventure assieme, tra cui merita una menzione il "Canzoniere delle Stagioni", con cui rivisitammo il grande repertorio del canto popolare».

Come si sono svolte le sessioni di registrazione?

«Tra Parma e Milano, con in mezzo un trasloco. Ma sempre in casa. C'è chi senza andare in studio non riesce a lavorare, per me è il contrario: non riesco a lavorare coi ritmi serrati di un lavoro che va concluso nel minor numero di ore possibili, col pensiero fisso del tassametro che sale. Lavoro coi miei tempi, con la possibilità di dare sfogo alle idee nel momento in cui vengono, o di lasciare le cose a raffreddare quando non funzionano subito. Investo sulla post-produzione, è un'idea che mi dà meno ansia».

Perché hai scelto di suonare quasi tutti gli strumenti utilizzati nel disco?

«Fondamentalmente, perché mi diverto da matti. Io, oltre che un cantautore, sono un polistrumentista, amante delle corde etniche soprattutto. Negli anni ho radunato un ottimo arsenale di cordofoni, tra cui un bouzouki e un mandolino costruiti appositamente per me da mio zio Nasario (con la "s", mio zio fu una vittima dell'impiegato dell'anagrafe). Lui oggi non c'è più. Gli ho dedicato il disco, e mi piace pensare che con questo lavoro una parte di lui continuerà a raggiungere tante persone che non hanno avuto la fortuna di incontrarlo».

Quali sono i tuoi progetti futuri?

«Ho scritto un monologo di teatro-canzone dedicato alla crisi, si intitola "Sola gratia", e contiene molti pezzi inediti scritti apposta. Voglio metterlo in scena, e mi piacerebbe molto trarne un DVD. Tutto ancora in via di definizione comunque, tranne il testo, che è pronto e va solo messo in scena».

Per concludere e per scoprire chi è Rocco Rosignoli, ti sottopongo alle dieci domande secche.

- Scacchiera o labirinto? Scacchiera. Il suo potere simbolico di cammino tra luci e ombre mi emoziona, anche se non faccio parte di alcuna loggia!
- Tropicale o mediterraneo? Mediterraneo: bouzouki docet!
- Nido o alveare? Nido di rondine. Un ricordo legato alla montagna, le rondini facevano il nido sotto le grondaie di una casa lungo la via; passavamo tante sere a guardarle.
- Medioevo o Rinascimento? Rinascimento. Anche se il medioevo ha Dante dalla sua!
- Palude o bosco? Il bosco è uno degli ambienti che trovo istintivamente familiari.
- Candela o lampadina? Candela. Quando brucia è una cosa buona e non devi correre in negozio a prenderne un'altra per vedere dove fai pipì.
- "Salve!" o "Buongiorno"? Sono le 2.37, direi buonanotte... ma in generale sono del partito del "Salve", che è un bell'augurio.
- Leonard Cohen o Francesco Guccini? Barabba.
- Piegarsi o spezzarsi? Non mi piego dal lontano 1997. Non c'è scelta, se faccio l'una capita anche l'altra.
- Verde o marrone? Non so scegliere. Anche il gelato lo prendo pistacchio e cioccolato.


Titolo: Testuggini
Artista: Rocco Rosignoli
Etichetta: Rigoletto Records
Anno di pubblicazione: 2013

Tracce
(testi e musiche di Rocco Rosignoli, eccetto dove diversamente indicato)

01. Tamperdù
02. Ultimo valzer per F. D.
03. Sui miei passi
04. Sogni molto forte
05. Canto delle poiane
06. Ode alla giovinezza  [testo e musica di Francesco Pelosi]
07. Oesterheld
08. Il cane e la serpe
09. Questa terra (Le plat pays)  [testo e musica di Jacques Brel, traduzione Rocco Rosignoli]
10. L'ultimo saluto
11. Il canto dei minatori, 1919 (falso storico)
12. Raggiungimi