lunedì 19 agosto 2013

Un savonese guida i Kafka on the Shore





Si chiama Vincenzo Parisi ed è la faccia italiana dei Kafka on the Shore, band emergente che a inizio 2013 ha dato alle stampe l'ottimo album "Beautiful but empty", pubblicato dall'etichetta indipendente La Fabbrica. Diplomato in pianoforte, il musicista savonese di origini siciliane ha abbandonato ben presto la musica classica da conservatorio per mettere il proprio pianoforte al servizio del rock'n'roll. Il passo decisivo si è compiuto a Milano dove Parisi ha conosciuto, uno dopo l'altro, quelli che sono gli attuali componenti del gruppo: il cantante americano dalla voce blues Elliot Schmidt, l'impeccabile batterista tedesco Daniel Winkler e l'imprevedibile e talentuoso chitarrista Freddy Lobster.
"Beautiful but empty" è un disco che mette in mostra cuore e muscoli e non lascia indifferenti. Undici canzoni che mischiano generi e suoni passando con estrema facilità dal blues al soul, con incursioni nel rock più duro. Uno dei brani più riuscito del disco è "Bob Dylan", una ballata emozionante costruita sul suono del pianoforte e su ipnotici giri di chitarra. Altro brano importante è "Venus" che è arricchito dalla voce di Chiara Castello dei 2Pigeons. Il disco resta sempre su ottimi livelli ed è vivamente consigliato l'ascolto. 
Abbiamo incontrato Vincenzo e abbiamo parlato dei Kafka on the Shore, di "Beatiful but empty" e tanto altro.


Come nasce il nome Kafka on the Shore?

"Siamo grandi appassionati di Murakami Haruki. E poi il suo stile narrativo ci sembrava aderente alla musica che avevamo in mente di scrivere. Oltre a "Kafka On The Shore", Murakami ha scritto altri romanzi stupendi, ma non pensavamo fosse il caso di prendere a prestito titoli come "Nel segno della pecora" oppure, pensa te, "L'uccello che girava le viti del mondo"".

La vostra è una band internazionale composta da un italiano, un americano e due tedeschi. Come si vive questa multiculturalità?

"A livello creativo, è un bel miscuglio di influenze, anche musicali. A livello umano, ci si diverte. A parte i casi in cui esce fuori il tedesco, che è una lingua che conosco a malapena. Ma qualche parola la sto imparando con il tempo".

Quando e quali sono stati i motivi del tuo ingresso in questo gruppo?

"Ho conosciuto Elliot, il fratello della mia ex-ragazza, e a fine 2010 abbiamo deciso insieme di dare il via al progetto, prima solo noi due in una squallida cameretta a Milano, chitarra voce e piano, con l'intenzione, poi totalmente rinnegata, di scrivere pezzi soffici e carucci come quelli dei Belle and Sebastian. Quasi subito è entrato Daniel alla batteria, e un anno dopo Fred come chitarrista e seconda voce".

Una parte della tua giovinezza l'hai passata in Liguria, ad Albisola. Quali sono i tuoi ricordi più belli?

"A dire il vero, ogni volta che posso torno ad Albisola, dove vivono la mia famiglia e i miei migliori amici. Savona più in generale rappresenta il mio luogo di formazione. Le prime lezioni di pianoforte col mago Gentile, che mi ha trasmesso grande passione. Gli anni passati a suonare Morricone e tanta altra musica da film nell'Orchestra Giovanile del Finale diretta da Paolo Venturino. E poi le geniali lezioni di storia della musica ed analisi con Fernando Vincenzi. Il Liceo Classico Chiabrera, dove ho avuto la fortuna di incrociare professori eccezionali e ho potuto sperimentare le prime composizioni grazie all'ensemble di musica diretto da Daniela Piazza e Fulvio Bianchi. Devo molto a Savona, indubbiamente".

A livello artistico ti sei dovuto adattare a un cambiamento di genere. Sei passato dal pianoforte classico, quello da Conservatorio, al rock. Perché hai cambiato in modo così radicale?

"C'è da dire che io ho frequentato le aule del Conservatorio solo durante i miei studi di composizione a Milano. Ho studiato pianoforte in casa di Irene Schiavetta, con la quale mi sono diplomato e che, da grande didatta quale è - le sue pubblicazioni per la Carisch ne sono una prova -, mi ha sempre spinto alla più ampia apertura artistica. E poi Chopin e Rachmaninov sono molto più rock'n'roll di quanto non si pensi. In origine, pensavo semplicemente di fare rock per travasarne le influenze nelle mie composizioni per ensemble da camera e pianoforte solo - lavori che comunque riprenderò in mano un giorno -, ma praticamente da subito mi resi conto che era troppo divertente scrivere canzoni e vedere come si sarebbe evoluto il mio "pianismo" trasferito in un mondo apparentemente così lontano. E così ho portato la mia scommessa ad un livello successivo".

"Beautiful but empty" è il vostro primo album e XL di Repubblica ha da poco pubblicato online il vostro video "Bob Dylan". Un periodo fortunato per voi…

"Decisamente fortunato. In soli cinque mesi dall'uscita del disco, i concerti ad oggi programmati sono più di sessanta e le recensioni sono davvero positive. A luglio abbiamo avuto l'onore di suonare al fianco dei Marta sui Tubi, è stata una grande occasione per noi per arrivare a un pubblico ancora più ampio. In ogni caso, senza presunzione, ce l'aspettavamo. Certo dobbiamo molto anche alla nostra etichetta, La Fabbrica, di Bologna, che ci supporta e investe molte energie su di noi. E comunque non ci accontentiamo, siamo solo all'inizio".

Di cosa parla la canzone "Bob Dylan"?

"Credo che la musica si debba spiegare da sé e che ogni ascoltatore debba trovare la propria risposta a questa domanda. Quello che posso dire è che è una canzone che parla di un ragazzo che cammina nella notte in una grande città e ripete ossessivamente "I don't feel a thing". Un ritratto dei tempi che viviamo?".

Qual è l'asse portante del disco?

"La contraddizione. Il gusto di giocare con elementi musicali contrapposti fregandocene allegramente di inseguire un'etichettatura univoca come troppe band di oggi fanno. Ci siamo inventati noi stessi, il nostro genere musicale, Pirate Mexican Porn Rock, che può significare tutto e niente, così nessuno può incasellare a suo uso e consumo quello che facciamo".

Siete stati impegnati in questi mesi anche in lungo tour europeo che vi ha portato a suonare nei club di Berlino e Parigi. Cosa ti ha lasciato emotivamente e professionalmente questa esperienza?

"Abbiamo chiuso questo primo tour europeo in un locale legato all'Haldern Pop Festival, dove hanno suonato band come i Muse, i Franz Ferdinand, i Phoenix, i Mumford and Sons.... Insomma, qualcosa di importante. Prima ancora abbiamo suonato a Londra, Parigi, Bruxelles, Lubecca e Berlino. E' stato per noi un grande passo, un primo passo per farci conoscere anche all'estero. E il pubblico ha reagito alla grande, in locali bellissimi con cui abbiamo allacciato legami importanti per il futuro prossimo, oltre ad aver conosciuto una miriade di persone davvero fantastiche, aver mangiato cinquecento kebab, aver visto il sole sorgere sulla spianata di Waterloo circondati da cento turisti messicani".

Recentemente siete tornati a suonare al Beer Room di Pontinvrea, locale che in qualche modo vi ha lanciato e che vi ha fatto conoscere al pubblico savonese. Quali sono i tuoi ricordi di quelle prime esibizioni?

"Il Beer Room è un luogo speciale per me, un locale che porta grande fortuna. Tre anni fa avevamo fatto un concerto io e Nicolò Carnesi, di fronte a cinque persone e una tempesta di neve là fuori in mezzo ai cinghiali: grandi emozioni. Un anno e mezzo dopo uscì il suo primo disco e tutto il successo che ne seguì per il mio amico Nicolò. Con i Kafka abbiamo fatto non so più quanti concerti l'anno scorso al Beer Room, tra quelle mura che ti portano per forza di cose a rendere ancora più duro e rockeggiante il suono. Tra i momenti più belli, un post concerto, noi a suonare in acustico solo per pochi intimi e un francese che si improvvisa ballerino per la strada. Grandi capolavori senza tempo".

Mi pare di capire che i Kafka on the Shore siano una band che non cerca facili vetrine (leggi talent show televisivi) ma cerca il proprio spazio attraverso concerti ed esibizioni live. E' così oppure se venisse una chiamata accettereste l'invito?

"Parliamo di due mondi musicali diversi. Quello che facciamo noi è ben lontano dai canoni di Amici o X Factor. E di conseguenza non vedo che utilità ne potremmo ricavare. Dopodiché, chi è lo stupido che rifiuterebbe tanta visibilità, nel caso ci fosse un talent show sulle aspiranti star legate alla scena intergalattica del Pirate Mexican Porn Rock? Non sono contrario al format in sé. Altro discorso è invece la qualità artistica proveniente da tali programmi. Annalisa Scarrone, per esempio, trovo abbia una voce spettacolare ed una tecnica vocale altissima. Mentre ho trovato agghiacciante il tizio che ha vinto l'ultimo Sanremo Giovani, Antonio Di Maggio, uscito da X Factor qualche anno fa".

Quali sono i progetti per il futuro prossimo, facciamo due anni?

"Suonare il più possibile, portando la musica dei Kafka On The Shore a più persone possibili, in Italia e all'estero. Un tour negli Stati Uniti. Preparare il secondo disco".


Titolo: Beautiful but empty
Gruppo: Kafka on the Shore
Etichetta: La Fabbrica
Anno di pubblicazione: 2013