giovedì 3 gennaio 2013

Vent'anni di rock con Les Trois Tetons







Les Trois Tetons è uno dei gruppi più longevi del panorama musicale savonese. Nati nel 1992 come cover band, Zac e compagni hanno fatto strada inanellando centinaia di concerti in Italia e all'estero, registrando tre dischi di canzoni originali e conquistando un discreto seguito di fans. Il primo disco, "Sweet Dancer", è del 2005. Tre anni dopo è arrivato "A Pack of Lies" e nel 2011 è stata la volta di "Dangereyes", lavoro che è finito sotto la lente della stampa specializzata nazionale. Un sound asciutto e vibrante che trova radici nel classico rock rollingstoniano venato di blues, unito a una scrittura capace di spaziare dai brani più accesi alle ballate, hanno garantito un risultato d'eccellenza.
La band è attualmente composta dal cantante e chitarrista Roberto "Zac" Giacchello, dal bassista Alberto Bella, dal chitarrista Giorgio "Barbon" Somà e dal batterista Davide Incorvaia che pochi mesi fa ha preso il posto di Guido Dabove, storico drummer de Les Trois Tetons.  
Abbiamo incontrato Zac in un pomeriggio di fine dicembre per parlare di questi primi vent'anni della band e dei progetti futuri. Il tutto in questa intervista.



Zac, festeggiare i vent'anni di attività è un bel traguardo...

«Le band di professionisti hanno forse più difficoltà a restare in vita, molti sono gli interessi in ballo che possono rendere conflittuale la convivenza. Anche nei gruppi come il nostro possono però esserci dei litigi o dei momenti di crisi. Per fortuna noi siamo sempre riusciti ad andare avanti. Alla fine sono pur sempre matrimoni: che si sia in due, in quattro o in cinque non importa. All'inizio, quando hai vent'anni, non ci pensi. Inizi a suonare per divertimento, poi fai i primi concerti, scrivi le prime canzoni e in un attimo ti ritrovi dopo vent'anni con tre dischi di pezzi originali e tanti concerti alle spalle. È una bella cosa».

Quali sono stati i momenti che ricordi con più piacere?

«In particolare quando abbiamo inciso il nostro primo disco. Lo presentammo in teatro e ricordo che il pubblico ne rimase colpito. Noi invece non ci credevamo più di tanto. Quello fu un momento importante, fu uno stacco rispetto a quello che facevamo prima. Tra i momenti più piacevoli ricordo anche quando siamo andati a suonare per la prima volta all'estero, nell'estate del 2010 in Germania. Una belle esperienza che è stata poi ripetuta».

Dall'uscita dell'album "Dangereyes" cosa è cambiato?

«È cambiato poco perché i cambiamenti sono sempre graduali. Quello più violento è stato, come ti dicevo prima, quando abbiamo iniziato a suonare canzoni nostre. Con "Dangereyes" abbiamo però capito che siamo capaci a fare musica in un certo modo e a gestirla. Abbiamo acquisito una maggiore consapevolezza dei nostri mezzi. Sono uscite delle belle recensioni sulla stampa specializzata che non ci aspettavamo anche perché è sempre più difficile farsi notare, creare qualcosa che possa venire apprezzato dal momento che sono tantissimi i gruppi in circolazione che fanno buona musica. Da un lato, grazie ai nuovi mezzi tecnologici, si hanno più possibilità per registrare e produrre un disco e anche i costi sono inferiori rispetto a vent'anni fa, dall'altro c'è una fioritura incredibile di lavori discografici che rende più difficile ritagliarsi uno spazio».

Per molti anni la line-up della band è rimasta immutata. Anche questo è un bel primato.

«L'ultima formazione è durata dodici anni. Del gruppo originale siamo rimasti in tre. Non ho fatto i conti ma penso che siano una ventina i musicisti che in questi anni hanno suonato con noi. Solo per quanto riguarda i batteristi siamo a quota sei. Però il batterista più importante è stato Guido che è stato con noi per dodici anni, ci ha fatto crescere e il suo nome è legato alla registrazione dei tre dischi in studio. È stato uno choc dover rinunciare a lui, anche se è stata una cosa graduale. Abbiamo avuto il tempo di trovare un sostituto che per fortuna si è rivelato ottimo sia musicalmente che umanamente».

Come è avvenuta la scelta del successore di Guido?

«Non abbiamo certamente messo un annuncio su "Melody Maker". Siamo invece ricorsi al passaparola. Abbiamo parlato con persone che più o meno potevano capire le nostre esigenze e abbiamo preso contatto con tanti musicisti. La cosa bella è che ho fatto molti provini per scegliere il batterista più adatto e poi, alla fine, la scelta di Davide è stata suggerita dal mio sesto senso. Da subito mi è sembrato che fosse la persona giusta e quindi le prove si sono svolte più nella mia testa che in sala. Davide si è inserito velocemente e ha iniziato quasi subito a dare il suo contributo».

Cosa chiedete ancora alla musica?

«Di continuare a regalarci le emozioni che ci ha fatto vivere fino adesso. Suona retorico, però alla fine la musica è emozione: emozione di andare su un palco, emozione di scrivere un pezzo, di farlo sentire la prima volta a qualcuno a cui tieni, e poi il divertimento che è fondamentale altrimenti, come tutte le cose, diventa una cosa fredda… potrebbe diventare un lavoro».

Cosa pensate di fare nei prossimi cinque anni?

«Ormai io faccio programmi di venti in venti. Sto preparando il quarantennale. A parte gli scherzi pensiamo di fare quello che abbiamo sempre fatto, cioè suonare il più possibile in giro, che è la cosa più importante, e continuare a scrivere pezzi».

Quali sono invece i vostri progetti discografici?

«Stiamo registrando, cioè siamo ancora nella fase di pre produzione. Abbiamo quattro-cinque canzoni nuove e una serie di abbozzi, tutto però è embrionale. È bello che continuino a uscire canzoni nuove e non ci poniamo limiti».

Un disco nuovo è quello che fa andare avanti la giostra, non credi?

«Sì, ma il disco è una conseguenza. Noi scriviamo le canzoni, le presentiamo al pubblico e poi magari registriamo il disco. Altri musicisti invece compongono per il disco non per il pubblico dei concerti. È un approccio anche quello ma non è il nostro. Noi siamo più spontanei».

Come nascono le vostre canzoni?

«Nelle maniere più disparate. Fortunatamente siamo in tre a comporre: Giorgio, Alberto ed io. A volte capita che uno di noi porti un pezzo più o meno finito, altre volte viene fuori durante una jam. Può capitare che mi diano da scrivere un testo o magari di trovare un ritornello. È un bel lavoro di gruppo, c'è una bella amalgama. Non c'è una regola ma di solito nasce prima la musica, poi i testi».

I testi sono sempre in lingua inglese?

«Sì, sempre in inglese. Nel disco "Dangereyes" mi sono però cimentato per la prima volta con il tedesco scrivendo il ritornello del pezzo "Berlin 1987". La cosa bella è che il testo è piaciuto molto anche in Germania e una ragazza mi ha tradotto tutta la canzone in tedesco. Ha fatto una traduzione bellissima e così ho inciso la canzone anche in tedesco. Per adesso è rintracciabile solo sul nostro sito internet, in futuro potrebbe diventare una bonus track nel disco nuovo».

Cantare in tedesco è molto più difficile?

«Abbastanza, mi ha fatto un po' sudare ma le critiche sono state positive e la pronuncia è stata discreta. L'inglese resta però la nostra lingua base ma non escludiamo che possa esserci un altro episodio in tedesco».

Barbon è stato il vostro mentore. Lo è ancora?

«All'inizio era una specie di semidio da venerare. Mi ricordo ancora che la prima volta che ho sentito una chitarra elettrica suonare come la si ascolta su un disco è stato quando l'ha suonata Barbon. Noi eravamo tutti alle prime armi per cui il rapporto è nato con un po' di timore reverenziale, ammorbidito dal fatto che lui è sempre stata una persona scherzosa, tranquilla, senza pretese, alla buona. Con un atteggiamento al di sotto di quello che sono le sue capacità e potenzialità, molto understatement. E poi, ovviamente, con anni di confidenza, cameratismo e amicizia il timore reverenziale è venuto meno. Rimane sempre il rispetto per questa figura che è un po' la coscienza del gruppo ma nello stesso tempo rappresenta anche la parte più istintiva, quella che ci vuole nel rock. Io sono cervellotico, sono meno impulsivo, sono la parte tedesca e lui la parte più mediterranea della band. Ci compensiamo a dovere».

In una band di così lungo corso possono nascere incomprensioni. Come riuscite a mantenere il giusto equilibrio?

«Ci vuole prima di tutto tanto rispetto, poi tanta voglia di far funzionare le cose, interessi comuni e un po' di pazienza. A volte bisogna chiudere un occhio su certe cose e poi bisogna capire e accettare i lati meno piacevoli dei caratteri di ognuno. Fondamentalmente a mantenere l'equilibrio è poi la voglia di suonare».

Quali sono i vostri gusti musicali?

«Siamo più o meno tutti rockettari. Barbon è più rollingstoniano ma nello stesso tempo è anche quello che ha gli interessi più vasti. Sente molta più musica moderna di quella che sento io. Io mi fossilizzo di più, lui spazia dal jazz al punk, dalla fusion al reggae, è un grande appassionato di country. È quello che ha i gusti più variegati. Alberto predilige Pearl Jam, R.E.M., le sonorità degli anni '90. Alla fine ci sovrapponiamo molto, siamo molto compatibili come gusti, altrimenti non ce l'avremmo fatta».

Chi decide le scalette dei concerti?

«Io. Mi sono imposto perché penso che il cantante abbia più esigenze. Tengo conto di tante cose: dalla reazione del pubblico al fatto di dover cambiare la chitarra, all'idea che un pezzo debba essere suonato all'inizio o alla fine dello show. Poi ovviamente le scalette non sono mai così rigide, c'è sempre l'elemento a sorpresa, abitualmente inserito da Barbon».

Qual è l'ultimo disco acquistato e l'ultimo concerto a cui hai assistito?

«Non scarico da internet ma devo ammettere che non acquisto molti dischi. L'ultimo è stato la riedizione di "Some girls" dei Rolling Stones. L'ultimo concerto è stato invece quello di John Cale a Torino. Vado però a vedere soprattutto show di gruppi minori. Mi ricordo con piacere l'esibizione dei Moorings al Beer Room a Pontinvrea».

Ed eccoci arrivati al gioco delle dieci domande secche...

- "Gimme shelter" o "Sweet Virginia"? "Gimme shelter" perché è una delle canzoni più belle che sia stata scritta, in assoluto. Un punto inarrivabile.
- Geco o lucertola? Il geco è più simpatico.
- Arancia o mandarino? Arancia perché si può fare lo skydriver.
- Steven Spielberg o Frank Capra? Capra perché la vita è meravigliosa!
- Torta sacher o crostata? Sacher, per le origini.
- Parigi o New York? Non sono mai stato in nessuna delle due però scelgo New York per la musica.
- Fumetti o fanzine? Fanzine perché era bello leggerle negli anni '80-'90.
- Camicia o maglione? Camicia, ne ho una collezione fantastica.
- Puffi o Playmobil? Giocavo con tutte e due però i Playmobil erano più costruttivi, davano più soddisfazioni.
- Cubismo o Impressionismo? Difficile rispondere, non sono un grande appassionato ma dico Impressionismo.