venerdì 28 dicembre 2012

Lou Dalfin, la tradizione che si rinnova






Da trent'anni sono i rappresentanti più illustri della cultura musicale occitana. I Lou Dalfin, come gli antichi trovatori, cantano nella tradizionale lingua d'Oc ed esportano la cultura delle valli piemontesi in giro per il mondo. Il gruppo di Sergio Berardo, undici dischi realizzati e più di mille concerti alle spalle, è diventato un fenomeno di massa che attira migliaia di appassionati. La capacità di mischiare la tradizione con elementi moderni ha permesso ai Lou Dalfin di abbattere anche le barriere generazionali facendo ballare giovani e anziani. La band si esibirà sabato 29 dicembre in piazza Italia a Loano (ore 17) nell'ambito dell'iniziativa "Racconti d'Inverno", organizzata dall'associazione Compagnia dei Curiosi.
Tradizione, cultura, la difesa della montagna, il movimento No Tav e il Torino calcio. Questo e molto altro nell'intervista concessaci da Sergio Berardo alla vigilia del concerto di Loano, spettacolo che chiuderà l'edizione 2012 del prestigioso "Premio Nazionale Città di Loano per la musica tradizionale italiana".



Per i Lou Dalfin il 2012 è un anno importante. Ricorre il trentesimo anniversario, un traguardo che porta a fare un bilancio...

«Quando siamo arrivati ai 25 anni l'abbiamo sbandierato ai quattro venti, adesso che siamo arrivati ai trenta siamo stati ben zitti vergognandoci dei nostri dati anagrafici. Abbiamo preferito stendere un velo pietoso sul tempo che passa. I bilanci però si fanno ugualmente, anche senza celebrazioni. Siamo sicuramente un esempio di longevità musicale abbastanza raro. Il fatto che un gruppo resista per tutto questo tempo è, secondo me, proprio del fattore identitario, dell'attaccamento al territorio. Non siamo semplicemente un gruppo che fa musica, abbiamo la responsabilità di rappresentare una cultura, quella occitana, che ti porta a trovare la forza e la volontà di continuare. È uno dei motori che ci ha fatto andare avanti per così tanto tempo». 

Con la vostra musica avete fatto conoscere a un gran numero di persone la cultura delle valli Occitane. Avete rielaborato e contaminato la vostra tradizione musicale facendo ballare migliaia di persone. Qual è il segreto di questo successo?

«Se la musica popolare non trova gli strumenti per modificarsi, per evolversi continuamente, è destinata a morire. L'unica forza che hanno le tradizioni è quella di rinnovarsi e noi abbiamo semplicemente fatto questo. E prima ancora di far conoscere la nostra musica abbiamo dato una immagine della nostra musica e della nostra cultura. Quando i Lou Dalfin hanno iniziato ad avere seguito nelle nostre valli, vi era una immagine stanca, imbolsita della cultura occitana, fatta di piagnistei, di sovvenzioni che tenevano in vita associazioni più o meno produttive e culturali. Noi abbiamo dato l'immagine di un qualcosa di vivo che rappresenta un vero e proprio movimento, un fenomeno di costume delle nostre vallate. Poi siamo usciti dai nostri confini come hanno fatto i trovatori che portavano la cultura in Europa».

Il 29 dicembre suonerete a Loano e l'ultimo dell'anno sarete a Torino, in piazza San Carlo, per un Capodanno che si annuncia scoppiettante. Cosa ci puoi anticipare di questi due eventi?

«Tornare a Loano è sempre un piacere. A Torino divideremo invece il palco con ospiti importanti. Primo su tutti Richard Galliano, grande fisarmonicista marsigliese. Per noi è un onore salire sul palco a fianco di una figura musicale del genere. Poi avremo Bagad d'Ergué-Armel, una banda della Bretagna con trenta tra cornamuse e bombarde e alcuni membri delle mitiche Les Négresses Vertes».

In Liguria avete un grande seguito. Quali sono le differenze tra il tuo Piemonte e la Liguria?

«La cultura occitana ha sempre avuto la caratteristica di essere cultura da contrabbandieri, da portare in giro. I nostri venivamo da voi a comprare le acciughe e andavano a venderle chissà dove, i nostri suonatori di ghironda portavano in giro la loro musica per le strade di tutta Europa, prima di noi i trovatori. La cosa che mi preme ribadire è che chi si avvicina a questa musica, chi vive questa musica, chi se ne appassiona non perda mai di vista il motivo fondamentale che è quello di stare insieme e far festa. Molto spesso gli ambienti folk e trad diventano un po' dei tristi ricettacoli di collezionisti di danze, le appuntano come farfalle a prendere la polvere. A noi non interessa il fatto che uno balli bene o male, a noi interessa che la gente si diverta alla luce di quello che è lo spirito più vero e autentico della nostra cultura e tradizione».

In una Europa che tende a uniformare e a cancellare le diversità culturali, quanto è importante divulgare le radici e la cultura occitana?

«È fondamentale, essenziale. Bisogna vivere guardando alla propria terra, alle proprie radici, senza perdere di vista quello che c'è al di fuori. Ci sono due modi di essere provinciali. Uno è di guardare soltanto a quello che ci arriva dall'esterno considerando il proprio retroterra culturale qualcosa da dimenticare e di cui vergognarsi. E questa è forse la tendenza più seguita, non solo qui nelle nostre valli ma in generale. Dall'altra di riappropriarsi della propria cultura facendo un discorso di micro sciovinismo, cioè non guardando più oltre confine ma solo a se stessi. Molto spesso questa visione decade in folklorismo e peggio in atteggiamenti di chiusura culturale. Bisogna invece guardare lontano sapendo chi si è. Ed è una cosa che vale per la musica tradizionale così come per tutto il resto».

I Lou Dalfin sono la punta di un iceberg. Sono tanti i gruppi e i musicisti che in questi anni hanno seguito la strada da voi tracciata. Ci suggerisci qualche nome da tenere d'occhio?

«Per non fare ingiustizie ti dirò soltanto che c'è un grosso fermento, c'è tutto un mondo fatto da corali, gruppi da ballo, da chi sta cercando di fare della musica da ascolto. Un movimento visto con interesse non soltanto dal resto del Piemonte e dal nord Italia ma anche dall'Occitania transalpina. Le nostre vallate sono una specie di mecca per gli occitani di Tolosa o Marsiglia. Nelle nostre valli la lingua d'Oc è ancora molto viva, i bambini la parlano, cosa che nell'Occitania transalpina succede di rado. Il potere dell'informazione e la colonizzazione francese della cultura occitana è stata qualcosa di terribile».
 
Avete anche suonato per il movimento No Tav. Che aria si respira ora nelle valli?

«Sappiamo benissimo come l'informazione abbia giocato sporco, abbia manipolato parecchio quello che stava succedendo nella vallata. Manifestazioni con decine di migliaia di persone sono state relegate dalla stampa in un trafiletto e invece altre notizie sbattute sulla pagina intera. Mi ricordo di aver letto su un giornale di Torino un articolo il cui titolo recitava "Finalmente una manifestazione Sì Tav in vallata". Chi si è fermato al titolo avrà pensato che la valle fosse spaccata e invece non è mai stato così. Il giornalista era andato tra i commercianti di Bardonecchia e qualcuno di questi, probabilmente arrabbiato perché quel giorno la manifestazioni aveva bloccato l'afflusso di turisti, aveva paventato la possibilità di una contro manifestazione, che non è mai stata fatta. C'è stata una evidente manipolazione dell'informazione nei confronti di un movimento che della tutela degli interessi della montagna ha fatto il proprio motivo di esistere, facendo anche tutta una serie di ragionamenti sulle possibilità di sviluppo. La dignità della montagna è stata sempre calpestata, messa ai margini, una montagna che poteva dire solo la sua come buoni villici che facevamo sorrisi di circostanza ai cittadini che venivano su».

L'anno è ormai quasi finito, cosa ti auguri che acccada nel 2013?

«Mi piacerebbe un po' più di chiarezza, un po' meno disorientamento. Più umanità e che la crisi ci porti a riscoprire diversi modi di vivere, più legati alla terra, al territorio. Per quanto riguarda il Torino calcio chiedo la ricostruzione dello stadio Filadelfia. Rivoglio la culla della nostra civiltà. Il Toro è una metafora dell'Occitania. Siamo quelli che combattono, che non si arrendono, che nonostante abbiano preso mazzate continuano ad alzare la testa contro i re di Francia, contro i re della città che hanno molti più mezzi, che molto spesso mistificano la realtà e vincono in modo sporco. Vinceva in modo sporco Simone di Montfort al tempo della crociata contro gli albigesi, hanno vinto gli scudetti in modo sporco drogandosi o comprando gli arbitri, sono un po' la stessa cosa. Essere del Toro è stare col visconte Trencavel di Tolosa...».
  
Per quanto riguarda i Lou Dalfin, quali sono i vostri progetti?

«Abbiamo in programma uno spettacolo per celebrare gli 800 anni della battaglia di Muret. Come i sardi anche noi abbiamo un elemento fondante dell'identità in una battaglia persa, la battaglia in cui gli occitani e i catalani sono stati sconfitti dalle truppe papali e francesi. Faremo uno spettacolo per ricordare questo evento e per ricordare l'amicizia e la fratellanza tra occitani e catalani».




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