domenica 2 dicembre 2012

Carlo Aonzo e il mandolino magico









Savona può annoverare tra i suoi figli illustri uno dei più apprezzati mandolinisti viventi. Carlo Aonzo, albisolese di nascita - "Non sono nato in ospedale ma in quel palazzo ad Albisola Capo che dà sul Sansobbia, appena si supera il ponte. Al piano terra una volta c'era un macellaio", ci tiene a precisare Aonzo - ma savonese a tutti gli effetti. Papà Giuseppe, anche lui bravo mandolinista e instillatore nel giovane Carlo della passione per lo strumento, è lo storico gestore, insieme alla moglie, della latteria specializzata in frappé in piazza Chabrol, nel centro storico della città, gli zii hanno gestito per anni "Vino e Farinata", uno dei simboli gastronomici della città della Torretta. Carlo Aonzo, dal canto suo, è un virtuoso dello strumento che tutto il mondo ci invidia. Negli Stati Uniti è una star che è invitata con regolarità per tournée e per insegnare il mandolino.
Nonostante ciò, Aonzo, uomo schietto e diretto, è legato a Savona e lo si può incontrare e ascoltare nei luoghi e nelle situazioni più inaspettate. In piccoli locali, bar, chiese o piazzette la sua bravura riesce a calamitare l'attenzione del pubblico. Eterogeneo è anche il suo repertorio che spazia dalla classica, alle sperimentazioni in ambito moderno, dalle performance con i suoi Mandolin Cocktail, alla stimolante collaborazione con David Grisman e Beppe Gambetta.
Ultimo progetto, in ordine di tempo, è quello realizzato insieme ad altri due apprezzati musicisti savonesi: il percussionista Loris Lombardo e il chitarrista Claudio Bellato. Il trio sarà impegnato il 6 dicembre al Teatro Ambra di Albenga in occasione della prima delle tre serate della settima edizione di "Su la Testa", festival musicale organizzato dall'associazione Zoo.
Abbiamo incontrato Carlo in un noto locale nella darsena a Savona dove, tra una birra e un rum, abbiamo parlato di musica, cultura e mandolino.




Nel corso della rassegna "Su la Testa" suonerai insieme a Loris Lombardo e Claudio Bellato. Un incontro tutto savonese...

«Loris l'avevo già chiamato a suonare in un progetto di musica antica quando era ancora studente, è un ragazzo serissimo, sia nello studio che nella vita, per cui si lavora bene insieme. Invece con Claudio è una collaborazione recente, dovuta alla sua amicizia con Lombardo e alla stima reciproca. Ci siamo trovati e abbiamo iniziato a tirare giù del materiale e ci siamo accorti che può nascere qualcosa di veramente intenso. Ovviamente non c'è nulla di filologico».

Cosa ci puoi anticipare di questo progetto?

«Un brano che sarà secondo me molto interessante è un movimento tratto da "Le Quattro Stagioni" di Vivaldi reso in una forma molto mistica e intrigante. Ci deve essere stato qualche cosa di energetico nell'aria che ci ha permesso di creare tutto ciò, perché, sebbene sia stato stravolto armonicamente e strutturalmente, è un po' come se l'anima di Vivaldi l'avesse ricreato per i momenti attuali. Riprende un po' quello che lui ha voluto trasmettere con questi incredibili brani. Siamo talmente abituati ad ascoltarli che ci sembrano normali ma se si mettono a confronto con tutta la musica di quel periodo ci si chiede da dove siano usciti, sono mistici, straordinari. Partiamo da lì per creare questa atmosfera misteriosa che è anche un invito alla meditazione ma, grazie all'abilità tecnica del trio, c'è anche il tiro musicale, il groove. Gli ingredienti quindi ci sono tutti e mi aspetto molto da questo progetto».

Sei un artista di fama internazionale eppure hai ancora piacere a suonare nei club di provincia, ad accompagnare amici sul palco e a esibirti in piccole rassegne estive. Cosa ti spinge a fare certe scelte e a rimanere ancorato al territorio?

«Mi spinge il piacere e il gusto della purezza. Perché, se io ho piacere a suonare ce l'ho sempre, con le persone che mi piacciono e di cui mi circondo. Non c'è differenza se suoni sul palco della Scala oppure qui in questo momento. Suonando dai qualcosa a chi ti ascolta ma ricevi anche tanto dal pubblico. Ed è questo lo spirito che è importante non perdere. Secondo me c'è stato un momento storico in cui il concertista doveva esibirsi solo con etichetta, in certi contesti, senza svendersi. Ma alla fine quello che conta è la gioia di suonare, non arrivare a farlo alla Carnegie Hall».

Il 2010 è stato l'anno dell'ultima edizione savonese dell'Accademia Internazionale del Mandolino. Poi cosa è successo?

«Siamo andati a Ferrara, ci hanno accolto a braccia aperte, con i tappeti rossi. Il Prefetto ci ha ricevuto nella sua residenza rinascimentale, ai concerti finali c'è stato il finimondo, c'erano degli onorevoli, Franceschini tanto per citarne uno, c'era il Sindaco, il vice Sindaco, insomma è stato un grosso evento nonostante che nella stessa settimana fosse in programma il Buskers Festival, uno dei più importanti appuntamenti musicali. Noi e i nostri mandolini siamo diventati protagonisti tanto è vero che ci siamo tornati anche quest'anno. Ci vorrebbero anche la prossima estate ma a noi piace essere itineranti».

Un brutto colpo per la cultura savonese ma si sa, nemo propheta in patria…

«Purtroppo non abbiamo avuto lo stesso tipo di accoglienza ma va bene anche così. I savonesi sanno che ci siamo, che facciamo cose e ci possono seguire. Si fanno progetti nuovi, nuove sperimentazioni come il trio Aonzo-Bellato-Lombardo. Lo sperimentiamo e se funziona a Savona vuol dire che funzionerà dappertutto».

Non ti è mai venuta l'idea di dire: basta, volo negli States per fare musica?

«Sono pronto a trasferirmi, chiaramente ne deve valere la pena perché la vita è abbastanza difficile negli States se non hai un impiego fisso. È dura anche per i musicisti. Se però dovessero offrirmi una opportunità che mi facesse stare meglio allora potrei anche spostarmi, certamente. Il modo in cui mi sono organizzato la vita e la famiglia adesso però me lo consente poco. Se fossi da solo, senza figli, sarei già andato».

Restiamo a Savona e alla cultura musicale. Cosa è cambiato in questi ultimi anni?

«Conosco poco la situazione culturale perché dopo l'esperienza dell'agosto 2010 ho fatto veramente poco a Savona. E poi sono spesso lontano per cui anche gli eventi locali li seguo di rado».

Se avessi il dono di realizzare un tuo desiderio quale sarebbe?

«Mi piacerebbe realizzare quello che avevo in mente, quello che ho provato a fare a Savona. Cioè dare vita a un punto di riferimento internazionale per il mio strumento, una istituzione dove gli studenti di tutto il mondo possano perfezionarsi e imparare a suonare il mandolino. Un vero polo di attrazione anche per chi desidera approfondire gli aspetti storici del mandolino e degli strumenti affini. Questa sì, è una cosa che mi piacerebbe fosse realizzata».

Cosa manca per concretizzare questo sogno?

«Per cominciare manca la predisposizione mentale degli italiani in genere e dei savonesi in particolare. Poi mancano le strutture, a partire da quelle della semplice accoglienza. Qua non puoi pensare di partire da zero ma devi mettere in conto di iniziare da sotto zero. È quasi impensabile tentare di creare qualcosa di virtuoso in questa situazione».

Quando si parla di mandolino la maggioranza delle persone pensa alle canzoni della tradizione italiana eppure lo strumento è anche molto rock. Si pensi al riff su "Losing my religion" dei R.E.M., alla "Glory days" di Springsteen, a Ry Cooder che arricchisce con il mandolino la "Love in vain" dei Rolling Stones. Come consideri il tuo strumento?

«Senza dimenticare "The battle of evermore" dei Led Zeppelin. Nel rock è molto utilizzato, non c'è dubbio. Lo strumento in sé ha una storia floridissima che inizia nel medioevo. Ha avuto momenti di grande successo ma è rimasto stranamente sempre un po' nascosto. Il mandolino ha questa caratteristica che lo devi andare a cercare. Quello che suoniamo oggi risale al Settecento e si chiama mandolino napoletano perché la musica napoletana è quella che lo ha reso famoso in tutto il mondo ma non è detto che sia nato a Napoli. In precedenza esistevano altri tipi di mandolino che nel corso dei secoli hanno cambiato nome e forma».

Lo strumento lo troviamo anche in culture diverse da quella italiana...

«Il mandolino è partito insieme agli emigranti italiani e dove si è stabilito è entrato nella cultura in maniera talmente potente da cambiare forma e diventare un nuovo tipo di mandolino. In Sudamerica abbiamo il bandolin che suona la musica choro, nel Nord America diventa il mandolino Gibson, che è il più suonato al mondo in questo momento e che può contare sul maggior numero di professionisti. Ricordiamo che la musica bluegrass americana è basata sull'uso del mandolino, ma è entrato anche nel blues e poi in Russia è diventato domra. Anche in Germania hanno inventato una forma di mandolino che è poi diventato quello accademico classico. Invece i giapponesi no. I giapponesi hanno preso il nostro mandolino, gli è piaciuto così come era, lo hanno usato e sono diventati più bravi di noi. Dobbiamo ringraziare i giapponesi per aver salvato grossa parte della nostra cultura musicale. Sono venuti in Italia e l'hanno recuperata e archiviata, fortunatamente già prima dell'alluvione di Firenze, città dove era conservato un fondo inestimabile di musica mandolinistica. E così chi vuole suonare la musica italiana dei primi del Novecento deve andarla a rintracciate negli archivi giapponesi».

Quanto può ancora dare il mandolino alla musica?

«Proprio per il fatto che è rimasto sempre nel limbo è uno strumento totalmente da scoprire. Non è vecchio e superato. Poi se verrai a vederci al "Su la Testa" sentirai cose un po' diverse, niente a che vedere con Arbore. Nell'immaginario collettivo il mandolino rappresenta la vecchia e brutta faccia dell'Italia, invece è uno strumento in grande crescita in tutto il mondo. Ci sono un sacco di musicisti che stanno facendo cose nuove, inedite. È uno strumento molto affascinate, molto fresco».

Qual è l'incontro o il concerto che più ti ha emozionato?
 

«Sicuramente l'incontro con David Grisman. È stato fondamentale sia dal punto di vista della mia carriera che da quello puramente artistico. Con lui ho registrato anche un disco. E poi l'incontro con Beppe Gambetta. Non è un mandolinista ma ha avuto un ruolo importante. Nell'ambito del mio strumento ci sono una serie innumerevole di amici importanti con cui condivido la passione e l'amicizia: Don Stiernberg in ambito jazz, Rich DelGrosso per il blues, e poi i miei maestri, prima mio papà e poi Ugo Orlandi nell'ambito del mandolino italiano classico».

Nel corso della tua carriera sei venuto a contatto con molte realtà culturali differenti dalla nostra. Che importanza si dà alla musica all'estero?

«Dobbiamo nuovamente parlare male dell'Italia. Partiamo dal fatto che l'Italia è l'unico paese dove per assistere a un concerto non si paga, parlo naturalmente degli spettacoli non commerciali. Ai concerti culturali la gente è abituata che l'ingresso è gratuito perché finanziato da contributi pubblici o da sponsor. Inoltre quello che ha ucciso la cultura musicale da quarant'anni a questa parte è la Siae. Anche negli altri paesi c'è chi protegge i diritti d'autore ma non esiste che se fai musica vieni visto come un criminale, come invece accade in Italia. Se io adesso avessi voglia di suonare qualcosa in questo locale sarei un delinquente ed è pazzesco. Probabilmente renderei più interessante la serata e invece per la legge italiana sarei un criminale perché non ho pagato una tassa e assolto a tutti gli obblighi burocratici. Mio papà racconta, invece, che quando era giovane le serate le passavano a suonare, si faceva sempre musica dal vivo per fare le serenate o quando ci si trovava tra amici. Tutto questo esiste ancora in Ticino, dove vivono persone di cultura italiana, che mangiano e bevono il caffè come in Italia e che parlano italiano. La differenza è che sono sotto le leggi svizzere e che esiste una Siae che funziona molto bene ma che non perseguita i musicisti. Se vai nei grotti, le osterie tipiche della regione, ti accorgi che tutte le sere fanno musica dal vivo, musica della tradizione del nord Italia suonata con i mandolini. Ho pubblicato anche un libro su questo interessantissimo repertorio. Da noi questa cultura tradizionale è stata cancellata».

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

«Intanto sono molto impegnato con il trio. Stiamo preparando un po' di materiale, diciamo che siamo nella fase di creazione della "confezione" di questo prodotto. Stiamo immaginando cosa potrebbe essere e viviamo questa fase in maniera sorprendente. Inizieremo a realizzare materiale per i media, si comincerà con qualche traccia audio, poi con le foto e i video. L'obiettivo è quello di registrare un disco di canzoni inedite. Loris è un grande esploratore per cui ogni volta che lo incontri riesce a farti appassionare a cose impensabili. Claudio è un grande, una fornace di idee. Tornando ai miei impegni, porto sempre avanti il mio corso annuale a New York, che si tiene in primavera a Manhattan, e poi l'Accademia Mandolinistica ad agosto. Per quanto riguarda gli impegni concertistici a marzo suonerò al Metropolitan Museum a New York. In provincia mi esibirò invece il 21 dicembre al Teatro Nuovo di Valleggia per un concerto natalizio a cui parteciperà anche mia figlia Cecilia che è molto brava nel canto».

Anche a te Carlo il compito di rispondere alle dieci domande secche.

- Matematica o storia? A scuola sono sempre stato per la matematica, però la storia è legata al mio strumento.
- Toast o focaccia? Focaccia, da buon savonese.
- Cicala o formica? Cicala perché penso che siamo a questo mondo per il piacere di esserci.
- David Grisman o Mike Marshall? Conoscendoli entrambi preferisco papà Grisman, Mike è più un fratello maggiore.
- Alloro o rosmarino? Rosmarino, mi fa venire in mente la farinata.
- Luna piena o crescente? Direi che la luna piena è più da meditazione.
- Barca a vela o a motore? Barca a vela perché il silenzio concilia la musica.
- Storie di alieni o racconti romantici? Racconti romantici che possono anche avere come protagonisti gli alieni.
- Miele o zucchero? Miele, è un prodotto naturale.
- Neve o pioggia? Questa è difficile, sono entrambe bellissime. In questo caso insieme no, perché la neve mista a pioggia esiste ma è schifosa. Se devo scegliere dico la neve, è più poetica.