mercoledì 26 dicembre 2012

Max Manfredi, poeta e incantatore






Lo hanno descritto come un incantatore, un poeta, un cantautore della vecchia scuola, quella genovese. Per Roberto Vecchioni è un intellettuale. Max Manfredi è un personaggio eclettico del variegato panorama musicale italiano. È un artista a tutto tondo che ha percorso anche strade da poeta, da scrittore e da attore. Già vincitore della Targa Tenco e del Premio Recanati, Manfredi ha ricevuto dall'amico Fabrizio De André l'etichetta del "più bravo di tutti". Complimento che, superata la soglia dei 50 anni e per gli strani giochi del destino, resta ad abbellire una carriera di musicista coerente, sincero e di grande caratura artistica. Manfredi, quattro dischi in studio e un live in bacheca, continua a fare musica, musica vera, quella che non ha bisogno di artifici o di mirabolanti invenzioni per emozionare. E lo fa con amore e schiettezza, così come le sue canzoni restano a colorare le serate in tutta Italia, nei locali e nelle piazzette della sua Liguria.
Abbiamo chiacchierato con Manfredi della sua carriera e sui progetti futuri proprio dopo uno di questi concerti, quello tenuto nello storico Pozzo Garitta di Albissola, e in vista del prossimo appuntamento in programma sabato sera a Spotorno.




Nei giorni scorsi hai suonato nello storico locale di Pozzo Garitta ad Albissola. Come è andata?

«Molto bene. All'inizio dubitavo, in fondo è un ristorante. Ma poi c'è stato un sortilegio d'attenzione, come avviene nella Case del Fado a Lisbona. E mi ha fatto piacere vedere nel pubblico amici e persone che non conoscevo, giovani, adulti e vecchi, come si diceva una volta. E poi un locale che apre in Liguria, e dove c'è musica dal vivo, è una rarità, una stella in controtendenza».

Sabato sarai impegnato in concerto a Spotorno. Cosa ci puoi anticipare?

«Sabato nella Chiesa della Nunziata di Spotorno si terrà un concerto post-natalizio, col Natale per argomento. Il concerto sarà tenuto dal Gruppo Genovese di Musica Antica. Io farò, diciamo così, il "prete". Leggerò al microfono della chiesa la bella filastrocca di Guido Gozzano, la "Notte Santa". E i due splendidi brani della "Buona Novella" di Giovanni Pascoli: "In Oriente" e "In Occidente"».

Cinque dischi in oltre vent'anni di carriera. Perché hai centellinato la tua produzione?

«È il vantaggio e insieme lo svantaggio di non abitare mai sotto pesanti vincoli contrattuali. Uno esce con un disco con calma, con pazienza artigianale. D'altra parte a volte si è pieni di materiale e non si trovano sbocchi immediati. Né io voglio far dischi così, tanto per farli, specialmente dopo il relativo successo di vendite di "Luna persa", il mio ultimo lavoro».

Viene da dire che tu preferisca l'esperienza live alla vita in sala di registrazione. È così?

«I concerti dal vivo sono l'essenza. Quella che tu chiami "vita" in sala di registrazione è roba dei tempi dei Beatles o di Battisti. Oggi, o si va in sale di registrazione a pagamento, e allora si tende a starci solo il tempo indispensabile; oppure si inventa la sala di registrazione in casa propria o di amici: è più comodo e familiare, ma si tratta sempre di un'esperienza che dev'essere limitata nel tempo. La vita dell'artista della canzone è piuttosto picaresca, si è sempre in giro».

"Luna persa" ti ha fatto vincere la Targa Tenco come miglior disco dell'anno. Sono passati tre anni da quell'affermazione. Cosa è cambiato da quella sera all'Ariston?

«Per me, nulla. Per l'Ariston, non so. "Luna persa" è stata, ed è, distribuita nei negozi. È anzi raccomandabile ancora in questi giorni come strenna natalizia, per chi voglia fare un regalo un po' inconsueto. Voglio dire, si trova. E questo semplice "trovarsi" ha fatto la differenza, nonostante la mia quasi totale assenza dall'ormai poco frequentabile e alquanto mafioso mondo dei media».

Quanto tempo dovremo aspettare per sentire un tuo nuovo disco?

«Posso anticiparti che ho ben tre progetti discografici, si tratta solo di aspettare che si assestino. Il primo: sto lavorando con il musicista torinese Giorgio Licalzi a un progetto comune, dove io penso ai testi e alla voce; gli mando a volte un abbozzo musicale, a volte ci pensa lui, e gli lascio mano franca per l'arrangiamento. Per gli amanti delle etichette, una roba elettro-acustica-jazz-rock, che mi distanzia abbondantemente dai miei abituali variegati climi armonici. Il progetto prende forma in un complesso di cinque-sei elementi. Potrebbe essere il mio primo, o secondo disco in uscita, dipende dagli interlocutori: produttori, uffici stampa e il booking. Il secondo: sto facendo concerti in trio, insieme a Matteo Nahum, valoroso ed eclettico chitarrista e musicista con obbligo di glockenspiel, ed Elisa Montaldo, maga delle tastiere vintage e affermata musicista progressive a sua volta nel gruppo Il Tempio delle Clessidre. Con l'aggiunta di un basso e altri ospiti, questo nostro repertorio diventerà un disco, uno spettacolo, un film. E quello che mi affascina è trattare le mie canzoni, alcune inedite ed antiche, altre rilette come cover, secondo il nostro gusto, senza la minima autocensura, quasi come se fossero brani degli anni Settanta. Ma la novità è che suonerò in questo disco uno strumento molto particolare che mi sta costruendo il liutaio Fabio Zontini: una chitarra di cartone, di cui credo esistano in tutto il mondo solo due esemplari. La Torres, tradizionale, e una fatta da lui. Te ne sapremo dire di più, ma la notizia è ufficiale. Infine, per quanto riguarda il terzo progetto, mi sono accorto che altre canzoni mi sono cresciute e mi stanno crescendo sotto le dita. Non appena ci mettiamo mano con le orchestrazioni, libere, tradizionali e sperimentali - nel senso che ci piace a noi sperimentare - ci attendiamo un cd denso, multicolore ed emozionante come "Luna persa"».

Essere stato definito da De André "il più bravo di tutti" tra i cantautori italiani cosa ti ha portato in termini artistici e umani?

«A parte la soddisfazione di avere avuto un siffatto interlocutore - e collaboratore - qualcosa in più, qualcosa di insindacabile da mettere nei comunicati stampa. Col rischio poi di essere equivocato e chiamato "allievo", "pupillo" o "erede" di De André, cosa non vera, ahimè, in nessun senso. Chi sa ascoltare capisce, lui era il primo a dire che eravamo diversissimi».

In una intervista hai dichiarato che i cantautori sono ‹diavoli in cerca di anime›. Qual è il tuo metodo per catturare gli spettatori?

«I metodi son tanti, tutti rigorosamente segreti. In questo mi sento simile ad un cuoco ma anche ad un prestigiatore, anzi, un magnetizzatore da fiera. ‹Diavoli in cerca di anime› è un'immagine pittoresca per dire che io cerco di conquistare l'ascoltatore conducendolo in terre sconosciute, che però deve sembrare di riconoscere. Un linguaggio del tutto antagonista rispetto a quello della consueta fascinazione pubblicitaria, ma che può risvegliare reminiscenze antiche. Non vecchie, antiche. Come il teatro delle ombre, come la lanterna magica, come il suono di certi strumenti. In questo senso amo frequentare le sonorità più attuali come se fossero antiche. Non certo per mettermi up to date o fare il modaiolo; ma anzi, per spaesarle, condurle in un paesaggio diverso dal loro, e dal mio, abituale. E condurre i miei ascoltatori in questo paesaggio spaesato, in questa piazza spiazzante».

Fare il cantautore è ancora un mestiere in questa Italia sempre più distratta e poco curiosa?

«Purtroppo è quasi "solo" un mestiere. Un mestiere incerto e  precario, come d'altronde tutti i mestieri di chi non parte già da posizioni di potere acquisite. Ora, se precario è fare l'operaio, il minatore o l'insegnante; che meraviglia se a decine di migliaia scelgono di tentare la strada dell'arte, indipendentemente dalle capacità, dal talento o dal genio? E mancano ormai le mediazioni».

Ci consigli un disco e un giovane artista da tenere sotto osservazione?

«Non ascolto altro che i cd che mi danno da sentire. Ora, a parte che i giovani artisti da tenere "sotto osservazione" medica sono la maggioranza, non saprei che dire. Ci sono artisti davvero buoni, sono pochissimi, indipendentemente dall'età e dalla notorietà».

Negli Stati Uniti d'America gente dello spettacolo e in particolare cantanti non hanno paura di schierarsi politicamente. Un esempio è Springsteen che ha fatto campagna elettorale a fianco di Obama. In Italia i musicisti sono lontani dalla politica, sembrano aver paura di schierarsi. Hai questa stessa impressione e perché?

«Sai, l'America è fatta di grandi distanze, è vasta, ha figure che la cronaca proietta nel mito. L'Italia, poverina, è piccola. Qui c'è un solo modo di far politica con le canzoni: non usare il linguaggio del potere pubblicitario, dell'ignoranza coatta, dell'istinto gregario. Far politica e far poesia in questo senso, paradossalmente, coincidono: guai se una diventa ancella all'altra. Ciò detto, chi vuoi che si schieri con chi? In un'Italia dove la cultura è stata programmaticamente abbattuta, come il pescato, per legge, negli ultimi decenni, essere vivi ed avere una voce non gregaria è già far politica, e di quella pesante. Poi va aggiunto che io non ho interlocutori in questo senso. Ho cantato o suonato per questo o per quell'esponente politico, spesso anche per simpatia; ma non ho interlocutori politici come Max Manfredi. Quando ho proposto all'Anpi una canzoncina sulla Resistenza, che mi è stata commissionata dall'allora dirigente Raimondo Ricci, non siamo stati neppure presi in considerazione dai "quadri". A parte queste considerazioni, la politica, me ne accorgo, può essere solo - ammesso e non concesso, poi, come diceva Totò - rapporto fra individui. Appena si raggruppa, peggio se culturale, si sente puzza di gregge, pecus, pecunia e peculato e di tutto ciò che finisce in -ato, di ciò che è categoria. Alla categoria oppongo da sempre la fantasmagoria».

Per concludere ti vorrei sottoporre alle dieci domande secche.

- Mandorle o pistacchi? Pistacchi, per la loro ambiguità filologica. In genovese i "pistassi" son le noccioline americane, mentre i pistacchi siciliani sono altra cosa.
- Giubbotto o paltò? Loden e giacconi.
- Presepe o albero di Natale? Nessuno dei due. Il presepe è il paesaggio, l'albero di Natale uno qualsiasi degli abeti della foresta casentinese, piantati dai monaci camaldolesi. Stelle ed ufo appesi.
- Cappon magro o acciughe al verde? Acciughe, acciughe. Il cappon magro è una delle invenzioni più inutili della genovesità che pure ha inventato quasi tutto, come gli Arabi o i Cinesi.
- Mezzanotte o mezzogiorno? Mezzanotte. Un'ora in cui la magia è ancora pronunciabile. Nel meriggio si è oltre, preda della spossessione panica e del mal d'acedia.
- Giove o Mercurio? Dico Mercurio, non solo per onorare la divinità furba e ladra, ma anche per protestare contro i termometri di nuova generazione: hanno il solo merito di dimostrare come non sempre il progresso tecnologico sia un bene augurabile. Il buon mercurio, guardiano della soglia delle famiglie, custodito quasi perigliosamente nel tubetto di vetro, ha lasciato il posto all'indeterminazione frettolosa, una misura di temperatura "random" e inaffidabile.
- Orologio a lancette o a cristalli liquidi? Nessuno. Mi piace l'idea della cipolla, che siglava i tempi della vita e della morte nei western, ma non la porto. Leggo l'ora sui display delle farmacie o dal mio telefonino.
- Pipistrello o riccio? Mi piacciono tutt'e due, ma scelgo il pipistrello. La piccola volpe volante che schizza nell'aria della sera come se sbattesse sui muri.
- Film a colori o in bianco e nero? Lanterne magiche a colori e film in bianco e nero. Ma con eccezioni al riguardo.
- Mercato rionale o ipermercato? Mercato rionale, mercatino a chilometro zero. Preferisco il peso e il rumore del pittoresco umano alla standardizzazione da obitorio delle ipercoop e dei centri commerciali ad alto volume. Del resto non era in un supermercato che Romero ambientò il suo film di zombi?