giovedì 31 maggio 2012

"Piccolo blu", il nuovo album di Massimo Schiavon






Sono passati cinque anni dall'esordio discografico di Massimo Schiavon. Dopo l'ottimo "Senza Rotta", uscito nel 2007, il cantautore di Laigueglia è tornato a far parlare di sé con l'album "Piccolo blu", presentato ufficialmente sabato 26 maggio al teatro Gassman di Borgio Verezzi. Un album ambizioso che vede Schiavon impegnato in dodici brani che disegnano atmosfere raccolte, notturne e meditative. Canzoni scritte da Schiavon - eccetto il brano "I passi di una donna" che chiude il disco e che è stato a lui donato da Enzo Jannacci - e interpretate con passione e trasporto con il supporto di musicisti di primo piano della scena nazionale. A partire da Armando Corsi che in occasione del concerto di presentazione è tornato a imbracciare con trasporto e passione la chitarra elettrica.
Con grande gentilezza e disponibilità Schiavon ha risposto alle domande di questa intervista.



"Piccolo Blu" è il tuo secondo disco. Cosa deve aspettarsi l'ascoltatore?

«Si tratta di un disco più intimo rispetto al primo, più legato alla sfera emozionale. Un vero viaggio attraverso la mia anima, la mia infanzia e i valori fondanti della mia esistenza, alla ricerca della radice del mio sentire. Non a caso le canzoni sono state prevalentemente composte al pianoforte e non alla chitarra, con particolare attenzione alla cura delle linee melodiche senza rinunciare ad una comunicazione semplice e diretta nei testi».  

Dal tuo primo lavoro, "Senza Rotta", sono passati cinque anni. Cosa hai fatto in questo lungo intervallo di tempo?

«Per un paio d'anni mi sono dedicato a concerti live, mentre il periodo rimanente è stato necessario per le registrazioni di questo nuovo cd, che piano piano si è arricchito di nuove collaborazioni e ospiti, procrastinandone l'uscita. Ma ne è valsa la pena».

C'è un messaggio in questo disco?

«Non un messaggio particolare, ma tanti piccoli frammenti e riflessioni, spesso di ispirazione compositiva differente, che in qualche modo virano idealmente e cromaticamente al blu, un piccolo blu, che illumina le storie naif dei personaggi spesso "Senza ali", per citare il titolo di un brano. Sono figure che per la loro sensibilità interiore o condizione sociale faticano a trovare una collocazione opportuna nel loro contesto storico. Sono ad esempio i bimbi di "Scendi piano" persi nel loro Natale, gli amanti protagonisti del "Volo di Chagall" o i nostri vecchi emigranti persi in terra argentina, che animano il testo di "Blu"».

Ti sei avvalso della collaborazione di alcuni dei migliori musicisti sulla piazza. Come sono nate queste collaborazioni?

«Il cd è stato arrangiato da un vecchio amico e chitarrista romano, Fabrizio Guarino. Vi hanno partecipato, tra gli altri, musicisti del calibro di Mike Applebaum (tromba flicorno), Marco Siniscalco (contrabbasso), Cristiano Micalizzi (batteria), Carlo Di Francesco (percussioni), Giacomo Grandi (violoncello), Marcello Sirignano (violino) e per il pianoforte, per il quale ero alla ricerca di uno stile ben preciso, "pittorico", l'argentino Roman Gomez. Di particolare rilievo è stato poi l'incontro artistico con Armando Corsi che, dopo aver accettato di prestare le note della sua chitarra al brano manifesto "Blu", si è appassionato al progetto mettendo a disposizione la sua arte in qualità di ospite d'onore nei live, come è accaduto l'altra sera nel teatro di Borgio». 

Nell'album troviamo anche una chicca: la canzone "I passi di una donna" regalatati da Enzo Jannacci. Qual è il tuo rapporto con Jannacci e come è nata questa collaborazione.

«Ho avuto la fortuna di conoscere Enzo a seguito della sua partecipazione alla rassegna "Queste piazze davanti al mare" di Laigueglia. Ne è nata una bella amicizia che si è trasformata anche in una sua attenzione per alcuni miei brani che stavo appunto preparando per il cd. In particolare "Fiammetta", la piccola storia che in qualche modo ricordava ad Enzo la sua meravigliosa "Vincenzina e la fabbrica". Forse questa sensibilità comune ha contribuito a far accadere l'inimmaginabile. Una sera a Milano Enzo seduto al pianoforte di casa sua, ha inserito una cassetta nel vecchio registratore e mi ha registrato il brano inedito "I passi di una donna". La canzone, arrangiata per orchestra dal maestro Vincenzo Messina e suonata tra gli altri da alcuni musicisti storici di Jannacci, chiude il cd».

Dove hai registrato il disco?

«A Roma presso il Millenium Audio Recording da Fabio Ferri, dove Daniela Bombelli ha curato il mixaggio e il mastering».

Con il nuovo disco è arrivata anche una nuova band: i Bacàn. Ce ne parli?

«Assolutamente. L'opportunità di portare in scena un progetto così articolato, necessitava di un direttore musicale in grado di conciliare l'intimità della proposta artistica di alcuni brani del disco, con la vena latina, popolare e più ruspante di parte del mio repertorio. Non ho avuto dubbi e la scelta è ricaduta su Marco Fadda, raffinato musicista e percussionista, da me da sempre stimato. Suo il merito di coordinare e dirigere i live e sua la scelta di questa meravigliosa band, i Bacàn. Il significato etimologico di "bacan" in dialetto ligure indica la figura del "padre", del "comandante di imbarcazione". Come diceva De Andrè ‹...bacan d'a corda...›. Quale miglior nome, allora, per una band di raffinati musicisti, tutti di sangue genovese!».

Dopo il concerto di Borgio hai intenzione di presentare il disco in un tour?

«Dopo il concerto di Borgio che è stato un successo di pubblico ben oltre ogni più rosea aspettativa, per il periodo estivo abbiamo in calendario una serie di date in Liguria, in attesa che ad ottobre il cd venga proposto a livello nazionale dall'Egea Music, che tra l'altro ne cura la distribuzione».

Sei ligure e scrivi canzoni. Inevitabile pernsare alla grande scuola cantautorale genovese. Ma secondo te è ancora attuale?

«Credo proprio di sì, anche se il giudizio spetta al pubblico. Sicuramente l'atmosfera che ho respirato ultimamente a Genova, per esempio durante le prove, è per lo meno affascinante, se non unica e foriera di ispirazione artistica».

Il tuo nome, questa volta come organizzatore, è legato a un importante festival musicale che tutti gli anni presenti a Laigueglia. Cosa ci puoi anticipare della prossima edizione?

«Per prima cosa ti posso anticipare, che grazie al Comune di Laigueglia la rassegna "Queste piazze davanti al mare" è salva nonostante i tagli imposti dalla situazione economica attuale. A breve usciremo con il programma definitivo, che sarà comunque in linea con i grandi nomi che ci hanno onorato con la loro partecipazione nelle edizioni passate e con la nostra vocazione di mettere a disposizione il palcoscenico ai giovani cantautori emergenti».

E per finire le consuete dieci domande a bruciapelo... 

- Mare o montagna? Mare
- Pizza o grigliata di pesce? Grigliata di pesce
- Chitarra elettrica o acustica? Acustica
- Dylan o CSN&Y? Dylan
- Luigi Tenco o Umberto Bindi? Come compositore Bindi
- Bicicletta o automobile? A piedi
- Giorno o notte? Notte 
- Tarantino o Vittorio De Sica? Vittorio De Sica
- Rosa o tulipano? Rosa
- Bosco o cattedrale? Bosco


Titolo: Piccolo blu
Artista: Massimo Schiavon
Etichetta: Incipit/Egea
Anno di pubblicazione: 2012

Tracce
(testi e musiche di Massimo Schiavon, eccetto dove diversamente indicato)

01. Il volo di Chagall
02. La voce dell'anima
03. E magari sì
04. Via della pace
05. Blu
06. L'amore del tempo matto
07. Quaranta lacrime
08. Fiammetta
09. Senza ali
10. Scendi piano
11. Il sorriso
12. I passi di una donna  [Enzo Jannacci]





lunedì 21 maggio 2012

A Brigà e le canzoni delle Alpi del Mare








"Artemisia. Le Alpi del Mare" è il titolo del secondo album degli A Brigà. Dopo l'ottimo "Sul Tempo" e con un paio di cambi di formazione alle spalle, il gruppo è tornato in sala di registrazione (AM Studio di Alessandro Mazzitelli a Loano) con una manciata di canzoni che riportano l'ascoltatore alle atmosfere di un tempo. Non si tratta però di una semplice operazione di riproposizione di antichi canti della tradizione di quel territorio compreso tra il mare e le montagne della Liguria, ma di un interessante recupero sonoro filtrato e ringiovanito dal sound degli A Brigà. Nel CD troviamo brani popolarissimi come "La Fontanella" o "Moretto", riarrangianti e adattati dalla band con interessanti soluzioni sonore, o il "Canto delle Uova" della tradizione contadina introdotto da un coro dei Cantori di Mallare e Montefreddo registrato esattamente trent'anni fa a Carcare da Mauro Balma. 
A raccontarci la genesi di questo lavoro è Alex Raso, bravissimo grafico e illustratore nonché chitarrista degli A Brigà.


"Artemisia" è il vostro secondo album. Come è nato? 


«L'idea iniziale di un nuovo CD è nata poco più di due anni fa, insieme alla vecchia formazione della Brigà quando abbiamo sentito l'esigenza artistica di lavorare ad un nuovo progetto. Il CD è stato ultimato nel 2012 con l'attuale formazione: Marta Giardina alla voce, Luca Pesenti al violino e al mandolino, Alex Raso alla chitarra e bouzouki (formazione originale) e la nuova contrabbassista Elena Duce Virtù. Inoltre abbiamo inserito, come nel primo lavoro alcuni ospiti presi dal panorama folk nazionale come Franco Guglielmetti alle fisarmoniche e Matteo Dorigo alla ghironda (in qualità di ospiti hanno partecipato alle registrazioni dell'album anche Walter Rizzo alla ghironda, Salvatore Coco alla voce, Loris Lombardo alle percussioni, Claudio Bellato e Fabio Pesenti alle chitarre, Davide Bonfante alla batteria, Federico Fugassa al basso, Davide Baglietto alla musette, ndr)».

Quali sono le idee portanti di questo lavoro? 

«L'attenzione alle tradizioni e il loro recupero. A Brigà rispetta le tradizioni, per questo le interpreta. Come dicono gli antropologi Clemente e Mugnaini ‹la tradizione non è un prodotto del passato, ma una riappropriazione selettiva di una porzione di esso, una filiazione inversa›».

Avete messo in piedi una operazione di recupero di canzoni della tradizione dell'entroterra ligure per rivestirle con il vostro sound. Come si è svolto questo processo? 

«La scelta di un repertorio tradizionale vicino alle nostre radici liguri, luogo d'incontro tra le alte vette e il Mediterraneo, è stato un percorso spontaneo. Ciascun brano raccolto lo abbiamo rivestito con un sound, contaminato dalle nostre esperienze musicali (jazz, swing, irish, gipsy) con la stessa formula usata per il primo CD». 

Da quali fonti siete partiti? 

«Per la scelta dei brani ci siamo avvalsi delle ricerche di alcuni etnomusicologhi e, in misura minore, di interviste svolte da noi che ci hanno permesso in molti casi di stabilire un legame con gli abitanti delle valli che abbiamo percorso. Con piacere ricordo l'intervista fatta a Remo Siri e Stefano Siri nella loro casa (successivamente in cantina) a Carcare; a loro va il merito di aver riportato la tradizione delle "uova" nella Valle Bormida dopo anni d'assenza. I due musicisti compaiono, tromba e sax, in una registrazione dei Cantori di Mallare e Montefreddo registrata a Carcare nell'82 da Mauro Balma ("Liguria: canti di strada", Ed. Nota) che abbiamo inserito come intro della nostra rivisitazione. Fondamentali sono state le registrazioni di Giorgio Nataletti e Paul Collaer (1962, 1965, 1966) raccolte da Mauro Balma che mi ha donato Mariella, l'esuberante gestrice di un agriturismo a Dolceacqua, in una serata finita a "gotti" di Rossese di sua produzione. Le registrazioni di Edward Neill gentilmente concesse dalla Fondazione De Ferrari con l'aiuto di Carlo Romano; le raccolte di canti narrativi e canti da strada liguri di Mauro Balma dell'Editrice Nota e le registrazioni effettuate tra il 1953 e il 1954 da Alan Lomax a Bajardo e a Imperia, fornite dal giornalista Claudio Porchia, unite alle testimonianze lasciate nel suo libro "L'anno più felice della mia vita. Un viaggio in Italia". Alcuni libri sono poi stati fondamentali, come "I canti popolari del Piemonte" raccolti alla fine dell'800 da Costantino Nigra; "I canti popolari italiani" di Roberto Leydi; i tre volumi dedicati al folklore di Liguria di Aidano Schumckher; "Si comincia da una figlia" di Paolo Giardelli e La raccolta Canzoni Intemeie della Cumpagnia Cantante. Le innumerevoli guide Sagep dedicate all'entroterra ligure, ormai reperibili solo nei mercatini dell'usato, sono state infine il nostro "object trouvé"». 

Perché avete intitolato l'album "Artemisia"? 

«Artemisia è una donna realmente esistita a Pigna, comune in provincia di Imperia situato nella parte montana dell'Alta Val Nervia, di cui vestiamo i difficili gusti con un valzer ampére nell'omonima canzone all'interno del CD. Artemisia è la pianta medicinale utilizzata nella preparazione del distillato d'assenzio: la magica "fée verte" croce e delizia degli impressionisti francesi. Artemisia è anche il nome di mia zia, la sorella della vecchia con il ghiacciolo che troviamo in copertina nel primo album purtroppo mancata quest'anno all'età di 100 anni». 

Come è stato accolto il vostro album, specialmente nelle comunità più vicine a questi suoni? 

«Per ora il CD è stato accolto positivamente; ora ci attendono alcuni concerti promozionali in Liguria, nelle terre da noi raccontate, e nel nord Italia, dove speriamo in altrettanto affetto». 

Cosa è cambiato rispetto al vostro primo album "Sul tempo"? 

«"Sul tempo (on the beat)" nasce nel 2009 e vanta la collaborazione di alcuni fra i più importanti musicisti del panorama folk-jazz-pop italiano ed europeo tra cui Marco Fadda, Fernando Oyaguez (Felpeyu), Edmondo Romano, Dino Cerruti, Matteo Dolla, Zibba. Il CD ha ricevuto ottime recensioni da parte della stampa musicale europea Folk Bullettin (Italia), Les Canard Folk (Belgio), Froots, FolkEnLaRed (Spagna). La rivista TradMagazine francese gli ha assegnato il Bravò (Grammy della musica folk) come migliore disco del bimestre luglio-agosto 2009. La ricetta e l'energia impiegata per il nuovo disco è la stessa ma con un maggior interesse per l'area ligure rispetto a quella peninsulare di "Sul tempo". Speriamo in altrettante risposte positive da parte della critica». 

L'uscita dal gruppo di Davide Baglietto, presente però come ospite nel nuovo disco, ha sicuramente cambiato l'assetto interno degli A Brigà. In che modo? 

«Davide è uscito dal gruppo per sua scelta dopo una bella esperienza condivisa come anche Federico Fugassa (basso) e Davide Bonfante (batteria), entrati successivamente nella formazione originale e  partecipi dell'ultima evoluzione del gruppo; un'evoluzione tesa a discostarsi dalle sonorità folk di "Sul Tempo" per avvicinarsi di più a sonorità pop. Dopo la loro uscita siamo ritornati ad un sound più acustico, simile a quello del primo CD. Abbiamo deciso di mantenerli come ospiti in alcune tracce del nuovo prodotto per testimoniare la nascita comune del progetto delle Alpi del Mare».

Che senso ha registrare oggi un album di musiche tradizionali in Italia? 

«La raccolta e la conservazione delle tradizioni, opposta polemicamente a quella del vertiginoso consumo operato dalla società, sono tematiche che ci toccano profondamente. Come scrive Jonathan Safran Foer una rigida ricerca ti mette di fronte ad una presa di coscienza: ‹ogni cosa è illuminata dalla luce del passato›. Dobbiamo conservare». 

A Loano si celebra ogni anno un festival dedicato alla canzone tradizionale e popolare, cosa pensate di questo tipo di rassegne? 

«Sono linfa vitale e garanzia di memoria per le tradizioni».

Il 25 aprile a Savona avete aperto il concerto di Cisco di fronte a quasi cinquecento persone. Che sensazioni vi ha trasmesso? 

«Aver partecipato al concerto del Priamar in un contesto "(r)esistente" (alcuni membri di A Brigà sono iscritti alla FIAP e all'ANPI, ndr) ci ha inorgoglito, l'energia trasmessa dal pubblico e la sua partecipazione accorata nei canti hanno fatto il resto. Le polemiche nate in precedenza sono state messe a tacere dalla grande risposta dei giovani». 

Normalmente però che tipo di pubblico vi segue? 

«Il pubblico che ci segue è vario e dipende dalla situazione. A Brigà ha suonato in diversi contesti: quello festoso del pub, festival nazionali ed internazionali di folk, atmosfere intime all'interno di spazi storici, teatri, per approdare anche, nel 2010, in una puntata interamente dedicata a noi nel programma televisivo francese del produttore e regista Paul Rognoni (Mareterraniu production) "Mezzo Voce" dedicato ai gruppi più interessanti del Mediterraneo. Potremmo tranquillamente affermare, parlando di gioco d'eventi, d'essere dei situazionisti; contestualizzati storicamente e geograficamente nel momento in cui l'Internazionale Situazionista nasce nel 1957 a Cosio di Arroscia, in provincia di Imperia, nell'area delle Alpi del Mare». 

I giovani secondo voi hanno ancora la curiosità di avvicinarsi a generi non certo alla moda come può essere quello da voi proposto? 

«I giovani hanno il privilegio e il dovere della curiosità. Durante i nostri concerti incontriamo in egual numero giovani e "diversamente giovani". Nel panorama folk nazionale ed internazionale ci sono tantissime realtà giovani che portano avanti progetti di matrice folk. Parlando del contesto italiano mi vengono in mente i lombardi Spakkabrianza del nostro amico Matteo Dorigo, una delle realtà più interessanti del folk da ballo, o gli amici savonesi Pulin and the Little Mice. Senza dimenticare gli In Vivo Veritas». 

Quali sono i vostri progetti futuri? 

«Vogliamo promuovere il nuovo CD e contemporaneamente stiamo lavorando a nuovi brani con testi e musica di nostra composizione».

Oltre ad essere musicisti, cosa fate nella vita? 


«Io sono l'unico musicista non professionista del gruppo. Sono laureato all'Accademia di Belle Arti e lavoro come grafico, illustratore e animatore artistico nell'associazione Mus-e Savona. Marta, laureata al Dams Musica, tiene laboratori musicali per l'infanzia. Elena sta terminando il Conservatorio, è contrabbassista del Circolo Mandolinistico Giuseppe Verdi e lavora part-time all'IperCoop. Luca, diplomato al Conservatorio di Piacenza e insegnate di violino alla scuola comunale di Vado Ligure Arturo Toscanini, è quello che sicuramente ha più esperienze in Italia e all'estero sia in ambito classico, avendo suonato in diverse orchestre sinfoniche e liriche (Lucca, Teatro del Giglio; Genova, Teatro Carlo Felice; Orchestra Sinfonica di Sanremo), sia nel folk con diverse formazioni tra cui Caledonian Companion, l'Ensemble del Doppio Bordone, Dubh Linn, Myrddin incidendo per la BBC, WDR, Radio Fiandre, Svizzera 2 e facendo tournée in Europa ed in America».


Titolo: Artemisia. Le Alpi del mare 
Gruppo: A Brigà
Etichetta: autoproduzione 
Anno di pubblicazione: 2012

Tracce

01. Artemisia + Valzer di Artemisia  [trad. arrang. A Brigà + Luca Pesenti]
02. Canto delle uova (cantori di Mallare e Montefreddo)
03. Canto delle uova + Polka delle uova  [trad. Davide Baglietto arrang. A Brigà + Luca Pesenti]
04. Emma  [trad.; Luca Pesenti]
05. Emma (coro spontaneo di Mallare)
06. Ed or n'è chiusa la porta e la persiana  [trad. arrang. Luca Pesenti ed Elena Duce Virtù]
07. Va lalla pia + L'addestramento del panda  [Luca Pesenti + Davide Baglietto e Federico Fugassa]
08. Tre soldatin + Danza dei soldatini  [trad. arrang. A Brigà + Luca Pesenti]
09. Tre soldatin (Luisa Conte di Soldano)
10. La fontanella  [testo trad. adattamento Luca Pesenti; musica e arrang. Luca Pesenti]
11. Moretto  [trad. arrang, Alex Raso; musica Luca Pesenti e Alex Raso]
12. Moretto
13. Scottische del bruco + Scottische della foglia  [Luca Pesenti]




mercoledì 16 maggio 2012

"Come il suono dei passi sulla neve" di Zibba






Zibba e gli Almalibre hanno scelto il teatro Gassman di Borgio Verezzi per presentare, sabato 19 e domenica 20 maggio (ore 21), il loro nuovo album. "Come il suono dei passi sulla neve" è il titolo del quarto disco del cantautore varazzino che uscirà ufficialmente il 22 maggio nei negozi di dischi e negli stores musicali. Undici canzoni che raccontano il mondo con un piglio a tratti cinematografico, ricco di suggestioni. Per molti si tratta del disco della maturità che arriva dopo i pluripremiati "Senza smettere di far rumore" (2006) e "Una cura per il freddo" (2010). Il nuovo lavoro è stato registrato in un forno per mattoni a Moie con la partecipazione di numerosi ospiti: Roy Paci, Eugenio Finardi, Vittorio De Scalzi e Carlot-ta, e le partecipazioni straordinarie di Adolfo Margiotta, Enzo Paci, Gianluca Fubelli, Alberto Onofrietti e Silvia Giulia Mendola che danno voce a intermezzi che fanno da collante poetico alle canzoni.
In attesa di ascoltare le nuove canzoni, Zibba racconta in questa breve intervista come è nato il nuovo album.



"Come il suono dei passi sulla neve" è il tuo quarto album. Come è nato?

«Come sempre dall'esigenza di raccontarmi, e dopo due anni andati alla grande con il disco precedente ci voleva un nuovo capitolo. La fortuna di questo album per me è stata quella di poterlo registrare con gli Almalibre migliori che abbia mai avuto (band composta da Fabio Biale, Andrea Balestrieri, Stefano Cecchi, Stefano Ronchi, Stefano Riggi, ndr). La nuova formazione è fantastica e tutti hanno dato un grande contributo alla realizzazione di un sound davvero avvolgente». 

Perché avete scelto un forno di mattoni per registrate il disco e come si sono svolte le sessions?

«È stata una sfida. Abbiamo raccolto l'invito di questo virtuoso Comune delle Marche, Moie, che ci ha "raccontato" quanto sia possibile spendere il denaro pubblico in opere sensate e soprattutto in cultura. Ne vengo da una bruciatura non ancora sanata che mi ha dato il Comune in cui vivo, Varazze. Ci hanno fatto girare un clip facendoci investire forze e denaro con la promessa di una sponsorizzazione che poi non è mai arrivata. Sta di fatto che abbiamo voluto collaborare con qualcuno che ci crede davvero, che ci ha voluto valorizzare e abbiamo realizzato un documentario, in uscita tra poco, che racconta questa esperienza. Abbiamo sperimentato, in un luogo strano e non fatto per registrare, montando la strumentazione in un vecchio forno Hoffman e trasformando il nostro pensiero in musica in un'atmosfera unica. Le sessioni sono volate all'insegna di questo esperimento e ci siamo divertiti scoprendo anche un sacco di cose. Ad esempio che in un forno si può fare un disco che suona da paura».

Cosa vuoi trasmettere con questo nuovo lavoro?

«Più vado avanti più mi rendo conto che questo mestiere mi vuole attento al messaggio che voglio portare con me. In mezzo al delirio in cui stiamo vivendo ci metto questo: il suono dei passi sulla neve. Quasi un "non suono". Un momento per fermarsi a riflettere. Sopra i giochi, sopra la politica se vuoi, sopra il materialismo. Un momento per parlare di noi a noi stessi e agli altri e cercare buoni motivi per stare in piedi nel modo che ci piace di più».

Rispetto ai tuoi precedenti lavori cosa è cambiato nel tuo modo di approcciarti alla scrittura e alla musica?

«Cambia giornalmente tutto, mi lascio guidare dalle esperienze. Cambia il modo di vedere le cose. La prospettiva. Alcuni dicono sia un disco più maturo, ma questo è perché invecchio. Altri dicono ci sia un ritorno ad atmosfere più sognanti che erano parte di vecchi lavori. Credo che soprattutto ci sia consapevolezza. In quello che dico, nel come e nel perché. Ci sarebbe da parlarne per anni...».

Dopo i successi raccolti dai tuoi precedenti album cosa ti aspetti da questo nuovo lavoro?

«Non mi aspetto mai nulla, se non di non deludere le aspettative di chi ascolta la nostra musica. Per il resto tutto quello che verrà sarà un dono come sempre. Conosco molto bene l'ambiente musicale, so come funzionano certe cose. Continueremo a fare tanti live, andremo a prendere consensi o meno in mezzo alla gente, come piace a noi. E poi mi aspetto che lasci qualcosa nel cuore di qualcuno. Fosse anche solo in una persona avremmo raggiunto lo scopo di questo nostro modo di fare musica».

Le collaborazioni non mancano e tutte di grande qualità: Roy Paci, Eugenio Finardi, Vittorio De Scalzi e l’emergente Carlot-ta. Come sono nate e cosa hanno apportato al disco e al tuo sound?

«Ogni collaborazione che facciamo ha un significato profondo. Da quelli che hai citato tu, a tutti gli altri ospiti "non cantanti" del disco, sono tutte persone con le quali ho un bellissimo rapporto che va oltre la musica. Quando le collaborazioni nascono da una idea comune, dalla condivisione di un qualcosa di importante, sono sempre belle ed emozionanti. I grandi artisti che mi hanno dedicato un po' della loro arte hanno reso migliore questo lavoro, perché hanno parlato con me di qualcosa che non si fa molto: aiutarsi, coinvolgersi, aprirsi agli altri. Vorrebbe essere un piccolo esempio e speriamo che in qualche modo lo sia».

"Una cura per il freddo" e "Come il suono dei passi sulla neve" sono i titoli degli ultimi tuoi due album, ti piacciono le atmosfere invernali?

«Mi piace dell'inverno tutto quello che mi permette di goderne. È un caso che gli ultimi due titoli siano invernali, ma forse nemmeno troppo. Sono nati d'inverno, la maggior parte delle canzoni per lo meno. Ed è il terzo disco di seguito che registriamo sommersi dalla neve. Una magia. Gli ultimi tre album li abbiamo iniziati al sole per vederci cascare in testa tanta neve da soffocarci. Questa magia in qualche modo va assecondata».


Titolo: Come il suono dei passi sulla neve
Artista: Zibba & Almalibre
Etichetta: Volume Records
Anno di pubblicazione: 2012




                                      

mercoledì 2 maggio 2012

Paolo Bonfanti e il blues a emissioni zero




Paolo Bonfanti è uno dei più apprezzati bluesmen italiani. La militanza artistica nei Big Fat Mama nella seconda metà degli anni Ottanta, la partecipazione a centinaia di festival in tutta Europa e i numerosi album prodotti, lo hanno fatto conoscere ad una vasta platea di appassionati. Senza dimenticare le tante collaborazioni con artisti della scena nazionale e internazionale come Fabio Treves, John Popper, Beppe Gambetta, Roy Rogers e tanti altri.
L'ultimo album, "Takin' a Break" (2011), abbraccia tutta la musica roots in un susseguirsi di coinvolgenti ballate folk, buon vecchio blues, sanguigno rock e accenni gospel. Alla musica suonata Bonfanti ha unito in questi anni una intensa attività didattica e nel 2011 ha pubblicato il manuale "Bottleneck Guitar". Nonostante la notorietà il cinquantunenne musicista genovese è rimasto fedele alla sua personale visione della musica fatta di passione, sacrifici, coinvolgimento, lotte e indipendenza artistica.
Bonfanti si esibirà sabato 5 maggio dal vivo a Spotorno nell'ambito della rassegna "Immaginaria - Winter Edition 2012". Nonostante i numerosi impegni Paolo si è prestato a rispondere alle domande di questa intervista.


Quando si parla di Paolo Bonfanti viene subito alla mente il blues. Con i Big Fat Mama hai scritto la storia di questo genere musicale in Italia. A questo punto della tua carriera trovo però che sia un inquadramento riduttivo e limitante, mi sembra che la tua musica abbracci invece tutto il genere roots. Cosa ne pensi?

«A dir la verità, già coi Big Fat Mama non si suonava solo ed esclusivamente blues. Anzi, fin dall'inizio, ho sempre ampliato il discorso ad un genere che oggi si definirebbe "Americana". Il secondo LP, per esempio, aveva un sound decisamente "southern rock", tanto che un giornalista, ai tempi, ci paragonò alla Marshall Tucker Band!».

Un genovese che non è cantautore! Nonostante gli insegnamenti di Armando Corsi perché hai preferito guardare artisticamente oltreoceano?

«La mia formazione musicale era iniziata almeno cinque anni prima di incontrare Armando, per cui la successione degli eventi è stata questa: dai sei ai quindici anni ho studiato pianoforte classico, poi la chitarra cercando di imparare canzoni di cantautori come Guccini e De Gregori prima, poi di Dylan, CSN&Y, Eagles e tanti altri nomi della musica cantautorale e country-rock U.S.A., poi il blues e solo nel 1980 e 1981 l'avvicinamento all'armonia jazz con Armando».

Il tuo ultimo album solista ha riscosso grandi consensi da parte della critica e del pubblico. È stato un ritorno alle canzoni cantate in lingua inglese dopo le ultime tue produzioni in italiano e in dialetto genovese. Perché questa scelta?

«Anche in questo caso la vedrei dalla prospettiva opposta: ho sempre fatto dischi con testi in lingua inglese. Il mini cd "Io non sono io" e "Canzoni di Schiena" sono stati due "esperimenti" che sono stato molto contento di fare e non è detto che non riprenda il discorso in un futuro non lontano».

Ci sono voluti tre anni perché "Takin' a Break" vedesse la luce...

«In effetti è abbastanza normale per me. Non avendo vincoli discografici o di produzione di alcun tipo posso prendermi tutto il tempo che voglio, fino a quando non sono completamente soddisfatto del lavoro».

In queste settimane sei tornato a esibirti dal vivo con i Slow Feet. È un ritorno live che può anticipare qualcosa di nuovo a livello discografico?
 

«Suoneremo ancora dal vivo; per quello che riguarda una nuova realizzazione discografica per ora è tutto in stand-by, visti i fitti impegni di tutti, specialmente dei due PFM».

È previsto un vostro concerto in provincia di Savona nella prossima estate?

«Non con Slow Feet. Suonerò io (in solo) a Spotorno il 5 maggio, poi in trio, con Roberto Bongianino e Alessandro Pelle, a Toirano il 28 luglio e in duo, con Roberto Bongianino, a Noli l'11 agosto».

Sei un assiduo frequentatore di Facebook, qual è il tuo rapporto con le nuove tecnologie?

«Dopo un primo periodo di assoluto analfabetismo digitale sto cominciando a districarmi un po' nella "giungla". Facebook è fondamentalmente un gioco però da quando lo uso ho avuto un numero di contatti clamoroso e, devo ammettere, mi ha portato una buona quantità di lavoro».

I tuoi primi album, fuori mercato da un po' di tempo, sono finalmente tornati alla portata di tutti seppur in versione liquida. Trovi che sia il canale migliore per diffondere la musica? Si è parlato anche di una eventuale ristampa su cd?

«Io vengo dalla generazione dell'LP per cui già il cd mi sembra una "riduzione", però non avendo una major che mi sponsorizza, questo è un buon sistema per avere ristampe senza costi e arrivare direttamente al pubblico senza troppi intermediari e... risparmiando carta e plastica!».

A Casale il problema Eternit, a Vado Ligure il progetto di raddoppio di una centrale elettrica a carbone in pieno centro città, in Val Susa la Tav. Cosa pensi di questo modo spregiudicato di sacrificare la salute dei cittadini agli interessi economici di una minoranza? E perché la musica, tranne rarissimi casi, non prende posizione e non riesce a diventare la cassa di risonanza della volontà popolare?

«Questo è un po' il "vizietto" dei grandi nomi nell'attuale panorama italiano. Hanno paura di esporsi troppo e di conseguenza, magari, di vendere meno e, vista la crisi discografica, questo è uno spauracchio per le majors. Come ben sai, io sono schieratissimo e non mi preoccupo molto delle conseguenze, anzi, essere schierati contro il consumo di territorio e per la salute dei comuni cittadini mi sembra il minimo che la nostra coscienza ci chiede. Tutti possiamo fare qualcosa. Garda il mio progetto Zero Emission Blues: si tratta di un concerto fatto interamente con strumenti acustici microfonati, senza ampli, con P.A. e luci a led alimentate da biciclette con accumulatori oppure con la compensazione dell'energia consumata nel concerto stesso (già molto bassa in generale), attraverso l'immissione di pari energia pulita prodotta da un impianto di pannelli solari "ad inseguimento" del nostro sponsor tecnico».


Titolo: Takin' a break
Artista: Paolo Bonfanti
Etichetta: Club de Musique Records
Anno di pubblicazione: 2011

Tracce
(testi e musiche di Paolo Bonfanti)

01. Dark and lonesome night
02. Shoot 'em all down
03. Nowhere fast
04. I got a mind
05. Isolation row
06. Between me and you
07. Late again
08. Hands
09. Meteorology
10. Takin' a break





mercoledì 25 aprile 2012

I blue-collar workers di Daniele Tenca






Con l'album "Blues for the working class" e il successivo "Live for the working class" Daniele Tenca ha conquistato il premio "Fuori dal Controllo 2012", riconoscimento ideato e ispirato da Marino Severini dei Gang. La motivazione dice molto sulla produzione del cantautore milanese. "Il riconoscimento è dovuto al percorso indipendente e coerente che ha portato Tenca a prestare la sua musica a un tema particolarmente attuale, quello del lavoro, della sua mancanza e della sua pericolosità, con uno dei dischi italiani più importanti degli ultimi anni". Un album quindi più che mai attuale. 
Tenca non è però un personaggio emergente della musica italiana come alcuni potrebbero pensare. Il quarantunenne artista lombardo ha intrapreso un percorso da solista dopo una decennale carriera come cantante dei Badlands, tribute band di Springsteen. Dopo l'album d'esordio "Guarda il sole" (2007), cantato in italiano, nel 2009 Tenca ha pubblicato "Blues for the working class", disco della svolta blues composto da dieci brani: otto inediti cantati in inglese e due cover, una è "Factory" di Bruce Springsteen e l'altra è "Eyes on the prize", realizzata con la collaborazione di Cesare Basile e Marino Severini. L'anno scorso il primo disco dal vivo, "Live for the working class", che ha ricevuto unanimi consensi da parte delle maggiori testate del settore. Un disco sanguigno che rende bene la forza e l'espressività delle composizioni di Tenca nonché la bravura della band che da un paio di anni lo accompagna in tour e in studio: Pablo Leoni alla batteria e alle percussioni, Luca Tonani al basso, Heggy Vezzano alla chitarra. Gli appassionati avranno l'occasione di ascoltare Daniele, accompagnato dal suo gruppo, a Spotorno in occasione della festività del Primo Maggio (ore 15, ingresso gratuito). 
A presentare l'evento è lo stesso Daniele in questa intervista. 


Ricordo di averti visto suonare un po' di anni fa al Ju-Bamboo a Savona con il tuo vecchio gruppo, i Badlands. Hai qualche ricordo di quella serata?

«Certo che me la ricordo! Credo fosse il 2002 o 2003 perché era appena uscito "The Rising" (album di Bruce Springsteen, ndr). Mi ricordo in particolare che appena sotto il palco c'erano due o tre ragazzini che avranno avuto quattordici anni massimo, che sapevano le canzoni a memoria e se la spassavano un sacco. Ci siamo divertiti molto anche noi».

L'esperienza con i Badlands è finita da un po' di anni. Quanto ha pesato per la tua carriera solista essere accostato a Springsteen?

«In realtà poco perché non lo vivo come un peso ma come un grande onore e una grande responsabilità. Il suo modo di fare musica rimane una guida per me. Certo, adesso facendo blues mi sembra strano ritrovare certi accostamenti, che magari rimangono più in primo piano nell'approccio o nelle tematiche più che nelle canzoni o nella musica, ma va benissimo così».

Sei in tour con una band formata da grandi musicisti che hanno accompagnano spesso Andy J Forest in Italia. Come è nata questa collaborazione?

«Il bello è che è la stessa band che ha inciso con me "Blues for the working class", quindi significa che abbiamo stabilito un legame importante se siamo ancora insieme sul palco dopo due anni circa, e non parlo solo di musica. Ci si conosceva già, io andavo a vederli quando suonavano con Andy. Heggy (Vezzano, ndr) aveva fatto con me il tour di "Guarda il sole". Ho fatto sentire loro il materiale e spiegato il progetto e hanno detto ok. Semplice, ma dietro ci sono tanta disponibilità e voglia di mettersi in gioco, e amore per la musica. Tra poco torneremo insieme in studio per il prossimo disco, e tutti non vediamo l'ora».

Dopo aver suonato per vent'anni rock hai cambiato direzione puntando sul blues. Lo hai fatto per tagliare definitivamente i ponti con il tuo passato artistico o perché è un genere che si adatta meglio alla tua musica e ai temi che affronti nelle tue canzoni?

«La seconda che hai detto. Anche se le contaminazioni con il rock e con il folk ci sono e si sentono, forse da lì arrivano anche i riferimenti di cui parlavamo prima. Il blues tiene comunque insieme il tutto. La scelta è di coerenza con le tematiche, e anche di un ritorno a un vecchio amore musicale».

Il problema del lavoro, le fabbriche che chiudono, le morti bianche. Sono temi sociali drammatici e molto attuali quelli su cui hai focalizzato la tua attenzione...

«Questa è e sarà la mia strada indipendentemente dalle logiche mainstream o dall'hype del momento. I tempi che stiamo vivendo hanno spinto anche altri artisti a puntare un po' più l'attenzione sui problemi sociali, anche se forse è gente che ha sempre parlato di certi temi. Mi vengono in mente i Gang o gli Afterhours, per esempio».

Cantare tutto questo in inglese non pensi che limiti la comprensione del tuo messaggio?

«Sicuramente, ma non sarei stato capace di essere credibile allo stesso modo scrivendo in italiano. È un mio limite o una mia caratteristica, a essere buoni, e ci faccio conto. Le traduzioni nel libretto del cd e le parole di introduzione a qualche canzone nei concerti cercano comunque di far capire di cosa si parla, sperando di far venire voglia a chi ci ascolta di approfondire».

Che significato ha per te suonare a Spotorno il Primo Maggio, festa dei lavoratori?

«Rendere omaggio a quelli che lavorano, a quelli che si fanno male o muoiono lavorando, e a quelli che vorrebbero lavorare e non trovano il posto dove farlo. È il motivo principale per cui abbiamo fatto questo disco, quindi non posso che essere onorato nel farlo. Però dico anche che, per noi, è Primo Maggio ogni volta che saliamo sul palco a cantare queste canzoni, dal 2010 e finché lo potremo fare, e sarebbe bello che lo fosse per tutti».

Nel 2011 hai rappresentato l'Italia all'International Blues Challenge di Memphis, un bel traguardo ma sicuramente anche un interessante punto di partenza. Cosa ti ha dato questo viaggio?

«Emozione, rispetto, adrenalina e anche un minimo di "strizza" di prendere qualche schiaffo dal punto di vista musicale dato che avremmo suonato dove tutto quello che suoniamo ha preso il via. Invece siamo tornati con un sacco di gratificazioni che ci hanno reso ancora più forti e consapevoli. Indimenticabile».

Quali sono i tuoi progetti futuri, hai già nuovo materiale pronto per il prossimo disco?

«Te lo anticipavo prima... credo che torneremo in studio dopo l'estate, siamo quasi pronti con i pezzi, e ne sentiamo davvero l'urgenza».

Da ex leader dei Badlands, la migliore tribute band di Springsteen, come giudichi "Wrecking Ball"?

«Intanto ti ringrazio di cuore anche a nome degli altri Badlands per i complimenti. "Wrecking Ball" mi sembra davvero un bel disco, nel quale Bruce per primo crede molto e lo si intuisce dalla quantità di brani che sta suonando nel tour. È soprattutto un tragico specchio dei tempi. A chi si lamenta di un certo "populismo" nei testi, dico che sarebbe anche ora che qualcun altro, magari con meno di 63 anni, si prendesse carico di parlare di certe tematiche, magari con la gioventù riesce a essere più incisivo...».

Vedrai qualche concerto di Springsteen quest'anno?

«Sì, ovviamente. Le date italiane e poi Oslo e Praga. Ti prego, non dire niente».

Allora non è detto che non ci si veda davanti al cancello di qualche stadio. A parte il disco di Bruce cosa stai ascoltando ultimamente?

«Ultimamente sto ascoltando molto soul».

 Hai qualche nome interessante da proporre?

«Per quanto riguarda le uscite recenti ti dico Black Keys, Wilco e Mark Lanegan, mentre Cooper, il fonico e amico con cui lavoriamo in studio, mi ha fatto scoprire The Dead Weather, uno dei side projects di Jack White, il cui primo disco contamina e sporca il blues in maniera interessante. In Italia, forse sono di parte ma vorrei segnalare "Ma-Moo Tones" di Francesco Piu, prodotto da Eric Bibb, disco al quale ho collaborato sui testi e, in parte, sulle musiche di sei brani».

Toglimi una curiosità, quale è stato il tuo ultimo concerto da spettatore?

«Paolo Bonfanti Band allo Spazio Teatro 89 a Milano, una settimana fa circa. Una garanzia. Non aggiungo altro perché non serve».



venerdì 20 aprile 2012

Pulin and the Little Mice e la macchina del tempo









È un viaggio a ritroso nel tempo quello che i Pulin and the Little Mice fanno vivere agli spettatori durante i loro concerti. Il gruppo savonese, sulle scene da alcuni anni, propone un itinerario musicale che va alla riscoperta delle radici della tradizione americana. Musica con pochi fronzoli, genuina, ruspante, a tratti ruvida ma capace di risvegliare ritmi assopiti e far battere mani e piedi. I Pulin and the Little Mice la portano in giro nei locali e nelle piazze di tutto il nord Italia dove riescono a conquistare il pubblico con la loro spontaneità e bravura. Brani come "Digging my potatoes", il traditional "Going down the road feelin' bad", la popolare "Iko Iko", "Fishin' Blues" "Willie the Weeper" sono più che mai apprezzati e si potranno ascoltare mercoledì 25 aprile al Priamar di Savona, in occasione della rassegna che vedrà sul palco anche I Venus, A Brigà, Cisco e il coro dialettale I Pertinace.
I Pulin and the Little Mice - nella foto da sinistra Giorgio "The Captain" Profetto (chitarra acustica, kazoo, marranzano, tin whistle e voce), Marco "Poldo" Poggio (washboard, cardboard box, spoons, mandolino, rullante, voce), Marco "Figeu" Crea (chitarra acustica, cajun accordeon e voce), Matteo "Pulin" Profetto (armonica, ukulele, kazoo, frattoir e voce) - in questa intervista ci parlano del gruppo e dei loro progetti futuri. 


Iniziamo dal nome del vostro gruppo. Da dove nasce "Pulin and the little Mice"?

Matteo Profetto: «Bè, in realtà non so bene come sia uscito questo nome, è spuntato e basta in un giorno come un altro. Ci è piaciuto subito. Teniamo molto al fatto che nel nome siano accostate parole inglesi ad una parola in dialetto ligure: pulin. A proposito, pulin si legge con l'accento sulla 'i', te lo dico perché oramai lo hanno storpiato in tutti i modi possibili immaginabili. Tra l'altro nel nome, come diceva Jimmy Rabbitte dei Commitments, c'è l'articolo come per i migliori gruppi degli anni '60!». 

Siete insieme ormai da un po' di anni, perché avete deciso di farlo? Quando si sono unite le vostre strade?

Marco Poggio: «Allora, vediamo…. Era una notte buia e tempestosa…. ok, ok, citazioni snoopiane a parte possiamo dire che, visto le varie vicissitudini che hanno caratterizzato la vita del gruppo, è stato sicuramente il destino a metterci lo zampino. Da una comune passione musicale, che ha portato alla nascita del gruppo, è nata una profonda e bella amicizia; ed è anche per questo che ogni volta che ci esibiamo dal vivo siamo noi i primi a divertici come dei matti».

Il nome della vostra band appare sempre più spesso sui cartelloni dei festival di tutto il nord Italia. Vi state facendo conoscere da un pubblico molto ampio. Per voi cosa rappresenta tutto ciò? 

Marco Crea: «È la conferma che quello che facciamo, oltre che far divertire noi stessi, ha anche un qualche valore artistico ma soprattutto è uno stimolo a proporci sempre più lontani da casa, perché da buoni sportivi sappiamo che mettere chilometri nelle gambe fa sempre bene!».

Esibirsi ogni sera di fronte ad un pubblico differente, nuovo, con un diverso background culturale e musicale, cosa vi trasmette? 

Marco Crea: «Nella maggior parte delle occasioni ci troviamo davanti ad un pubblico che non ha mai ascoltato i generi musicali che proponiamo. La piacevole sorpresa sta nel fatto che le persone in ogni concerto ritrovino nella nostra musica uno stimolo per poi approfondirla, un qualcosa di perduto ma in fondo familiare o una semplice bella serata da ricordare. In ogni caso proporre qualcosa di particolare aiuta sempre l'artista a lasciare un piccolo segno nel background dello spettatore, in questo noi partiamo avvantaggiati».

Ci sono città o realtà che vi hanno accolto con più calore? 

Matteo Profetto: «Sai, non è che facciamo tour mondiali, spesso suoniamo in locali piccoli, a volte in situazioni davvero strane, e devo dire che a volte proprio dove non te lo aspetti, hai la sorpresa di un pubblico 'carico' che ti segue alla grande. Se proprio devo dirti un concerto che ultimamente ci ha davvero riempito di orgoglio, dico quello al Milestone di Piacenza, che è un noto locale jazz in cui hanno suonato un sacco di grandi e che ci ha accolti benissimo. Però, sul serio, abbiamo un sacco di bei ricordi in tante città dell'Emilia Romagna, del Piemonte e anche della nostra Liguria».

La vostra musica non potrà mai portarvi sul grande schermo, lo sapete vero? 

Giorgio Profetto: «Non ci avevamo mai pensato, ma suonando in giro abbiamo conosciuto tanti e tali personaggi che non è da escludere che incontriamo prima o poi un regista o un produttore tanto pazzo da farci una proposta, chissà?». 

Nel 2000 è uscito nelle sale cinematografiche il film "O Brother, Where Art Tou?" dei fratelli Coen con una colonna sonora fantastica che ha influenzato moltissime band e che ha fatto nascere un importante movimento musicale di recupero della tradizione. Fate parte anche voi di questa ondata?

Giorgio Profetto: «Ascoltavamo ed amavamo questa musica da molto prima del 2000, quindi abbiamo ritrovato con grande piacere nei suoni e nelle atmosfere del film una parte delle nostre radici musicali e culturali (senza contare che il soggetto è ispirato all'Odissea…più radici di così…)». 

Carolina Chocolate Drops, Old Crow Medicine Show, The Low Anthem, Hackensaw Boys. Sono solo alcuni dei gruppi che fanno parte di questo movimento di recupero della tradizione americana. In Italia si assiste ad un movimento culturale anche solo minimamente paragonabile?

Matteo Profetto: «Certo per loro il recupero della tradizione, oltre ad essere probabilmente più semplice e normale perché si tratta della loro storia musicale e sociale, è accolto in maniera davvero incredibile. Ogni tanto vedendo i video mi sembra impossibile che ai concerti di ragazzi che interpretano vecchie canzoni alla vecchia maniera ci siano folle oceaniche che cantano impazzite come ai concerti rock. Devo dirti, però, che noi incontriamo molto spesso persone che battono le mani, cantano, ballano. Credo che questo sia dovuto al fatto che i brani che eseguiamo in concerto facciano in qualche modo parte anche della nostra cultura musicale, d'altronde il rock che tanto ha influenzato la nostra musica non è altro che il pronipote della musica che noi proponiamo. Ci piace pensare che queste musiche siano dentro tutti noi e che ci siano arrivate senza che noi ce ne fossimo nemmeno accorti. Quindi la nostra ambizione, come Pulin and the Little Mice, è quella di tirarle fuori dai meandri della memoria e magari spiegare anche da dove arrivano. In realtà cerchiamo di inserire davvero tante cose all'interno dei concerti proprio perché la musica americana risente di un sacco di influenze diverse ed è cresciuta nel tempo dando origine a una serie, per utilizzare un termine che spesso si rivela opinabile, di generi e sottogeneri. Quindi è abbastanza usuale per noi inserire nelle scalette dei concerti brani irlandesi, blues, bluegrass, ragtime, zydeco e molto altro, proprio perché riteniamo che siano da vedere come genitori, nonni e zii di tanti figli e nipoti, più o meno somiglianti fra loro. Comunque con un po' di impegno non è poi così difficile trovare anche qui da noi gruppi eccellenti che fanno musica tradizionale americana molto ma molto bene. Il discorso si farebbe lungo, però credo di risponderti in maniera esauriente consigliandoti un disco dei Red Wine Serenaders di Veronica Sbergia e Max De Bernardi. Prova e mi dirai».

Li ho visti recentemente a Il Cancello del Cinabro a Genova e penso che siano veramente molto bravi. Il loro ultimo disco è notevole. Parlando invece della tradizione italiana, in questi mesi alcuni cantautori hanno dato alle stampe progetti legati in qualche modo alla tradizione. Vi faccio due esempi: Massimo Bubola con l'EP "Romagna Nostra" e Graziano Romani insieme a Lassociazione con il disco "Aforismi da Castagneto". Cosa ne pensate?

Marco Poggio: «La tradizione musicale italiana, forse perché non avvolta da un'aura mitologica caratterizzante invece quella americana, è troppo spesso materia di difficile fruizione da parte della maggior parte degli stessi italiani, ma non per questo di valore storico e musicale minore, tutt'altro. Se infatti gli Stati Uniti hanno potuto contare su un grande lavoro di ricerca etnomusicologica anche l'Italia non è stata sicuramente da meno, basta solamente guardare per esempio quanto fatto dall'immenso Diego Carpitella o da Roberto Leydi. Se a questo aggiungiamo che Alan Lomax, uno dei più grandi etnomusicologi mai esistiti, ha raccontato in uno stupendo libro fotografico i suoi viaggi di ricerca sonora in Italia, definendo quei giorni come tra i più belli ed entusiasmanti della sua vita, possiamo capire come anche il suolo italiano sia intriso di canti e melodie che vanno a comporre un vasto e prezioso patrimonio sonoro, il quale dovrebbe tuttavia essere ulteriormente e meglio valorizzato. Ben vengano quindi dischi come quelli di Romani e Bubola, in grado di far apprezzare alle nuove generazioni e ad un ampio pubblico canzoni che altrimenti sarebbero fruibili solo da appassionati incalliti o da pochi studiosi». 

In occasione della festa del 25 Aprile a Savona è in programma una bella giornata di musica. Al Priamar suonerete voi, I Venus, gli A Brigà e Cisco. Secondo voi la celebrazione del 25 Aprile è ancora attuale?

Giorgio Profetto: «Al di là della retorica e delle cerimonie, è attuale ricordare che ci furono dittature, guerre, milioni di esseri umani perseguitati e sterminati, e che tanti ragazzi - questo è quello che erano - contribuirono, spesso a costo della vita, a fermare queste cose. Forse molti di loro non si rendevano nemmeno conto dell'importanza che avrebbero avuto per noi, e forse non sarebbero sempre contenti dell'uso che facciamo della nostra libertà, ma proprio per questo non dobbiamo dimenticare».

Avete accumulato molte date live in questi anni, presumo anche idee. State pensando di incidere un disco?

Matteo Profetto: «Quella del disco è una cosa di cui abbiamo parlato un sacco di volte e che, devo dire con molto piacere, ci è stata suggerita spesso dal pubblico alla fine dei concerti. Abbiamo da poco preso il coraggio di buttarci nella registrazione di un disco, ma per noi è un'esperienza totalmente nuova, quindi temo che le cose andranno per le lunghe».

Per una band emergente quali sono i problemi che si devono affrontare per poter suonare dal vivo?

Marco Crea: «Purtroppo fare musica dal vivo diventa sempre più difficile. Per i locali rappresenta una vera e propria sfida a livello economico, a causa delle leggi che difficilmente nel nostro paese valorizzano l'arte musicale. Unito a ciò c'è l'incapacità di molti gestori che non sono in grado di proporre un programma stuzzicante per il pubblico e quindi economicamente valido per lo stesso locale. Questo deriva dall'ignoranza musicale dell'italiano medio. In ogni caso ci sono ancora diversi gestori coraggiosi che hanno scelto, come e più di noi musicisti, di rischiare per amore della musica stessa».

Quali dischi state ascoltando in questo periodo? 

Matteo Profetto: «Ultimamente sto ascoltando un sacco di musica irlandese, ma vado a periodi e credo che prossimamente mi impallerò con gli armonicisti prebellici. Per quanto riguarda le novità che vale la pena ascoltare chiedo a 'Poldo' e lui mi rifornisce».
Marco Crea: «Ultimamente molto John Doyle e Doc Watson, ma anche per me è solo un periodo. Una costante degli ultimi anni che suggerisco perchè non molto famosi sono i Subdudes». 
Giorgio Profetto: «"Sunny side up" di Paolo Nutini». 
Marco Poggio: «In questi giorni sto letteralmente consumando l'ultimo disco di Dr John, "Locked down"». 

Il vostro ultimo concerto da spettatori quale è stato? 

Matteo Profetto: «L'ultimissimo è stato quello dei Dirt Daubers a La Spezia». 
Marco Crea: «Guitar Ray and the Gamblers». 
Giorgio Profetto: «James Taylor al Teatro Carlo Felice di Genova». 
Marco Poggio: «I Wilco all'Alcatraz di Milano».