mercoledì 6 marzo 2013

Marcello Milanese e la musica del diavolo







La musica del diavolo lo ha rapito ancora giovanissimo e oggi, raggiunta la soglia dei quarant'anni, Marcello Milanese è uno dei più importanti interpreti della musica blues italiana. Il musicista alessandrino, dopo aver firmato numerosi dischi insieme a formazioni e in progetti più o meno duraturi, non ultimo quello con i Chemako (band formata dagli ex Chicken Mambo con cui nel 2012 ha pubblicato l'album eponimo), ha saltato il fossato registrando dischi solo a suo nome. Dopo l'ottimo esordio con "Life a wolf in a chicken shack" del 2011, Milanese è tornato in sala di registrazione e ha prodotto "Goodnight to the Bucket" (2012). Un album registrato in un paio di sessioni, in presa diretta, senza artifici tecnici e sovraincisioni. La musica è essenziale, dallo stile asciutto, sporco e minimale, e abbraccia la tradizione americana del Delta dei primi decenni del '900. Undici sono i brani contenuti, quasi tutti originali, registrati da Milanese usando una chitarra autocostruita, chiamata "Helleluja H1", una stomp box a garantire la parte ritmica, e una voce nera, profonda e dal sapore antico, che fa viaggiare l'ascoltatore verso confini ancestrali. Nel disco sono presenti anche omaggi a mostri sacri quali Robert Johnson, Rube Lacy e Claude Ely.
In vista del concerto in programma sabato 9 marzo, all'Ostaia da-u Neo a Sestri Ponente, abbiamo parlato con Milanese di musica, blues e Italia.



Hai iniziato a suonare blues agli inizi degli anni novanta e nel 2000 è uscito il tuo primo disco insieme ai The Machine. Cosa è cambiato nel tuo modo di intendere il blues in questi anni?

«Il mio rapporto con il blues si è solo evoluto, non è cambiato: io amo la ricerca. Mi sono innamorato della musica afroamericana da giovane e da subito ho trovato che si adattava perfettamente alla mia esigenza di comunicare. È il linguaggio che uso per raccontare le mie storie e le storie cambiano. Forse in questo momento è più diretto, più viscerale, ma non rimarrà così per sempre, io cambio, la musica cambia, il pubblico cambia. L'importante è che ci sia sempre un atteggiamento onesto e vero».

Solo 15-20 anni fa i musicisti blues in Italia erano pochissimi, adesso il numero è notevolmente aumentato. Perché questa inversione di tendenza?

«Grazie a Youtube! A parte gli scherzi, una volta solo l'informazione cartacea e il passaparola ci aiutavano a scoprire musica che potesse emozionarci e colpirci, e scavare nella storia per scovare artisti interessanti. Ora la tecnologia ci mette tutto questo a disposizione: puoi ascoltare e vedere Lightin' Hopkins suonare in un raro video senza dover spendere un soldo. Il problema rimane l'input che spinge un ascoltatore curioso ad essere ancora più curioso. Troppi dati a volte non diventano informazioni. Nelle scuole di musica ora si tratta il blues e sono molti gli insegnanti, anche questo può aiutare le nuove generazioni. In realtà ci sono molti musicisti blues giovani ma pochi artisti».

Come è cambiato in questi anni il rapporto tra il pubblico italiano e la musica blues?

«Il pubblico che ama il blues ora è più orgoglioso di far parte di una nicchia che 10 anni fa era, per così dire, ai confini della società degli amanti della musica. Il pubblico ai miei concerti non è solo composto da amanti del blues ma è davvero vario e questo mi fa molto piacere: non è un problema stilistico, è solo musica. Spesso mi sento dire: ‹il blues credevo non mi piacesse ma tu lo fai in maniera diversa›. Non so se sia vero, ma l'importante è dare qualcosa e il blues ha mille sfaccettature».

Marcello, sei un musicista che ama molto collaborare, e mi riferisco ai tuoi sodalizi artistici con The Machine, Blues Maphia, Black Smokers e Chemako. Poi, nel 2011, hai deciso di fare da solo e pubblicare "Like a wolf in a chicken shack". Perché hai fatto questa scelta?

«Perché mi piacciono le sfide! Ho sempre fatto anche concerti 'one man band' ma nei brani che ho scritto negli anni ho sempre sentito l'esigenza di registrarli con una formazione: a volte con Hammond, batteria e basso, a volte, come con i Black Smokers, in duo percussioni e chitarra. Suonare da soli è più difficile, da certi punti di vista, non hai il tempo di rilassarti durante l'esibizione, sei sempre in prima linea e da solo. Questo è emozionante e tiene alta la tensione della musica. Mi capita di fare concerti con la formazione "Marcello Milanese & the Lee Van Cleefs", un power trio classico chitarra, basso e batteria, e spero di registrare con loro presto, ma ho molti progetti».

Quali sono state le componenti o le idee che ti hanno spinto a tornare, con l'album "Goodnight to the Bucket", a un blues più puro, "stagionato"?

«Spesso noi musicisti siamo quello che ascoltiamo. Nel periodo con i Chemako i miei ascolti viravano sempre di più verso il delta degli anni '20, '30 e '40. La mia ricerca intima e solitaria, partita con "Like a wolf…", volevo farla maturare, o forse marcire, in un suono più 'cattivo e paludoso', come molti testi che avevo abbozzato richiedevano. "Goodnight to the Bucket" l'ho registrato in due session di un paio d'ore in tutto, volevo trovarmi nella situazione di fotografare un momento, imperfetto, storto, sporco ma reale».

Che è poi il suono che proponi nei tuoi ultimi concerti, in cui ti esibisci con una chitarra autocostruita e una stomp box, quale unico strumento ritmico. Una scelta per intenditori...

«L'idea della continua sfida è culminata nell'intenzione di costruire una chitarra che rispecchiasse il suono che volevo ottenere. Mi esibivo già con le mie stomp box, ma fare una chitarra e scrivere il resto del disco mentre la costruivo, è stato un esperimento personale profondo ed interessante. Se la chitarra non avesse poi funzionato, il disco non l'avrei fatto, o almeno non l'avrei fatto ora e in questo modo. Non sono un liutaio, ci mancherebbe, ho usato del legno comprato al centro fai da te: sono uno scultore che fa cose che suonano, quasi sempre».

Non credi che sia una scelta artistica che possa allontanare un certo tipo di pubblico, quello più distratto e superficiale che è purtroppo quasi sempre preponderante nei locali italiani, dove la musica è vista come accompagnamento e non come cultura?

«Se è curioso si ferma, ma a volte parte del pubblico non vuole venire a contatto con qualcosa che non conosce perfettamente: in questo caso non c'è problema per me, non faccio concerti per fare lezioni di musicologia. Molti locali, però, non investono tempo e soldi per la qualità, non capiscono che il pubblico cosiddetto di nicchia è l'unico pubblico fedele».

Ascoltare le canzoni del tuo ultimo disco fa viaggiare la mente verso le zone calde e umide del sud degli Stati Uniti. Sei riuscito a creare un bel catalogo viaggi che ha qualcosa di cinematografico…

«Questo mi fa incredibilmente piacere: amo il concetto cinematografico della musica e tutte le visioni che possono ispirare. Se avessi i soldi forse farei videoclip di tutti i miei brani, anche se preferisco che ogni ascoltatore si faccia il suo film personale nella testa. Mi piace pensare di essere ispiratore di interpretazioni, non esigo che arrivi la mia idea di partenza. Le canzoni hanno vita propria, e appena vengono suonate chi le ha scritte non ha più nessun diritto morale su di loro».

Nel corso di un tuo concerto un amico mi ha detto: ‹Mi piace la musica di Milanese perché ha un approccio filologico con il blues›. Cosa ne pensi?


«Ho cercato filologia su google e non ho capito se quello del tuo amico fosse un complimento... Io conosco le radici della musica che amo, ma non rispetto ciecamente le tradizioni, il blues è solo l'alfabeto e la grammatica che uso per raccontare le mie storie. Mi piace pensare che tutti i musicisti facciano parte della storia della musica».

Quanto sono importanti per te gli insegnamenti di Robert Johnson?


«Robert Johnson ha insegnato a tutti due cose: che bisogna farsi pagare meglio il proprio lavoro in studio di registrazione e che le dicerie su di te possono diventare leggenda... e sarebbe meglio essere vivi quando questo succede».

Mi consigli un giovane bluesman italiano da tenere d'occhio?

«Potrei citare Samuele Puppo, è molto, molto giovane e ha tantissima strada davanti a sé. Se dovessi scommettere punterei su di lui, è talentuoso, curioso, e non è un mero imitatore, come molti suoi coetanei. Spero un giorno di poter produrre del suo materiale».

Quali sono le cose a cui non potresti mai rinunciare?

«Alle mie mani, alla mia libertà di dire ciò che penso, alla mia famiglia e a quel luogo che chiamo casa».

SIAE, balzelli vari, documenti da compilare e festival che chiudono, l'ultimo a rischio cancellazione è il Liri Blues. La vita del musicista in Italia è veramente difficile, non credi?

«Eccome! Le istituzioni non aiutano, neppure gratuitamente, non c'è appoggio se non quando c'è del guadagno. La SIAE è un istituto vecchio, un monopolio al quale si è costretti, una mafia culminata nell'ultimo recente statuto, un gigante cieco che accumula soldi per un re ormai morente. Questo cambierà, prima o poi, per ora dobbiamo ubbidire e aver pazienza. In Inghilterra hanno abolito i balzelli per i piccoli locali, sarebbe un esempio da imitare anche da noi. I comuni e le province hanno tolto i loro appoggi a molti festival e sono a rischio numerose realtà culturali. Per chi ama la musica dire che sia difficile è un eufemismo».

Per finire ti invito a rispondere alle dieci domande secche...

- "Arancia Meccanica" o "Alta Fedeltà"?
"Alta Fedeltà", ma il libro.
- Noce o nocciola? Nocciola, le noci mi piace romperle ma non mangiarle.
- Angelo e demone? Demone, ovvio, c'è più fascino, più colore, più musica, migliore iconografia e migliori leggende. Le storielle sugli angeli son troppo noiose.
- Italia o resto del Mondo? Mondo. Tutto o niente.
- Chianti o Barbaresco? Due bicchieri: hai portato due bottiglie da scegliere... apriamole.
- Argonauta o astronauta? Astronauta.
- Tè o caffè? Caffè assolutamente! È una delle cose che mi manca di più quando sono all'estero.
- Mississippi o Po? È sempre acqua, cambia solo chi ci naviga e chi ci vive sulle sponde: la parola Mississipppi però suona meglio nelle canzoni.
- Luther Allison o Buddy Guy? Luther Allison, uno dei grandi che avrebbe meritato molto di più.
- Insalata o verdure cotte? Insalata, perché spero sia il contorno di una bistecca.


Titolo: Goodnight to the bucket
Artista: Marcello Milanese
Etichetta: Helleluja Records
Anno di pubblicazione: 2012

Tracce
(testi e musiche di Marcello Milanese, eccetto dove diversamente indicato]

01. Friday mood
02. Ain't no grave  [Claude Ely]
03. Bring me alcohol
04. Goodnight to the bucket
05. Poseidon blues
06. I'd change the words
07. Santa muerte
08. Purple
09. The devil owe me 50 bucks
10. Come on in my kitchen  [Robert Johnson]
11. Mississippi jailhouse groan  [Rube Lacy]