giovedì 2 ottobre 2014

L'urlo spaventoso del "Dremong" di Max Manfredi





A sei anni da "Luna persa", album che gli consentì di vincere la Targa Tenco, Max Manfredi torna sulle scene con "Dremong". Il cantautore genovese ci regala un disco dalle atmosfere di confine che ruota intorno alla figura del Dremong, nome tibetano che identifica l'orso della luna che si pensa abbia dato origine alla leggenda dello Yeti ma che, in realtà, è stato per secoli ed è tuttora cacciato e imprigionato per l'estrazione della bile, sostanza usata nella medicina e nella cosmesi tradizionale cinese. Tredici canzoni, più l'intro firmato da Elisa Montaldo, nate dalla collaborazione con Fabrizio Ugas che cura la produzione artistica e partecipa al disco suonando chitarra classica e laud cubano. Il progetto è invece seguito da Primigenia Produzioni e reso possibile dalla campagna di crowdfunding su MusicRaiser. 
"Dremong" è un disco sorprendente che ci restituisce un Max Manfredi cantautore dalla classe eccelsa che, questa volta, gioca con la musica e con i suoni più di quanto aveva mai fatto in precedenza. E così si possono apprezzare echi prog nella title track, world music in "Finisterre", rebetiko in "Sangue di drago", fini esempi di cantautorato in "Piogge" e "Inutile", rock in "Sestiere del molo". Il tutto utilizzando strumenti della musica classica come violino, violoncello, clarinetto, della musica popolare e di strada, fino a strumenti della tradizione musicale cinese come il gu-qin e il gho-zen suonati da una bravissima Elisa Montaldo e tastiere vintage. Canzoni che attraversano vent'anni di carriera e che raccontano viaggi, storie d'amore, città e disincanti. 
Per riuscire nell'impresa Manfredi si è circondato di un gruppo di validi musicisti come il chitarrista Matteo Nahum, già protagonista con il progetto Nanaue, il pianista genovese Marco Spiccio, il contrabbassista Federico Bagnasco che ha da poco pubblicato il suo primo disco, e poi Daniele Pinceti, Marco Frattini, Daniela Piras, Nino Tubrimec, Loris Lombardo con il suo handpan e Roberto Piga.
Nell'intervista che segue Max Manfredi ci presenta il "Dremong" e la sua musica.




La prima cosa che mi ha colpito è stato il sound del tuo nuovo disco. Come ti è venuta l'idea di utilizzare suoni della world music, progressive, il rebetiko e pure il rock?

«Curiosità e opportunità. Anche in "Luna persa", e forse, in modo meno lampante, nei dischi ancora precedenti, venivano sfiorati tanti mondi musicali. Non sono un intenditore, sono un bevitore di musica. Sono un Casanova musicale che coglie l'occasione. La world music ce l'abbiamo in casa, oppure ci viene a trovare - come in questo caso - sotto forma di strumenti che Elisa (la tastierista) riceve in regalo da un viaggio in Cina. Oppure ci si innamora di un'inflessione musicale, di un mondo tradizionale... come nel caso della musica klezmer, del rebetiko greco. Quanto al rock, anche quello è un'abitudine, lo troviamo ovunque, dai supermercati a Facebook, anche se - come dicevo in una mia vecchia canzone - a volte è ‹tagliato male›. Non dimentichiamo Youtube e le altre diavolerie, che permettono a chiunque di ascoltare - e vedere - più o meno ciò che vuole, e hanno moltiplicato esponenzialmente le possibilità d'ascolto, seppure abbiano contribuito a frantumare l'attenzione».

Un lavoro musicalmente molto stratificato e vario che ha richiesto l'aiuto di un gran numero musicisti, ben ventuno più quattro coriste. Come è andata e cosa ti ha spinto a scegliere questa squadra?

«È ciò che chiamerei voglia di sperimentare. La 'sperimentazione' oggi ha un senso soggettivo. Non l'acqua che giammai non si corse, ma il percorso che io non ho ancora fatto, o, viceversa, i procedimenti a cui sono affezionato. Qui ci starebbe bene il quartetto d'archi, qui l'arpeggiatore del moog, qua un suono di mellotron, qui un intreccio di cordofoni. Un disco è come una festa con tanti invitati, però frastagliati come in un sogno, nel tempo e nello spazio. Il progetto preesiste, ma con tutte le variabili che inevitabilmente si vengono a creare. Un'avventura che sta fra una gita scolastica e la simulazione, almeno, di una guerra di confine».

Per rendere al meglio certe sonorità hai utilizzato anche strumenti etnici come il gu-qin, il gho-zen cinese o poco noti come l'handpan…

«È stato un uso molto parco. Il gu-qin per i glissati su "Notte", il gho-zen  per l'ostinato 'rock' un po' 'China' di "Sestiere del Molo", l'handpan per dare l'idea della pioggia persistente in "Piogge". E poi il glockenspiel, che ormai è il marchio di fabbrica delle mie canzoni. E archi, arpa, flauti, clarinetti, corni, organetto. Non ci siamo fatti mancare nulla. Un po' come una di quelle cene 'povere' di campagna in cui ognuno porta qualcosa, e si rivelano poi degne dei migliori ristoranti».

Protagonista del disco è l'orso tibetano, il Dremong. Ma dove lo sei andato a scovare?

«Ho una moglie esperta di tradizioni tibetane, mi indicò questo nome presente in alcuni testi antichi. La figura dell'orso l'ho sentita amica fin da bambino. E poi mi piaceva molto il suono del nome. Molto prima dei dibattiti insulsi su testo musica e poesia o non poesia nelle canzoni, Petrarca, il poeta, aveva già capito tutto, dicendo: ‹anzi, mi struggo al suon delle parole›. "Dremong" ha nel suo suono il brivido del freddo o della paura e, insieme, il colpo rituale del gong».

Nella cultura dei Pellerossa d'America, come per i lapponi e i popoli della galassia uralo-altaica l'orso è visto come un dio e al tempo stesso è padre, fratello, figlio, amico. Non così in Italia dove non se l'è mai passata bene e anche nelle ultime settimane gli orsi sono stati protagonisti, loro malgrado, di episodi che hanno attirato l'attenzione dei media. Che idea ti sei fatto al riguardo?

«Le culture che citi sono, o erano, solide, antiche, tradizionali, rituali. La nostra è una cultura putrida, magmatica, contraddittoria, scintillante e opaca,  dove le istanze convivono e confliggono senza durare. Da quanto ho capito c'è stato un progetto di ripopolamento animale, per motivi di convenienza finanziaria, in zone poco compatibili. Non siamo nel Wyoming, l'Italia è stretta. Animali non domestici e uomini, come nell'aneddoto su Genova, convivono ‹facendosi il culo l'un con l'altro›. In città girano branchi di cinghiali, i gabbiani disertano i moli e occupano le discariche, in attesa di qualche segnale hitchcockiano, lungo i contenitori della raccolta differenziata delle metropoli sostano pensosi i Marabù, i lupi li abbiamo appena oltre la periferia e a volte scendono a valle per un panino o per invadere qualche recinto, come gli orsi, e servirsi nell'hard discount dell'ovile. Di qui il rischio, e la precarietà, di una convivenza o 'amicizia' tra l'uomo, animale colonizzatore, e l'orso, animale opportunista».

"Dremong" è anche una canzone di denuncia dello sfruttamento che fanno in Cina degli Orsi della Luna. È in corso in tutto i mondo una campagna per impedire queste atrocità. Magari la tua canzone potrebbe diventarne il manifesto. Ci hai mai pensato?

«Del contrario ho brama, come si legge in Padre Dante. La mia è una ballata, non un manifesto. Non credo che Buzzati, inquietante cantastorie della 'famosa invasione degli orsi in Sicilia', abbia voluto far altro che emozionare e stupire. O che si legga Salgari come una dissertazione sociologica sul fenomeno della pirateria. Una canzone che denuncia le atrocità contro gli orsi  tibetani, in realtà esiste, è cantata dall'amica Rossella Seno, tanto più credibile in quanto i profitti della stessa canzone vengono devoluti in favore della difesa degli Orsi della Luna, o del Tibet, che, come molti sanno - e come anche il mio "Dremong" racconta - vengono da secoli perseguitati e torturati per l'estrazione della loro bile, che si ritiene abbia facoltà mediche o afrodisiache. Allegoricamente, la canzone anche, nella sua bile, può servire da cosmetico, da afrodisiaco, da farmaco. Da antidepressivo, da adattogeno dell'altrove, da rimedio omeopatico contro la nostalgia».

Quanti inquietanti Dremong, non obbligatoriamente a quattro zampe, hai incontrato nella tua vita?

«Voglio ricordare un orso buono, che conobbi nella noiosa adolescenza scolastica. Era un padre gesuita che faceva lezioni di italiano e si occupava di cinema. La sua andatura assomigliava a quella di un orso. Lo prendevamo in giro fra noi alunni snaturati, non tanto per l'andatura, ma per i suoi tic pedagogici - com'è inevitabile far coi professori - e gli volevamo bene».

Ma non c'è solo l'orso nel disco. Con "Disgelo" hai voluto denunciare il fallimento della new economy. Lo chiami, non a torto, mondo d'imbecilli ma quale è la strada per uscirne?

«Che tutto il sistema fallisca, anche solo qui in Occidente, come un immane, apocalittico scorpione cyberpunk che si uccide o uccide i compagni, mi pare tristemente evidente. Ma poi, fallisce in cosa? È evidente, nelle sue promesse di felicità. Ogni sistema fa promesse di felicità (o anche solo di vivibilità) e non le mantiene. Mantiene spesso, invece, le sue minacce di repressione e di sequestro dei beni necessari. Come se ne esce? Non lo so, e non lo sa il piazzista della canzone, che non è piazzista di ideologie. Dà solo l'indicazione di un'esperienza ambigua come il suo scopo: ‹così l'orgoglio l'ho ridotto a zero per infilarmi nella coda del pavone›. Cosa sia, questa coda del pavone, questo passaggio, o iniziazione, non lo dice e, in realtà, lo ignora. Può solo cercare di decifrare, come si fa leggendo le figure dei tarocchi, i Trionfi. E sogna un buen retiro, un ritorno, un precario idillio, forse persino una donna a cui gridare, o che piuttosto gli gridi, come in una tempesta, ‹amore mio›».

C'è anche un po' di Genova in "Dremong". "Sestiere del molo" è la cartolina della città… Genova è ancora la tua città?

«Adesso vivo a Sturla, che è pur sempre Genova, un po' più vicino alle spiagge. È Genova, a un passo dal centro, eppure è così diversa dal centro storico, dove - ovviamente - torno spesso per commissioni o appuntamenti... "Sestiere del Molo" è una cartolina dove qualcuno ha vomitato, che qualcuno ha strappato, ha bucato con la brace di una sigaretta. Sestiere del Molo è proprio l'anticartolina, il rifiuto, lo schifo. Lo sberleffo e il sarcasmo nei confronti dei luoghi 'poetici' della tradizione genovese 'alla Caproni', celebrati in loco, in economia, da una 'culturina' che vive di rendita, luoghi come la circonvallazione di Castelletto percorsa dall'autobus notturno. È il delirio, il capolinea su Saturno, la Casa dell'Artista intesa come ospizio, da dove si aspetta una qualche rivelazione o rivoluzione, o almeno rivalsa, che invece si risolve nel week end di regime, chiamato, non a caso, il sabato fascista, o nella visione degli amici morti, seduti al tavolino del bar».

Il disco si chiude con "Le castagne matte", una sorprendente canzone dedicata alla Resistenza che si ispira, nel titolo e nel tema, a un racconto di Mario Mantovani...

«La mia è una canzone inattuale e necessaria, non certo necessaria socialmente, ma per chi la vuole ascoltare e la fa sua. Quasi un western, non però alla Tarantino, semmai come vecchie pellicole di Howard Hawks oppure Aldrich. In effetti ha una strana nascita. Mi veniva in mente una canzone inglese, inesistente, dove, fra melodia ed armonia, comparivano queste parole: ‹for freedom and revenge›. Un canto desolato, di un reduce. Allora ho cercato di pensare alla Resistenza come al terreno di una nostalgia, lontano da programmi o rivendicazioni, lontano soprattutto da ogni retorica burocratica, da ogni analisi storica e da ogni gioioso zumpa zumpa da festa dell'Anpi, sacrosanti, invero, ma così distanti dal mio sentire. Per inciso, con altri amici componemmo anche una canzone retorica e zumpa zumpa, la controparte di questa, anche utilizzando cellule staminali di questo testo. Nonostante fosse entusiasticamente appoggiata da personalità come Don Gallo e Raimondo Ricci - allora presidente dell'Anpi - sbattemmo contro un muro, spero di gomma. Nonostante il ritmo retorico e sussiegoso, in quest'altro brano c'erano almeno belle immagini, bei concetti espressi magari in forma involuta per esigenze di ritmo, ed a volte mediati da lettere di partigiani, come questa: ‹Dal battito del cuore conoscere l'amico, e non quando il partito decide che lo sia›… "Le castagne matte" l'ho fatta sentire a un'amica che fu staffetta partigiana, nel dubbio che potesse non riconoscersi. Invece, e mi fece piacere, si commosse».

E poi la splendida copertina firmata da Ugo Nespolo. Come è nata questa collaborazione?

«Un felice incontro, procurato dagli amici dell'Isola di Alessandria. Ugo Nespolo già mi conosceva come cantante (e io naturalmente conoscevo lui come artista) ed è stato gentilissimo e veloce nella realizzazione».

Il disco è stato pubblicato anche con l'aiuto della campagna di crowdfunding su MusicRaiser. Penso che per te sia stata la prima volta che hai potuto contare sull'aiuto di questi nuovi "mecenati". Cosa ne pensi?

«È un metodo interessante per almeno due motivi: ti permette di evitare il più possibile le mediazioni, e ti dà il polso dell'esistenza di un nucleo di pubblico personalizzato e appassionato, non casuale o distratto. E quindi, ti fa vincere il primo round di un'ipotetica sfida».


Titolo: Dremong
Artista: Max Manfredi
Etichetta: Gutenberg Music/Primigenia Produzioni
Anno di pubblicazione: 2014


Tracce
(testi e musica di Max Manfredi, eccetto dove diversamente indicato)

01. Intro Dremong  [musica Montaldo]
02. Dremong  [musica Manfredi, Stefanelli, Montaldo]
03. Disgelo  [musica Manfredi, Spiccio]
04. Diadema  [musica Manfredi, Ugas, Spiccio, Nahum]
05. Notte  [musica Manfredi, Ugas, Nahum]
06. Finisterre  [musica Manfredi, Ugas]
07. Rabat girl  [musica Manfredi, Nahum]
08. Piogge  [musica Manfredi, Ugas]
09. Inutile  [musica Manfredi, Ugas]
10. Sangue di Drago  [musica Manfredi, Ugas]
11. Il negro [musica Manfredi, Ugas]
12. Sestiere del molo  [musica Manfredi, Ugas]
13. Anni Settanta  [musica Manfredi, Ugas]
14. Le castagne matte  [musica Manfredi, Ugas]


lunedì 29 settembre 2014

La comunicazione musicata da Edmondo Romano






"Missive Archetipe" è il secondo capitolo della trilogia discografica di Edmondo Romano. Dopo aver indagato il rapporto tra il lato maschile e quello femminile dell'universo con il precedente "Sonno Eliso", il polistrumentista e compositore genovese ha messo sotto la lente d'ingrandimento il tema della parola, del verbo raccontato attraverso la poesia, della comunicazione nel significato più ampio e generale. Un viaggio musicale per immagini che parte dalla creazione fino ad arrivare alle pagine più drammatiche dei giorni moderni, il tutto attraverso improvvisazioni jazzate, contaminazioni minimaliste e sbocchi prog e classici. Canzoni scritte da Romano, eccetto un canto tradizionale e due episodi firmati insieme al fiatista Gianfranco De Franco ("Carme") e al pianista Fabio Vernizzi ("Dato al mondo"), con la consueta classe e ricercatezza nelle soluzioni compositive a cui ci ha abituato in questi anni. Rispetto al precedente "Sonno Eliso", in questo disco sono presenti alcune parti cantate o recitate: reading di poesie di Catullo, del mistico persiano Jalal al-Din Rumi, di Charlotte Delbo sull'esperienza personale nei campi di concentramento, e un canto popolare tra i più noti.
Romano (sax soprano, clarinetti, clarinetto basso, low whistle, chalumeau) si è avvalso della collaborazione di un nutrito gruppo di musicisti e artisti. A partire da Lina Sastri, Marco Basley, Simona Fasano, Laura Curino e Alessandra Ravizza alla voce; Arturo Stalteri, Elena Carrara e Fabio Vernizzi al pianoforte; Kim Schiffo al violoncello; Redouane Amir al fagotto; Vittoria Palumbo all'oboe; Roberto Piga, Alessandra Dalla Barba e Gabriele Imparato al violino; Riccardo Barbera al contrabbasso; Marco Fadda alle percussioni; Max Di Carlo alla tromba; Gianfranco De Franco al flauto traverso e al clarinetto.
Come già accaduto in occasione del precedente capitolo, abbiamo trovato in Edmondo Romano un interlocutore cortese e disponibile. I temi affrontati sono riportati nell'intervista che segue.



In questo disco, il secondo dopo "Sonno Eliso" dedicato al rapporto maschile-femminile, affronti il tema della parola e della comunicazione. Comunicazione tra chi e con chi?

«"Missive Archetipe" rappresenta la storia immaginaria di un uomo o dell’essere umano, dalla sua creazione fino all'aberrazione dei giorni moderni. Vuole guidare l'ascoltatore in un viaggio dentro il proprio essere, guidarlo attraverso i suoni e le parole che esprime, le metafore che ognuno può liberamente interpretare. Un percorso che non ti lasci indifferente, perché il ricordo, la memoria, sono sicuramente i beni più preziosi che possediamo, ma anche la capacità di viaggiare dentro noi stessi è consapevolezza che mai dovremmo perdere, anzi accrescere».

C'è ancora spazio per il verbo scritto e parlato in una società che è più propensa a perdersi nel mondo virtuale?

«Forse mai come oggi una così grande moltitudine di persone "scrive" ogni giorno, e questo grazie all'avvento del nuovo mondo tecnologico. Basta pensare alla grande quantità di pensieri continui che navigano sui social network. Come sempre non è il mezzo ad essere "il Diavolo" - come si diceva una volta della radio, poi della televisione… -, ma è l'uso errato del mezzo stesso che può portare a snaturarne la forma. Credo che la parola, la comunicazione avrà sempre più un ruolo fondamentale nella vita comune».

Alcuni brani del disco sono legati a poesie, come "A Lesbia" di Catullo. Che significato riveste all'interno dell'album e perché questa scelta?

«Rivestono un ruolo di completezza e forse anche un naturale bisogno di inserire all’interno del lavoro alcune "voci". La scelta è avvenuta in modo involontario, devo ammettere… Talmente naturale da sembrare a volte casuale. Nulla in realtà è casuale, quando esiste una reale libertà creativa accade che si approfondiscano alcuni temi, emozioni…, in modo completo, profondo. Questo poi si riflette quasi sempre nel lavoro che in quel momento si sta portando avanti, anche in diversi ambiti. Si segue in libertà un percorso in realtà obbligato, questo credo faccia parte di una crescita consapevole».

Hai inserito anche una ninna nanna tradizionale. È questa la tua visione della comunicazione nell'eta dello sviluppo?

«Ogni età è "dello sviluppo". Ogni cosa si evolve grazie a quello che prima c’è stato tramandato ed insegnato, quindi nulla può essere più attuale di una lezione, una emozione, una riflessione che arriva dalla tradizione, dal personale passato».

In "Di questo amore morite" viene recitata la poesia "Morite morite" del poeta e mistico persiano Jalal al-Din Rumi. Che significato ha e perché la scelta di un poema in arabo? In questo caso la comunicazione difficilmente sarà completa. E poi la toccante poesia di Charlotte Delbo in "Vestire la tua pelle" che racconta la sua tragica esperienza diretta nei campi di concentramento...

«"Missive Archetipe" è un lavoro sul "Verbo" ed ospita al suo interno alcune parti cantate o recitate, porzioni volutamente mancanti in "Sonno Eliso" ma indispensabili per completare questo secondo capitolo. Poesie che amo particolarmente: "A Lesbia" di Catullo - recitata da Lina Sastri - per me rappresenta la passione amorosa; "Morite, morite" di Jalal al-Din Rumi - recitata in persiano da Alessandra Ravizza - è l’eterno dilemma dell'essere umano; "Vestire la tua pelle" di Charlotte Delbo - cantata da Marco Beasley - al tempo stesso denuncia una modernità violenta ed è un inno alla vita che sorge dalle macerie del Male; "Ninna nanna sette e venti" - cantata da Laura Curino e Simona Fasano - è tra i canti più belli della nostra tradizione popolare, la protezione verso un figlio».

Di "Vestire la tua pelle" nel cd si trova una traccia video di cui hai curato anche la regia. Devo dire che sei riuscito benissimo a trasmettere il senso di claustrofobia e di angoscia che si potevano respirare in quelle tragiche situazioni. Come ti è venuta l'idea?

«La realizzazione del video nasce dalle riprese effettuate a "Il Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa", meglio conosciuto come Museo dell'Olocausto e della Shoah situato a Berlino. La telecamera viaggia all'interno di questo enorme labirinto senza fine creando un effetto di tensione e prigionia. Tutte le altre immagini che compongono e completano il video, dalla coreografia di Giovanni Di Cicco realizzata dalla Compagnia Teatro Nudo alla fotografia di Fabrizio Giusti, si sviluppano sempre con la stessa profondità di campo presente nel labirinto. L'idea è nata sul momento, mentre ero a Berlino al centro del monumento, da solo, ed ho iniziato a girare senza fermarmi, in silenzio, realizzando le riprese come se fossero un video. Quando le ho montate sulla musica, la lunghezza delle immagini era perfetta».

Perché la scelta di costruire brani più orchestrali e se vogliamo anche con un suono più omogeneo rispetto a quelli dell'album precedente?

«Anche "Missive Archetipe" come "Sonno Eliso" è un disco composto da 'musica per immagini'. Come per il primo lavoro molte scritture sono scaturite dallo stretto rapporto che da anni conduco con il teatro, terreno che considero fertile per poter creare in grande libertà espressiva. Alcuni brani invece sono stati composti appositamente, per completarne il discorso. Le differenze tra i due lavori in realtà sono numerose: il secondo album adotta una composizione molto più orchestrale, arrangiamenti più lineari, omogeneo nei suoni e nell'utilizzo degli strumenti, scelta in parte voluta ed in parte naturale perché il risultato di una scrittura svolta in un tempo relativamente più breve, quindi sicuramente più concentrata e focalizzata».

È curioso come tu abbia il completo controllo nella produzione del tuo lavoro. Anche in questo disco hai curato tutto, dalla produzione al mixaggio, dalla grafica alla regia del video. Sei un accentratore o hai timore che i collaboratori possano in qualche modo alterare il tuo messaggio?

«Non esiste nessun timore nella collaborazione con altri artisti o produttori, difatti questo in parte avviene, vivo sempre uno stretto rapporto collaborativo con chi produce il lavoro, fatto anche di lunghi scambi di opinione. Come per "Sonno Eliso" ne ho curato la produzione, le registrazioni, i missaggi, la grafica, il video. Questa visione globale del lavoro che applico a ogni mio cd, sin dal primo Eris Pluvia, è a mio avviso, se non si possiedono budget alti, l’unico reale modo per lavorare in totale libertà creativa, libertà che ti permette di realizzare materialmente le tue idee. Ho comunque sempre vissuto in modo naturale questo tipo di visione globale sul mio lavoro, capacità che ho sviluppato negli anni con serietà, applicazione e molte ore dedicate allo studio dei mezzi tecnologici».

Scorrendo i crediti del disco ho notato che ti sei affidato a molti musicisti, addirittura a tre differenti pianisti. Perché questa scelta?

«Come ho già accennato vivo la composizione in modo completamente indipendente da vincoli creativi, produttivi, di mercato. La musica nasce in totale libertà, non si indirizza ad un pubblico specifico e non viene pensata per qualche specificità, credo che il compositore sia solo un mezzo per amplificare ad altri ciò che già esiste, solo un essere capace di cogliere e trasformare un messaggio che in qualche modo doveva comunque nascere. Questo criterio ha indirizzato anche la mia scelta per i musicisti: come tu fai notare, in questo disco ho lavorato per esempio con tre pianisti differenti - Arturo Stalteri, Elena Carrara, Fabio Vernizzi - che hanno completato con la loro differente sensibilità la parte da me composta. Per me è il tocco, il modo in cui si vive ed interpreta la musica a scegliere il musicista adatto per un brano, è la composizione stessa a farlo».

Avremo la possibilità di ascoltare "Missive Archetipe" in versione live nel prossimo autunno?

«La prima uscita in concerto di "Missive Archetipe" sarà a Genova nel pomeriggio del 10 ottobre, evento realizzato in collaborazione con il Comune di Genova all’interno delle manifestazioni legate alle Colombiane. Ho scelto come spazio il bellissimo Museo Orientale "Chiossone", spazio magico e sospeso, dove il pubblico si muoverà liberamente al suo interno durante lo spettacolo e i musicisti si esibiranno tra le antiche statue d’oriente».

Il tema del prossimo capitolo della trilogia sarà la religione ma nel frattempo in quale altro progetto sei coinvolto?

«Sicuramente ci saranno progetti paralleli sia nell’ambito teatrale con la Compagnia Teatro Nudo con la quale lavoro da anni nel teatro di ricerca, sia in quello discografico. Prevedo la realizzazione di altri tre cd con musicisti con i quali collaboro da tempo: il nuovo lavoro con Orchestra Bailam e Compagnia di Canto Trallalero che sta ottenendo ottimi riscontri in tutto il mondo nell’ambito etno/folk; sto terminando un  nuovo lavoro che uscirà a breve con alcuni musicisti con i quali ho lavorato negli Eris Pluvia una ventina d’anni fa, Alessandro Serri e Mauro Montobbio che vede la partecipazione di John Hackett; si parla anche di un nuovo cd con Vittorio de Scalzi ed uno con Federico Sirianni; andrò a suonare a Tokyo con la formazione di Picchio dal Pozzo. Ma quello che maggiormente sento vivo in me oggi è il percorso da solista, strada sicuramente più difficile da consolidare, ma che spero divenga unica concentrazione e guida musicale nel futuro».


Titolo: Missive Archetipe
Artista: Edmondo Romano
Etichetta: Felmay
Anno di pubblicazione: 2014



Tracce
(musiche e arrangiamenti di Edmondo Romano, eccetto dove diversamente indicato)

01. Petali di carne
02. Parabola
03. Carme  [poesia di Catullo; Edmondo Romano / Gianfranco De Franco]
04. Ahava
05. Dato al mondo  [Edmondo Romano / Fabio Vernizzi]
06. Ninna nanna
07. Il giardino degli animali eterni
08. Di questo amore morite
09. Diluvio
10. Questa terra
11. Vestire la tua pelle
12. Missive archetipe




mercoledì 10 settembre 2014

"Majin", la tradizione piemontese dei DinDùn



Angelo Conto e Alessandra Patrucco (copyright Martin Cervelli)


Li abbiamo visti esibirsi in occasione della decima edizione del Premio Città di Loano per la musica tradizionale italiana. Nella raccolta e calda sala della biblioteca loro, i DinDùn, hanno presentato le canzoni di "Majin", album che a sorpresa si classificato al quarto posto nella classifica dei dischi del 2013 più votati dalla giuria del Premio. Un riconoscimento inatteso che ha premiato la qualità e soprattutto la capacità di esplorazione e innovazione di questo trio piemontese che ha ampliato i confini della tradizione intrecciando più generi musicali. I DinDùn sono partiti dai canti della tradizione piemontese raccolti sul campo da Costantino Nigra, Leone Sinigaglia e Giuseppe Ferraro e li hanno colorati con tinte che posso essere rintracciate facilmente nel jazz e nell'avanguardia. Un progetto coraggioso che ha trovato la giusta espressione nella voce di Alessandra Patrucco, dotata di una ottima tecnica e capace di coprire senza cedimenti un'ampia estensione vocale, nel pianoforte di Angelo Conto, utilizzato in tutte le sue caratteristiche espressive, e nella ghironda elettrificata di Francesco Busso che nei concerti di quest'estate ha preso il posto di Marc Egea, presente invece sul disco. Questo disco è una piacevolissima sorpresa che ha saputo ridare freschezza a canti del patrimonio storico e culturale piemontese senza cadere nel puro revival. E così anche melodie semplici e per certi versi banali, come può essere quella conosciutissima de "Il mio castello", hanno trovato nuova collocazione e nuovo slancio.
Con Alessandra Patrucco e Angelo Conto, in questa intervista, abbiamo esplorato "Majin" e parlato di musica tradizionale.



Prima di parlare del disco, mi piacerebbe che uno di voi raccontasse il vostro approccio alla musica popolare...

Conto: «Il mio approccio alla musica popolare è lo stesso rispetto a qualunque altra musica alla quale mi avvicino. Cerco di delineare i contorni, le linee generali di quel mondo sonoro, di quel linguaggio, di quel contesto sociale e possibilmente di andare a fondo in alcuni aspetti. Su queste basi, suono, arrangio ed interpreto secondo il mio gusto e la mia sensibilità, adattate però al caso specifico. Mi spiego. Per la musica popolare piemontese non mi sono sentito di utilizzare armonie elaborate, mi sembrava di togliere un po' di quella essenzialità che caratterizza questa musica. In altri casi invece mi è successo di arrangiare musiche in maniera molto più incisiva, soprattutto armonicamente, introducendo degli elementi che non sono propri di quel linguaggio. Questo non mi è venuto da farlo nel caso della musica piemontese, e a dire il vero, finora non ci avevo pensato».

"Majin" si è piazzato al quarto posto nella classifica degli album del 2013 più votati dalla giuria del Premio nazionale Città di Loano per la musica tradizionale. Un risultato per molti inaspettato e per voi?

Conto: «Senz'altro anche per me, dal momento che è un Premio importante al quale concorrono musicisti esperti e conosciuti. Oltretutto il nostro lavoro è autoprodotto e autopromosso, quindi credo che sia la conferma del fatto che stiamo percorrendo una buona strada».
Patrucco: «Anche per me è stato un risultato del tutto inaspettato».

Qual è il filo conduttore di questo progetto?

Patrucco: «Il suono delle campane del paese e il suono delle voci dei vecchi - siccome ero piccola mi sembravano tutti vecchi - che mi raccontavano delle storie, di guerra o di lavoro in campagna, oppure dicevano cose che non capivo ma mi piaceva lo stesso starli ad ascoltare, era una musica bellissima il suono del dialetto. Alle volte a noi bambini gridavano dietro se giocavamo a pallone contro i muri delle case, che erano quattro in tutto sulla collina di Rolasco frazione di Casale Monferrato, ed era bello anche quello, non ci facevano paura e non so perché ma veniva da ridere un po' a tutti. Mi è venuta voglia di interpretare queste canzoni quando le ho sentite cantare da voci così, voci che non ci sono più».
Conto: «I canti, le storie che raccontano, che sono immagini, "cortometraggi" che parlano di molti tratti umani belli, interessanti e, a volte, commoventi. Dal punto di vista musicale, direi, il linguaggio che utilizziamo, che credo contribuisca a dare unitarietà al lavoro». 

A Loano, complici le condizioni atmosferiche non proprio favorevoli, siete stati costretti ad esibirvi in uno spazio più raccolto e intimo rispetto a quello previsto. Come avete vissuto la serata e cosa avete portato a casa dai giorni trascorsi in Riviera?

Conto: «La pioggia, che poi quella sera non è caduta, è stata una coincidenza fortunata. La sua incombenza ha fatto sì che il concerto si svolgesse al chiuso e, nonostante il caldo, sono sicuro che la scelta abbia giovato a noi e alla musica, come molti ascoltatori poi ci hanno riferito. Ho portato a casa intanto un po' di aria ligure, un po' di profumo di mare che per me che vivo nell'interno è sempre una bella cosa, e poi la voglia di lavorare su questa musica, di suonarla e di rendere il progetto sempre più solido».

Il vostro approccio alla musica tradizionale è fortunatamente molto distante dal puro revival. Come vi è venuta l'idea di mischiare avanguardia, jazz e tradizione?

Conto: «È semplicemente il frutto di molteplici interessi. È il risultato delle strade percorse e delle esperienze fatte, ciascuna delle quali iniziata tempo fa e magari per motivi differenti, alcune volte per curiosità personale, altre volte su commissione o per l'incontro e la collaborazione con alcuni musicisti e che ad un certo punto, inevitabilmente, noi lasciamo che si mescolino, anziché tenere ciascuna dentro a compartimenti stagni, come farebbe un custode dell'ortodossia e della "purezza" dei linguaggi».
Patrucco: «A me non è venuta un'idea, direi che i canti hanno trovato me. Quando ho provato a cantarli ero piuttosto intimorita, poi ho preso confidenza cantandoli e ricantandoli a voce sola, sentendo ogni volta qualcosa in più e ho lasciato che le melodie si sciogliessero bene nel mio corpo, così a poco a poco anche le parole hanno cominciato a risuonare. Quando canto, canto così, con dentro tutta la musica che ho amato e che amo senza pensare a questo o a quel genere».

A tratti sembra che le canzoni raccolte da Costantino Nigra, Leone Sinigaglia, Giuseppe Ferraro e da voi riproposte siano state utilizzate come una tela bianca da colorare con grande fantasia. Sbaglio di molto?

Conto: «È una bella immagine che trovo appropriata. Io vedo però una tela non bianca ma che già contiene una traccia e dei colori».
Patrucco: «Qualsiasi canzone in un certo senso può essere una tela bianca da colorare e i colori mi piacciono molto. Ma non è mai completamente bianca, ci sono i colori di chi la canzone l'ha creata e su cui stendere i miei, come con gli acquerelli, velatura dopo velatura».

Scelta che ha convinto la maggioranza della critica e del pubblico. Dall'altro lato gli integralisti della tradizione potrebbero però storcere il naso di fronte a certe vostre interpretazioni a tratti cameristiche. Cosa ne pensate?

Conto: «Certo gli integralisti, di qualunque genere, di solito storcono il naso quando ci si allontana un po' troppo dal canone, questo è inevitabile. Ciò che però mi rassicura molto sul nostro lavoro sono i pareri positivi espressi dalla maggior parte dei musicisti di musica popolare che conosco, che senz'altro non sono degli integralisti, va detto, ma anche i più vicini alla tradizione hanno apprezzato la nostra musica e il nostro modo di trattare la musica popolare».
Patrucco: «È musica fatta di tanta altra musica senza pregiudizi estetici o pretese filologiche, quel che sentiamo suoniamo e cerchiamo di suonare e sentire meglio che possiamo».

Come sono stati scelti i brani e quale lavoro è stato fatto per adattarli alla vostra musica?

Patrucco: «In un primo tempo, più che scelti i brani li ho incontrati poco a poco facendo altri lavori, per esempio per il teatro. Alcune tematiche dei testi delle canzoni sono state funzionali agli spettacoli ma alle volte sono state le canzoni stesse a far virare gli spettacoli in questa o quella direzione. Per lo più mi sono interessata a storie di persone, spaccati di vita quotidiana, come quella di Pero, uomo timido che va a trovare la sua amata e che non osa neanche entrare in casa sua. Oppure la storia della bionda di Voghera: questa canzone l'ho imparato andando in giro d'estate per i campi col mio cane e immaginando la protagonista che, proprio come me, si sedeva all'ombra per il caldo e fantasticava dell'incontro con il bel giovane. Anche i paesaggi mi commuovono; per esempio in "Majin" e in "La soca" c’è la collina con dietro la montagna che è il paesaggio che ho visto dalle finestre ovunque abbia abitato in Piemonte. Un paesaggio che non mi stanco mai di guardare. Poi ogni canzone volendo è un film, ci puoi mettere i tuoi attori, i tuoi luoghi, lasciare che siano gli stessi ogni volta o cambiarli, io veramente mi affeziono agli stessi, col tempo mi sembra quasi di conoscerli… In un secondo momento con il trio abbiamo scelto quelle che venivano meglio, anzi forse sono le canzoni che hanno scelto di essere suonate. E siamo noi che ci siamo adattati ad esse e non viceversa, voglio dire che il lavoro più grande è stato quello di togliere, semplificare, lasciare spazio e mettere in luce quel che già c'era perché c'era già tutto».

Avete compiuto anche ricerche sul campo o vi siete affidati al materiale esistente?

Patrucco: «Tutte e due le cose. Le ricerche sul campo sono iniziate nel 2006 in occasione del primo disco "Varda la luna", registrato con il gruppo Sasà. A quel tempo ho avuto la fortuna di collaborare con Franco Castelli, etnomusicologo e ricercatore dell’ISRAL di Alessandria, collaborazione che è continuata fino ad oggi. Grazie a lui ho conosciuto testimoni e portatori di cultura orale dell’alessandrino che mi hanno trasmesso conoscenze, musica e canti, ho avuto l'opportunità di raccogliere materiale nuovo e già esistente e di rielaborarlo sotto la guida della sua esperienza insieme alla mia sensibilità. Questo è in parte accaduto anche per il disco di DinDùn. Una bellissima esperienza che ha dato la possibilità al mio lavoro di crescere e continua a farlo».

Secondo voi è possibile trasmettere alle nuove generazioni l'amore per la musica tradizionale?

Conto: «Sì certo, secondo me è possibile trasmettere agli altri l'amore e la passione per le cose che si fanno, indipendentemente dall'età e da fattori generazionali. Ho l'impressione che però si tratti di fenomeni che riguardano ciascun individuo, più che le categorie come per esempio "i giovani" che, come tutti, sono soggetti, purtroppo, a una massiccia dose di propaganda a favore di cose che con la musica e con l'amore non hanno molto a che vedere».
Patrucco: «Penso che sarebbe bello poter suscitare amore per la musica in generale. Sarebbe bellissimo se anche la musica tradizionale emozionasse oggi come nel momento in cui a qualcuno, in un tempo lontano, è venuta la fortunata urgenza di inventarsi una canzone. Con cura e con amore è possibile che si possa suscitare il desiderio di provare a fare lo stesso. La fortuna è anche che quel canto sia sopravvissuto fino ad oggi e quando questo viene reinterpretato è come se si instaurasse un dialogo tra persone che non si sono mai conosciute, che sentono in momenti diversi e lontani emozioni che fanno ridere o piangere, e tutte quelle altre meravigliose sfumature che stanno tra i due opposti».

I canti della tradizione sono tanti, ci possiamo aspettare un secondo capitolo targato DinDùn?

Conto: «Spero in una lunga serie di capitoli dei DinDùn, ma ancora non ho chiaro quali potrebbero essere i titoli né i contenuti neanche del prossimo. Staremo a vedere».
Patrucco: «Sì, ci sono già alcuni canti che mi stanno girando intorno come "Cantè bergera", "Il potere del canto", "Leva su bela", "E mi chantu". Ma ci vorrà ancora un po' di tempo per mettere a fuoco il nuovo disco».

Concludendo, quali sono al giorno d'oggi i problemi a proporre musica tradizionale?

Conto: «Frequento relativamente da poco l'ambiente della musica tradizionale, ti posso però dire che credo esistano in generale dei problemi a proporre musica un po' al di fuori degli schemi consueti; credo sia costante nelle programmazioni la ricerca del grande nome, del musicista famoso con il quale il pubblico possa essere rassicurato di ascoltare, spesso, la stessa musica. Un po' "stessa spiaggia, stesso mare", che alla musica secondo me non fa un granché bene. Una nostra caratteristica, con la quale dovremo fare i conti, è che proponiamo una musica che è tradizionale ma non da ballo, è soprattutto una musica da ascolto, caratterizzata dal miscelarsi di diversi ingredienti, che credo possa interessare ad un tipo di programmazione aperta, di qualunque matrice. Ti sapremo dire in futuro».
Patrucco: «I problemi nascono quando proponi qualcosa che non è facilmente riconducibile a un modello riconosciuto, insomma qualcosa di non identificabile con un termine preciso. Per esempio, una volta un signore dopo un concerto di DinDùn mi ha detto <bello, mi è piaciuto molto perché io ci ho sentito anche musica africana in queste canzoni tradizionali> e sembrava sentirsi un po' in colpa mentre lo diceva <e anche musica… e anche…> e più elencava generi e più gliene venivano in mente e alla fine esausto ha detto <sì, ma se io volessi dire a un mio amico cosa ho sentito, che musica ho ascoltato, che genere, cosa gli dico?>. Ero davvero dispiaciuta di non poterlo aiutare perché naturalmente non lo sapevo e non lo so neanche adesso, così gli ho detto che se gli fosse venuta voglia forse sarebbe stato interessante inventarsene uno. Ecco, non so se ci siano problemi a proporre la musica tradizionale, la questione importante è aver la possibilità di fare musica».



Titolo: Majin
Gruppo: DinDùn
Etichetta: autoproduzione
Anno di pubblicazione: 2013

Tracce

01. La bionda di Voghera  [trad.]
02. Il mio castello  [trad.]
03. Majin (lutto leggero)  [trad. / adattamento Alessandra Patrucco]
04. Cucù  [trad. / adattamento Alessandra Patrucco]
05. La soca  [trad. / adattamento Alessandra Patrucco]
06. La crava l'à mangià 'l muri  [trad.]
07. Tuca Cicìn / Fa la nana  [trad. / adattamento Alessandra Patrucco]
08. 'L me marì  [trad.]
09. Pero (timidezza)  [trad.]




martedì 26 agosto 2014

"Marinere", il viaggio di Sergio Arturo Calonego





Si chiama Sergio Arturo Calonego e il suo "Marinere" è un disco per viaggiare, magari in perfetta solitudine lungo la strada fotografata in copertina. Pubblicato dal musicista milanese dopo l'esperienza con gli Arturo Fiesta Circo, l'album d'esordio accompagna l'ascoltatore in un percorso sonoro verso un orizzonte lontano in cui le note della chitarra sono gli unici punti di riferimento del paesaggio. Canzoni in cui compaiono solo raramente la voce dello stesso Calonego e di Sara Maria Giolfo, quasi esclusivamente a colorare melodie e arpeggi chitarristici. Il resto sono note di chitarra, suonata da Calonego in maniera sopraffina utilizzando tecniche percussive miste, basslines e tapping.
"Marinere" non è un disco da sentire distrattamente ma da ascoltare con attenzione per cogliere l'essenza espressiva e interpretativa di questo artista che non è passato inosservato alla critica (Premio Targa Siae 2014) e agli addetti ai lavori. Tanto che in questi giorni è stato coinvolto nel progetto "Happy birthday Grace", disco che celebra il ventennale della pubblicazione di "Grace", il disco capolavoro di Jeff Buckley. L'album tributo, registrato, mixato e masterizzato da Roberto Rizzi e Daniele Cetrangolo al QB Music Studio di Milano, è scaricabile gratuitamente da questo link http://goo.gl/N1FtI9
Abbiamo intervistato Sergio Arturo Calonego durante la registrazione della buckleyana "Lilac wine", un blues in cui la chitarra e la profonda voce folk del musicista milanese trovano massima espressività.




Sergio Arturo Calonego. Chitarrista o cantautore?

«Non credo siano cose tanto diverse. Personalmente quando scrivo, sia brani con testo che strumentali, cerco comunque di tradurre una storia o un'immagine. Non subisco più di tanto il fascino delle definizioni in sé. Personalmente mi trovo molto a mio agio nella definizione simpatica, spero nelle intenzioni, che mi è stata data di "acoustic sailor" (navigatore acustico, ndr) nella quale mi ritrovo molto perché credo definisca bene il mio approccio alla chitarra acustica».

La tua carriera è iniziata però con gli Arturo Fiesta Circo...

«In realtà ho iniziato molto prima, alla fine degli anni '80, sul finire della "Milano da bere". Ho suonato per molto tempo blues. Lo dico con un pizzico di orgoglio: sono uno di quelli che può dire di aver avuto il privilegio di aver suonato al Capolinea di Milano. Ho avuto la fortuna e l'onore di conoscere musicisti splendidi da cui ho imparato molto. Arturo Fiesta Circo è stata una cavalcata bellissima, di cui sono orgoglioso ancora oggi, iniziata nel 2007. Con il "Circo" ho approfondito il linguaggio dei cantautori. L'Arturo Fiesta Circo è stata un'esperienza preziosa che ha arricchito molto il mio bagaglio personale e quello di tutti i musicisti che hanno partecipato a questa avventura musicale che ci ha portato a suonare per tutta l'Italia».

Con l'album "Marinere", il primo a tuo nome, hai convinto la critica. La chiamata del Club Tenco e la Targa Siae cosa hanno cambiato nella tua carriera artistica?

«Con "Marinere" effettivamente è successo qualcosa che non ho capito bene neppure io. Ho registrato questo disco veramente a titolo personale e con una dichiarata intenzione d'archivio. E poi è successo che ho vinto una Targa Siae 2014, che mi è stata consegnata da Mogol in persona, e questa cosa mi ha dato una visibilità che non avevo mai avuto prima e che sicuramente ha anche sdoganato alcune occasioni e soprattutto alcuni giudizi molto lusinghieri nei miei confronti. Con il Club Tenco il discorso è un po' diverso perché sono persona conosciuta da tempo, ben prima della Targa Siae. Quello che mi ha sorpreso in Club Tenco non è stato l'invito ma l'accoglienza ricevuta; mi sono esibito da solo con questo formato che si posiziona fra quello del cantautore e quello del chitarrista acustico fingerstyle eppure l'accoglienza del pubblico del Tenco è stata davvero bella e mi ha sorpreso. Sono davvero riconoscente ad Antonio Silva ed Enrico de Angelis per avermi dato questa bellissima opportunità».

Sono arrivati anche i complimenti di Davide Van De Sfroos. Cosa ricordi e cosa ti ha lasciato a livello emotivo tutta questa notorietà?

«A livello umano mi è rimasto tanto. Davide Van De Sfroos è un musicista molto colto e, soprattutto, uomo cordiale ed elegante. La sua presentazione del mio set acustico a Monza in una Piazza Trento gremita di gente mi ha lusingato non poco e ti assicuro che non era assolutamente preparata né scontata. Detto questo però io devo dirti che vivo una condizione un po' diversa da quella dei musicisti pop. Vivo profondamente ed intimamente la necessità di migliorarmi come musicista e di approfondire ed espandere le potenzialità della "chitarra acustica contemporanea" - cito l’amico chitarrista Davide Sgorlon -; sento il dovere di scrivere musica di qualità e di pretendere da me stesso il massimo a livello di composizione ma del resto non mi cruccio più di tanto. Sono tutto tranne che un presenzialista, non credo di essere un personaggio molto mediatico e sono cordialmente disinteressato a cose tipo la notorietà fine a se stessa. Non fosse così avrei fatto scelte diverse e sono perfettamente consapevole che "Marinere" non è esattamente un disco per tutti».

Davide Van De Sfroos ha detto che il tuo modo di suonare la chitarra è come avere un laser e allo stesso tempo una fiamma ossidrica. Spiegaci questa tua tecnica.

«Davide è un cantautore che scrive testi di rara profondità per i giorni d'oggi ma è pure un chitarrista ritmico assolutamente credibile e convincente. Non è un virtuoso ma Davide la chitarra la suona bene. Detto questo il primo a essere sorpreso della presentazione che mi ha fatto sono stato io perché con Davide ci ho passato il pomeriggio ma non avevamo davvero preparato nulla. Per cui sentirgli citare nomi quali Michael Hedges o Tuck Andress mi ha lusingato e sorpreso allo stesso tempo perché in realtà abbiamo parlato più dei nostri figli che di chitarre. Credo volesse dire che sono preciso ed ho una buona tecnica di base. Innanzitutto io non utilizzo effettistica, loop o raddoppiatori di note per cui tutto quello che senti è veramente una chitarra acustica con l'aggiunta di un po' di riverbero. Chi si accorge subito di queste cose, solitamente, sono i fonici al check sound. Restando sulla tecnica della chitarra sgombero subito qualsiasi dubbio: tutti i chitarristi che sperimentano la percussività sulla chitarra acustica sono debitori con gente come Michael Hedges, Preston Reed, Don Rossed, io non faccio eccezione. Devo però riconoscere che il mio riferimento, chitarristicamente parlando, è Pierre Bensusan, un compositore e chitarrista franco-algerino a cui devo tanto in termini di ispirazione e consapevolezza. Paradossalmente la mia scelta di accordare la chitarra in DADGAD nasce lontano dai dischi di Bensusan, che è indiscutibilmente il maestro di questa accordatura, e più precisamente nella bottega di Paolo Zanni, mio amico e liutaio di fiducia. È lui in realtà che mi ha introdotto alla chitarra acustica e che mi ha fatto conoscere la musica di maestri quali John Renbourn. Per il resto devo dirti che, al di là della tecnica individuale, quello che conta nella musica sono le immagini o le storie che si ha intenzione di evocare. Viceversa un concerto di chitarra acustica, come qualsiasi tipo di concerto, rischia di risultare sterile e noioso».

Il tuo disco, "Marinere", ha avuto una genesi molto particolare. Ce la vuoi raccontare?

«"Marinere" in realtà doveva essere una demo "di classe". La verità è che è diventato un disco strada facendo. L'ho registrato in tre giorni con l'aiuto di Dario Ravelli (SuonoVivo / Bergamo) che è stato fonico e costruttore del suono dei concerti italiani di musicisti fantastici quali Gianluigi Trovesi, Jack DeJohnette, Robben Ford, Enrico Rava, Stefano Bollani, Jim Hall, Archie Shepp, Dave Holland e Pierre Bensusan. Abbiamo registrato la chitarra in una sala molto ampia, tutta in legno, adatta alla registrazione delle orchestre, per questo motivo il suono è così caldo e profondo. Insomma, alla fine il suono era bellissimo, l'esecuzione pulita e l'intenzione narrativa convincente: era un disco. A quel punto ho dovuto rincorrere le cose e fare, ex post, tutto quello che solitamente si deve fare per un disco: copertine, ufficio stampa, comunicati, fotografie, presentazioni... E da allora non mi sono ancora fermato. Colgo l'occasione per ricordare che "Marinere" è disponibile in versione digitale su tutte le principali piattaforme web mentre chi, romanticamente, desiderasse il supporto fisico potrà acquistarlo direttamente dal mio sito: www.calonego.it».

A chi sono dedicate queste canzoni?

«Le canzoni a nessuno. Il disco sì. "Marinere" è dedicato alle donne che "hanno saputo, sanno e sapranno aspettare". Il termine "Marinere" in realtà non esiste, è un'invenzione letteraria. Vuole essere un richiamo alle donne di mare, donne antiche, pazienti ma mai stupide. Donne che sanno essere forti, pazienti ma determinate. Donne che sanno cosa vogliono essere e che vogliono solo essere quel che sono. Donne mitiche, invincibili e dolci allo stesso tempo. Queste sono le immagini evocate in questo disco».

"Non ti crucciar" è forse il brano che più si differenzia dal resto del disco...

«"Non ti crucciar" è stato come inciampare la domenica mattina in una colazione che per le strade è già primavera. Una colazione all'aperto che ben ti dispone al sorriso. In realtà quando sei uscito di casa pensavi si trattasse di un giorno qualunque. Ma ti accorgi che non è così. È un giorno speciale e dicidi di viverlo così, senza farti troppe domande. Spiegar canzoni non è mai stato il mio forte».

Un disco intimo, per certi versi non immediato ma talmente ricco di suggestioni e spunti che invita a protrarre l'ascolto nel tempo. Ti aspettavi di raggiungere questo risultato?

«Rischiando di essere considerato un po' presuntuoso la risposta è sì. Perché questa intenzione è stata fortemente immaginata, perseguita e, mi permetto, cercata nel posto giusto che è il suono; perché al di là di quelli che possono essere i gusti personali, che non discuto, una chitarra acustica suona così oggi, suonerà così domani e suonava così anche ieri. Ho fortemente corteggiato questi colori perché desideravo un disco che non sfiorisse nel tempo. "Marinere" è così lontano dalle mode e dalla modernità che fra cinquant'anni suonerà nello stesso modo, e questo era esattamente quello che volevo che fosse».

Ci sono aspetti che ora vorresti cambiare nel tuo album?

«No!».

Artisticamente il tuo viaggio come proseguirà?

«Mi piace che mi parli di viaggio e non di progetti. Credo di più ai viaggi che ai progetti. Mi piace e ti ringrazio per la domanda perché mi permette di chiarire un paio di cose che mi stanno davvero a cuore. Prima di tutto mi piace risponderti che mi sento di dover proseguire con lo studio e l'approfondimento del mio strumento, la chitarra acustica. Intuisco un ampliamento della sua capacità espressiva in questo formato "one man orchestra" che ormai mi è stato cucito addosso. Artisticamente parlando il mio viaggio va in questa direzione. Dal punto di vista "rituale" invece devo dirti che mi sento lontano dalle liturgie consolidate dell'ambiente musicale mainstream, pop, indie. La visibilità che ho avuto in questi mesi mi ha molto gratificato e mi ha sicuramente aiutato a sdoganare alcune situazioni, questo non lo nego, ma non mi ci sono affezionato. Prevedo quindi mesi piuttosto silenziosi e di ricerca. Devo ammettere che con tre bimbi piccoli la sonorità che ci culla quotidianamente in casa rimanda più a un mercato di Marrakech che ai silenzi di una notte Himalayana ma io ho una grande capacità di astrazione e, soprattutto, dimestichezza con radici e luoghi dell'anima che sono sospesi fra la Val Cavallina e la Val Camonica. La maggior parte del mio materiale nasce lì. Sento il richiamo di queste valli e del loro silenzio autentico. Queste sono le coordinate, il viaggio poi si vedrà. Ho imparato a viaggiare senza troppe aspettative o programmi; quindi qualche concerto laddove richiesto e poi tanto studio».

Raccontaci qualcosa di "Baby", la tua chitarra acustica…

«"Baby"… Los Angeles è una città strana. Non si può dire che sia una bella città, eppure ha una luce tutta sua. Ricordo perfettamente questo cielo azzurro che sorride strano. "Baby" l'ho incontrata lì, a Los Angeles un po' per caso ed è stato amore a prima vista, come con quella città. Si tratta di una Martin HD28 una chitarra tradizionalmente votata al bluegrass ma io mi ci trovo bene anche se suono un altro tipo di musica. Ci sono chitarre molto più adatte al fingerstyle, lo riconosco, eppure nel tempo i suoi difetti sono diventati dei pregi. Ho imparato a dosare la sua voce potente e a utilizzare la potenza quando serve; ho imparato a usare bene la mano destra che è determinante nella gestione delle frequenze perché le nostre dita sono il miglior equalizzatore disponibile sul mercato. Le dreadnought sono considerate chitarre abbastanza scomode da suonare, e un fondo di verità in questa fama c'è, ma io ho trovato questa postura a metà fra il chitarrista flamenco ed il messicano che fa la siesta che forse è un po' irrituale ma alla fine risulta molto efficace perché mi permette di avere a portata di mano tutto lo strumento. Questo aspetto è molto importante se, come nel mio caso, utilizzi la chitarra acustica anche in funzione percussiva. E poi "Baby" ha un sorriso bellissimo. È una donna matura, gentile ma determinata. Sa benissimo quello che vuole e soprattutto quello che non è e che non vuole essere. Risultato finale è che quando la accarezzi lei sussurra ma se le chiedi di più, te lo sa dare».



Titolo: Marinere
Artista: Sergio Arturo Calonego
Etichetta: Via Audio Records
Anno di pubblicazione: 2013


Tracce
(Testi e musiche di Sergio Arturo Calonego)

01. Solisud
02. Suite R.
03. Marinere
04. Selina
05. Non ti crucciar
06. Saint Malo
07. Sotto la pioggia
08. Donegal



venerdì 22 agosto 2014

Fabio Balzano canta e suona "...per 10 minestre"






L'amore per la musica di Giorgio Gaber, Paolo Conte, Adriano Celentano fino ad arrivare a Vinicio Capossela a formare il fertile substrato, la parentela di sangue con la grande Rosa Balistreri, e la voglia di illustrare l'attualità con ironia, sarcasmo e poesia sono gli ingredienti di "…per 10 minestre", album d'esordio del cantautore fiorentino Fabio Balzano. Un disco in cui fotografie di un mondo in decadenza, dai colori a forte contrasto, si sposano a trame fiabesche. Il tutto prodotto da Gianfilippo Boni che ha saputo creare una miscela musicale che cattura e trascina l'ascoltatore in un travolgente giro di giostra. Un grande luna park di ritmo e imprevedibili citazioni in cui si spalancano ambienti jazz, popolari e manouche. I testi raffinati e la voce calda e ricca di teatralità di Balzano completano l'anatomia di questo disco d'esordio che si colloca tra i più interessanti e riusciti del 2014.
Un grande contributo lo hanno dato i musicisti chiamati a collaborare a questo progetto. A iniziare da Maurizio Geri, una delle anime di Banditaliana, il cui tocco di chitarra risulta essere fondamentale per tracciare l'intelaiatura delle canzoni. A completare il ricco elenco di collaboratori sono Gabriele Savarese (chitarra, mandolino e violino) e Mirco Capecchi (contrabbasso), già ospiti delle produzioni di Riccardo Tesi e Banditaliana, Andrea Melani (batteria), Nicola Cellai (tromba), Giacomo Tosti (pianoforte e fisarmonica), Marco Zenzocchi (basso), Claudia Borghesi (cori) e Simon Chiappelli (trombone) già al fianco di Paolo Benvegnù.
Dieci canzoni, dieci modi di vedere la realtà che analizziamo in questa intervista con la fondamentale collaborazione di Fabio Balzano.



Chi è Fabio Balzano?

«È una persona un pò balzana».

Ti presenti al pubblico con un disco dal titolo curioso: "…per 10 minestre". Che cosa rappresenta?

«Mi sono ispirato vedendo un documentario sulla vita del pittore Ligabue che cedeva i suoi quadri in cambio di qualche minestra. Rappresenta anche la volontà di parlare in almeno dieci modi diversi per poter raggiungere più persone possibili; le dieci minestre sono anche gli spiccioli che vengono dati all'arte; le dieci minestre sono dieci diversi sapori, le dieci minestre sono dieci "scomodamenti"».

Gaber, Paolo Conte, Capossela sembrano essere le tue fonti di ispirazione primarie. Sei cresciuto sentendo la loro musica o è stata una evoluzione?

«Quando ero piccolo mi addormentavo con Renato Carosone e Renzo Arbore in cuffia ma non sapevo nemmeno chi fossero. Poi, quando ho iniziato a studiare chitarra, mi sono avvicinato alla musica americana, alla fusion nera, ad artisti come Billy Cobham, Herbie Hancock, John Scofield. In seguito mi è capitato di ascoltare un paio di brani, "Canto e cunto" e "Cu ti lu dissi", della zia di mia madre, la cantautrice folk siciliana Rosa Balistreri; da quel momento ho iniziato a interessarmi solo al mondo del cantautorato italiano, partendo da Carosone per arrivare a Vinicio Capossela. In queste sonorità ho trovato un mondo che mi ha permesso di esprimermi come più ho desiderato, avvicinandomi alle mie stesse origini e tornando quindi a cantare anche le canzoni di Rosa».

Decisivo per la nascita di questo disco sembra essere stato l'incontro con Gianfilippo Boni. Ci racconti come è avvenuto e cosa ha dato al progetto?

«L'incontro con Gianfilippo è avvenuto grazie al contatto passatomi da un'amica in comune dopo che ha ascoltato, attraverso il telefono cellulare, le mie povere tracce di chitarra e voce. Le ho chiesto se conosceva qualcuno che mi poteva aiutare a registrare queste canzoni e lei mi ha indicato Gianfilippo Boni. Anche lui ha ascoltato i pezzi al cellulare e subito dopo mi ha proposto di fare un disco, e così abbiamo iniziato le registrazioni. Lavorare con Gianfilippo è stato facile dato che avevamo ben chiaro il risultato che volevamo ottenere, poi via via che il progetto ha preso forma è stato anche divertente! Per non parlare di quanto ho imparato in più di un anno di lavoro».

Con immagini evocative dipingi un mondo in decadenza. È questa la tua visione della società attuale?

«La mia è una visione, ce ne sono anche altre. Comunque basta pensare al significato stesso della parola società e a quanto in realtà applichiamo l'esatto contrario, in una forma di sterilizzazione e individualismo che realmente non aiuta nessuno. Capita spesso di stare, ad esempio, al tavolo con persone che invece di dialogare, hanno gli occhi fissi sui loro cellulari e puoi stare certo che l'unica informazione che riceverai sarà la data di acquisto del prossimo telefono. Insomma, mi pare che ci sia una tangibile dispersione e confusione nella società d'oggi. Si cerca, con estrema velocità, un'identità sempre più difficile da trovare, fino ad essere "barattoli di informazioni" e sempre meno individui con idee proprie basate su conoscenze esatte».

La figura femminile è molto presente nelle tue composizioni. Che rapporto compositivo hai con l'altra parte dell'universo?

«Sono tutte canzoni e "la canzone" è femminile! Il contrasto tra l'uomo e la donna e ciò che serve a sottolineare il continuo confronto, quindi la continua crescita, la scoperta dell'altra parte dell'universo. È attraverso la donna che si impara la vita».

In questo disco ti avvali di un nutrito gruppo di ospiti tra cui Maurizio Geri, chitarrista di Banditaliana. Cosa ti ha insegnato?

«Lavorare con Maurizio Geri è stato come assistere a un seminario sui tuoi stessi brani. Mi ha permesso di capire tanto e di crescere».

Ci presenti anche gli altri componenti della band che hanno contribuito alla realizzazione di "…per 10 minestre"?

«Certo! Andrea Melani, grande batterista, suonare con lui è divertimento e dottrina, il trombettista Nicola Cellai, il bassista Marco Zenzocchi con cui sin dall'inizio abbiamo lavorato e poi rodato le strutture dei brani, Giacomo Tosti che ha registrato sia il piano che la fisarmonica, Gabriele Savarese al violino, alla chitarra e al mandolino. Al contrabbasso Mirco Capecchi, più la voce di Claudia Borghesi e il trombone di Simon Chiappelli a rifinire. E un singolo intervento, nella decima traccia del disco, di Gianfilippo Boni».

Esordire a 35 con un disco in un momento in cui il mercato è saturo ha ancora un senso? Perché lo hai fatto?

«Questa è la domanda che mi facevo anche io e in realtà ci ho scritto anche una canzone che propongo dal vivo. È un valzer e si intitola "Valse la lagna…?" Forse no o forse sì ed è proprio questo che mi incuriosisce. La passione che provo per questo mondo non mi avrebbe mai permesso di non farlo».

Quando ti sei avvicinato alla musica?

«Molto tardi, a 17 anni quando ho comprato una chitarra elettrica e e ho iniziato a suonare con gli amici».

Qual è la canzone italiana che preferisci?
 

«"Storia d'amore" di Adriano Celentano».

Secondo te quale tra espressività, capacità tecnica, scrittura è la dote indispensabile per essere un buon cantautore?

«La scrittura è indispensabile ma da sola non basta. Penso che ci voglia il giusto equilibrio tra la conoscenza e l'estro. Ci vuole sia il cielo che la terra, la tecnica e l'espressione… ma soprattutto la vita».

Cosa c'è nel tuo futuro?

«Domanda di riserva?».



Titolo: ...per 10 minestre
Artista: Fabio Balzano
Etichetta: autoproduzione
Anno di pubblicazione: 2014


Tracce
(Testi e musiche di Fabio Balzano, eccetto dove diversamente indicato)

01. Il mio castello
02. Sol le ali del mio angelo  [testo di Daniele Guidotti e Giuseppe Luchetti, musica Fabio Balzano]
03. Tengo tango
04. Il passo della scossa
05. Il peso di una rosa
06. Esosa
07. Ti rubo i rossetti
08. Punto zero  [testo di Daniele Guidotti e Giuseppe Luchetti, musica Fabio Balzano]
09. Thunderberry STFMRR
10. Sveglio





sabato 16 agosto 2014

"Iettavuci", il grido di verità di Francesca Incudine





La cultura e la memoria della Sicilia risuonano forti in "Iettavuci", primo disco della cantautrice Francesca Incudine. La ventisettenne artista, originaria di Enna, manifesta in queste tredici canzoni, prodotte sotto la direzione artistica del fratello Mario Incudine, tutta l'urgenza di far sentire al mondo la propria voce. Brani che raccontano e descrivono con straordinaria freschezza e intensità il complesso mondo femminile segnato da delusioni, amori presenti e passati, sentimenti e scelte di vita. Quasi fosse un personalissimo diario scritto da Francesca utilizzando il dialetto siciliano, a conferma del marcato spirito di appartenenza alla terra e alla cultura della sua regione. Una scelta che esalta la musicalità delle parole e i colori dell'isola in un contesto musicale nuovo che trova però nella tradizione i caratteri fondanti. Gli arrangiamenti raffinati ed eleganti hanno la riconoscibile impronta della mano di Mario Incudine che ha potuto contare sulla collaborazione di Antonio Vasta (fisarmonica, organetto e pianoforte) e di Carmelo Colajanni (flauto, clarinetto e zampogna). Al disco partecipano anche Rita Botto (voce), Angelo Loia (chitarra e voce), Giorgio Rizzo (percussioni), Salvo Compagno (percussioni), Manfredi Tumminello (chitarra), Pino Ricosta (basso e contrabbasso), Placido Salamone (chitarra), il Dammen Quartet (Alexandra Butnaru, Elisabetta Ligresti, Maria Antonietta Pappalardo e Joanna Pawlik) diretto da Antonio Putzu e lo stesso Mario Incudine (cori, mandola, mandolino, chitarra battente, chitarra classica, armonica a bocca) in cinque canzoni.
Un disco che ha conquistato la critica e che ha ottenuto quattro riconoscimenti al Premio Parodi 2013, ha permesso a Francesca Incudine di vincere recentemente il concorso nazionale "L'artista che non c'era" ed è entrato nella top ten dei migliori dischi del 2013 scelti dalla giuria del prestigioso Premio nazionale Città di Loano per la musica tradizionale italiana.
In questa intervista abbiamo approfondito la conoscenza di Francesca e della sua musica.    




Una ragazza giovane e bella che "grida ad alta voce"! Perché tutta questa urgenza espressiva dichiarata dal titolo?

«L'urgenza espressiva è una necessità dell'anima. "Iettavuci" letteralmente non si può tradurre, e si fa carico di questa impellenza nel farsi sentire, nel dire a voce alta a se stessi e al mondo ciò che si pensa; spesso non riusciamo a dire la nostra, o rinunciamo a farlo, perché prima non lo abbiamo detto a noi stessi. Quindi è un grido di verità, uno sfogo personale, ma anche una volontà forte di dire quello che non va, di denunciare, di essere voce per chi voce non ne ha. La musica mi è sempre stata alleata in questo, mi ha sempre sostenuta e mi ha dato la forza dell'espressione, e d'altronde penso che a questo serva. Per cui la musica al mio "servizio" e io al servizio della musica per dire a tutti "chista è la vuci mia", eccomi, eccomi al mondo».

Qual è il messaggio che vuoi che tutti capiscano? 

«Il messaggio che canto vuole toccare la profondità di ognuno, vuole tentare di risvegliare la testa e il cuore, la coscienza, la propria capacità di stare al mondo e di dire ciò che si pensa senza paura, ma con forza e determinazione (non con la violenza), rimanendo fedeli a se stessi, ma nello stesso tempo aprendosi al confronto per riceverne arricchimento. Vorrei fosse un messaggio, il mio, non da comprendere, ma da "sentire" e vivere nella propria vita come meglio si crede, come meglio si può».

Per farlo hai usato il siciliano. Non pensi che possa essere un limite nella comprensione dei testi? 

«Il fatto che qualcosa si possa "sentire" (e quindi poi comprendere, sicuramente) prescinde dalla lingua che si usa. Per me il siciliano è sicuramente lo strumento linguistico più affine a quello che ho da dire, in questo momento, ma è al pari di qualsiasi altra lingua. Facendo esperienza all'estero, ho avuto modo di constatare come di fatto, il siciliano, e ripeto qualsiasi altra lingua, se si fa veicolo di un "sentire vero", non costituisca limite alcuno. Certo, è chiaro che a volte mi trovo in contesti in cui non vengo compresa, ma perché non fare uno sforzo e fare appello anche alla propria curiosità e voglia di imparare? Io, per prima, adoro cantare e imparare una nuova lingua. E spesso, mi chiedo anche... quanta musica "altra" circuita nelle nostre radio che accogliamo anche senza capirla. La domanda diventa quindi (secondo me), quanta voglia abbiamo di misurarci con quello che non conosciamo? È solo quello il limite».

Con straordinaria intensità riesci a descrivere il complesso universo femminile. Quali sono state le esperienze che ti hanno fatto raggiungere questa maturità compositiva? 

«Ti ringrazio di avermi attribuito questa maturità compositiva, ma sono felice di potere dire che sono ancora in crescita. Tanto vasto è l'universo femminile, e tradurlo in musica è stato il mio primo passo per tentare di comprenderlo, per tentare di comprendermi in un periodo di grandi cambiamenti, di grandi travolgimenti, di amori perduti, di amori ritrovati, di pensieri impauriti. Alcuni brani sono storie e sentimenti comuni, in cui ogni giovane donna, anche solo per un momento, si è ritrovata; altri sono sguardi delicati, sognanti, sospesi; altri ancora, come "Mi mettu o suli" sulla violenza sulle donne, sono reali, moniti per riconquistarsi e tornare a vivere».

L'attaccamento alla tua terra traspare evidente dai testi delle tue canzoni ma saresti disposta a trasferirti al nord per fare carriera?

«Proprio in questi giorni ho tanto pensato alle tante battaglie quotidiane che affronto nella mia terra; quanto è difficile amarla e sentirsi morire quando il pensiero di lasciarla ti sfiora, quando la stanchezza e la paura di non farcela prendono il sopravvento. Ma se andiamo via tutti, chi resta a curare le ferite che noi stessi siciliani le infliggiamo? Cantare è un modo di resistere, di amarla, anche se non sempre basta. Sì, sono molto attaccata alla mia terra e voglio provarci a farmi sentire da qui. Per me non esiste il nord e il sud, esiste solo la voglia di fare a qualsiasi latitudine».

Il disco è prodotto da tuo fratello Mario, di sei anni più grande di te. Che rapporto hai con lui e quanto ha inciso nella realizzazione di questo disco?

«Sono onorata di avere avuto accanto Mario in questo mio primo lavoro; come fa ogni fratello più grande, mi ha preso per mano e mi ha guidata, lasciandomi cadere, lasciandomi sbagliare, lasciandomi essere me stessa. È un fratello fantastico, e un artista eccellente, la mia stella polare, una fucina di idee, inesauribile, per cui collaborare con lui è una ricchezza, ma la cosa più bella è che ognuno lascia libero l'altro di scegliere cosa essere e cosa fare, perché i punti di vista sulle cose sono diverse, e questa è una grande risorsa per entrambi».

Ci racconti come è nata la cantautrice Francesca Incudine?

«La cantautrice Francesca Incudine è nata una notte di qualche anno fa, in preda a una disperata esigenza di scrivere e di affidare a un foglio le parole più nascoste e rimaste in gola; poi le parole hanno chiamato la musica e da quel momento il flusso è stato inarrestabile. Penso che succeda così per chi comincia a sentire di avere delle cose da dire. Ho iniziato a suonare e a cantare molto piccola, ma non avevo mai cantato qualcosa di mio, mi ero rifugiata nelle parole degli altri, fino a quando ho sentito di dovere mettere in musica me stessa, per cui ho iniziato a cantare di me, e poi della mia terra, e poi delle storie degli altri, di quelle che vado cercando ogni giorno negli occhi che incontro».

Un disco e hai già conquistato la critica. Dopo i riconoscimenti ottenuti al Premio Parodi 2013 è arrivato anche il successo nel concorso "L'artista che non c'era" e sei entrata nella top ten del Premio Città di Loano per la musica tradizionale italiana. Quale sarà il prossimo passo?

«È stato un anno intenso, di tanti riconoscimenti e gratificazioni, che mi hanno fatto sentire di essere sulla strada giusta. Le speranze e i passi da compiere sono molteplici e le persone da raggiungere ancora di più. Un occhio al presente e uno al futuro, con un secondo disco da realizzare e tanti palchi ancora da calcare e dai quali farmi sentire».

Nel disco ci sono anche ospiti importanti tra cui Rita Botto, recentemente protagonista a Loano con la Banda di Avola. Come è nata questa collaborazione?

«Rita Botto è sempre stata un albero di canto per me. Quando abbiamo messo le mani sul brano "Sula", nel quale duettiamo insieme, sentivamo di avere bisogno di una voce che facesse da contraltare per timbrica e per intensità alla mia giovane e delicata voce, a raccontare i due volti di una stessa medaglia, i volti di una terra che è nello stesso tempo madre, donna, "isula" solitaria in mezzo al mare, in attesa che qualcosa di buono accada. E Rita era la voce giusta, è stata disponibile, gentile, splendida e per me è stato un sogno sentire la mia voce accanto la sua».

Nel disco rendi omaggio anche a Bianca d'Aponte cantando e adattando "Ninna nanna in re". Cosa ti ha colpito di questo brano?

«"Ninna nanna in re" mi è entrata nel cuore e non è andata più via. La dolcezza di questo brano mi ha rapita; cantarla rende viva la memoria di Bianca, tutti i suoi sogni. Me ne sono innamorata subito dopo averla ascoltata e ne ho tradotto una parte in siciliano. È la canzone delle possibilità, delle strade che non abbiamo mai percorso, delle chiavi che non abbiamo mai trovato per aprire le porte che avremmo voluto aprire, delle paure che si sciolgono nel canto. E la cosa più bella è stato leggere tutto questo negli occhi commossi di Gaetano, il padre di Bianca. La cosa più bella è leggere l'emozione negli occhi di chi ascolta questo brano».

Quale canzone ti rappresenta maggiormente?

«È sempre difficile rispondere a domande di questo tipo, perché sarebbe come scegliere tra dei figli. Sono legata a tutti i brani per un motivo o per un altro, ma se dovessi dire quale brano mi rappresenta maggiormente in questo preciso momento, sceglierei "Iettavuci", perché li racchiude tutti».

Siciliana di Enna, eppure in quattro episodi del disco è presente il mare. Cosa rappresenta per te?

«Sono siciliana. Il mare è dentro di me, nei miei pensieri, è l'infinità possibilità, lo spazio aperto, la profondità, perfetta metafora di uno stato d'animo».

Dopo l'ultimo brano, "Nta sta notti", il disco si chiude con un cantato "fantasma". Ci spieghi il significato?

«Ho sempre desiderato che il mio disco contenesse la "traccia fantasma"; questa, in particolare, è cantata da una mia zia; lei riporta un canto che uno spasimante di mia nonna le cantava alla finestra. Un piccolo ricordo che ho voluto inserire "picchì cu canta nun mori mai"».


Titolo: Iettavuci
Artista: Francesca Incudine
Etichetta: Finisterre
Anno di pubblicazione: 2013


Tracce
(testi e musiche di Francesca Incudine, eccetto dove diversamente indicato)


01. Curri
02. Disiu d'amuri  [testo F. e M. Incudine, musica Mario Incudine, Antonio Vasta, Roberta Gulisano]
03. Iettavuci
04. Ninna nanna in re  [Bianca d'Aponte, rielaborazione in siciliano Francesca Incudine]
05. Intermezzo  [Mario Incudine]
06. Caminu sula
07. Mi mettu o suli  [Mario Incudine]
08. Posidonia  [testo Mario Incudine, musica Mario Incudine e Antonio Vasta]
09. Intermezzo II  [Mario Incudine]
10. Luna  [testo Francesca Incudine e Roberta Gulisano, musica Francesca Incudine]
11. Sula  [testo Francesca e Mario Incudine, musica Francesca Incudine e Mario Di Dio]
12. Cori stunatu  [testo Francesca Incudine, musica Mario Incudine]
13. Nta sta notti  [testo Francesca Incudine, musica Francesca e Mario Incudine]



venerdì 18 luglio 2014

Le canzoni della marea degli Oceans on the Moon





Andrea Leone e Marco Martini si sono conosciuti sui banchi di scuola alla fine degli anni '90. Sono diventati amici e hanno coltivato la comune passione per la musica. Un percorso che li accomuna a molte band che in età giovanile hanno gettato le basi del loro successo. I due giovani musicisti genovesi, dopo aver militato prima nei Monoxide Interlude, band di rock alternativo, e poi nel trio Mr. Tonight Show, progetto maggiormente orientato all'elettronica, nel 2012 hanno dato vita agli Oceans on the Moon. Da lì il passo è stato breve: un Ep, "First step to Graceland" nel 2013, seguito dall'album d'esordio intitolato "Tidal Songs" prodotto al Green Fog Studio di Genova e l'organizzazione di un tour promozionale per l'autunno.
Ispirati dal rock strumentale di band come Mogwai, Destroy You e Mono, dal rock alternativo di Radiohead, Cure, Interpol e dei primi Coldplay, nonché dall'elettronica indie tedesca, gli Oceans on the Moon nel loro album presentano otto brani che fanno viaggiare l'ascoltatore in un costante fluire di sensazioni ed emozioni, tra le onde dell'oceano e la faccia silenziosa della luna. Un senso di anti gravitazione sonica trascina in un mondo nebbioso e stratificato dove l'amalgama di suoni è dominata dall'elettronica, sempre ben calibrata, che non toglie però respiro e spazio ad altre interessanti soluzioni. Un ottimo disco d'esordio per il duo genovese che sarà ora chiamato a confermarsi in ambito live.
Abbiamo parlato con Andrea e Marco del progetto e delle loro speranze future. Il tutto in questa intervista.




Come nasce il progetto Oceans on the Moon?

«Nasce dall'incontro di due… nerd musicali. È stato tutto molto semplice e spontaneo, d'altronde ci conosciamo da tempo. Abbiamo deciso di condividere il nostro bagaglio di gusti e di esperienze, per fare qualcosa che ci desse buone vibrazioni. Volevamo anche provare a ritagliarci uno spazio nella scena underground, senza dover necessariamente "vomitare" nei microfoni  o atteggiarci da superdotati, secondo quella che sembra essere invece una tendenza tanto comune tra le cosiddette band emergenti».

"Tidal songs" è il vostro primo disco. Cosa vi ha spinto a pubblicarlo?
 

«Quest'album è la naturale conseguenza del lavoro svolto assieme in questi anni. Avevamo composto un discreto numero di brani, che avevano coerenza tra di loro e potevano quindi essere raggruppati all'interno di un unico album. Così è nato "Tidal Songs"».

Quale idea è alla base di questo cd?

«Premesso che "Tidal Songs" non è nato come un concept album né ha la pretesa di esserlo, forse più che un'idea ben definita c'è un groviglio di umori e di domande istintive, alla base del cd. Una certa irrequietezza esistenziale, se così si può dire… Ricerca interiore. Chi siamo? La domanda da un milione di dollari che tutti, prima o poi, ci poniamo nel corso della vita. Noi siamo quello che suoniamo».

Ascoltando il vostro disco è inevitabile ripensare ai Mogwai o ai Mono ma quali sono stati gli ascolti musicali che maggiormente vi hanno influenzati?

«Le due band che hai citato hanno avuto, e hanno tuttora, una grande influenza su di noi. I Mono sono un "viaggio"! Possiamo dire che un album in particolare, prima ancora che una band, ci aveva colpito moltissimo, ed è stato "Kid A" dei Radiohead. Quel disco ci ha indicato un modo diverso di fare musica, che prima ignoravamo completamente».

Voi siete di Genova e il mare è lì davanti. Flusso e riflusso delle onde che è avvertibile distintamente anche nelle tracce sonore del disco. Vi siete fatti ispirare?

«Indubbiamente sì, anche in modo inconscio, implicito, per essere nati e cresciuti in una città che sa di mare e di fogna, di grandi masse d’acqua così come di rivoli che si disperdono nei suoi vicoli bui».

Chi di voi si riconosce maggiormente nella luna e chi nell'oceano?

«Abbiamo caratteri diversi. Marco, più flemmatico e costante, ricorda maggiormente la luna, che ogni notte si affaccia sul mondo, regolare, da sempre. Andrea è più spontaneo ed emotivo, in questo ricorda il continuo variare di stato dell'oceano, e il rifrangersi delle onde».

Toglietemi una curiosità. Perché la canzone "Children of Greece" è titolata in greco?

«Il titolo esprime esattamente il significato del brano: si tratta infatti di un pezzo dedicato ai bambini greci, sacrificati sull'altare dell'austerità dall'Unione Europea e dal FMI. Siamo rimasti profondamente turbati dai racconti provenienti dalla Grecia, riguardanti tantissimi minori costretti a trovare rifugio negli istituti religiosi, poiché i genitori non avevano più sufficienti risorse per mantenerli. Anche la scelta di inserire un frammento vocale dallo splendido film di Wim Wenders "Il cielo sopra Berlino", ha senso nel contesto emotivo, sociale e politico in cui è nato il brano».

Come gestite gli equilibri artistici e umani all'interno del vostro sodalizio?

«Siamo assolutamente "democratici", merce rara nel campo musicale, dove purtroppo abbondano le "prime donne", soggetti abilissimi nello sfasciare i gruppi dall’interno. Quando uno di noi ha un'idea, la sottopone all'altro, e se l'idea è valida ci si lavora insieme, senza preclusioni di alcun tipo, nel pieno rispetto reciproco. Va anche detto che, conoscendoci da tempo, siamo sicuramente facilitati in questo».

In che modo si sono svolte le sessions di registrazione dell'album?

«Home recording: l'album è stato registrato interamente nelle nostre abitazioni. Registravamo le nostre parti da soli, al computer, oppure ci vedevamo appositamente e registravamo assieme. L’home recording è una pratica in linea coi tempi, a fronte di una spesa iniziale per i software e le apparecchiature, ti dà piena libertà in ogni fase del processo di registrazione, dalla scelta dei suoni alla registrazione vera e propria delle parti. Molti singoli di successo oggi vengono  registrati e prodotti letteralmente negli scantinati e nelle soffitte! A registrazioni ultimate, per il missaggio e la produzione ci siamo affidati al Green Fog Studio di Genova».

Quali sono i vostri progetti futuri?

«Abbiamo intenzione di realizzare un videoclip e di rilasciare un singolo, subito dopo l’estate. Ci stiamo anche preparando per suonare dal vivo, stiamo facendo delle sessioni di prova in formazione a quattro, con batterista e chitarrista, per rendere più solido il nostro live. Stiamo già ragionando su alcune ipotesi di date, contiamo di portare "Tidal Songs" in giro per l’Italia nel prossimo autunno».



Titolo: Tidal songs
Gruppo: Oceans on the Moon
Etichetta: New Model Label
Anno di pubblicazione: 2014

Tracce
(testi e musiche di Marco Martini e Andrea Leone)

01. Kali yuga
02. Kate austen
03. In stop motion
04. Prometheus failure
05. Garden
06. Nuvole
07. Παιδιά της Ελλάδας (Children of Greece)
08. Quick love






giovedì 10 luglio 2014

John Strada con "Meticcio" tra l'America e l'Emilia





Ci sono tutti gli ingredienti delle storie di provincia e il suono dell'America nel nuovo album di John Strada. "Meticcio", il sesto lavoro del cantautore emiliano, è un ponte che lega piccoli frammenti di vita quotidiana, i personaggi, gli ideali, le passioni, i sogni in frantumi e i drammi di una comunità di provincia alla maestosità del rock, alla sensibilità del folk e al calore del soul. Una lente d'ingrandimento che negli ormai venticinque anni di carriera John Strada, all'anagrafe Gianni Govoni, ha imparato a usare con precisione mettendo in evidenza la poesia e i sentimenti delle piccole cose. Quella porzione di Emilia compresa tra Modena e Ferrara è il punto di riferimento per racconti che possono però adattarsi a molte altre realtà. I bar aperti fino a tardi, le storie d'amore andate a finire male, le promesse che diventano bugie, i sogni di ragazzo che si scontrano con la dura realtà del diventare adulto e soprattutto l'amore incondizionato per la propria terra sono alcuni degli elementi che compongono il canovaccio che John Strada canta con estrema onestà in questo disco. "Meticcio" è un album che spalanca una finestra sulla vita di tutti i giorni e lo fa con freschezza e sensibilità.
In questo compito John Strada si è fatto aiutare dai fidati Wild Innocents formati dal bassista Fabio Monaco, dal batterista Alex Cuocci, dal tastierista Daniele De Rosa e dal chitarrista Dave Pola. Il disco è stato pubblicato dalla New Model Label.
I particolari e le curiosità su "Meticcio" ce le ha rivelate John Strada in questa intervista. 




John, partiamo da una domanda semplice. Come e quando è nato questo tuo nuovo disco?
 

«Avrebbe dovuto essere pubblicato quasi due anni fa, ma poi abbiamo deciso di fare uscire il doppio "Live in Rock’a" e così le registrazioni sono state posticipate. L’idea originale era di pubblicare un doppio cd, di cui uno rock e uno acustico, poi mentre mixavamo "Live in rock’a" ho scritto nuove canzoni e il progetto del nuovo disco è cambiato fino ad arrivare a "Meticcio"».

Che significato ha il titolo "Meticcio"?

«Un cd con più generi musicali. Essenzialmente rock, ma ci sono canzoni folk, swing, rhythm’n’blues. Avrebbe dovuto esserci anche un bluesaccio ma alla fine non abbiamo fatto in tempo a registrarlo».

Anche in questo disco paghi con onestà e buon gusto il tuo debito di ispirazione al rock americano. Quando è iniziato il tuo amore per quel genere musicale?

«A 13 anni ascoltavo Motorhead, Ted Nugent (di cui non condivido nulla di quello che dice e pensa!) ed altri. Poi per caso ho sentito una canzone di Bruce Springsteen e mi si è aperto il Nuovo Mondo».

Come spieghi il fatto che l'Emilia sia forse la regione italiana che più ha risentito dell'influenza del rock americano?

«Non lo so proprio, un po’ è vero, ma sinceramente credo sia diventato un po’ un mito, una piccola leggenda metropolitana, anche se devo ammettere che molti dei gruppi di rock americano vengono proprio da qua. Tuttavia ci sono anche altre zone rock in Italia, il problema è che non siamo valorizzati dal mercato nazionale».

Hai vissuto a New York e per un paio di anni a Londra, eppure dalle tue canzoni traspare un amore incondizionato per la tua terra….

«Sì, a Londra tre anni. Sono state esperienze meravigliose. Mi sono trovato benissimo e ho imparato tantissimo, ma ho voluto portare tutto a casa. Volevo vivere le mie radici e non guardarle da lontano».

So che sei anche docente di lingua inglese nelle scuole superiori. I tuoi alunni sanno della tua seconda vita da rocker?

«Eccome se lo sanno! A volte vengono ai concerti e spesso mi chiedono informazioni sulla mia attività musicale».

Trovo che sia tutto molto bello. I tuoi ragazzi sono mai stati fonte di ispirazione per la tua musica e per il tuo modo di vedere la vita?

«Sì certamente. Essere insegnante è un privilegio. Ti permette di essere costantemente in contatto con un mondo a cui diversamente non avresti accesso. Ti permette di capire meglio la direzione che potrebbe prendere il mondo».

Nonostante la tua padronanza della lingua inglese hai preferito cantare in italiano le canzoni del nuovo album. Perché questa scelta?

«Adoro la lingua inglese, ma scrivo per un pubblico italiano e voglio che il mio pubblico di riferimento capisca cosa ho da dire. Inoltre scrivere canzoni rock in italiano è una sfida notevole. Devo confessarti però che sto scrivendo canzoni in inglese e l’anno prossimo potrebbe esserci una sorpresa».

Cosa ti ha spinto a celebrare la tua cittadina di residenza con un brano cantato in dialetto, a metà strada tra Van de Sfroos e Modena City Ramblers, in cui tra l'altro hai inserito un richiamo musicale a "This land is your land" di Woody Guthrie?

«Amo la mia cittadina e i rapporti che ci sono fra la gente di paese, così ho voluto lasciare qualcosa. Una canzone, un regalo per tutti. Nella canzone parlo di un fatto successo tanti anni fa che è alla base del soprannome "Tiramola"».

"Torno a casa" è forse la canzone più importante del disco avendola tu scelta anche come singolo. Ce la descrivi?

«E’ l’ultima canzone inserita nel cd. Ha preso il posto di "Sangue caliente". "Torno a casa" è una canzone con un ritornello molto orecchiabile, ma il testo è piuttosto serio. Parla di un cambio totale di vita, una rinascita, forse una conversione».

Il capitolo per me più emozionante è "Sanguepolvere". Spiegaci come e quando è nata questa bellissima canzone?

«Abito a 4-5 km da Finale Emilia, l’epicentro del terremoto che ha colpito l’Emila il 20 maggio di due anni fa. E’ stata un esperienza devastante. Sapevo che sarebbe nata una canzone da quelle sensazioni ma non riuscivo a scriverla. Ce l’ho fatta il 5 ottobre di quell’anno. Lo so con esattezza perché è avvenuto tutto in dieci minuti. Dopo mesi di gestazione l’ho scritta di getto. Il giorno dopo sono andato nello "Studio dei Miracoli" del mio Hammondista Daniele De Rosa e l’abbiamo registrata. Da lì abbiamo cominciato a lavorare al nuovo album».

Il disco si chiude con la toccante "E' Natale in Maghreb", in cui descrivi in maniera pacata la questione della diversità di usi, costumi e credenze delle persone. Qual è il messaggio che vuoi trasmettere?

«Al contrario di "Sanguepolvere" questa canzone è stata un parto infinito. Ci ho messo tre anni a scriverla. Non mi soddisfaceva mai. E’ la storia di questa ragazza maghrebina che gira per Milano con una carrozzina vuota il 24 dicembre. E’ visibilmente in difficoltà ma nessuno delle persone che incrocia in città mostra un minimo di pietà e comprensione. Sono tutti troppo impegnati a prepararsi cristianamente al Natale comprando regali a più non posso. Si è stravolto tutto. Il messaggio della cristianità è completamente diverso dai comportamenti dei sedicenti cristiani. Aisha è in visibile difficoltà sta per compiere l’atto più naturale e dolce che ci sia, ma nessuno l’aiuta, nessuno la vede. C’è tanta ipocrisia fra di noi. C’è qualcosa di profondamente sbagliato in tutti noi».

I The Wild Innocents sono stati i tuoi compagni di viaggio in questa nuova avventura. Che ruolo hanno avuto nella realizzazione di questo disco?

«I Wild Innocents sono stati estremamente importanti per questo disco. Ci hanno creduto insieme a me, hanno sofferto insieme a me. Ci siamo impegnati davvero tanto insieme per questo cd».

I tuoi primi dischi sono dell'inizio degli anni '90. Cosa è cambiato per te in questi primi 25 anni di carriera?

«Tantissime cose. Quando abbiamo registrato "Senza Tregua" era il 1990-91. Eravamo dei ragazzini. Non conoscevamo le potenzialità della sala di registrazione e le cose si sono incredibilmente evolute. Il mio modo di scrivere era molto più ingenuo. Una cosa però è rimasta invariata. Sapevo allora e so adesso che non smetterò mai di scrivere canzoni e fare musica!».

Quale sarà la prossima tappa?

«Adesso dobbiamo e vogliamo fare tanti concerti per promuovere "Meticcio". Abbiamo una estate piuttosto impegnata. Suoniamo alcune date nella nostra zona dove apriremo un concerto del grande Garland Jeffreys, poi andremo in Liguria, Toscana, Lombardia e a ottobre faremo un tour in Sicilia. Tuttavia, non riesco a non pensare al prossimo album…».



Titolo: Meticcio
Artista: John Strada
Etichetta: New Model Label
Anno di pubblicazione: 2014


Tracce
(testi e musiche di Gianni Govoni)

01. Magico
02. Chi guiderà
03. Rido
04. Torno a casa
05. Hai ucciso tutti i miei eroi
06. Promesse
07. Non mi alzo
08. Rocco & Fanny
09. Tiramola
10. Nella nebbia
11. Sanguepolvere
12. E' Natale in Maghreb