giovedì 2 ottobre 2014

L'urlo spaventoso del "Dremong" di Max Manfredi





A sei anni da "Luna persa", album che gli consentì di vincere la Targa Tenco, Max Manfredi torna sulle scene con "Dremong". Il cantautore genovese ci regala un disco dalle atmosfere di confine che ruota intorno alla figura del Dremong, nome tibetano che identifica l'orso della luna che si pensa abbia dato origine alla leggenda dello Yeti ma che, in realtà, è stato per secoli ed è tuttora cacciato e imprigionato per l'estrazione della bile, sostanza usata nella medicina e nella cosmesi tradizionale cinese. Tredici canzoni, più l'intro firmato da Elisa Montaldo, nate dalla collaborazione con Fabrizio Ugas che cura la produzione artistica e partecipa al disco suonando chitarra classica e laud cubano. Il progetto è invece seguito da Primigenia Produzioni e reso possibile dalla campagna di crowdfunding su MusicRaiser. 
"Dremong" è un disco sorprendente che ci restituisce un Max Manfredi cantautore dalla classe eccelsa che, questa volta, gioca con la musica e con i suoni più di quanto aveva mai fatto in precedenza. E così si possono apprezzare echi prog nella title track, world music in "Finisterre", rebetiko in "Sangue di drago", fini esempi di cantautorato in "Piogge" e "Inutile", rock in "Sestiere del molo". Il tutto utilizzando strumenti della musica classica come violino, violoncello, clarinetto, della musica popolare e di strada, fino a strumenti della tradizione musicale cinese come il gu-qin e il gho-zen suonati da una bravissima Elisa Montaldo e tastiere vintage. Canzoni che attraversano vent'anni di carriera e che raccontano viaggi, storie d'amore, città e disincanti. 
Per riuscire nell'impresa Manfredi si è circondato di un gruppo di validi musicisti come il chitarrista Matteo Nahum, già protagonista con il progetto Nanaue, il pianista genovese Marco Spiccio, il contrabbassista Federico Bagnasco che ha da poco pubblicato il suo primo disco, e poi Daniele Pinceti, Marco Frattini, Daniela Piras, Nino Tubrimec, Loris Lombardo con il suo handpan e Roberto Piga.
Nell'intervista che segue Max Manfredi ci presenta il "Dremong" e la sua musica.




La prima cosa che mi ha colpito è stato il sound del tuo nuovo disco. Come ti è venuta l'idea di utilizzare suoni della world music, progressive, il rebetiko e pure il rock?

«Curiosità e opportunità. Anche in "Luna persa", e forse, in modo meno lampante, nei dischi ancora precedenti, venivano sfiorati tanti mondi musicali. Non sono un intenditore, sono un bevitore di musica. Sono un Casanova musicale che coglie l'occasione. La world music ce l'abbiamo in casa, oppure ci viene a trovare - come in questo caso - sotto forma di strumenti che Elisa (la tastierista) riceve in regalo da un viaggio in Cina. Oppure ci si innamora di un'inflessione musicale, di un mondo tradizionale... come nel caso della musica klezmer, del rebetiko greco. Quanto al rock, anche quello è un'abitudine, lo troviamo ovunque, dai supermercati a Facebook, anche se - come dicevo in una mia vecchia canzone - a volte è ‹tagliato male›. Non dimentichiamo Youtube e le altre diavolerie, che permettono a chiunque di ascoltare - e vedere - più o meno ciò che vuole, e hanno moltiplicato esponenzialmente le possibilità d'ascolto, seppure abbiano contribuito a frantumare l'attenzione».

Un lavoro musicalmente molto stratificato e vario che ha richiesto l'aiuto di un gran numero musicisti, ben ventuno più quattro coriste. Come è andata e cosa ti ha spinto a scegliere questa squadra?

«È ciò che chiamerei voglia di sperimentare. La 'sperimentazione' oggi ha un senso soggettivo. Non l'acqua che giammai non si corse, ma il percorso che io non ho ancora fatto, o, viceversa, i procedimenti a cui sono affezionato. Qui ci starebbe bene il quartetto d'archi, qui l'arpeggiatore del moog, qua un suono di mellotron, qui un intreccio di cordofoni. Un disco è come una festa con tanti invitati, però frastagliati come in un sogno, nel tempo e nello spazio. Il progetto preesiste, ma con tutte le variabili che inevitabilmente si vengono a creare. Un'avventura che sta fra una gita scolastica e la simulazione, almeno, di una guerra di confine».

Per rendere al meglio certe sonorità hai utilizzato anche strumenti etnici come il gu-qin, il gho-zen cinese o poco noti come l'handpan…

«È stato un uso molto parco. Il gu-qin per i glissati su "Notte", il gho-zen  per l'ostinato 'rock' un po' 'China' di "Sestiere del Molo", l'handpan per dare l'idea della pioggia persistente in "Piogge". E poi il glockenspiel, che ormai è il marchio di fabbrica delle mie canzoni. E archi, arpa, flauti, clarinetti, corni, organetto. Non ci siamo fatti mancare nulla. Un po' come una di quelle cene 'povere' di campagna in cui ognuno porta qualcosa, e si rivelano poi degne dei migliori ristoranti».

Protagonista del disco è l'orso tibetano, il Dremong. Ma dove lo sei andato a scovare?

«Ho una moglie esperta di tradizioni tibetane, mi indicò questo nome presente in alcuni testi antichi. La figura dell'orso l'ho sentita amica fin da bambino. E poi mi piaceva molto il suono del nome. Molto prima dei dibattiti insulsi su testo musica e poesia o non poesia nelle canzoni, Petrarca, il poeta, aveva già capito tutto, dicendo: ‹anzi, mi struggo al suon delle parole›. "Dremong" ha nel suo suono il brivido del freddo o della paura e, insieme, il colpo rituale del gong».

Nella cultura dei Pellerossa d'America, come per i lapponi e i popoli della galassia uralo-altaica l'orso è visto come un dio e al tempo stesso è padre, fratello, figlio, amico. Non così in Italia dove non se l'è mai passata bene e anche nelle ultime settimane gli orsi sono stati protagonisti, loro malgrado, di episodi che hanno attirato l'attenzione dei media. Che idea ti sei fatto al riguardo?

«Le culture che citi sono, o erano, solide, antiche, tradizionali, rituali. La nostra è una cultura putrida, magmatica, contraddittoria, scintillante e opaca,  dove le istanze convivono e confliggono senza durare. Da quanto ho capito c'è stato un progetto di ripopolamento animale, per motivi di convenienza finanziaria, in zone poco compatibili. Non siamo nel Wyoming, l'Italia è stretta. Animali non domestici e uomini, come nell'aneddoto su Genova, convivono ‹facendosi il culo l'un con l'altro›. In città girano branchi di cinghiali, i gabbiani disertano i moli e occupano le discariche, in attesa di qualche segnale hitchcockiano, lungo i contenitori della raccolta differenziata delle metropoli sostano pensosi i Marabù, i lupi li abbiamo appena oltre la periferia e a volte scendono a valle per un panino o per invadere qualche recinto, come gli orsi, e servirsi nell'hard discount dell'ovile. Di qui il rischio, e la precarietà, di una convivenza o 'amicizia' tra l'uomo, animale colonizzatore, e l'orso, animale opportunista».

"Dremong" è anche una canzone di denuncia dello sfruttamento che fanno in Cina degli Orsi della Luna. È in corso in tutto i mondo una campagna per impedire queste atrocità. Magari la tua canzone potrebbe diventarne il manifesto. Ci hai mai pensato?

«Del contrario ho brama, come si legge in Padre Dante. La mia è una ballata, non un manifesto. Non credo che Buzzati, inquietante cantastorie della 'famosa invasione degli orsi in Sicilia', abbia voluto far altro che emozionare e stupire. O che si legga Salgari come una dissertazione sociologica sul fenomeno della pirateria. Una canzone che denuncia le atrocità contro gli orsi  tibetani, in realtà esiste, è cantata dall'amica Rossella Seno, tanto più credibile in quanto i profitti della stessa canzone vengono devoluti in favore della difesa degli Orsi della Luna, o del Tibet, che, come molti sanno - e come anche il mio "Dremong" racconta - vengono da secoli perseguitati e torturati per l'estrazione della loro bile, che si ritiene abbia facoltà mediche o afrodisiache. Allegoricamente, la canzone anche, nella sua bile, può servire da cosmetico, da afrodisiaco, da farmaco. Da antidepressivo, da adattogeno dell'altrove, da rimedio omeopatico contro la nostalgia».

Quanti inquietanti Dremong, non obbligatoriamente a quattro zampe, hai incontrato nella tua vita?

«Voglio ricordare un orso buono, che conobbi nella noiosa adolescenza scolastica. Era un padre gesuita che faceva lezioni di italiano e si occupava di cinema. La sua andatura assomigliava a quella di un orso. Lo prendevamo in giro fra noi alunni snaturati, non tanto per l'andatura, ma per i suoi tic pedagogici - com'è inevitabile far coi professori - e gli volevamo bene».

Ma non c'è solo l'orso nel disco. Con "Disgelo" hai voluto denunciare il fallimento della new economy. Lo chiami, non a torto, mondo d'imbecilli ma quale è la strada per uscirne?

«Che tutto il sistema fallisca, anche solo qui in Occidente, come un immane, apocalittico scorpione cyberpunk che si uccide o uccide i compagni, mi pare tristemente evidente. Ma poi, fallisce in cosa? È evidente, nelle sue promesse di felicità. Ogni sistema fa promesse di felicità (o anche solo di vivibilità) e non le mantiene. Mantiene spesso, invece, le sue minacce di repressione e di sequestro dei beni necessari. Come se ne esce? Non lo so, e non lo sa il piazzista della canzone, che non è piazzista di ideologie. Dà solo l'indicazione di un'esperienza ambigua come il suo scopo: ‹così l'orgoglio l'ho ridotto a zero per infilarmi nella coda del pavone›. Cosa sia, questa coda del pavone, questo passaggio, o iniziazione, non lo dice e, in realtà, lo ignora. Può solo cercare di decifrare, come si fa leggendo le figure dei tarocchi, i Trionfi. E sogna un buen retiro, un ritorno, un precario idillio, forse persino una donna a cui gridare, o che piuttosto gli gridi, come in una tempesta, ‹amore mio›».

C'è anche un po' di Genova in "Dremong". "Sestiere del molo" è la cartolina della città… Genova è ancora la tua città?

«Adesso vivo a Sturla, che è pur sempre Genova, un po' più vicino alle spiagge. È Genova, a un passo dal centro, eppure è così diversa dal centro storico, dove - ovviamente - torno spesso per commissioni o appuntamenti... "Sestiere del Molo" è una cartolina dove qualcuno ha vomitato, che qualcuno ha strappato, ha bucato con la brace di una sigaretta. Sestiere del Molo è proprio l'anticartolina, il rifiuto, lo schifo. Lo sberleffo e il sarcasmo nei confronti dei luoghi 'poetici' della tradizione genovese 'alla Caproni', celebrati in loco, in economia, da una 'culturina' che vive di rendita, luoghi come la circonvallazione di Castelletto percorsa dall'autobus notturno. È il delirio, il capolinea su Saturno, la Casa dell'Artista intesa come ospizio, da dove si aspetta una qualche rivelazione o rivoluzione, o almeno rivalsa, che invece si risolve nel week end di regime, chiamato, non a caso, il sabato fascista, o nella visione degli amici morti, seduti al tavolino del bar».

Il disco si chiude con "Le castagne matte", una sorprendente canzone dedicata alla Resistenza che si ispira, nel titolo e nel tema, a un racconto di Mario Mantovani...

«La mia è una canzone inattuale e necessaria, non certo necessaria socialmente, ma per chi la vuole ascoltare e la fa sua. Quasi un western, non però alla Tarantino, semmai come vecchie pellicole di Howard Hawks oppure Aldrich. In effetti ha una strana nascita. Mi veniva in mente una canzone inglese, inesistente, dove, fra melodia ed armonia, comparivano queste parole: ‹for freedom and revenge›. Un canto desolato, di un reduce. Allora ho cercato di pensare alla Resistenza come al terreno di una nostalgia, lontano da programmi o rivendicazioni, lontano soprattutto da ogni retorica burocratica, da ogni analisi storica e da ogni gioioso zumpa zumpa da festa dell'Anpi, sacrosanti, invero, ma così distanti dal mio sentire. Per inciso, con altri amici componemmo anche una canzone retorica e zumpa zumpa, la controparte di questa, anche utilizzando cellule staminali di questo testo. Nonostante fosse entusiasticamente appoggiata da personalità come Don Gallo e Raimondo Ricci - allora presidente dell'Anpi - sbattemmo contro un muro, spero di gomma. Nonostante il ritmo retorico e sussiegoso, in quest'altro brano c'erano almeno belle immagini, bei concetti espressi magari in forma involuta per esigenze di ritmo, ed a volte mediati da lettere di partigiani, come questa: ‹Dal battito del cuore conoscere l'amico, e non quando il partito decide che lo sia›… "Le castagne matte" l'ho fatta sentire a un'amica che fu staffetta partigiana, nel dubbio che potesse non riconoscersi. Invece, e mi fece piacere, si commosse».

E poi la splendida copertina firmata da Ugo Nespolo. Come è nata questa collaborazione?

«Un felice incontro, procurato dagli amici dell'Isola di Alessandria. Ugo Nespolo già mi conosceva come cantante (e io naturalmente conoscevo lui come artista) ed è stato gentilissimo e veloce nella realizzazione».

Il disco è stato pubblicato anche con l'aiuto della campagna di crowdfunding su MusicRaiser. Penso che per te sia stata la prima volta che hai potuto contare sull'aiuto di questi nuovi "mecenati". Cosa ne pensi?

«È un metodo interessante per almeno due motivi: ti permette di evitare il più possibile le mediazioni, e ti dà il polso dell'esistenza di un nucleo di pubblico personalizzato e appassionato, non casuale o distratto. E quindi, ti fa vincere il primo round di un'ipotetica sfida».


Titolo: Dremong
Artista: Max Manfredi
Etichetta: Gutenberg Music/Primigenia Produzioni
Anno di pubblicazione: 2014


Tracce
(testi e musica di Max Manfredi, eccetto dove diversamente indicato)

01. Intro Dremong  [musica Montaldo]
02. Dremong  [musica Manfredi, Stefanelli, Montaldo]
03. Disgelo  [musica Manfredi, Spiccio]
04. Diadema  [musica Manfredi, Ugas, Spiccio, Nahum]
05. Notte  [musica Manfredi, Ugas, Nahum]
06. Finisterre  [musica Manfredi, Ugas]
07. Rabat girl  [musica Manfredi, Nahum]
08. Piogge  [musica Manfredi, Ugas]
09. Inutile  [musica Manfredi, Ugas]
10. Sangue di Drago  [musica Manfredi, Ugas]
11. Il negro [musica Manfredi, Ugas]
12. Sestiere del molo  [musica Manfredi, Ugas]
13. Anni Settanta  [musica Manfredi, Ugas]
14. Le castagne matte  [musica Manfredi, Ugas]