lunedì 6 ottobre 2014

La disperata "Beggar town" dei Cheap Wine




Diciotto anni di musica, concerti dal vivo e dieci dischi pubblicati fanno dei Cheap Wine una delle band indipendenti più longeve del panorama musicale italiano. Il gruppo pesarese, guidato da Marco Diamantini, ha presentato in questi giorni il nuovo atteso disco intitolato "Beggar town", che arriva a quasi due anni di distanza dal precedente "Based on lies". Se i personaggi del disco pubblicato nel 2012 erano travolti e sconvolti dall'inaspettato peggioramento delle loro condizioni di vita, le figure presenti in "Beggar town" hanno preso coscienza della situazione e fanno i conti con la loro esistenza, con luoghi pieni di desolazione e smarrimento, con la prospettiva di una vita fatta di lotte per garantirsi la sopravvivenza. Gli stati d'animo dominanti sono frustrazione, rabbia, disperazione e cinismo ma a questi si uniscono potenti squarci di luce, momenti di speranza e sogni. Nei testi, di una importanza forse anche superiore alla musica stessa, si passa dallo sconforto più cupo alla speranza più vivida. Situazioni e stati d'animo che condizionano anche la musica, ricca di sfumature, che appare nella sua totalità più cupa rispetto al lavoro precedente. Potente è la sezione ritmica affidata al bassista Alessandro Grazioli e al batterista Alan Giannini, così come altrettanto importanti sono le incursioni chitarristiche di Michele Diamantini e il tappeto sonoro messo sul piatto delle tastiere di Alessio Raffaelli.
"Beggar town" è un disco intenso, compatto, crepuscolare che necessita di attenzione per essere apprezzato e interiorizzato ma che ha grandi potenzialità per rimanere a lungo nella memoria di chi lo ascolta. La grafica è firmata, come nel disco precedente, da Serena Riglietti, che ha curato le copertine dell'edizione italiana di "Harry Potter" ed è una delle illustratrici più apprezzate in ambito nazionale. Nel libretto, a conferma dell'importanza dei testi scritti da Marco Diamantini, sono riportate anche le traduzioni in italiano.
Nell'intervista che segue Marco Diamantini ci presenta il nuovo disco dei Cheap Wine.



Nell'era in cui gli U2 regalano le loro canzoni, voi siete rimasti al cd. Siete all'antica ma trovo che ci sia molto più amore nelle canzoni di "Beggar Town" rispetto a quelle abbastanza fredde del gruppo irlandese...

«Personalmente il disco degli U2 non l'ho ascoltato, non mi hanno mai interessato più di tanto, neanche ai temi d'oro. Sul fatto che ci sia più amore nelle nostre canzoni penso che tu abbia ragione, gli U2 hanno raggiunto un tale stato di business che credo che gli affari siano diventati più importanti della musica. Cosa che ovviamente per noi non è. Noi andiamo avanti da tanto tempo proprio perché abbiamo una passione per la musica che supera qualsiasi altra cosa. In tutto quello che facciamo cerchiamo di metterci sempre la massima cura. Infatti, per questo disco abbiamo rinnovato il sito, in questi giorni è uscito il video, abbiamo curato la confezione del cd. Insomma cerchiamo sempre di fare il massimo e di offrire un prodotto che possa competere con i gruppi che hanno un budget diverso dal nostro e, allo stesso tempo, vogliamo dimostrare rispetto nei confronti di chi ci segue e magari acquista quello che facciamo. Per noi è importante che dalle canzoni traspiri il nostro amore per la musica».

Quando ho sentito la prima volta il vostro ultimo disco mi ha fatto tornare in mente la buona musica degli anni Settanta, quella che ha fatto la storia, che si sentiva con la puntina che correva lungo i solchi del vinile…

«Ce lo hanno chiesto in tanti ma il vinile ha costi proibitivi e non ce lo possiamo permettere. Abbiamo già speso tanto, anche perché oltre al cd ci vuole il video, il sito, e tutta una serie di altre cose. Nessuno di noi è ricco anzi, siamo due disoccupati e il più ricco del gruppo prende lo stipendio di un operaio, questo per farti capire la situazione».

Alcuni gruppi e musicisti si affidano al crowdfunding. Voi invece avete voluto fare a meno dell'aiuto dei fans…

«Siamo contrari al crowdfunding. È una formula che non ci piace e non approviamo. Lo potremmo utilizzare solo se fossimo proprio ridotti nella condizione di non poter produrre assolutamente niente. Ma fino a quel momento andremo avanti per la nostra strada, mi sembra più seria. Chiediamo alla gente di acquistare il nostro cd solo se piace, non per una opera di carità o elemosina. Ci lascia perplessi anche vedere che ci sono band che hanno tutti i mezzi per fare da soli e che invece usano quest'altro metodo».

Torniamo alla musica degli anni Settanta…

«Non credo che questo disco sia musicalmente anni Settanta, quello che forse richiama è il modo di suonare. C'è una intensità strumentale che il mercato attuale non vuole, vengono richiesti motivi più accattivanti, suonati in maniera più leggera, più orecchiabili, cose che vanno via. Noi siamo andati controcorrente anche in questo. Siamo cinque appassionati di musica, non facciamo calcoli, abbiamo suonato questo disco nel modo in cui volevamo e secondo me ha una intensità di suono che non si riscontra al giorno d'oggi. È un disco che richiede attenzione, tempo, non è un usa e getta, non è una cosa immediata, ci vuole l'atmosfera giusta, non lo puoi mettere come sottofondo. È un disco che può anche risultare difficile per alcuni e ancora di più per i tempi della vita moderna che non ti permettono di dedicare più di venti minuti al giorno all'ascolto di un disco. Ecco, è fuori dal tempo e probabilmente è anni Settanta proprio perché una volta il disco era una parte centrale nella giornata di una persona. E questo disco è fatto con quella logica».

Trovo che le canzoni siano costruite molto bene e che non si disperdano con gli ascolti. Quanto avete lavorato per arrivare a questo ottimo risultato?

«Il disco è frutto del lavoro di un anno, forse qualcosina in più. Poi ovviamente ci rientrano diciotto anni di musica, di attività, di esperienze personali, di ascolti. C'è stata una selezione molto severa delle canzoni perché inizialmente ce ne erano una quarantina. Abbiamo dovuto incastrare gli impegni di tutti per fare un lavoro serio su questo disco e siamo stati facilitati dal fatto, e io mi tiro fuori, che gli altri quattro componenti del gruppo sono veramente dei musicisti di primo livello. Hanno una preparazione e un gusto artistico che hanno permesso di fare quello che avevamo in testa. Musicisti bravi ce ne sono migliaia, la discriminante è riuscire a fare la cosa giusta al momento giusto e con il giusto feeling, ed è una cosa che sanno fare in pochi».

Dimmi se sbaglio ma mi pare di avvertire nelle prime tre-quattro canzoni una sorta di prosecuzione delle tematiche affrontate nel precedente disco, per poi svoltare verso una visione, non dico ottimista, ma che offre, seppur a fatica, una via di uscita con un futuro ancora da scrivere…

«In realtà diciamo che c'è un filo conduttore a livello di testi che lega "Beggar town" al precedente "Based on lies". Il fatto però che tu lo abbia rilevato nelle prime canzoni è casuale perché, in realtà, la scaletta del disco è stata decisa in un secondo tempo. Non c'è stata una logica relativa ai testi, nella scaletta abbiamo pensato più alle atmosfere musicali. In "Based on lies" è descritta la sorpresa di trovarsi catapultati improvvisamente in nuova situazione, condita da sentimenti quali paura, smarrimento e disperazione. In "Beggar town" si prende atto della situazione e a questo punto la disperazione e lo smarrimento non servono più, serve soltanto cercare una reazione per quanto possa essere difficile, duro e complicato. Gli sprazzi di luce ci sono perché c'è l'esortazione a non arrendersi. Anche nelle difficoltà peggiori non possiamo rassegnarci».

Quanto c'è di autobiografico in queste canzoni?

«Tutto è molto autobiografico perché coincide con la mia storia, con quella di alcuni componenti del gruppo. È chiaro che i testi, scrivendoli io, coincidano più con il mio vissuto che non con quello degli altri. Il fatto di essere disoccupato da oltre due anni è una cosa che si fa fatica ad affrontare e sostenere e quindi in questi dischi c'è tutto questo. C'è una sorta di strana contraddizione: in "Based on lies" la musica era più solare e i testi forse più scuri, in "Beggar town" la musica è abbastanza scura ma i testi lasciano trasparire un poco di speranza e di voglia di reagire e risorgere in qualche modo. Sono quindi due dischi legati da un tema comune ma musicalmente sono molto diversi».

L'ambientazione resta, almeno nei primi episodi, la città. Una città decadente dove mozziconi di sigarette, vetri rotti, pillole nere e nuvole di cocaina che sbuffano sono una triste cornice. Descrizioni di situazioni al limite dell'emarginazione che si vivono quotidianamente anche nelle periferie delle metropoli italiane. Cosa ci ha fatto cadere in questa spirale?

«Esprimo la mia idea e non so se coincida con quella degli altri componenti del gruppo, anche perché non parliamo molto di politica. Io sono convinto che ci siamo trovati in questa situazione per gli effetti del capitalismo. Non voglio fare un discorso ideologico, però non è stato mai accettata, soprattuto in Italia, l'idea che nessuno debba rimanere indietro e questo ha fatto sì che molta gente finisse ai margini. In questo periodo poi si assiste a una ecatombe. Nella mia città, che è sempre stata piuttosto ricca, la Caritas sta lanciando appelli perché non ce la fa più a dare da mangiare a tutti, non ce la fa più a dare i vestiti usati a tutti, non ce la fa neanche più a dare le medicine a tutti quelli che non riescono più a permettersele. E la situazione sta arrivando al limite. Rispetto  alla maggior parte degli stati europei abbiamo un welfare inesistente e questo ha trasformato la vita delle persone e anche l'aspetto delle città».

La crisi economica certamente non ha migliorato una situazione già difficile…

«Chi governa deve pensare in modo solidaristico, capire che una persona non può essere lasciata morire di fame. Altrimenti tutta le persone che sono rimaste senza lavoro e sono in difficoltà cosa devono fare? Rapinare i passanti per procurarsi da vivere? Purtroppo c'è ancora una grossa fetta di popolazione che rifiuta un discorso di questo tipo. Sento tanti che si chiedono, ad esempio, perché bisogna dare il reddito di cittadinanza - che esiste in tutta Europa tranne che in Italia - a chi non fa niente. Ma chi non ha lavoro come fa a sopravvivere? O decidiamo per una soluzione hitleriana e creiamo delle camere a gas in cui porre fine alle loro sofferenze oppure bisogna che venga permesso loro di andare avanti e di vivere. E credo che l'abbrutimento delle città e dei valori morali partano da qua, da un individualismo sfrenato che non tiene più conto dei bisogni degli altri».

Qual è la ricetta per uscire da questa città di mendicanti e re dalla corona d'oro?

«Avere un pasto e un tetto sopra la testa sono cose che non si possono negare perché altrimenti si disumanizza la società. Se la società deve essere fondata su un contratto, su delle regole di convivenza, allora deve essere permesso alle persone di avere uno standard minimo di sopravvivenza. Ci sono i più ricchi e i meno ricchi ma non puoi permettere che ci sia chi muore di fame o persone che dormono su una panchina. Finché ci sarà tutto questo sarà difficile combattere il degrado. Una persona ridotta in quello stato diventa una specie di animale che ha fame e io l'ho provato sulla mia pelle. Mi sono reso conto che finché avevo un lavoro, il mio stipendio, una vita tranquilla, potevo dibattere su tanti temi nobili come il razzismo, i diritti delle minoranze, dei lavoratori, ma nel momento in cui ti trovi a pensare se il giorno dopo riesci a mangiare di tutti questi argomenti non te ne importa più nulla, pensi solo più alla sopravvivenza. Si disumanizza tutto e anche le grandi idee della civiltà occidentale vengono completamente azzerate. Non ho soluzioni, non è il mio compito, vedo però che nessuno sta facendo qualcosa di concreto, li vedo solo parlare in televisione, blaterare, lanciare slogan ma non si occupano della gente. I loro giochetti politici non interessano, adesso noi abbiamo fame».

Dopo quello che io chiamo il trittico cittadino si passa a "Lifeboat". Ma il capitano rimane debole e i marinai sono dei bugiardi, quasi fosse un naufragio a cui tutti assistiamo...

«Il mare torna spesso nelle mie canzoni anche perché vivo in una città di mare, per me è quindi una ambientazione consueta. Il mare è sempre una metafora molto efficace. In "Lifeboat" c'è questo mood della musica che mi ricordava le onde che lentamente scorrono verso la battigia quando il mare è calmo. Mi è venuto naturale scrivere un testo di questo tipo».

La prima potente luce di speranza ce la offrite con "Your time is right now". ‹Troverai la luce, lungo la strada. Troverai il sorriso, lungo la strada›. Ci sono voluti un disco e mezzo per dare qualche speranza?

«Pur essendo i miei dischi sempre ricchi di una sorta di inquietudine, fa parte di me, del mio carattere, del mio modo di essere, non mi è mai piaciuto trasmettere dei messaggi completamente privi di speranza. Nel disco precedente qualche sprazzo c'è anche se contemporaneamente ci sono cose tra le più tremende che abbia mai scritto, soprattutto in un paio di episodi. In "Beggar town" emerge di più perché, assorbita la botta, è necessario attrezzarsi per trovare la via d'uscita, altrimenti non si sopravvive. Il senso di questo disco è appunto cercare la via d'uscita in tutti i modi. Pur nelle difficoltà che sono tante, dobbiamo lottare. La resa non mi è mai piaciuta e non ci sarà mai».

Con "Claim the sun", una delle canzoni più belle del disco, fate un ulteriore passo avanti. Ci invitate a risvegliarci e a pretendere il sole, a trovare la forza per cancellare tutto il grigio e scoprire un colore nuovo ogni giorno. Se dovessi dare un consiglio da cosa dovremmo iniziare questa rivoluzione?

«Siamo sempre portati a vederci circondati da problemi e a sperare nel minimo consentito, anche nella sopravvivenza un po' grigia. Invece io penso che dovremmo pretendere, anche da noi stessi, dalla nostra vita di avere il meglio. Mi sembra di ricordare che Borges, in uno dei suoi racconti, parlasse di un uomo che in punto di morte diceva ‹il mio più grande peccato è stato non essere felice›. È a questo che dobbiamo ambire e non si tratta di una felicità materiale ma di un sentimento più profondo, spirituale. Con l'espressione ‹pretendi il sole›, invitiamo le persone a non accontentarsi ma di pretendere il meglio, di essere felici, di avere una forza vitale interiore che faccia amare la vita. Probabilmente è anche un po' una utopia, però in fondo il r'n'r è un inno all'utopia e io credo che anche la vita debba tendere all'utopia, la dimensione del sogno è fondamentale».

‹C'è una nuova frusta per gli schiavi. Ti spacchi la schiena per una paga da fame. Non hai nessun potere›, è questa la drammatica visione della condizione umana nella società capitalistica descritta in "Destination nowhere". E in questi giorni si parla anche dell'abolizione dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Cosa ne pensi?

«Da qualche anno è in atto un processo che tende a instaurare un nuovo schiavismo e che ha una regia precisa. Per paghe ridicole le persone sono costrette ad accettare qualsiasi tipo di lavoro. Ti propongono un piatto di minestra e devi anche ringraziare perché dietro di te c'è la fila di gente che prenderebbe il tuo posto. Approfittando della situazione disperata stanno togliendo tutti i diritti, il rispetto, e ti dicono vuoi una minestra al mattino e una alla sera allora spaccati la schiena e sei già privilegiato perché c'è chi non ha nemmeno questo. Vedo gente che si distrugge dal lavoro dalla mattina alla sera e poi non riesce ad arrivare alla fine del mese ed è una cosa allucinante. La forbice tra pochi ricchi e tanti poveri, persone che hanno finito di vivere, si è allargata enormemente. La frase di "Destination nowhere" è molto cruda ma è quello che sta accadendo. Hanno iniziato parlando di flessibilità, questa nuova parola che avrebbe garantito il futuro, poi hanno detto che dovevamo capire che non si poteva avere un lavoro per tutta la vita e che si doveva essere disposti a cambiare, poi hanno cominciato a dire che andava bene anche firmare contratti di tre mesi perché almeno si lavorava. È stato un processo iniziato nell'ultimo decennio o qualcosa in più. Hanno cominciato lentamente, piano piano, e adesso lo stanno portando a termine. Stanno distruggendo tutti i diritti, tutto il rispetto che c'era per chi lavorava e per chi non è nella posizione di dettare legge. E in tutto questo, la cosa più triste è che le persone o non se ne rende conto oppure l'approvano perché provvedimenti di questo tipo negli anni Settanta avrebbero scatenato una rivolta popolare».

Il tutto senza che ci sia una vera presa di coscienza da parte dei lavoratori. I grandi scioperi in Italia sono ormai un ricordo lontano…

«Stanno riuscendo a fare tutte queste cose anche perché non hanno bisogno di usare la forza. Attraverso i media hanno un potere di persuasione enorme, le persone non sono più in grado di ribellarsi anche perché per ribellarti ti devi informare e probabilmente molti non hanno neppure il tempo di farlo. Faccio fatica a vedere vie di uscita. Stiamo dando fondo ai risparmi non tanto dei genitori quanto dei nonni, nel momento che saranno finiti allora qualcuno si domanderà come farà a mangiare domani».

In "The fairy has your wings" canti <Il cielo è per volare, per abbandonare le zavorre che ci impediscono di essere liberi nel profondo>. Allora c'è la possibilità di riemergere ed essere protagonisti di un nuovo futuro?

«Quella canzone l'ho scritta per una ragazza che non c'è più e che era importante per noi. È un brano che ho dedicato a lei e anche quella frase ha qualcosa a che fare con lei. Comunque sì, anche la lettura che tu dai non è sbagliata. C'è questa speranza, la convinzione che un giorno le cose ritorneranno ad essere quello che ci aspettiamo che siano».

"Utrillo's wine" è il racconto di una storia vera. Che posizione assume all'interno del disco e quale è il suo significato?

«Il disco si intitola "Beggar Town", cioè città dei mendicanti, e Utrillo e anche Modigliani erano due di loro. Il che è una beffa se si pensa che questi due artisti sono morti nella povertà, mentre oggi le loro opere non hanno prezzo. Questa canzone racconta in maniera tragicomica, con un sorriso amaro, quella che può essere la realtà di persone costrette in quello stato. Pur di seguire la propria arte sono stati disposti a rinunciare a tutto, anche a morire di fame. In qualche modo ci identifichiamo in loro e abbiamo ammirazione per quello che hanno fatto».

La scelta di raccontare episodi e storie di persone realmente vissute non è una scelta nuova per te...

«L'avevo fatto anche in Spirits (2009) raccontando la storia del partigiano Silvio Corbari. Le storie dei partigiani sono sempre un po' retoriche, piene di sangue, e anche in quell'occasione avevo preferito raccontare un episodio ironico della vita di Corbari e della sua attività di partigiano. Magari ti strappa un piccolo sorriso ma ti fa ragionare su quello che certa gente ci ha lasciato e ha patito sulla propria pelle».

Particolarmente bella e significativa è la copertina. Il cane con la testa bassa e la pioggia fredda e acida trasmettono un senso di angoscia e solitudine…

«La copertina in realtà è tutto merito di Serena Riglietti, una illustratrice bravissima, forse la numero uno in Italia, conosciuta anche a livello internazionale. Molto semplicemente le abbiamo fatto avere il titolo del disco e i testi di alcune canzone e ha tirato fuori dal cilindro questa opera d'arte». 

Come si fa a restare per diciotto anni indipendenti e coerenti con la propria musica?

«Si potrebbe parlare due giorni di questo armento. Partiamo dal fatto che tenere insieme una band per diciotto anni senza i guadagni economici è una impresa quasi unica al mondo. Gruppi molto più ricchi e premiati non sono durati tutto questo tempo. Al primo posto c'è la passione per la musica, quella con la "p" maiuscola, quella vera che ti permea ogni momento della giornata. Da piccolo sentivo mio zio che strimpellava le canzoni di De Andrè e  mi sono innamorato del suono della chitarra, è una cosa che probabilmente è nel dna. Amore totale per la musica e anche una serietà professionale. Fin dal primo momento abbiamo affrontato la musica con lo spirito di una vera e propria professione, anche se non mi piace la parola, non l'abbiamo mai considerata un hobby. Ho portato avanti questo discorso pretendendo che questo fosse un principio inviolabile della band. Andare avanti in un modo più raffazzonato non mi ha mai interessato. E quindi anche nella scelta dei componenti della band c'è stata una selezione, abbiamo sempre tenuto in grande considerazioni le motivazioni. Andare avanti per diciotto anni in questo modo è stata dura, abbiamo passato momenti molto difficili, alcuni ogni tanto capitano nuovamente anche perché suoniamo un genere che in Italia non è molto considerato, non va di moda, ed è seguito da un pubblico di nicchia. Però il fatto di aver portato avanti questo discorso senza aver mai delle posizioni ambigue ci ha fatto guadagnare del rispetto e questo aiuta a rimanere coerenti. La nostra musica può piacere o meno ma su una cosa non si può discutere: quello che facciamo è onesto, vero e spontaneo».




Titolo: Beggar town
Gruppo: Cheap Wine
Etichetta: Cheap Wine Records
Anno di pubblicazione: 2014


Tracce
(Testi e musiche di Marco Diamantini, eccetto dove diversamente indicato)

01. Fog on the highway
02. Muddy hopes
03. Beggar town  [musica di Alessio Raffaelli, testo di Marco Diamantini]
04. Lifeboat  [musica di Michele Diamantini, testo di Marco Diamantini]
05. Your time is right now  [musica Michele Diamantini e Alessio Raffaelli, testo Marco Diamantini]
06. Keep on playing  [musica di Michele Diamantini, testo di Marco Diamantini]
07. Claim the sun
08. Utrillo's wine  [musica di Alessio Raffaelli, testo Marco Diamantini]
09. Destination nowhere
10. Black man
11. I am the scar
12. The fairy has your wings (for Valeria)