mercoledì 22 ottobre 2014

Paolo Saporiti canta il suo lungo percorso evolutivo





Ho avuto la fortuna di ascoltare Paolo Saporiti a "Queste piazze davanti al mare", festival musicale che ogni anno si celebra nel periodo estivo a Laigueglia, nella Riviera ligure, sotto la direzione artistica di Massimo Schiavon. È stata una esibizione chitarra e contrabbasso che mi ha piacevolmente sorpreso per gli arrangiamenti ricercati e mai scontati delle canzoni, i testi forti e a tratti visionari e naturalmente la bravura degli interpreti. Inevitabile quindi che mi sia venuta la mia voglia di approfondire la conoscenza di questo cantautore milanese che ha all'attivo cinque album, tutti cantati in inglese. Le canzoni del nuovo disco eponimo, pubblicato quest'anno dalla Orange Home Records di Raffaele Abbate, hanno invece la caratteristica di essere cantate in italiano, un novità per Saporiti.
Un disco ricco di idee e creatività compositiva che si dibatte tra opposti che potrebbero essere anche considerati inconciliabili ma che trovano la giusta miscelazione grazie anche al lavoro di Xabier Iriondo (Afterhours) che ne ha curato la produzione. E così l'improvvisazione e la dissonanza diventano complementari alla melodia e al folk, l'intimismo di certi episodi, molto in linea con la precedente produzione di Saporiti, si scontra con soluzioni ardite e di rottura. Contrasti musicali che viaggiano su binari paralleli a testi in cui l'autore affronta i propri limiti e i propri fantasmi in un percorso di lotta e sofferenza. Dodici brani che hanno permesso a Saporiti di raccontarsi, senza barriere linguistiche e filtri, e di fare i conti con il proprio vissuto e con le proprie radici familiari. 
Alla realizzazione del disco hanno partecipato in sala di registrazione Roberto Zanisi al bouzouki, Cristiano Calcagnile alla batteria, Luca D’Alberto alla viola e al violino, Stefano Ferrian ai sassofoni, lo stesso Xabier Iriondo che ha impugnato il basso e ha gestito l'elettronica.
La voglia di conoscenza mi ha portato a prendere contatto con Saporiti che è stato disponibile a parlarci del disco e della sua carriera. Il tutto è riportato nell'intervista che segue.




Capelli tagliati più corti, un album in italiano, ancora tanta sperimentazione. E' un periodo di cambiamenti sotto molteplici aspetti?

«Direi di sì ma vale un poco per tutta una vita, credo di averla impostata così, in fondo, un poco per scelta, come è forse capitato a tanti altri a un certo punto della propria esistenza. Una lunga serie di mutazioni e cambiamenti per sentirsi sempre più vivi e nuovi. In realtà ora i miei confini sono ben più definiti in ogni cosa che faccio e sono, e il gioco risulta essere sempre più facile e proficuo, anche da un punto di vista creativo. È come se, una volta conquistato uno stato dell'essere interiore sempre più certo e sicuro, tutto scaturisse in maniera più semplice. Credo che si debba in qualche modo raggiungere un piano in cui il giocare con se stessi e con le proprie facce risulti essere sempre più semplice e normale».

Per apprezzare appieno il tuo nuovo disco occorrono diversi ascolti. È una scelta coraggiosa in questi tempi di jingles. Lo sai che rischi di non arrivare mai in testa alle classifiche?

«Lo so e fa parte anche questo di una scelta. Amo giocare, come ti dicevo prima, ma in un campo di coerenza. Il vendersi non ne fa parte e, amando un certo tipo di musica e letture o pensieri o di autori in senso lato, non riesco a sposare un altro tipo di causa. Vorrei che il mondo seguisse questo trend e non il contrario».

Dopo cinque album in inglese la scelta di cantare in italiano rende però tutto più semplice. Sei cosciente che così facendo hai reso pubblico una parte della tua vita e delle tue emozioni?

«Credo che il discorso riguardi soltanto una maggiore consapevolezza di questo aspetto. È quello che cercavo e che ho fortemente voluto e inseguito. Essere sempre di più me stesso e raccontarlo agli altri; ha a che fare con un discorso di verità e le acquisizioni sono state tante e lente, giorno per giorno. L'italiano rende, come dici, tutto ancora più diretto ma non credo in fin dei conti di essermi poi troppo nascosto prima. Chi voleva capire il mio messaggio, poteva senza troppi problemi. Non ho mai pensato alla lingua come a un vero ostacolo anche se oggi non posso che confermare la bontà e la necessità di questo che comunque considero un salto importante ed epocale per me e la mia vita».

Nel disco ci sono dodici canzoni che ti vedono combattere un dramma interiore. L'uomo triste e l'uomo felice sono impegnati in una continua lotta. Chi vincerà alla fine di questa epica battaglia?

«Io non credo che la felicità risieda da altra parte se non nella ricerca e nell’affrontare se stessi, i propri limiti e i propri fantasmi e spesso bisogna scontrarsi con un bel grumo di sofferenza. È una questione di volontà e di fede, di capacità di credere in un sogno e la conquista della meta prevede fatica e sofferenza. Lì sta la felicità. Il percorso è lungo, perfino metodico nella sua evoluzione, disciplinare e sicuramente disciplinato, ma i frutti che porta la voglia di emancipazione e di conquista della libertà, sono sempre felici, in qualsiasi forma poi essi vengano a esprimersi. Faccio parte di quelle persone che credono che solo dal vivere in maniera completa quello che si prova possa scaturire il bene e il buono».

Anche dal punto di vista sonoro si assiste a uno scontro tra il folk della tua chitarra acustica e una marcata sperimentazione. Quanto ha influito da questo punto di vista la tua collaborazione con Xabier Iriondo?

«Xabier l’ho scelto, una volta conosciuto. Ho apprezzato la sua ricerca, il suo modo di gestire una carriera e il suo modo di essere e per questo gli ho chiesto aiuto. Volevo tradurre un certo tipo di sensazione interiore che sento corrispondere tremendamente all'uomo contemporaneo, molto più di quanto tutti vogliano provare a fingere di non accettare e capire, negando la verità a se stessi o non ascoltando quel che faccio e suono io ma prima o poi qualcuno capirà, ne sono convinto».

Ho ascoltato con molto interesse la tua esibizione a Laigueglia in occasione del festival "Queste piazze davanti al mare" e mi ha incuriosito il testo di "Io non ho pietà". Che significato ha in generale e in particolare la frase ‹Perché non muori e non prendi me›?

«Perché non ti rinnovi, perché non ti ripulisci, cambi vita e scegli me in relazione al tuo passato, ai tuoi vissuti, anche i più angoscianti. È una cosa che chiedevo alla donna che amo ma che chiederei a tutti, compresi i miei genitori o a quello che ne rimane di loro. Il difetto più grande della società che abbiamo creato è la sfiducia totale nella figura del figlio, dei figli. Questo è un mondo di ex-padri, padri finiti o logori e madri stanche e annoiate, nella migliore delle ipotesi. I figli, che sono presente e futuro, sono concepiti già morti o soltanto come costole di se stessi o in funzione utilitaristica ed egoistica e questo è quello che mi uccide e che forse mi ha ucciso per così tanto tempo. Chiediamo uno scatto a questo mondo. È necessario, senza pietà, anche nel riconoscere e accettare le nostre zone d'ombra. Il gioco del nascondino ha stufato davvero, la scissione e la rimozione hanno perso ed è ora che chi ha sbagliato si tolga dal campo e lasci giocare chi ne ha voglia e diritto».

Hai presentato "Erica" dicendo che è una canzone che risale a tanto tempo fa. Anche in questo brano è presente il continuo gioco di contrapposizioni tra un messaggio positivo e uno negativo. ‹Erica come posso riuscire ad amare se sei ancora qui› ne è una sintesi straordinaria…

«Vero. Amare e rendersi conto di non esserne ancora capaci e accettare la messa in discussione e lavorare per un cambiamento profondo. Come tanti, la figura materna è una figura importante, bisogna riuscire ad affrancarsene e cercare delle nuove vie e ipotesi di relazione. Ci si nasconde dietro false acquisizioni date per scontate ma non è oro tutto quello che luccica e anche dietro la sensazione di una grossa passione o amore non è detto che risieda la verità».

Entra subito nella carne la rullata di batteria che apre "Come hitler". Un brano di poco più di un minuto e mezzo di durata che sbeffeggia simbolicamente il Führer "dai baffetti sporchi" ma che penso abbia un significato ben più ampio. Mi sbaglio?

«Assolutamente no. "Come hitler”" parla di qualsiasi forma di sopruso, manipolazione, coercizione fisica o psicologica che sia. Odio chi usa il proprio potere o la propria posizione a fini personali e che per fare ciò violenta, abusa o prevarica. Immagina due file di ragazzi e ragazze in collegio e il precettore che li picchietta e insidia col suo passo riconoscibile fra mille nelle loro memorie. Vorrei che questo tipo di vissuti scomparisse dalla faccia della Terra e che la gente sia sempre più consapevole dei danni che può arrecare. Ci vuole più rispetto a questo mondo».

"Ho bisogno di te" segna una rivincita verso chi ha condizionato la tua vita in questi anni o è una dichiarazione di guerra?

«Tutte e due le cose, una dichiarazione di intenti a fronte di un comportamento, un'azione o un modo di essere col quale volente o nolente ho dovuto confrontarmi negli anni. Parla di colleghi, case discografiche, amore e odio e della necessità a volte perversa di avere a che fare anche con l'aggressore, nella speranza di una pulizia dalla sporcizia. Credo che manifestare la rabbia, quando ce n'è, sia una delle prime acquisizioni e vie per la libertà, il che non vuol dire essere violenti o rispondere alla violenza e all'ignoranza con la violenza e l'ignoranza ma concedersi di sentire e di ascoltarsi al fine di crescere e l'arte è uno degli strumenti che l'uomo si è dato a disposizione e di cui vado fiero in quanto appartenente alla specie».

Ascoltando "Caro presidente" mi sono chiesto se sei credente?

«Lo sono stato ma nel modo sbagliato. Mi avevano insegnato a immaginare un mondo in cui Dio risponde positivamente alle tue preghiere e richieste prima o poi se ti comporti bene e preghi e ti penti o fai del bene o altro, vai a Messa, etc. Ora so che la fede, di qualsiasi tipo sia, non ha aspettative e non prevede risultato: c'è se c'è, se non c'è, non c'è».

Con "In un mondo migliore" lasci aperta una porta verso il futuro. Quali sono le tue speranze?

«Che il mondo cambi grazie alla nostra voglia di farlo. Prima di tutto bisogna che la gente ammetta che così non va, poi si vedrà. Per ora mi accontenterei di questo, una messa in discussione di tutti o buona parte degli status symbol a cui ci hanno e ci siamo piegati e abituati e la presa di coscienza che non tutto il nostro passato è da buttare, anzi, e che il bruciare libri, dischi, musica, teatro, cinema e quadri non porta e non porterà o mai ha portato alcunché di buono all'uomo e alla sua vita sulla Terra».

Sulla copertina sono raffigurati tuo papà da piccolo e tuo nonno. Anche nel libretto ci sono altre foto della parte maschile della tua famiglia. Che significato hanno queste foto e perché nessun ricordo delle donne della tua famiglia?

«In realtà sul posteriore c'è anche la bisnonna, oltre a bisnonno e nonno, mio padre è nel booklet interno ma hai ragione, questo voleva essere un tributo alla parte maschile della mia famiglia, quella che mi ha donato manualità e creatività a mio modo di sentire e che mi ha messo nella condizione di poter sognare e osare quello che altri rifuggono, un percorso diverso e indipendente».

Cosa può trovare l'ascoltatore nel tuo disco?

«Me e se stesso attraverso me o almeno, spero, qualche spunto utile e qualche forma di identificazione positiva con le proprie emozioni profonde».


Titolo: Paolo Saporiti
Artista: Paolo Saporiti
Etichetta: Orange Home Records
Anno di pubblicazione: 2014



Tracce
(Testi e musiche di Paolo Saporiti)

01. Come venire al mondo
02. Io non ho pietà
03. Cenere
04. Sangue
05. Come hitler
06. L'effetto indesiderato
07. Ho bisogno di te
08. Erica
09. In un mondo migliore
10. Caro presidente
11. P.S.