venerdì 14 febbraio 2014

Le "Piccole partenze" del cantautore Vitrone







Tra l'infinita produzione discografica che ha invaso in questi ultimi anni piattaforme digitali e stores, è sempre più facile che possano sfuggire all'attenzione generale lavori degni di nota. Come è appunto l'album "Piccole partenze" del cantautore casertano Vitrone. Un lavoro raffinato di un artista arrivato alla maturità dopo esperienze come voce di una band metal, i T.R.B., leader del gruppo folk-rock Nafta e come fondatore del duo Vitronemaltempo. Assai apprezzato da Fausto Mesolella che lo ha invitato al Premio Bianca D'Aponte, Vitrone, all'anagrafe Gennaro Vitrone, è tornato sulla scena musicale in veste di solista come già gli era accaduto all'inizio della sua carriera. Il musicista casertano aveva infatti dato alle stampe due album nel classico stile cantautorale prodotti da Ferdinando Ghidelli ("Dapprincipio" del 2001 e "Stravagando" del 2003).
Quindici mesi di lavorazione in casa e in studio sotto la direzione del produttore Mimmo Cappuccio (James Senese, Enzo Avitabile), hanno dato vita a un disco a forte impronta intimista che percorre strade già conosciute senza cadere però in ripetizioni scontate. Effetti, campionamenti, un pizzico di elettronica rendono il disco molto interessante, attuale e per nulla scontato. A impreziosire l'album ci sono collaborazioni illustri come quelle con Vittorio Remino, già bassista degli Avion Travel, Marta Argenio e Maurizio Stellato fondatori dei The Actions, la tromba di Almerigo Pota, il pianista Fabio Tommasone, il cui apporto è fondamentale in quasi tutte le canzoni del disco. E poi con lo scrittore Ivan Montanaro e l'attore-autore teatrale Roberto Solofria.




Gennaro, sei tornato al tuo progetto solista dopo una parentesi di cinque anni in cui sei stato impegnato con Vitronemaltempo. Cosa è cambiato nel tuo approccio alla musica?

«Già nell'album "Ancora quadri alle pareti" del 2008 di Vitronemaltempo c'era la consapevolezza di voler proporre una canzone d'autore che vivesse il contesto, attualizzata, dove era importante sottrarre piuttosto che aggiungere. Lo stesso concetto l'ho reso ancora più estremo in "Piccole partenze". I testi sono essenziali, minimali. Stesso discorso per gli arrangiamenti. La forma canzone c'è in alcuni brani, ma non c'è in altri, al ritornello ho preferito un tema. Credo sia un lavoro istintivo ma anche elaborato».

Di cosa parla il tuo nuovo disco?

«Il disco parla di piccole e grandi storie, spesso sotto forma di metafora. In "Torno al giardino", per esempio, il pretesto di una storia d'amore diventa marginale quando parlo di tornare alle radici. Una frase a cui sono molto legato è ‹guardo i fiori toccati dal vento, colorati coriandoli nel cielo e i frutti cadere dagli alberi, marcire›».

È un disco introspettivo, crepuscolare, dipinto a tinte pastello. Quanto c'è di autobiografico nelle canzoni che lo compongono?

«Era esattamente quello che volevo realizzare, un lavoro introspettivo ma allo stesso tempo fruibile. Qualche brano è autobiografico come, per esempio, "Inverno". In altri sono partito da una attenta osservazione per poi andare a descrivere i personaggi, come la ragazza di "Piccole partenze", che ho conosciuto veramente. Era esattamente così, impaurita ma decisa a lasciare il suo paese, il suo guscio. Ora è una donna realizzata, credo viva a Milano».

Sotto il profilo prettamente musicale hai usato molti effetti e riverberi, specialmente in ambito vocale e chitarristico. Perché?

«In effetti è così: loop, voci filtrate e campionamenti rappresentano un elemento importante nel mio sound. È così è anche per il mio chitarrista Gianpiero Cunto, era così nel progetto Vitronemaltempo ed è così con Vitrone. In "Vitronemaltempo" l'uso dell'elettronica era ancora più presente, il produttore di quell'album aveva lavorato tra gli altri con Massive Attack e Almamegretta. La sua impronta si sente, sono molto fiero di quel disco, ci aprì le porte dei più grandi concorsi nazionali. Di quell'album ho ripreso la canzone "Arcobaleni" che ho completamente riarrangiato per il disco "Piccole partenze"».

Vi ho trovato un pizzico del Riccardo Sinigallia del periodo dei Tiromancino, qualche spruzzata di Niccolò Fabi e Pacifico, una buona iniezione di Battiato, specialmente nella canzone "Inverno". Cosa ho sbagliato e di chi mi sono dimenticato?

«Tutti gli artisti che hai nominato sono per me un punto di riferimento, Battiato su tutti. Aggiungerei anche Virginiana Miller, Verdena e Avion Travel, tra le band straniere Beatles, ancora Beatles e sempre Beatles. John Lennon su tutti, gigantesco, ma anche Radiohead e Depeche Mode».

Perché hai scelto di far recitare a Roberto Solofria un prologo alla title track?

«Roberto è un autore e attore teatrale che come me è di Caserta e vive a Caserta, città di grande fermento culturale. La sua voce impostata si prestava benissimo al testo regalatomi dallo scrittore Ivan Montanaro».

Mi commenti la frase che si trova al centro del libretto ‹… partenza il rumore della cerniera della valigia che chiude…›.

«Questa frase rappresenta la voglia di mettersi in gioco, rappresenta il movimento, il viaggio, la ricerca. Piccole grandi partenze».

Da dove parti e cosa ti lasci indietro?

«Sicuramente il mio è stato un percorso artistico particolare. Ho fatto parte di una rock metal band, T.R.B., da metà degli anni '80 fino al 1992, realizzando una compilation in Inghilterra e un album "Love on the rocks" distribuito allora dall'etichetta fiorentina Contempo Records. Ho tanti ricordi bellissimi. Poi è stata la volta della folk-rock band Nafta, con cui ho suonato in centinaia di concerti, fino ad approdare nel 2001 ai primi progetti solisti».

Qual è il messaggio del brano "Odio"? A me ha dato l'idea di essere una denuncia del problema dello smaltimento dei rifiuti che assilla da tempo tutta la Campania. Sbaglio?

«Il problema in Campania è gravissimo, la realtà supera l'immaginazione. Magari si trattasse solo di spazzatura, qui ci sono rifiuti tossici e tantissimi morti di tumore. Quando ho scritto il testo di "Odio" il problema non era ancora emerso in tutta la sua gravità. In realtà nel testo parlo di un fatto realmente accaduto. Mi trovavo in macchina, in tangenziale nella zona di Napoli e oltre al cemento, alle macchine e alle case a ridosso dell'autostrada, si vedeva in lontananza uno spicchio di verde, riflettevo e pensavo quanto l'ambiente, in quel caso claustrofobico e degradato, possa cambiare una persona, abbruttirla fino a generare odio».

Qual è la tua donna vestita di nero (dal brano "Sentinelle")?

«Nell'immaginario mi sono ispirato a un personaggio di Camilleri, quelle donne siciliane scolpite nella pietra. Nella realtà la nonna di mia moglie era così, viveva in un paesino della Lucania, dove tra l'altro hanno girato il film "Basilicata coast to coast". Una persona incredibile, forte e saggia, le ho voluto molto bene».

Come suonerà questo disco dal vivo?

«Sarà un sound elettro-acustico. La formazione sarà ridotta all'osso, anche per motivi di budget visto che i locali pagano sempre meno. Ci saranno due chitarristi: mio cugino Gianpiero Cunto che è con me da quasi dieci anni, e Dario Crocetta, entrato da pochissimo nel progetto e che nei live assicura una spinta fondamentale. Fiore all'occhiello sarà Mimì Ciaramella, batterista storico degli Avion Travel».

Sul libretto, nel consueto angolo dei ringraziamenti, spendi parole di affetto per Fausto Mesolella. Qual è il tuo rapporto con lui e quali consigli preziosi ti ha dato?

«Con Fausto ci conosciamo da quasi trent'anni. Nel 1991 produsse e suonò alcune chitarre nell'album di rock duro "Love on the rocks" dei T.R.B., eravamo dei ragazzini. È una persona a cui voglio veramente bene, un grande professionista, instancabile, uno dei più grandi chitarristi italiani di sempre. Ho avuto l'onore di dividere il palco con lui. Ci sono due brani prodotti da lui nel 2011 ancora nel cassetto. I consigli che mi ha dato sono di natura tecnica, preziosi. Mi ha fatto anche capire che oggi l'ultimo avamposto dei sentimenti sono le donne, sono loro che sono ancora capaci di slanci, non ne avevo dubbi».

Chiudo con una domanda cattiva: ha ancora senso fare dischi in un momento in cui se ne vendono sempre meno?

«Secondo me sì. Un disco è la fotografia di quello che sei nel momento in cui lo realizzi. È un fine insomma, la quadratura. La crisi delle vendite è allo stesso tempo un bene e un male. È un bene perché i personaggi di plastica se ne vanno a quel paese e poi perché, visto che non c'è più nulla da perdere, si osa di più. È un male perchè vent'anni di berlusconismo ci hanno portati alla cultura del karaoke e quindi al non approfondimento. Sicuramente il problema è planetario ma in Italia si è sentito di più proprio per i motivi che ho spiegato prima. Per promuovere un album oggi c'è un solo modo: suonare dal vivo e vendere il disco...».


Titolo: Piccole partenze
Artista: Vitrone
Etichetta: autoproduzione
Anno di pubblicazione: 2013

Tracce
(testi e musiche di Gennaro Vitrone)

01. Inverno
02. Arcobaleni
03. Ti ritroverò
04. Piccole partenze (prologo)
05. Piccole partenze
06. Ventiparole
07. Torno al giardino
08. Odio
09. Dellestate
10. Sentinelle