giovedì 19 dicembre 2013

Giulia Daici canta il Friuli con "Tal cîl des Acuilis"







Il 2013 è stato un anno ricco di soddisfazioni per Giulia Daici. "Tal cîl des Acuilis", terzo disco della sua carriera dopo l'Ep "Attimi" del 2007 e l'album d'esordio "E poi vivere" del 2011, ha convinto la critica e le ha portato in dote il secondo posto al Premio Tenco nella categoria riservata ai dischi in dialetto, dietro al vincitore Cesare Basile. Dopo i primi due episodi discografici cantati in italiano, la raffinata cantautrice, originaria di Artegna in provincia di Udine, ha voluto rendere omaggio alla sua terra con questo nuovo disco cantato interamente in lingua friulana. Nell'album troviamo dieci brani scritti nell'arco di una decina di anni: da "No tu sês", canzone composta nel 2002, fino a "Tal cîl des acuilis", ultima in ordine di tempo, che ha fatto conquistare a Giulia il secondo posto al Festival della Canzone Friulana 2012 e che è entrata in nomination agli Italian Music Awards nella categoria miglior canzone in dialeto dell'anno. La voce dolce e delicata della Daici presenta, in una originale chiave folk-pop, spaccati autobiografici, emozioni e ricordi in una sorta di appassionato diario dei suoi ultimi dieci anni. Un disco interessante, godibile, che non perde nulla della sua integrità anche per chi non conosce il friulano.
Il disco ha visto la luce grazie alla produzione di Simone Rizzi (presente nell'album anche in veste di musicista con tastiere, basso e computer programming) e l'apporto dei chitarristi Andrea Varnier ed Enrico Maria Milanesi, del pianista Alessio De Franzoni, della cantante Serena Finatti e con la partecipazione del Gruppo "In Arte… Buri" di Buttrio e del coro de I Bambini e le Bambine della Scuola Primaria di Artegna.
Del disco e di molto altro abbiamo parlato con Giulia nell'intervista che segue.




Giulia, perché hai scelto di cantare in lingua friulana? 

"In realtà non è stata una scelta studiata a tavolino ma è stato, ed è tuttora, un percorso artistico che è nato spontaneamente e che da sempre procede parallelamente a quello in italiano. Io, infatti, compongo in entrambe le lingue, sia in italiano che in quella friulana. E dopo aver dato visibilità ad alcuni miei brani italiani con i miei lavori "Attimi" ed "E poi vivere", lo scorso anno ho ritenuto giusto far conoscere anche le mie canzoni friulane e così è nato il disco "Tal cîl des Acuilis", che significa "Nel cielo delle Aquile"".

Non pensi che questa scelta possa tagliare fuori una parte del tuo potenziale pubblico? 

"C’è chi pensa che scrivere in lingua locale possa essere limitante ma io credo che sia invece un valore aggiunto, laddove, ovviamente, il tutto nasca in modo spontaneo e con l’intento sincero di esprimere una parte di sé stessi. È vero che l’idioma locale potrebbe forse rappresentare un ostacolo linguistico per la piena comprensione di un testo, però è anche vero che da sempre tutti noi siamo abituati ad ascoltare brani che ci giungono in una lingua diversa da quella italiana - come per esempio la lingua inglese - e che il più delle volte apprezziamo e cantiamo senza per forza aver capito il significato di tutte le parole. La musica non conosce filtri e ha il potere di entrarti dentro in modo immediato. Se un brano "arriva", arriva in qualunque lingua esso sia composto".

Con "Tal cîl des Acuilis" hai conquistato il secondo posto al Premio Tenco nella categoria miglior "Album in dialetto (e lingua locale)". Come hai accolto questo prestigioso riconoscimento? 

"Ovviamente per me si è trattato di una fonte di gioia e di soddisfazione immensa! E continuo a ringraziare dal profondo del cuore tutti i giornalisti che mi hanno ascoltata e sostenuta, che hanno dimostrato stima e fiducia verso il mio lavoro e che mi hanno dato questa preziosissima possibilità".

A vincere la categoria è stato Cesare Basile che non è andato a Bari a ritirare il premio in polemica con il Club Tenco. Basile ha detto "no grazie" per protesta contro gli attacchi del presidente Siae Gino Paoli al Teatro Valle di Roma, dove avrebbe dovuto svolgersi una manifestazione organizzata proprio dal Club Tenco, e a tutti gli spazi occupati dove si fa musica e arte. Hai seguito la vicenda? Cosa ne pensi del dietrofront del Club Tenco che ha annullato l’evento romano e dell’esternazione di Basile? 

"Sull’argomento si è già detto e scritto tanto e non credo serva aggiungere altro. Sicuramente tutte le decisioni sono state prese con serietà e responsabilità da parte degli interessati. Riguardo al non ritiro della targa, posso solo dire che personalmente non lo trovo un gesto molto corretto nei confronti dei giornalisti che hanno sostenuto e dato la loro fiducia ad un lavoro piuttosto che ad altri progetti e anche nei confronti degli altri finalisti della categoria in oggetto, in questo caso quella del miglior album in dialetto. Ma questa è solo una mia opinione personale".

Cosa pensi del Premio Tenco?

"Indubbiamente si tratta di uno dei riconoscimenti più ambiti ed importanti per la musica d’autore in Italia".

Quando sono nate e di cosa parlano le tue canzoni? 

"Tutte le mie canzoni sono autobiografiche ed ognuna di loro rappresenta una parte di me stessa. Mi piace pensare ad ogni mio brano come ad un ponte che collega il mio mondo interiore, con tutti i suoi moti ed emozioni, con l’universo che mi circonda. Con riferimento specifico all’album "Tal cîl des Acuilis", questo è di fatto una raccolta di canzoni in friulano che io ho scritto negli ultimi dieci anni, a partire dal brano più distante nel tempo, "No tu sês" ("Non ci sei", composto per un nonno nel 2002) fino alla canzone più recente, "Tal cîl des acuilis" che dà il titolo all’album. Filo conduttore di tutti i brani sono le emozioni profonde ed i momenti di vita vera vissuti da me in prima persona nella mia terra; in ognuno di loro richiamo elementi legati alle mie origini, alle mie radici, a tutti quegli affetti e a quelle immagini che rimarranno sempre impressi nel mio cuore e nella mia mente, come un tatuaggio indelebile sulla pelle. Non a caso, sulla copertina del disco ho voluto apparire di schiena mostrando, tatuata sull’epidermide, un’immagine che richiama, appunto, l’Aquila, simbolo del mio Friuli".

Cantare un disco in lingua locale è stato un episodio o pensi di proseguire su questa strada?

"Certamente proseguirò con piacere! Mi piace sempre sottolineare che il disco "Tal cîl des Acuilis" non va considerato come una semplice parentesi nel mio percorso artistico, in quanto le parentesi si aprono e si chiudono mentre qui si tratta di un progetto che ho sempre portato avanti – e continuerò a portare avanti - parallelamente a quello in italiano".

Il dialetto/lingua locale unisce o divide?

"Ciò che ti unisce e ti ricongiunge alle tue radici non può essere motivo di divisione ma semmai può diventare una preziosa occasione di arricchimento, sia per chi lo esprime sia per chi lo ascolta. Ogni lingua si fa portavoce di un bagaglio storico, culturale e umano unico. Perderlo vorrebbe dire perdere una parte importante della nostra storia. Non omologhiamoci a tutti i costi: scegliamo di ascoltare, aprire la mente, accogliere ciò che di nuovo e di bello può giungerci ogni giorno e in ogni contesto, sia nazionale sia appunto locale".

Cosa offre attualmente la scena musicale friulana?

"C’è molto fervore e stanno emergendo tante nuove e belle realtà musicali, soprattutto a livello cantautorale".

Come è nata la tua voglia di comunicare utilizzando la musica?

"Sebbene mi sia sempre piaciuto cantare, non mi sono mai "forzata" cantautrice. E’ stato un lento processo di autoconsapevolezza che ha fatto emergere sempre più l’esigenza di esprimere attraverso la musica le mie emozioni, il mondo interiore che pulsava dentro me e che io non riuscivo a trasmettere verbalmente. Sentivo che mi mancava qualcosa, e quel qualcosa l’ho trovato quando un giorno, ai tempi del liceo, ho preso in mano la chitarra e ho iniziato a comporre la mia prima canzone. Si chiamava "Nel cielo" ed esprimeva il mio desiderio di essere libera, libera di esprimermi andando, se necessario, anche controcorrente. Da quella prima volta sono passati ormai diversi anni: da allora non ho mai smesso di cantare, non ho mai smesso di scrivere, non ho mai smesso di viaggiare con la musica".

In una recente intervista Keith Jarrett ha dichiarato <la musica è qualcosa che viene da dentro, qualsiasi circostanza esterna, qualsiasi forzatura uccide la spontaneità>. Cosa ne pensi di questa affermazione? 

"Sono pienamente d’accordo. Ho sempre pensato anche io che la musica sia qualcosa di spontaneo, qualcosa che prima di tutto hai dentro e che, se la fai, la fai innanzitutto per "essere" (ovvero per portare fuori la parte più vera di te) e non per "apparire". La fai perché non ne puoi fare a meno e perché è una parte essenziale di te, a prescindere da risultati o ambizioni. Nemmeno a me piacciono i progetti studiati a tavolino, quelli "forzati" che nascono con il solo scopo di far leva facilmente sulle masse e raggiungere il così tanto agognato successo, ma che alla fine, a ben guardare, con la musica hanno davvero poco a che fare. A proposito di forzature, noto poi spesso come molte persone diano molto peso soltanto all’estensione vocale di un cantante, alla sua intonazione ed al suo saper cantare bene, come se fare la differenza fosse solo una questione di tecnica. Siamo circondati da voci bellissime e da cantanti dotati di una tecnica vocale ineccepibile. Saper cantare bene non è un pregio di pochi. Ma riuscire ad emozionare invece lo è. È il cuore che fa la differenza. Certo, è indubbio che lo studio, la tecnica o l’intonazione possano migliorare l’interpretazione di un brano e possano contribuire a trasmettere emozioni ma, a mio parere, da sole non possono fare molto. La tecnica vocale è un qualcosa che si può sempre acquisire nel tempo e migliorare. La sensibilità artistica - umana prima ancora che musicale - è invece, a mio parere, una dote innata, propria di chi sa aprire il proprio cuore e trasmetterlo agli altri".

Negli Stati Uniti, complice anche il film dei fratelli Coen "Fratello, dove sei?", si è assistito alla riscoperta del genere folk e alla nascita di decine di band molto valide. Potrà succedere mai una cosa del genere in Italia con la musica tradizionale?

"Anche in Italia le risorse non mancano ed anche qui da noi esistono già tante valide band che si dedicano con passione, oltre che con bravura, al genere folk e alla musica tradizionale. La qualità non manca. Manca semmai una maggiore visibilità ed una maggiore attenzione mediatica, ma questo è comunque un problema ormai generalizzato che colpisce anche la musica d’autore italiana, e soprattutto quella emergente. Ma, come si dice, mai disperare e mai perdere la speranza. D’altra parte, come diceva un noto film: non può piovere per sempre…".


Titolo: Tal cîl des Acuilis
Artista: Giulia Daici
Etichetta: autoproduzione
Anno di pubblicazione: 2012