mercoledì 4 dicembre 2013

I valdostani L'Orage cantano "L'Età dell'Oro"





Si chiamano L'Orage (temporale in francese) e sono il gruppo rivelazione valdostano che anche Francesco De Gregori ha voluto al suo fianco. Con il loro terzo album, "L'Età dell'Oro" uscito quest'anno sotto etichetta Sony, la band ha compiuto l'atteso salto di qualità conquistando critica e un'ampia schiera di appassionati. Il loro festoso "rock della montagna" è intriso di musica tradizionale, del folk delle valli delle Alpi Occidentali, dell'insegnamento dei cantautori italiani e francesi e di una spolverata di rock. Una musica che viene da lontano ma sempre moderna e attuale. Con l'ausilio di ghironde, organetto, violino ma anche di chitarre elettriche, basso e batteria, l'ensemble di sette elementi, capitanato dal cantante e autore Alberto Visconti, dà vita a un suono fresco e per certi versi innovativo. Anche i testi delle canzoni sono ricercati e la vena poetica di Visconti trova spunti nella migliore letteratura: da Rimbaud a Calvino e Pavese.
In attesa di ascoltarli dal vivo al Teatro Ambra di Albenga il 6 dicembre, in occasione della seconda serata della rassegna "Su La Testa" organizzata dall'Associazione Culturale ZOO, abbiamo fatto una lunga chiacchierata con Alberto Visconti.




Alberto, ci racconti come è nato il progetto L'Orage?

"Nel 2006, appena tornato da un periodo trascorso in Sud America e dopo qualche anno di inattività artistica, ho ricominciato a esibirmi dal vivo ad Aosta e a Torino. Ero circondato da un mondo variegato e un po' fricchettone in cui si suonava molto... facevamo fuochi nei boschi e suonavano intere nottate. Durante l'estate ho coinvolto il polistrumentista Rémy Boniface, già molto conosciuto in Valle d'Aosta perché membro dei Trouveur Valdotén e in numerosi altri progetti, in alcune date e la risposta del pubblico è stata entusiasta. La commistione tra le mie canzoni e i suoni del violino e dell'organetto diatonico, condite dal martellare di una discretamente folta schiera di percussionisti intercambiabili di volta in volta creavano un sound che aveva qualcosa di speciale e la gente ha cominciato a seguirci. In pochi mesi ci siamo ritrovati a tenere concerti affollatissimi nei locali di San Salvario, a Torino. Erano esperienze piuttosto selvatiche durante le quali ci affidavamo molto all'improvvisazione. Suonavamo di tutto, dai Velvet Underground ai balli tradizionali passando attraverso i CCCP e i Noir Désir. Mi sono capitate di recente tra le mani delle registrazioni risalenti a quel periodo e le ho trovate molto emozionanti.

Il passo successivo?

"Si è compiuto durante uno di questi concerti al "Covo della Taranta", in occasione del quale si è unito a noi il fratello di Rémy, Vincent Boniface. Vincent è uno strepitoso polistrumentista e la sua esperienza insieme al suo affiatamento musicale col fratello ci hanno fatto compiere un primo salto di qualità. A quel punto però, per supportare degnamente la musica che stavamo immaginando, non potevamo più accontentarci di formazioni estemporanee, avevamo bisogno di una vera band. Diciamo che verso la fine del 2008 avevamo reclutato la formazione completa, che non è mai stata modificata: oltre a noi tre Florian Bua alla batteria, Stefano Trieste al basso, Ricky Murray alle percussioni e Memo Crestani al basso. La squadra ha funzionato bene dal punto di vista musicale ma sopratutto dal punto di vista umano. Ce la siamo veramente spassata!".

Da cantautore folk a leader di una band. Perché hai fatto questa scelta e cosa cambia nel tuo approccio compositivo?

"Sono stato cantautore più per necessità che per vocazione. Sono uno spirito libero e fin da ragazzo mi è piaciuto viaggiare con la chitarra. Poi ho buona memoria e ricordo un sacco di canzoni, quindi, nel piccolo mondo valdostano ho animato centinaia di feste, mi piace suonare. Però, quando si è trattato di registrare le mie canzoni ho sempre cercato la collaborazione con i musicisti. Se è vero che i miei maestri sono stati Cohen, Dylan, Brel e Brassens è infatti altrettanto vero che in materia di dischi ho sempre idealizzato molto la pulizia del suono degli album dei Beatles. Non amo la trascuratezza in musica e trovo biasimevole proporre al pubblico una bella canzone suonandola in maniera approssimativa. La collaborazione con questa band è stata per me un'esperienza molto appagante. Inoltre suonare con un gruppo è molto meno faticoso di tenere un intero concerto da solo. Credo di essere cresciuto molto come musicista e come interprete grazie al confronto e al lavoro con i miei compagni de L'Orage. Dal punto di vista compositivo il fatto di scrivere per un gruppo ha significato sopratutto disinteressarsi un po' all'aspetto chitarristico delle canzoni lavorando invece maggiormente su quelli ritmico e armonico. Inoltre il confronto costante con i fratelli Boniface, che firmano insieme a me la musica delle canzoni, mi ha portato a imparare a mettermi molto in discussione".

Quanto incide la cultura francofona sulla vostra musica?

"Direi parecchio. Intanto perché si tratta di un "altrove" musicale diverso dal solito anglosassone che  per noi è molto accessibile grazie al fattore linguistico. In secondo luogo perché si tratta di un mondo musicale ricchissimo che influenza la musica de L'Orage da due fronti. Da un lato, il mio, risentiamo dell'influenza dei grandi cantautori d'oltralpe: Brassens, da una canzone del quale prendiamo il nome, Brel, e Gainsbourg del quale abbiamo anche inciso una cover. Dall'altro lato, quello dei fratelli Boniface, la musica tradizionale, il Trad francese è, per molti versi, la nostra musica tradizionale, quella che suoniamo e che balliamo. La famiglia Boniface, i Trouveur Valdotén, hanno svolto un ruolo cruciale nella riscoperta del repertorio tradizionale nella nostra regione che è una regione in cui si parla il francoprovenzale. Come puoi immaginare si tratta di un intero universo di influenze che arrivano dalla Francia".

"L'Età dell'Oro", il vostro terzo album, ha ricevuto ottime critiche ed stato pubblicato per l'etichetta Sony. Un bel risultato, ve lo aspettavate?

""L'Età dell'Oro" segue "Come una festa" del 2010 e "La bella estate" del 2012. In buona misura è una raccolta del meglio dei due album precedenti che non avevano avuto una distribuzione al di fuori dei nostri concerti (arrivando comunque a superare le 6.000 copie vendute). Quando la Sony ci ha contattato proponendoci la pubblicazione di un album abbiamo pensato che avremmo dovuto creare qualcosa che, da un lato, accontentasse chi già ci seguiva e per questo abbiamo inserito tre inediti di studio e tre live e, dall'altro, permettesse a chi ci scopriva tramite questo primo album distribuito di entrare subito nel cuore dei nostri spettacoli. Abbiamo così selezionato le canzoni più amate dal nostro pubblico. Devo dire che un po' ce lo aspettavamo o perlomeno ci speravamo. Fin dalle prime incisioni ci siamo imposti standard qualitativi molto alti, lavorando da e con i professionisti. Troviamo molto stimolante lo studio d'incisione e abbiamo speso molto tempo ed energie, insieme ai nostri fonici, per ottenere il sound che desideravamo".

Qual è la vostra età dell'oro?

"Attualmente il nostro obiettivo è quello di incrementare il live. Vorremmo girare la penisola più ancora di quanto stiamo facendo; ci sentiamo pronti per i grandi festival. È sui palchi grossi che L'Orage esprime il suo meglio. Ah, poi vorremmo la pace nel mondo, la tolleranza, le autostrade gratis, la legalizzazione della cannabis, un governo composto da persone oneste e laboriose, un endorsement con la Lamborghini e altre cosucce".

Cosa volete comunicare con la vostra musica?

"Vogliamo comunicare che è possibile fare una musica diversa senza rinunciare a fare festa, al ritmo. Vogliamo comunicare che gli strumenti acustici suonati e dei testi un po' più ricercati rendono un concerto più entusiasmante rispetto alla monotonia dello standard commerciale. Vogliamo comunicare che è ora in Italia di liberarci dalla soggezione per tutto ciò che arriva dall'estero perché è ora di finirla di entusiasmarsi per i Mumford and Sons per poi produrre Marco Carta (povero, è simpatico, non me ne voglia, lo invito a cantare con noi!). Vogliamo comunicare la nostra maniera di stare al mondo, di amare la natura, l'amicizia, la musica... Esagero?".

Direi proprio di no! Nel vostro ultimo album avete come ospite Francesco De Gregori, caso più unico che raro. Come è stato lavorare con lui e come è nata questa collaborazione?

"Abbiamo conosciuto Francesco a Musicultura 2012, dove lui era ospite e noi siamo stati i vincitori assoluti. Io volevo semplicemente stringergli la mano, un po' intimidito e invece abbiamo fatto amicizia. Pochi mesi dopo ci siamo incontrati nuovamente ad Aosta e io gli ho proposto questa collaborazione un po' pazza. Lui ha accettato immediatamente! Insieme abbiamo realizzato un intero spettacolo riarrangiando alla nostra maniera una dozzina di suoi pezzi. Come ciliegina sulla torta finale lui ha cantato una mia canzone, "La teoria del veggente", che ora trovate ne "L'età dell'oro". Lavorare con lui è stato facile, divertente, stimolante e terribilmente istruttivo. In prova è sempre impeccabile, si potrebbero pubblicare le registrazioni delle prove vista la qualità costante del suo cantato. Quando, dopo tutto quel lavoro, siamo usciti sul palco insieme, davanti a tutto quel pubblico... beh... è stato uno dei momenti più emozionanti della nostra vita".

Non pensi che l'aver inserito tre brani dal vivo - "La teoria del veggente" cantata da De Gregori, la strumentale "Laridé de la Principesse" e "Satura" - faccia perdere omogeneità al disco?

"Come dicevo "L'Età dell'Oro" è un disco costruito per essere una specie di compendio del nostro mondo e non è quindi pensato come un album. Ciononostante io ho l'impressione che fili liscio e che i tre live finali aggiungano una nota di calore che non guasta affatto a fine ascolto. Inoltre, se De Gregori avesse cantato una tua canzone tu non la inseriresti in un disco? Anche le versioni di "Satura" e "Laridé" le volevamo inserire perché ci piacevano più delle registrazioni di studio. Ad ogni modo speriamo di pubblicare presto un intero album live, cosa che stranamente i nuovi gruppi non fanno mai".

"Come una festa", il vostro primo disco, presenta dodici canzoni che girano intorno alla figura e all'opera del poeta Arthur Rimbaud. Quanto hanno in comune poesia e musica?

"Musica e poesia sono nate insieme e, nel corso della storia si sono respinte e di nuovo attratte come la coppia dei "vecchi amanti" cantata da Brel. Il nostro primo strumento musicale è stata la voce, quindi non c'è cosa più naturale del cantar parole. Sono due linguaggi dell'anima, capaci di penetrare sotto la scorza degli anni e della quotidianità".

Quanto la parola scritta, che siano poesie o narrazioni, influenzano la vostra musica e i vostri testi?

"I riferimenti letterari che spesso inseriamo nei nostri testi hanno la funzione di espandere lo spazio narrativo della canzone, un po' come se si trattasse di link che uno, se vuole, clicca. Però cerchiamo di non essere pesanti o eccessivamente "professorali" e spero che se uno non coglie il riferimento a Rimbaud ne "La teoria del veggente" possa ugualmente godersi la canzone. Più in generale credo che l'unica maniera per godere realmente di un'opera d'arte sia quella di leggerla alla luce della storia dell'arte. È quindi abbastanza naturale cercare un dialogo, e anche ispirazione in quanto è stato scritto prima. Ti faccio notare che lo stesso processo di "citazione mascherata" che adoperiamo nei testi lo applichiamo anche alla musica. Nei nostri dischi trovi parecchie citazioni musicali, le hai scovate?".

Qualche citazione l'ho trovata. L'Orage è composto da sette elementi. Come vi dividete i compiti quando si tratta di lavorare a un nuovo disco?

"Generalmente io mi presento in sala prove con gli scheletri delle nuove canzoni, giusto voce e armonia. A quel punto, guidati da Vincent, proviamo a esplorare le possibilità del nuovo brano, suonando con strumenti diversi, o sperimentando differenti ritmi e tonalità. Siamo molto esigenti con noi stessi, ci sono pezzi che stiamo lavorando da tre anni e che ancora non ci sembra abbiano trovato la loro giusta veste. Una volta trovato il giusto mood ogni musicista rifinisce le sue parti. Stiamo dedicando un'attenzione crescente alle parti vocali degli arrangiamenti, visto che siamo in tre a cantare".

Qual è la vostra visione della musica tradizionale?

"La musica tradizionale è il nostro principale nutrimento, è l'acqua sulla quale navighiamo. Inoltre, oggi, è la musica più attuale che ci sia. Il progresso tecnologico, a differenza di quanto creduto dai pionieri di certa musica elettronica, non ha portato tanto alla creazione di nuovi suoni strabilianti quanto piuttosto alla creazione di apparecchi estremamente fedeli nel catturare e riprodurre il suono degli strumenti acustici. Portare una ghironda su un grande palco da rock trent'anni fa era impensabile non tanto per ragioni artistiche quanto per ragioni tecniche. È il motivo per cui i Beatles hanno smesso di suonare dal vivo quando hanno cominciato a inserire archi, trombe e sitar nei loro dischi. Il famigerato ritmo "forsennato" del rock'n'roll alle orecchie di oggi risulta abbastanza monotono nel suo ostinato quattro quarti, anche un ragazzino in discoteca troverebbe più trascinanti (e in effetti avviene) certi ritmi balcanici. Voglio dire che non è che prima la gente non avesse il senso del ritmo! Inoltre non esiste al mondo suono sintetico capace di toccare certe corde emotive al pari del timbro di uno strumento acustico, di un violino, di un organetto, di una chitarra. Credo che qualche secolo di ricerca, dedizione ed esperimenti sul ritmo compiuti da generazioni di anonimi musicisti popolari siano un patrimonio la cui riscoperta ha dell'entusiasmante e di cui dobbiamo essere grati alla generazione che ci ha preceduto: ai Malicorne, ai Fairport Convention, o, più vicini nel tempo, ai Lou Dalfin. Inoltre la musica tradizionale è per sua natura molto aperta e coniugabile con infinite influenze, perché non quindi con il rock o la canzone d'autore?".

Qual è lo stato di salute della musica in Valle d'Aosta?

"Direi ottimo. Ho l'impressione che si tratti - tenendo conto delle dimensioni - di una delle regioni più frizzanti d'Italia dal punto di vista musicale. E te lo dimostro: oltre a L'Orage sono valdostani la cantautrice Naif, il gruppo teen rock de I Dari, Francesco C che ha scalato le classifiche negli anni novanta, I Kina che sono stati forse, insieme ai CCCP, il principale gruppi punk in Italia, i Kymera che hanno sbancato a X-Factor, il primo violoncello dell'orchestra della Rai Stefano Blanc, i Nanda super gruppo blues appena tornato da una tournée negli Stati Uniti e tanti tanti altri. Voglio inoltre sottolineare che esistono anche importanti realtà produttive. Lo studio con cui collaboriamo per esempio, il MeatBeat di Sarre, registra e produce progetti provenienti da tutta Italia".

"Questa musica ci porterà lontano", è una affermazione che si sente al termine della canzone "Satura". E' un sogno o ne siete convinti?

"Mi fa piacere questa domanda: dimostra che hai sentito il disco proprio fino in fondo. Ad ogni modo crediamo a quell'affermazione fermamente se riferita alla musica contenuta in tutto il disco, forse un po' meno se riferita alla sola ghost track!".

Dove volete andare e quali sono i progetti futuri?

"Tra pochi giorni presenteremo il nostro nuovo videoclip al Festival del Cinema Noir di Courmayeur. Più sul lungo periodo stiamo pensando a un album per il mercato europeo. In ogni caso la priorità rimane il live: l'ho detto e lo ripeto, vogliamo i palchi dei grandi festival".


Titolo: L'Età dell'Oro
Artista: L'Orage
Etichetta: Sony Classical
Anno di pubblicazione: 2013