giovedì 9 maggio 2013

La bellezza ricercata di Neve Su Di Lei




Neve Su Di Lei, all'anagrafe Marcella Garuzzo, avrebbe potuto essere una delle interpreti della scena folk della west coast degli anni Sessanta. Invece la cantautrice ha sbagliato luogo e soprattutto anno di nascita. Nata a Genova, l'ultimo anno dei Settanta, Neve Su Di Lei ha potuto vivere solo indirettamente quell'epoca musicale che ha dato tanti frutti e che ancora adesso, a oltre quarant'anni di distanza, influenza schiere di cantautori. L'insegnamento dei songwriters americani ha lasciato però tracce evidenti nella scrittura e nella musica di Neve Su Di Lei, che ha pubblicato in queste settimane il suo primo album dal titolo "Cerco la bellezza", prodotto da Ruben per RPM Produzioni Musicali. 
Dodici canzoni in cui la chitarra e la voce di Marcella raccontano storie piene di speranza ma a tratti anche malinconiche e visionarie. Gli arrangiamenti sono in punta di piedi e arricchiscono le canzoni anche con l'utilizzo di archi, fiati, percussioni, wurlitzer e mellotron. Il tutto, senza togliere centralità ai due elementi portanti del disco: la voce e la chitarra di Neve Su Di Lei.
La carriera musicale di Marcella è iniziata dopo aver scoperto Joni Mitchell e l'uso delle accordature aperte. Accompagnandosi con una chitarra acustica e un autoharp ha iniziato ben presto a esibirsi nei locali, prima da sola, e poi in duo con Davide Elleestmorte. Dopo cinque anni per la strada, con oltre duecento concerti alle spalle e terminato il sodalizio artistico, Marcella ha inziato a lavorare da educatrice in una cooperativa sociale mettendo la musica in secondo piano. Musica che è tornata prepotente nella sua vita nel 2011 con l'offerta, del tutto inaspettata, di registrare un disco sotto la direzione del cantautore veronese Ruben.
Con Marcella, in questa intervista, abbiamo parlato del nuovo disco e della musica degli anni '60.



Marcella, chi è Neve Su Di Lei?

«Neve Su Di Lei fu la prima moglie di Toro Seduto, grande capo Sioux. Parliamo dell'America appena nata, seconda metà dell'800. Un giorno Toro Seduto volle prendere una seconda moglie, Neve Su Di Lei non era d'accordo e venne scacciata. Da lì se ne persero le tracce. Scomparve dalla storia, in cui entrò comunque in un ruolo assolutamente marginale, fu una toccata e fuga. Era Nativa, quindi sfortunata, e in più donna, quindi doppiamente sfortunata, all'epoca».

Perché hai deciso di usare questo soprannome?

«Ero alla caccia di un nome d'arte che mi descrivesse. Qualcosa di bello da pronunciare, ma che avesse anche un significato. Un giorno, leggendo la biografia di Toro Seduto, inciampai in quel nome: Neve Su Di Lei. Fu una folgorazione. Mi sembrò che in quel nome ci fosse tutto di me: la bellezza nel pronunciarlo, il richiamo ai Nativi Americani – io faccio folk, e mi sento vicina al loro modo di evocare qualcosa di impalpabile che ci circonda – il significato del nome, con questa neve soffice che cade dolcemente su qualcuno … Su Di Lei … e accarezza senza coprire».

Nella tua biografia dici che il tuo rapporto con la chitarra è da sempre tormentato. Eppure alla fine sei tornata allo strumento che avevi iniziato a suonare a 11 anni...

«Sì, una volta ho cercato di imparare a suonare il pianoforte, ma non c'è stato verso: ho le unghie troppo lunghe! Le unghie lunghe mi servono per suonare bene la chitarra, ovviamente! Sono tornata alla chitarra perché sono sempre stata testarda, quindi se non mi riusciva una cosa a cui tenevo non avrei certo mollato nonostante le difficoltà e le incomprensioni. La verità è che suonare la chitarra "accordata normale" non mi piaceva. Mi sentivo limitata, facevo una fatica enorme a stare dentro agli accordi normali, cercavo sempre di scappar via, ma ogni volta che scappavo fallivo nel cercare delle soluzioni che mi soddisfacessero. Era frustrante. Poi ho incontrato un bravo insegnante che mi disse: ‹Mi ricordi Joni Mitchell. Lei usava le accordature aperte›. Da lì ho incominciato, e mi si è aperto un mondo. Un mondo in cui mi sono ritrovata perfettamente. Ora non potrei suonare la chitarra in altro modo che in questo. È stata dura, mi ci sono voluti più di 10 anni, ma alla fine ho trovato la mia strada, e sono ben contenta di non aver lasciato perdere».

Come e perché è nato "Cerco la bellezza"?

«"Cerco la bellezza" è nato perché  Ruben mi ha cercato. Questo è importante che si sappia: senza di lui questo disco non esisterebbe. Io nel 2010 feci l'ultimo concerto, al Caffè Basaglia di Torino: con le lacrime annunciai che per un bel po' non avrei più suonato perché non riuscivo a sopravviverci, e dovevo trovare un lavoro, e trovare un lavoro è stato effettivamente… un lavoro! A maggio del 2011, mentre quasi non ci pensavo più, arrivò la proposta di Ruben, un cantautore veneto con grande esperienza alle spalle, che mi propose di produrre il mio primo album. Non credevo alle mie orecchie. Ormai facevo l'educatrice, alla musica quasi non ci pensavo più. Lui mi disse che mi aveva seguito per un po' su myspace, gli piaceva la mia musica, ed ero pronta per fare il mio primo album. Da qui iniziarono le interminabili chiacchierate e lo scambio di email su cui poggiano, salde, le fondamenta di "Cerco la bellezza". Le canzoni c'erano già quasi tutte. Mancava solo Ruben».

Nella vita, come dicevi, fai l'educatrice, è per questo che hai voluto una copertina piena di simpatici e colorati disegni?


«In realtà volevo un disegno che mi rispecchiasse in pieno. Nel bene e nel male. Per questo ho voluto farlo io. Io in realtà non sono una disegnatrice, quindi mi sono ispirata a libri di favole per bambini che avevo a casa. Ho messo insieme i pezzi che mi piacevano di più, come un puzzle. Sono disegni che rimandano a un mondo fantastico, ma che trovano ispirazione nel mondo reale. L'immagine di me che suono li ricolloca nel presente, e infatti io sono l'unica figura "reale" del disegno. In questo senso sono stati preziosi i consigli di Valentina Amandolese, che ha lavorato alla grafica come Architwo Studio».

Dopo quattro anni in giro per l'Italia a suonare hai deciso di prenderti un pausa e, come abbiamo detto, hai iniziato a lavorare in un ambito diverso da quello musicale. Poi il ritorno prepotente alla musica. Cosa ti ha fatto nuovamente cambiare idea?

«In realtà la musica non mi ha mai abbandonato. Io e lei ci eravamo semplicemente prese una pausa. Ogni tanto fa bene, fare qualcos'altro, cambiare idea, farsi un giro in un altro ambito, anche solo per sapere come funzionano le vite degli altri, com'è la vita vissuta in un altro modo. Mi è servito molto, non fare musica per un po', e mi serve tutt'ora. Poi è arrivato Ruben, come facevo a dire di no a un produttore che mi proponeva di fare un disco? Era l'occasione che avevo cercato per anni, e che arrivava, alla fine. Ho semplicemente fatto un balzo nella vita che avevo fatto per tanto tempo. Non è stato difficile».

Quando hai scritto le canzoni del disco?

«Queste canzoni sono il frutto di esperienza di vita. Le più vecchie sono "Lady oltremare" e "Un viaggio, stanotte", entrambe del 2006, le più giovani "L'albero e il folletto" e "Nel mio campo giochi", che ho scritto nel 2011. È una specie di diario, questo disco, le canzoni abbracciano periodi diversi della mia vita, ma sono tutte unite dal filo dell'esplorazione: sono tutte canzoni nate dalla mia voglia di rispondere alle molte domande che mi faccio di solito, su di me e sulle persone. Di solito la risposta resta fuori dalla canzone, fuori dal foglio, e rimane il testo, come traccia di questa ricerca. A questo proposito c'è una canzone, che non è stata inserita nel disco, che si intitola "Impronte" che parla proprio di questo: di come nasce per me una canzone. A Ruben piaceva molto, ma io ne preferivo altre, così non è stata inserita nella scaletta dell'album. Magari la inserirò nel prossimo disco, se mai verrà…».

Come si sono svolte le sessioni di registrazioni?

«Purtroppo, a causa dei miei impegni di lavoro non ho potuto assistere a tutte le riprese, anche perché il disco è stato registrato a Verona, mentre io abito a Genova. Le mie sessioni si sono svolte sostanzialmente in tre giorni. Ruben e io ci siamo subito trovati d'accordo sul modo di incidere: avrei registrato tutto "live in studio", ovvero alla maniera dei "great '60", cantando e suonando insieme, come in concerto. Il povero Luca Tacconi – fonico e proprietario del "Sotto Il Mare Recording Studios" di Povegliano, dove abbiamo registrato – è diventato matto per posizionare i microfoni.  A me pareva di essere dal dentista! I primi due giorni ho registrato i pezzi dove non ci sono percussioni, ed è stato molto impegnativo: ero sola, in questa grande stanza, con la luce bassa. Sola con me stessa e la mia interiorità. È stato un po' come una seduta psicanalitica, ma me la sono cavata. Iniziavamo alle 10 del mattino e finivamo alle 19/19.30. Andavo a dormire stanca morta. Il terzo giorno è arrivato Carlo Poddighe, il percussionista/chitarrista/bassista/polistrumentista – suona qualsiasi cosa – e lì ci siamo divertiti da morire: lui nella sua stanzetta, io nella mia stanzona, abbiamo suonato un po' insieme per scaldarci e poi via. Suonare con un musicista bravo come lui è stato veramente bello e divertente. Mi sono fatta un sacco di risate. Insomma, prima la sofferenza e poi il divertimento. Giusto, no? Invece le altre parti, gli archi, l'Hammond, il wurlitzer, il mellotron, i cori, sono stati registrati in momenti successivi. Gli archi avrei voluto vederli, ma ero a casa con l'influenza, così ho seguito le sessioni via skype. I cori invece li ho fatti in un altro momento, alcuni li abbiamo inventati io e Ruben, altri invece me li sono preparati a casa. Tutto è stato molto scorrevole. Nessun intoppo, nessun nervosismo o ansia. Tutto è andato come doveva andare. Un lungo fiume caldo e tranquillo».

Quale è stato l'episodio che ti ha fatto capire che ce l'avresti fatta a produrre il disco?

«Diciamo che non è stato facile portare avanti l'idea che io e Ruben avevamo: fare un disco che si avvicinasse il più possibile alla mia essenza, ma con le idee di un avvocato di 45 anni, cantautore amante del rock e del blues, ovvero Ruben. Mi sono arrivate molte critiche, ancora prima di cominciare, molti commenti e consigli. C'era molta ostilità. Dico per certo che con quel clima, se la proposta mi fosse arrivata anche solo cinque anni prima mi sarei arresa, e il disco non l'avrei fatto. Invece mi sono semplicemente fatta dei gran pianti, ma poi ho alzato la testa e ho portato avanti la mia idea, mettendo da parte i commenti altrui. Ricordo che una volta, dopo l'ennesimo commento negativo ricevuto, sono andata a dormire proprio depressa, pensando che il giorno dopo avrei telefonato a Ruben e gli avrei detto che il disco non si faceva, che mi dispiaceva, ma che non mi sentivo pronta. Invece il giorno dopo sono andata a fare shopping, e mentre ero da H&M Ruben mi ha chiamata. Io mi sono seduta sulle scale davanti ai camerini di prove e gli ho raccontato l'ennesima critica ricevuta, e gli ho chiesto conforto, gli ho chiesto: ‹Come devo rispondere a chi mi dice questo e quest’altro?›. Ruben, con il suo solito fare flemmatico, mi disse: ‹Tu devi dirgli: di queste cose ne dovete parlare col produttore, io sono l'artista e faccio l'artista!›. Lì capii che in lui avrei sempre trovato un aiuto, che potevo fidarmi e che la strada era quella giusta. Difficile, fuori moda, ma giusta. Ed è indicativo che questa discussione telefonica, che verteva su come registrare un disco "live in studio" con un sound anni '60, sia avvenuta in un grande magazzini di abbigliamento modernissimo, fra l'altro Ruben questa cosa non la sa…Ora gliela dico».

La tua foto in bianconero che compare nel booklet ricorda appunto quelle delle cantanti degli anni '60. Ti senti vicina a quel periodo artistico?

«Assolutamente! Io mi sento fuori moda. Non per le cose che racconto, ma per come le racconto. Sono nata nell'epoca sbagliata. Oggi si vive meglio sotto molti aspetti, ma il fermento artistico e culturale che c'era negli anni '60 oggi è solo un lontano ricordo. Siamo in piena decadenza culturale, da anni purtroppo. È un processo che sta investendo tutto il Mondo Occidentale, e l'Italia mi pare particolarmente colpita da questo regresso. Basti pensare che ormai, se piaci, ti viene chiesto come mai non partecipi a "X Factor" o "Amici" o roba del genere. Quando a un tale domanda rispondo che mi sento lontana anni luce da quel modo di pensare, la maggior parte delle volte il mio interlocutore non capisce. Anche negli anni '60 si andava in tv a suonare, ma si suonava davvero, si dava realmente spazio al musicista che si esibiva. Oggi tutto è velocissimo, si guarda il look, e chi si presenta sul palco spesso non nulla da dire, perché nessuno gli ha insegnato che in effetti bisogna avere qualcosa da dire, prima di parlare».

Chi tra Joan Baez, Joni Mitchell, James Taylor, Jackson Browne e Van Morrison ha maggiormente influenzato la tua musica e il tuo modo di suonare?

«Senza dubbio Joni Mitchell. Chi mi conosce sa bene quanto questa grande cantautrice mi abbia colpito e quanto mi abbia insegnato. Un insegnamento che continua anche ora, e che esula dalla musica. Joni Mitchell è sempre stata estremamente coerente nelle sue scelte, ha sempre usato il cuore e la mente in eguale misura, e ha sempre intrapreso scelte coraggiose, attirandosi molte critiche. Ha fatto anche scelte nella vita che non condivido – abbandonò la figlia appena nata in orfanotrofio per seguire la sua carriera – ma la vita di nessuno si può dire limpida e priva di errori. Mi piace anche molto James Taylor, per il suo carattere calmo e tranquillo, per la sua modestia e per il suono meraviglioso del suo tocco. In generale, è tutto il panorama di quegli anni, in California, che mi ha influenzato e dove ancora oggi, spesso, ritorno, per scappare dall'ignoranza dei nostri tempi».

In "Torneranno alla terra" punti l'indice sull'arroganza dell'uomo che ‹costruisce senza badare a spese né a vite›. Qual è il tuo messaggio?

«Più che altro è una riflessione su quanto siano fatui e inutili i potenti che accumulano soldi e costruiscono imperi per essere immortali: comunque si muore, e loro non si sottrarranno a questo destino perché hanno costruito un grattacielo in più o invaso un paese nel giusto momento storico. Il loro ricordo durerà poco, perché siamo solo di passaggio. In realtà quel pezzo è nato durante una mia visita alla Diga del Vajont: è comparsa fra la nebbia, un mattino di febbraio di qualche anno fa. Erano così forti le urla di quei morti, nel silenzio, che non ho potuto fare a meno di ascoltarle. È nata così "Torneranno alla terra", che è insieme consolazione per la memoria di quelle persone e monito per coloro che hanno permesso quel massacro, e che ne permettono altri, tutti i giorni».

Tanti sono i personaggi che si incontrano nelle tue canzoni: Emiliano, Lady Oltremare, Nick. Sono tutti inventati o frutto di incontri ed esperienza personali?

«Un po' entrambe le cose. Sono personaggi che esistono nella realtà, ma che sono diventati fiaba per raccontare qualcosa di diverso. Io sono sempre partita dalla realtà per arrivare a raccontare il cielo. C'è chi lavora al contrario, ma io non potrei. La vita che mi circonda è fonte di ispirazione. Non ti dirò chi sono questi personaggi. Loro però lo sanno benissimo. L'unica eccezione è costituita da Nick: si tratta di Nick Drake, e dato che non l'ho di certo potuto incontrare, ho fatto in modo che venisse a trovarmi, sotto forma di fantasma, una notte d'estate».

Quanto c'è di autobiografico nella canzone "Cosa sono io"?

«Ah, tutto! L'ho scritta in treno, mentre tornavo a casa dopo aver fatto visita ad un'amica. Ricordo che erano uscite delle cose, in quell'incontro, che mi avevano fatto riflettere, mi avevano buttato giù. Così scrissi il testo in treno, tutto di fila. Poi però quando si trattò di metterci la musica, il primo accordo che uscì fu allegro, mi mise di buon umore, e decisi di andargli dietro. Così è quella canzone: canto cose tristi, ma col sorriso. E chi non si sente fragile, ‹che il vento mi fa tremare›, o solo in mezzo alla folla, sentendo ‹il disagio nello stare in mezzo agli altri›? È una sensazione che proviamo tutti. È una specie di seduta di psicanalisi, ma al contrario delle visite dallo psichiatra, questa è fatto ballando, o battendo il piede a ritmo. Mi diverto sempre molto a suonare questo pezzo».

I testi di tutte le canzoni ti vedono protagonista in prima persona. Queste dodici tracce possono essere lette come pagine di un tuo diario?

«Assolutamente. Sono a tutti gli effetti pagine di diario. Potrebbero essere il diario di chiunque, credo, perché i personaggi di cui parlo, le sensazioni che descrivo, sono patrimonio di tutti noi. Poi io scelgo di scriverci su qualcosa, un'altra persona magari no, magari fa altre scelte. Io penso che se ognuno di noi dedicasse un po' del suo tempo a fermare certe immagini con un racconto, una fotografia, un disegno, una canzone, staremmo tutti meglio. Ogni tanto fa bene, secondo me, creare qualcosa che proviene dalla vita reale. Poi torni al lavoro, alla famiglia, ai problemi, però intanto hai creato qualcosa di tuo, che rimane. Solo che la gente non hai mai tempo».

Cosa vorresti dalla musica?

«Pace. Non intendo la pace nel Mondo, quegli anni meravigliosi in cui si credeva che la musica potesse cambiare le cose sono passati e non ha senso rincorrere chimere. Intendo la pace per me, in cui racchiudo volentieri felicità, gioia, amore. Tutte parole bellissime, che sento profondamente quando suono, sia nella tranquillità della mia casa, sia sul palco. Quindi spero di continuare a provare queste cose, di riuscire a trasmetterle, sempre meglio e sempre di più, chi mi sta accanto e a chi incontro casualmente a un concerto, o per strada».


Titolo: Cerco la bellezza
Artista: Neve Su Di Lei
Etichetta: RPM Produzioni Musicali
Anno di pubblicazione: 2013

Tracce
(testi de musiche di Neve Su Di Lei)

01. La mattina nel quartiere dei fiori
02. Morbido, dolce La minore
03. Cosa sono io?
04. Emiliano arriva un giorno di pioggia
05. Lady oltremare
06. Cerco la bellezza
07. Un viaggio, stanotte
08. L'albero e il folletto
09. Torneranno alla terra (Vajont)
10. Il segreto dell'oleandro
11. Nel mio campogiochi
12. Rural Indie Camp