martedì 1 marzo 2016

"Storie della fine di un'estate" di Carlo Ozzella





I colori e i sapori dei mesi estivi, i sogni e i tanti volti dell'amore, della libertà e dell'amicizia fanno capolino nel nuovo album di Carlo Ozzella. "Storie della fine di un'estate", pubblicato a due anni e mezzo di distanza dal precedente "Il lato sbagliato della strada", segna un deciso passo in avanti nella crescita artistica del cantautore milanese. Abbandonati, almeno per il momento, i Barbablues, compagni di viaggio per oltre quindici anni e protagonisti di centinaia di concerti nei locali del nord Italia, e affrancatosi dalle influenze, a volte troppo marcate, della produzione di Bruce Springsteen, Ozzella ha dato vita ad un disco di sano rock influenzato dalla tradizione americana così come dalla canzone d'autore italiana. Musicalmente Ozzella ha scelto di utilizzare molto meno il sax, strumento tra i più importanti del disco precedente, e di lasciare poco spazio agli assolo, tutto ciò a vantaggio di un suono più compatto e moderno. È cambiato anche il punto di osservazione da cui Ozzella guarda il mondo. Gli aspetti sociali, tanto importanti nelle canzoni de "Il lato sbagliato della strada", hanno lasciato il posto ad una visione più intima e personale in cui gli stati d'animo, le emozioni e le esperienze di vita sono diventate protagoniste nelle undici tracce autografe. Per raccontarsi Ozzella ha lasciato da parte la lingua inglese, utilizzata in alcune delle canzoni del primo disco, e ha scelto di cantare tutti i brani in italiano. Scelta ampiamente condivisa da chi scrive e che ha donato maggiore omogeneità all'album.
Arricchisce il cd la canzone "Quando il cielo è fragile", scritta da Lorenzo Semprini e pubblicata una decina di anni fa in inglese nel disco dei Miami & The Groovers. Il brano è stato poi tradotto da Daniele Tenca e quella pubblicata da Ozzella è la prima versione ufficiale in italiano. "Storie della fine di un'estate" è un disco brillante, coerente e generoso che scorre fluido senza momenti di stanca o cali di tensione e che conferma l'ottima vena creativa di Ozzella.
In studio di registrazione il cantautore milanese si è avvalso della collaborazione di Claudio Lauria al sax, di Davide Malanchin alla batteria e alle percussioni, di Martino Pellegrini al violino, di Paolo Quaglino alle chitarre, di Riccardo Maccabruni all'Hammond e alla fisarmonica, di Roberto Cito al basso e di Stefano Gilardoni al pianoforte e al mandolino.
A raccontarci la genesi di "Storie della fine di un'estate" è Carlo Ozzella nell'intervista che segue. 




Carlo, è sempre un piacere poter chiacchierare con te. Cosa è successo nella tua vita dall'ultima volta che ci siamo bevuti una birra insieme?

«Tantissimi concerti, molti nuovi amici che seguono la mia musica, una bimba che cresce, un'altra in arrivo fra pochi mesi… e un nuovo album!».

Presentaci "Storie della fine di un'estate", il tuo nuovo disco uscito in questi giorni…

«Dodici brani, tutti in italiano, rock d'autore. È un disco in cui si incontrano le sonorità tipiche del rock americano classico, del folk rock più moderno e della canzone d'autore italiana, in cui la cura dei testi ha una grande importanza. Le canzoni raccontano pezzi di vita, ricordi, sogni, l'amore con i suoi tanti volti, l'amicizia. Dopo il precedente album, in cui mi ero soffermato maggiormente su tematiche sociali, sulla crisi che stavamo attraversando, volevo che questo lavoro contenesse storie molto più personali, storie reali, in cui ognuno si potesse identificare».

Rispetto al precedente disco, questo non è più firmato insieme ai Barbablues. È cambiato qualcosa?

«Ero convinto che questo disco dovesse rappresentare una svolta per me. Volevo che suonasse alla grande, che contenesse idee nuove da un punto di vista musicale, che venisse registrato in maniera assolutamente professionale. I Barbablues sono nati come "party band", hanno fatto questo per quindici anni e ancora lo fanno in maniera eccezionale! Ma suonare delle cover e animare una serata è una cosa diversa rispetto a produrre un disco. Insieme ci siamo resi conto che era bene separare queste due realtà, che per inseguire l'idea che avevo in testa era necessario affidarsi a nuovi musicisti, ad un produttore artistico. E poi portare avanti un progetto solista, in cui potesse emergere la figura di un cantautore con le sue storie da raccontare».

Da dove arrivano le canzoni di questo disco?

«Subito dopo l'uscita del precedente lavoro per un anno circa non ho scritto praticamente niente. Poi gradualmente una serie di nuove canzoni hanno iniziato a venire alla luce, prima le musiche, poi le idee sui testi, poi versi sempre più affinati. In alcuni casi si è trattato di un'esigenza espressiva immediata, emozioni che non sapevo elaborare se non facendole confluire in una canzone, in altri di lunghe riflessioni, su cosa volevo raccontare e in che modo. Mi piaceva in generale l'idea che alla fine ne risultasse un compendio di differenti storie ed esperienze».

C'è un filo conduttore che lega le storie che canti in questa tua nuova fatica discografica?

«La prima volta in cui ho ascoltato l'album finito mi sono accorto che c'è un termine che ricorre spesso nelle canzoni: "libertà". Credo che questo tema attraversi in maniera trasversale tutto il disco, anche da un punto di vista musicale».

Nei testi mostri un carattere molto determinato. In più di una occasione inviti a vivere totalmente la vita, a rinascere senza dover fingere. È questo il modo in cui vorresti vivere?

«Mi rendo conto sempre di più come spesso ci troviamo a condurre vite in cui scegliamo solo in parte cosa vogliamo davvero. Per il resto è una grande finzione, abbiamo la nostra parte e dobbiamo recitarla. La cosa sorprendente è che se ci pensi bene nessuno ci costringe a farlo! Eppure per uscire dagli schemi ci vuole molto coraggio e io per primo non sempre sento di averlo».

È applicabile questa visione alla società di oggi?

«Sono convinto che sia possibile fare dei primi passi, partire dalle piccole cose e in quelle riaffermare le proprie scelte, non condizionate. Chiedersi se quello che si sta facendo ci piace davvero, ci rende felici, e se non è così intraprendere un nuovo cammino».

Musicalmente gli interventi di sax, molto presenti nel tuo primo disco, sono più ridotti a vantaggio di violino e tastiere. Un cambio di rotta?

«In parte sì. Volevo allargare le mie possibilità espressive, usare sonorità più variegate e soprattutto fare un disco che suonasse attuale, moderno. Il sax è uno strumento magnifico e Claudio (Lauria, ndr) in particolare è un musicista di grande qualità, ma ricorrere sempre al sax come strumento solista rischiava di portarci un po' indietro negli anni, a sonorità che oggi sono un po' superate. Le stesse strutture delle canzoni sono state pensate in questo senso, in generale ci sono pochi assolo e i pezzi scorrono via molto più compatti».

Trovo che le canzoni suonino meno "springsteeniane" rispetto a quelle del primo disco. Personalmente ritengo che sia segno di maggiore maturità artistica. Tu cosa ne dici, sei cosciente di tutto ciò?

«Per me è stato un percorso di crescita abbastanza naturale. Un amico giornalista, Daniele Benvenuti, nella sua recensione a "Il lato sbagliato della strada" lo aveva definito come l'album "più sonoramente springsteeniano" che lui avesse ascoltato negli ultimi venticinque anni. Il che naturalmente mi aveva fatto piacere, è da quel mondo che venivo e in qualche modo a quel sound mi ero ispirato. Ma restare in quel solco conteneva una grande insidia, quella di non esprimere affatto una propria identità, che è l'esatto contrario di ciò che significa essere un artista».

Rock ma anche aperture verso certe sonorità irlandesi come in "Ti bacio per tutta la vita"…

«Avevo in mente alcuni strumenti che senz'altro avrei voluto utilizzare, come il violino, la fisarmonica, per dare al disco sfumature folk. Volevo sentire nelle canzoni il legno degli strumenti, delle chitarre acustiche, del mandolino, percepire le loro vibrazioni. In questo disco tutti gli strumenti che si sentono sono reali, nulla di campionato o di replicato. Per l'Irlanda poi ho un amore profondo e non vedo l'ora di ritornarci. Adoro i suoni e le atmosfere della sua musica tradizionale, la sua storia e la sua mitologia, i suoi paesaggi».

Vedo che rispetto al disco precedente, dove erano presenti anche canzoni in inglese, hai scritto tutti i testi in italiano. Una scelta azzeccata che rende il lavoro molto più omogeneo. Chi ti ha consigliato di fare questa scelta?

«Ho avuto diversi "consiglieri" in questo senso! Ma sinceramente è una decisione che già si era fatta strada in me. Ad un tratto ho capito che era necessario fare una scelta, definire una mia identità e portare avanti un mio modo di fare musica e di scrivere le canzoni. Solo in questo modo avrei potuto essere credibile. Ho sempre dato una grande importanza ai testi delle canzoni, io sono cresciuto ascoltando i maestri come De André, Guccini o De Gregori, e mi sono reso conto che solo scrivendo in italiano avrei potuto dare profondità alle parole, raccontare in maniera più precisa, definita e anche poetica le mie storie, pur con le complicazioni che la lingua italiana comporta».

Tra i musicisti che hanno contribuito c'è anche Riccardo Maccabruni, già con i Mandolin' Brothers e Massimo Priviero…

«Ho conosciuto Riccardo proprio seguendo i concerti di Priviero. Ho potuto vedere in più occasioni quanto fosse bravo e versatile, oltre che un ragazzo simpaticissimo e molto disponibile. Ci siamo parlati, gli ho detto che mi sarebbe piaciuto averlo nel disco a suonare gli Hammond e alcune parti di fisarmonica: ha accettato subito con entusiasmo e ha fatto un lavoro egregio. Posso dire lo stesso di Martino Pellegrini, che ha suonato le parti di violino. La magia di "In una notte come questa" è tutta merito loro».

Quasi tutti i testi sono scritti parlando in prima persona. Questo significa che sono storie che nascono da tue esperienze personali?

«Nella maggior parte dei casi è proprio così, sono storie vissute davvero, in prima persona e solo in un secondo momento elaborate, trasformate. Il processo di scrittura, il lavoro sui testi ti porta inevitabilmente poi ad assumere un punto di vista più generale, a cercare di astrarre e di rendere le tue storie più "universali". Ma ho scritto tutte le canzoni guardando molto dentro me stesso, elaborando esperienze e cercando di esprimere i miei stati d'animo, i sentimenti, che non sapevo raccontare e trasmettere diversamente. Non è stata una scelta premeditata, è qualcosa che è venuto in maniera molto naturale».

"Quando il cielo è fragile" è l'unica canzone che non hai scritto tu…

«Esatto, è una canzone dei miei amici Miami & The Groovers, il cui titolo originale è "When the tears are falling down". Era presente nel loro primo disco, uscito nel 2005, e alcuni anni dopo un altro amico e ottimo musicista, Daniele Tenca, ha scritto il testo in italiano del brano. Nei loro concerti i Miami spesso mixano le due versioni e in diverse occasioni il brano è anche stato eseguito interamente in italiano. Mancava però un'incisione in studio "ufficiale" di questa versione e così, mentre stavo lavorando al disco e facendo un po' di scelte su quali brani includere o meno, Lorenzo Semprini mi ha scritto e mi ha chiesto ‹perché non la incidi tu?›. Sono stato indeciso per un po' di tempo, il pezzo mi piaceva molto ma avevo paura che suonasse un po' "estraneo" nel contesto del disco. Poi durante una serata che abbiamo fatto poche settimane prima di andare in studio a registrare l'abbiamo suonata dal vivo. Dalla reazione del pubblico ho capito che dovevo inciderla e metterla nel disco».

E poi hai abbandonato il bianco e nero scegliendo colori molto solari per la copertina. Il sole splende alto anche se sono "Storie della fine di un'estate"…

«Volevo che questo fosse assolutamente un album "a colori", nell'artwork del cd così come nelle immagini utilizzate nelle canzoni e nei suoni. Quando abbiamo iniziato la pre-produzione del disco ci siamo accorti che potevamo solo in una certa misura definire le parti dei singoli strumenti, perché la vera forza dei brani sarebbe venuta fuori solo suonandoli, cogliendo l'ispirazione di quel momento. E io credo che alla fine aver scelto questo tipo di approccio abbia portato grande vitalità e solarità alle canzoni».

Tra i ringraziamenti c'è anche Bruce Springsteen & The E Street Band. Se non ci fosse stato lui ti saresti avvicinato alla musica?

«Sono convinto di sì. La musica mi ha accompagnato praticamente da sempre e già quando avevo undici anni suonavo la chitarra e cantavo. Scoprire Bruce è stato come intraprendere un cammino, avendo accanto una guida, per raggiungere un posto in cui ciò che fai coincide davvero in pieno con ciò che sei. Ma quando hai scoperto la bellezza del viaggio il percorso che fai passa in secondo piano: puoi scegliere magari una strada diversa, ma non puoi fare a meno di percorrerla».


Titolo: Storie della fine di un'estate
Artista: Carlo Ozzella
Etichetta: Avakian Productions/IRD
Anno di pubblicazione: 2016

Tracce
(testi e musiche di Carlo Ozzella, eccetto dove diversamente indicato)

01. Santi, perdenti ed eroi
02. Niente da perdere
03. Alla fine del giorno
04. Ti bacio per tutta la vita
05. La strada che conduce a te
06. Forti e liberi
07. In una notte come questa
08. Un vuoto da riempire
09. Niente è così sia
10. Quando il cielo è fragile  [Daniele Tenca, Lorenzo Semprini, Roberto Vezzelli]
11. Fino all'ultimo respiro
12. Viola