lunedì 4 maggio 2015

I "Pensieri verticali" del cantautore Stefano Barotti






Non c'è fretta quando si è alla ricerca della qualità. Lo sa bene Stefano Barotti, tornato discograficamente a far parlare di sé dopo un lungo periodo di assenza. Sette anni in cui il cantautore toscano ha suonato molto dal vivo, ha collaborato con altri artisti, ha composto e registrato le canzoni di "Pensieri verticali", terzo disco della sua carriera. Un importante passo verso una decisa maturità artistica capace di unire il meglio del cantautorato della tradizione italiana con una importante iniezione vitaminizzante di rock, blues e americana.
L'esperienza maturata da Barotti alla corte di Jono Manson (ospite nel brano di apertura), in occasione dei due precedenti capitoli discografici, è servita a creare quel fertile substrato su cui si è andato a innestare felicemente il lavoro con il produttore Raffaele Abbate della OrangeHome Records. Un rapporto di collaborazione che ha trovato il giusto feeling e che ha regalato agli ascoltatori un disco ricco di sfumature, in cui viene valorizzata al meglio la capacità compositiva dell'autore. I brani sono piccole gemme che raccontano emozioni, stati d'animo e cose del vivere comune attraverso una scrittura non complessa. Ballad folk-rock lasciano il passo a brani di matrice pop ("L'uomo armadillo"), a divagazioni blues ("Blues del cuoco"), a incursioni dylaniane ("Nerone"), fino all'esplorazione dei territori della west coast ("Cuore danzante/Sulla pietra del pane sfidando il drago con la spada di San Giorgio") in cui la resofonica di Max De Bernardi regala atmosfere suggestive.
Oltre a Manson e De Bernardi, sono tanti gli ospiti che hanno contribuito alla realizzazione di questo progetto che si colloca tra i più belli e interessanti degli ultimi mesi. Tra questi Paolo Bonfanti con il suo inimitabile tocco chitarristico, John Egenes, Kreg Viesselman ed Henry Carpaneto. A creare una solida base musicale ci hanno pensato Vittorio Alinari (flauto e clarino), Nico Pistolesi (pianoforte e organo Hammond), Luca Silvestri e Matteo Giannetti (basso), Vladimiro Carboni (batteria), Luca D'Alberto (archi) e lo stesso Raffaele Abbate (percussioni e pianoforte).
A presentarci il disco è Stefano Barotti nell'intervista che segue.





Battere il ferro finché è caldo non è un motto che ti si addice. Dal tuo ultimo album sono passati sette anni. Non pensi che nella frenetica società di oggi aspettare così a lungo possa essere controproducente?

«Discograficamente parlando, di caldo in Italia ci sono solo le spiagge estive di Rimini. Questo per dire che non c'è una realtà discografica vera nel nostro paese. A meno che tu non sia un nome e allora ogni anno devi far uscire qualcosa di nuovo, farti un giro a Sanremo o ancora meglio far uscire la tua discografia su "TV Sorrisi e Canzoni" per mantenere caldo il ferro, come dici tu. Anche quando da battere c'è rimasto ben poco. Parlando della società che citi, proprio perché frenetica non credo si siano accorti dell’assenza di Barotti. Proprio perché tutto è così frenetico.
Detto questo, mi sono preso del tempo. Volevo voltare pagina e lavorare al nuovo disco in modo diverso rispetto al passato. Sono passati sette anni ma due li ho passati a produrre "Pensieri verticali". Dopo "Gli ospiti" del 2007 mi sono dedicato alle canzoni, a mettermi in discussione artisticamente e a cambiare direzione».

Cosa hai fatto in tutti questi anni?

«Tanti concerti, collaborazioni. Ho scritto un musical con Roberto Ortolan, amico e chitarrista eccezionale. Diciotto canzoni a tema che raccontano una storia, che spero prima o poi vedrà la luce in teatro grazie ad una produzione. Ho studiato e scritto nuove canzoni. Per fare un disco devi averne almeno venti buone per sceglierne una decina da inserire in un nuovo lavoro».

Quali sono i "Pensieri verticali" che più ti ossessionano?

«In realtà il pensiero verticale non ossessiona. Anzi incuriosisce, innamora. Alla base credo ci siano le "radici e le ali" come cantava qualcuno. Essere curiosi del nuovo mantenendo una buona integrità. Certamente ci sono pensieri più affilati, taglienti come per esempio quelli dettati dal rimpianto, questi tendono ad alzarsi un po' troppo in piedi. In questi casi credo sia importante che uno spermatozoo di pensiero non diventi un Gulliver».

Gli artisti hanno sempre una buona dose di follia in qualche angolo nascosto… Tu come ti senti?

«La mia dose di follia è decisamente implosa. Non amo i merletti e i cappelli e nemmeno i gesti ad effetto. Ho il mio clandestino a bordo che a volte affiora e mi porta altrove. Da ragazzo la prerogativa era quella di non essere uno dei tanti, crescendo sono cambiate molte cose. Credo comunque che avere una vita piena di segnalibri, di canzoni, sia già una forma di follia. Così come raccontare la propria vita a perfetti sconosciuti tutte le sere cantandogliela. Se ci pensi è da incoscienti. Anche se poi le canzoni diventano degli altri, ma questa è un'altra storia».

I tuoi primi due album sono stati prodotti da Jono Manson, "Pensieri verticali" da Raffaele Abbate. Cosa è cambiato nel tuo modo di lavorare e quali sono le differenze di approccio tra i due?

«Jono è un produttore molto "Live". Segue molto l'istinto e tifa per il 2 + 2 fa 4. È molto pratico. Mi ha sempre ricordato quei capi mastro nei cantieri edili che fanno un mazzo così a geometri e architetti. Abbate è più sornione, strategico. Lavora come gioca uno scacchista. Tende a ripulire il suono, lascia poco al caso, e fa si che una sua scelta diventi anche la tua. Ho scelto lui perché appartiene alla "vecchia scuola". Un po' come me. Una canzone deve stare in piedi chitarra e voce, allora puoi cercarle un buon vestito, e il buon vestito può voler dire lasciarla nuda. Il mio modo di lavorare è cambiato molto. La lunga pausa tra i miei ultimi due lavori è stato un mettere a fuoco tutto il percorso. I due dischi americani con Jono, la nuove prospettive e intenzioni musicali. Mettendo me e chi lavora con me a disposizione delle canzoni e non il contrario».

Jono Manson resta comunque figura importante avendo partecipato con voce e chitarra in "L'uomo armadillo", canzone che apre il disco…

«Jono è stato e sarà sempre una figura importante per il mio lavoro. Con lui ormai c'è un'amicizia forte che dura da più di dieci anni. Ci tenevo partecipasse al disco, che ci fosse, nonostante io abbia scelto altre strade rispetto al New Mexico. Ne "L'uomo armadillo" ci sono alcune linee in inglese e con Raffaele Abbate abbiamo pensato di farle cantare a Jono. Tra l'altro l'uomo armadillo è un amico comune. Quindi, un piccolo cerchio che si chiude».

"In soli sei minuti so cambiare il mondo", partendo da cosa?

«Questa linea è rubacchiata. Chiedendo ad un'amica come stava dopo alcuni avvenimenti spiacevoli mi rispose: ‹tranquillo, tra sei minuti mi è passato tutto›. Mi è piaciuto questo dare un tempo a un piccolo dolore per un dispiacere. La capacità di cambiare, sterzare nei momenti minori, e farlo addirittura in fretta credo sia da persone intelligenti. Esistono per tutti i giorni neri, dedicare solo sei minuti alla ripresa mi sembra un buon risultato».

Oltre a Manson hai potuto contare su altri ospiti di riguardo come Max De Bernardi - splendido il suo contributo con la resofonica in "Cuore danzante" -, Paolo Bonfanti e Kreg Viesselman. Cosa ci puoi dire di queste collaborazioni?

«Paolo Bonfanti ha sempre suonato nei miei dischi. Abbiamo diviso spesso il palco. Ad ogni disco Paolo mi torna in mente, perché d'istinto sento le sue chitarre in questa o quella canzone mentre il disco lo sto disegnando ancora. Sono convinto sia uno dei più grandi talenti della sei corde che abbiamo nel paese, e per questo possa giocarsela a testa alta anche all'estero. Max De Bernardi invece l'ho conosciuto solo qualche anno fa ad un festival. Lui è veramente illuminato. Suona sempre quel che non ti aspetti. La sua resofonica in "Cuore danzante" mi dà ancora sorprese nonostante l'abbia ascoltata centinaia di volte. Kreg Viesselman l'ho conosciuto nel 2008. Abbiamo fatto un tour insieme in Italia. Siamo legati da una profonda amicizia, nonostante il mio pessimo inglese e il suo poco italiano. Due anni fa è capitato di suonare ancora insieme mentre registravo "Pensieri verticali", in quei giorni l'ho invitato a partecipare ai cori di "Nerone"».

In "Giudizio non ho" canti in maniera ironica il tuo personale rapporto con tua madre. ‹Ieri ho rivisto mia madre e mi ha detto che non era il caso che a suon di cantare e scrivere mi crescerà il naso› è una delle strofe della canzone che mi porta a chiederti come la musica sia entrata nella tua famiglia…

«Mio padre era un buon chitarrista, adesso non suona da anni ma negli anni '60 con la sua band impazzava sulla costa versiliese. A mia madre piaceva cantare, e spesso da ragazza si impadroniva di qualche microfono quando qualcuno suonava nei locali di Forte Dei Marmi. Si sono conosciuti praticamente su un palco. Quindi non poteva andare altrimenti con me».

Ho notato che nei tuoi testi hai focalizzato la tua attenzione sulle piccole cose, sulla vita di tutti i giorni, sui sentimenti lasciando completamente da parte ogni riferimento all'attualità e alla politica. Sono argomenti che non ti interessano?

«Sono un individualista. Credo fermamente che l'unico modo per cambiare le cose in meglio sia quello di fare del proprio meglio. Quotidianamente. Sembra una frase retorica ma non è così. Per la situazione politica sono molto deluso e arrabbiato ma preferisco scrivere altro. Rincorrere altro. Magari cantare della vita faticosa dei cuochi, o che i poteri forti ci stanno rubando tutti i colori come fossero ladri di arcobaleni. Togliendoci la meraviglia, la speranza della voglia di fare. Sono un contadino, mi piacciono le sfumature e raccontare delle storie».

L'amore però è argomento che hai cantato in una romantica tetralogia stagionale. Qual è la tua stagione preferita e perché è giusto viverla?

«Mi piace cantare d'amore. E mi ha aiutato parecchio scriverne. Continuo a capirci poco. Ma rinchiudere un dolore, la fine di un amore in un foglio di carta mi ha aiutato a superare l'ostacolo. Riguardo le stagioni direi senz'altro la primavera, paragonata al sentimento Amore è quella più affascinante, quando il giorno e la luce cambiano. Sembra arrivare il caldo, ma c'è ancora brezza dopo il tramonto. Come quando ci si innamora di qualcuno, quando tutto è ancora platonico e il gioco deve ancora iniziare».

Il tuo amore e debito verso la musica americana lo paghi con "A cena con Drake". Cosa sarebbe la musica senza la poesia di Nick Drake?

«Non so pensare alla musica senza Nick Drake. Ricordo l'innamoramento con "Bryter layter", e poco dopo il rapimento con "Pink moon". Il suo primo disco l'ho ascoltato per ultimo. Ma l'ho tenuto in casa per anni senza ascoltarlo perché sapevo che dopo quello non ci sarebbe stato altro da ascoltare di Drake. Lui mi ha sempre fatto pensare all'acqua del fiume. Silenziosa, costretta dagli argini ma mai domata. Mai ferma, sempre in movimento. Il suo incalzare con indice e pollice sulle corde è ipnotizzante, non dà fiato, per poi cantarci sopra in modo così largo, affilato ma dolce. La sua musica, le sue canzoni saranno sempre avanti nel tempo. Nel disco gli ho fatto un omaggio di quaranta secondi. Era il minimo per chi ha cambiato la mia prospettiva musicale. Quando dissi ad Ernesto De Pascale che avevo scoperto Nick Drake mi disse ‹son cose che ti cambiano la vita› e il buon Ernesto aveva ragione in pieno».

Nei mesi spesi a registrare e a completare "Pensieri verticali" hai trovato il tempo di partecipare alla produzione del nuovo disco dei Gang. Come è andata?

«Coi Gang va sempre bene. Che sia il palco o uno studio con loro si respira sempre una bella energia. È stata una bella giornata di canzoni. Ho cantato alcune linee, facendo dei cori alla voce di Marino. È un onore partecipare al grande ritorno discografico dei fratelli Severini. Suonavo la loro "Bandito senza tempo" quando avevo vent'anni. Oggi avere il mio nome nel loro disco mi fa capire quanta strada ho fatto».

Spiegaci invece il progetto di abbinare le tue canzoni in veste acustica a vini Triple A...

«Da alcuni anni la Velier di Genova sostiene la mia musica. Tra i loro prodotti ci sono i vini naturali Triple A. Con Luca Gargano (uno dei titolari dell'azienda) abbiamo pensato una formula per rendere al meglio la nostra collaborazione. In pratica parliamo di house concert. Concerti in location private dove chi partecipa può assaggiare i vini Triple A e godersi il concerto pagando un biglietto/offerta. Sono due mondi molto vicini le canzoni e il vino. Specialmente in questo caso, dove sia io per la mia musica che i vignaioli e produttori di questi vini lavoriamo con curiosità e intenzione. Da artigiani. In modo "verticale" insomma».

Ora quanti anni dovremo spettare per avere tra le mani il quarto episodio della storia discografica di Stefano Barotti?

«L'idea è di tornare presto in studio. Ho diverse canzoni buone, e sicuramente questo "Pensieri verticali" ci farà lavorare al meglio per un disco futuro. Con Abbate abbiamo dovuto annusarci artisticamente e conoscerci durante le session. La prossima volta avremo il vento e l'esperienza dalla nostra. Anche un live mi piacerebbe. Con Vladimiro Carboni alla batteria e Luca Silvestri al basso abbiamo raggiunto una buona pasta di suono. Mi piacerebbe averne una testimonianza in un disco».




Titolo: Pensieri verticali
Artista: Stefano Barotti
Produzione artistica: Raffaele Abbate e Stefano Barotti
Etichetta: OrangeHome Records
Anno di pubblicazione: 2014


Tracce
(musiche e testi di Stefano Barotti, eccetto dove diversamente indicato)


01. L'uomo armadillo
02. Blues del cuoco
03. La ragazza
04. Vorrei essere
05. Povero è l'amore
06. Giudizio non ho
07. Rose di ottobre
08. A cena con Drake
09. Nerone
10. Ogni cento parole
11. L'arcobaleno rubato
12. Cuore danzante
13. Sulla pietra del pane sfidando il drago con la spada di San Giorgio
14. Girasole  [Stefano Barotti / Carmelo Schininà]