giovedì 21 maggio 2015

I "nuovi" Üstmamò cantano il "Duty free rockets"




"Duty free rockets" segna il ritorno degli Üstmamò. Una reunion al 50% dopo tredici anni di assenza dalle scene musicali. Della band che tanto aveva fatto parlare di sé negli anni '90 sono rimasti Luca Alfonso Rossi e Simone Filippi che ha partecipato alla stesura dei testi. Non c'è più la cantante Mara Redeghieri che si dedica all'insegnamento a tempo ed è impegnata in progetti di studio, recupero e diffusione di brani della tradizione popolare mentre Ezio Bonicelli figura tra gli ospiti del disco. Entrambi hanno però appoggiato il progetto e spronato Rossi a iniziare questa nuova avventura. Inevitabile che due assenze così importanti abbiamo condizionato profondamente il suono e la musica dei nuovi Üstmamò. "Duty free rockets" è molto distante dalla produzione precedente del gruppo. Niente trip-hop, nessuna mescolanza di generi o traccia di elettronica, ma tante chitarre acustiche, slide ed elettriche a creare un tappeto sonoro compatto. Un guitar album, registrato alla svelta con due microfoni a valvole e un Ribbon su computer senza editing invadente, le cui tracce guardano oltre oceano, alla produzione rock americana, al blues di J.J. Cale, al country più cupo. E in queste atmosfere si colloca alla perfezione la voce sussurrata e malinconica di Luca A. Rossi. Un disco piacevole, ben scritto, a tratti sorprendente, con testi scritti unicamente in inglese, che segna il gradito ritorno sulle scene di una parte degli Üstmamò e il futuro è ancora tutto da scrivere.
A parlarci del ritorno e della rinascita degli Üstmamò è Luca A. Rossi nell'intervista che segue. 
 



Luca, perché avete deciso di tornare a incidere un disco dopo oltre dieci anni dallo scioglimento del gruppo?

«Perché avevo un sacco di idee e musiche, giri di chitarra, ma specialmente voglia di suonare alla vecchia maniera garage».

Cosa rispondi ai maligni che potrebbero pensare che sia solo una operazione nostalgica?

«I maligni, essendo tali, non si accontentano di una risposta sincera. In ogni modo, se fosse una operazione nostalgica andremmo in giro a suonare le nostre canzoni di venti anni fa. Se i maligni ascoltassero "Duty free rockets" capirebbero che di nostalgico c'è ben poco… lo capirebbero senza bisogno di spiegazioni».

In dieci anni cosa è cambiato nella tua visione del gruppo e della tua musica?

«Non è cambiata solo la mia visione ma il gruppo stesso, siamo rimasti in due e lavoriamo per quattro; questo in studio è anche molto divertente perché ci piace suonare vari strumenti ma dal vivo saremo in quattro: io, Simone Filippi, Mirko Zanni e Mauro Zobbi. La visione della mia musica parte dalle mani e dalle orecchie più che dagli occhi ed è cambiata. Cerco di fare delle cose molto semplici, non mi piacciono gli assolo complessi, ho riascoltato gente come Skip James, J.J. Cale, Elvis, un sacco di cose anni '50 e non mi piacciono molto i dischi che suonano plastificati, che spesso mi sembrano tutti uguali, come le voci trattate con "plug-in" di intonazione, il mio cervello e il mio orecchio le rifiutano, insomma preferisco le piccole imperfezioni delle voci e degli strumenti, siamo uomini, grazie a Dio vivi, con i nostri  difetti e le nostre differenze. In generale più lavoro su una cosa e meno mi piace».

Qual è il messaggio che vuoi trasmettere con le canzoni del nuovo disco?

«Nessun messaggio, ho provato a scrivere testi in italiano ed era evidente che i significati massacrassero la musica, non andava e non mi piaceva. Con l'inglese è stato più naturale e sono nate delle brevi storie. In "I play my chords" descrivo il momento preciso in cui ho composto la canzone, quello che succedeva, da dove arrivava. "Joy" parla di uno che alza gli occhi al cielo e chiede un po' di gioia per lui e gli altri, è la mia preferita. "Duty free rockets" è la storia vera di un gruppo di soldati americani, saltati su una mina anticarro in un'imboscata, da qualche parte in Afghanistan, tutti feriti in modo più o meno grave. Aspettando gli aiuti, a terra, nella polvere e tra le raffiche, uno di loro stava morendo, delirava e diceva frasi scollegate e senza senso. Un suo compagno sopravvissuto ha riportato, in seguito durante un'intervista a un quotidiano, alcune di queste frasi che ho ripreso e utilizzato nel testo. Sono le ultime parole di un soldato che crepa, esploso, nella polvere. Altre parole le ho rubate dalla battaglia di Geonosis di Guerre Stellari. "Tha last trap" parla di guerre sante e il testo è più che eloquente. Sono tutte brevi storie».

Degli Üstmamò degli anni '90 siete rimasti in due. La cantante Mara Redeghieri non vi ha seguito in questa nuova avventura e Ezio Bonicelli ha dato un contributo limitato. Cosa cambia ora nelle dinamiche e nella visione del gruppo?

«In due si lavora bene e ci si mette sempre d'accordo, ovvio che devi lavorare il doppio. Tre è il numero perfetto, dicono… In quattro rimanere insieme più di dieci anni è già una gran cosa. Quindi cambia tutto costantemente, di sicuro i vecchi quattro Üst non avrebbero fatto un disco chiamato "Duty free rockets", con questo immaginario e cantato in inglese».

Gli Ustmamò non sono più una "ghenga" ma tu sei ancora il capo…

«Per forza. A parte gli scherzi, se fossi ancora il capo avrei recuperato tutti e quattro gli Üst…».

La novità più grande è che hai preso il microfono in mano e sei diventato il cantante degli Ustmamò. Scelta obbligata o aspirazione che trova finalmente realizzazione?

«Realizzazione no di sicuro. Appurato che Mara non avrebbe cantato, era evidente che toccava a me. Non mi piace cantare, sono un musicista e mentre facciamo le prove per i concerti non riesco mai ad attaccare con la voce… aspetto sempre e penso ‹ma quando cazzo entra sta voce!?›. Poi rinvengo e attacco. È stato divertente comporre le canzoni chitarra e voce in una legnaia che suonava benissimo, registravo sul telefonino dei provini per memorizzare ed erano fantastici, suonavano anni '50. Bello anche in studio, durante le registrazioni, mi diverto con compressioni ed echi. In ogni caso mi auguro che il prossimo disco lo cantino Mara o Simone che con la voce è fortissimo».

Come e dove si collocano gli Üstmamò nel 2015?

«Non ne ho la più pallida idea. Vorrei solo collocare dei concerti, con Simone alla batteria e alla voce, io voce e chitarra, Mirko Zanni alla chitarra e Mauro Zobbi al basso. In stile blues sporco, reggae roots, old school».

Giovanni Lindo Ferretti ha espresso parole d'elogio per il tuo nuovo progetto: <Da tre settimane ascolto il disco di Luca, mi ha fatto innervosire molto per l'uso dell'inglese, un po' perché non c'è la voce di Mara, poi sorridere perché mi sto abituando alla sua voce. E sono contento per Luca e le sue canzoni cominciano a farmi compagnia…>.

«Ho realizzato il disco anche con l'intento sincero di fare compagnia a qualche mio amico e sono contento che abbia funzionato con Gio e altri, anche Ezio Bonicelli si è fatto parecchi viaggi in auto con "Duty free rockets". Con Giovanni abbiamo parlato dei testi in inglese, stava per massacrarmi poi ha capito che in italiano non avrei mai concluso e si è rassegnato all'idea, credo».

Nel disco compaiono anche due cover: una di J.J. Cale e l'altra è un classico r'n'r. Perché hai fatto questa scelta?

«In effetti  avrei potuto sceglierne altre tremila. "Don't go to strangers" di J.J. Cale l'ascoltavo a 12/13 anni e cercavo di strimpellarla. Casualmente l'ho riascoltata a 47 anni e impulsivamente l'ho registrata in due o tre ore. Fine. "Hambone" uguale, mi piacciono perché sono fatte di tre accordi e una settima, una linea melodica semplice, un riff di chitarra».

Viviamo nel 2015 ma mi pare di capire che il tuo sguardo musicale sia puntato su riferimenti del passato. Mi sbaglio?

«Adesso sì, riferimenti che suonano vecchi, il mio cervello li riconosce e li digerisce meglio. Meno pressione sonora e più aria che si muove. Ogni tanto faccio finta di vivere nel passato. Dipende dal cd che ho sulla Jeep».

L'immagine di copertina fa pensare a una guerra, a esplosioni…

«Sì, anche la realtà spesso fa pensare a una guerra. "Duty free rockets" per una parte è una zona franca da missili e razzi, dove si può stare al riparo, sicuri. Per l'altra parte è una zona franca dove missili e razzi possono essere venduti e comprati in grande quantità, con facilità a basso prezzo e senza dazi. In mezzo è guerra feroce tra le due parti».

Chiudi il disco con due canzoni in cui è protagonista il vento. Cosa rappresenta per te questo elemento naturale?

«Abito in un posto che si chiama La Bora e non è un caso, quando il vento vuole, sa fare male. Esasperato, dopo una settimana di raffiche violente, fredde e rumorose ho messo fuori dalla porta un Marshall valvolare a manetta cercando di sovrastare il suo suono e la sua potenza. Ha vinto lui, sembrava dire ‹tu sparisci!› e questa è la storia della canzone. Il vento rappresenta la forza e la potenza della natura e mi ricorda che non sono niente di molto importane e duraturo. Una foglia».

Trovo che il disco sia molto genuino e trasmetta naturalezza. Non c'è nulla di forzato. Lo è stato anche il processo creativo?

«Sì, il processo creativo è la cosa che ha funzionato meglio, e quando comincia funziona come un orticello, va bagnato e lavorato un po' tutti giorni e se la terra non fa proprio schifo nasce qualcosa. È la cosa che mi piace fare di più. La registrazione della canzone equivale  al congelamento del raccolto».



Titolo: Duty free rockets
Gruppo: Üstmamò
Etichetta: Primigenia Produzioni / Gutenberg Music
Anno di pubblicazione: 2015


Tracce
(musiche e testi di Luca A. Rossi, eccetto dove diversamente indicato)

01. I play my chords
02. Done
03. Don't go to strangers  [J.J. Cale]
04. Joy
05. Hambone  [Carl Perkins, Wayne P. Walker]
06. The last trap
07. Duty free rockets
08. I want to tell you
09. Sad king
10. Wha wha wind
11. When the wind talks to me