martedì 24 marzo 2015

"Facile o felice" il dubbio di Stefano Marelli






Dalla penna di Stefano Marelli esce un inno alla lentezza, al vivere a una velocità che permetta di vedere e assaporare quello che ci circonda, al saper cogliere sfumature e sentimenti che troppo spesso vengono spazzati via dalla frenesia quotidiana. Con "Facile o felice", il primo album a suo nome dopo l'esperienza con i Finisterre, il cantautore genovese, ma anche architetto diventato vignaiolo, presenta un album prezioso, ironico e vivace, che porta alla ribalta dodici canzoni intense, tutte da assaporare. Un lavoro che ha richiesto tempo, cresciuto nel corso degli anni. Grande importanza è data ai testi ma altrettanta cura è riposta nella ricerca dei suoni e negli arrangiamenti curati dallo stesso Marelli, tranne in due episodi: "Settembre" e "Uguale a te" che risentono del determinante apporto di Stefano Cabrera nell'orchestrazione e arrangiamento degli archi. Testi e musiche viaggiano paralleli nel creare atmosfere rock moderne ma luci soffuse dal sapore vintage regalano atmosfere particolari.
La musica è piena di colori e sfumature grazie ad una produzione attenta a ogni particolare e arricchita dall'uso di numerosi strumenti e da collaborazioni importanti, senza per questo rendere il prodotto finale ridondante, complesso o di difficile ascolto. Mario Arcari con il suo oboe dona momenti di impareggiabile bellezza in "Senza la TV" ma soprattutto in "Immobile", uno dei brani più belli del disco. Gli archi dei Gnu Quartet (Stefano Cabrera, Roberto Izzo, Raffaele Rebaudengo) colorano un paio di episodi mentre, una volta ascoltati, non si possono immaginare i brani senza il prezioso contributo della tromba e del flicorno di Raffaele Kohler. Nel progetto sono coinvolti anche Eros Cristiani (pianoforte, fisarmonica, spinetta), Folco Fedele (batteria e percussioni), Lele Garro (contrabbasso), Luca Falomi (chitarra), Barbara Fumia (Cori).
Con Stefano Marelli abbiamo parlato del disco ma anche di tante altre cose…



Cosa ti ha spinto a lasciare i Finisterre e a intraprendere l'avventura solista?

«Il percorso coi Finisterre è stato fondante per la mia educazione alla musica, all'arrangiamento, alla libertà sonora. Hai presente la fidanzatina del liceo? Tanta ingenuità, qualche errore di prospettiva, valanghe di passione profusa senza risparmio. Poi... siamo diventati grandi e le differenze tra noi hanno aperto percorsi diversi; qualcuno ha scelto di provare a vedere dove l'avrebbero portato. Adesso è il mio turno. Da tempo desideravo riprendere un percorso come cantautore, che in realtà è stato il mio primo affacciarmi al mondo della musica; ad un certo punto è scattato il bisogno di raccontarmi con un linguaggio - anche musicale - più diretto e a quel punto il contenitore Finisterre non bastava più».

Come è nato e di cosa parla "Facile o felice"?

«"Facile o felice" nasce in un periodo piuttosto lungo ma discontinuo, in cui vere e proprie immersioni totali nella composizione si sono alternate a momenti fugaci rubati qua e là, ore notturne sottratte al sonno mentre di giorno la vita continuava con le sue scadenze, l'impegno quotidiano per guadagnarmi la pagnotta. Nonostante ciò, credo che alla fine il risultato non sia affatto frammentario, anzi che vi si possa cogliere un disegno unitario, che ritengo sia dovuto principalmente alle tematiche affrontate nei testi, ma anche alla scelta di avere un suono "da band": una struttura portante molto solida data dal quartetto chitarra-basso-batteria-pianoforte, colorata di volta in volta dagli altri strumenti aggiunti. Il titolo dell'album è arrivato a disco già registrato, sollevando il naso dai fader e dai plug-in e guardando all'insieme con una prospettiva a volo d'uccello; allora le differenze hanno cominciato ad apparire non così significative, si sono palesate le somiglianze, le assonanze; l'idea di una collana di canzoni che raccontano uno sguardo etico, se vuoi, sull'esistenza, dove non è vero che "vale tutto e il contrario di tutto", dove certe posizioni e certe scelte ti collocano necessariamente di qua o di là. Il contrario del relativismo etico tanto di moda in questi anni, insomma; la mia personale strada per la felicità, costellata di scelte scomode e tuttavia senza l'ombra di un rimpianto».

È un album musicalmente molto ricco: archi, tromba, flicorno, oboe e poi pianoforte, tante chitarre. Raccontaci come si sono svolte le sessioni di registrazione…

«Mi ritengo una persona maledettamente perfezionista, alla ricerca del sound giusto per ogni canzone che, in questo senso, è un piccolo mondo a sé. Però non volevo realizzare un disco patchwork: come conciliare queste tensioni opposte? Ho scelto di registrare l'ossatura portante dei brani come un "live in studio", quindi basso (Lele Garro), batteria (Folco Fedele) e chitarra ritmica (io) suonate simultaneamente, in tre ambienti acusticamente distinti ma collegati visivamente e tramite l'ascolto in cuffia. Era per me estremamente importante che la sezione ritmica suonasse "come un sol uomo", perciò ho voluto con me due persone con cui avevamo già diversi concerti all'attivo, e soprattutto accomunati dalla stessa percezione del ritmo. Abbiamo suonato, mangiato e dormito assieme per il tempo necessario a concludere questa prima fase. Il suono del pianoforte apre e chiude il disco; mi sono chiesto perché sia andata così, dato che la chitarra resta il "mio" strumento. Col piano, che non ho mai studiato, ingaggio una battaglia continua per trarne, da autodidatta, rivolti interessanti e per cambiare il mio approccio compositivo costringendomi a uscire dai binari di ciò che mi è noto. In studio però avevo bisogno di qualcuno dotato di tecnica e di intelligenza musicale: in poche parole, di Eros Cristiani che ha suonato pianoforte, piano elettrico (tranne in due pezzi dove mi sono cimentato personalmente al Rhodes), organo e tastiere. Ha anche rispolverato la fisarmonica, per ricostruire, insieme all'oboe di Mario Arcari, l'atmosfera di un'orchestrina di paese all'interno di "Senza la TV"».

Interessante anche il contributo degli archi...

«Gli archi conferiscono un respiro vibrante, quasi solenne ai due brani "romantici" dell'album; i Gnu Quartet hanno eseguito le loro parti con una rapidità tale da lasciarci anche il tempo per un violino solo di Roberto Izzo in "Soltanto un mese". Tromba e flicorno: colori ai quali non saprei più rinunciare, grazie alla genialità di Raffaele Kohler. Musicista dotato di un suono bellissimo e di un'intonazione sorprendente; dal vivo condisce il tutto con una verve da intrattenitore di livello. Completo l'elenco con Barbara Fumia ai cori e Luca Falomi, ottimo chitarrista al quale ho affidato il compito di evocare atmosfere cubane in "Ho visto coppie". Le altre chitarre (acustiche, elettriche, 12 corde) sono suonate da me, scegliendo l'amplificatore giusto e gli effetti indispensabili; avendo a disposizione in studio un Fender Twin Reverb, un Vox AC30 e il mio Fender Hot Rod Deluxe, spesso la scelta è ricaduta su chitarra-in-diretta-nell'ampli, però a volte i miei "pedalacci" si sono rivelati preziosi! Naturalmente il risultato non sarebbe stato lo stesso senza l'alchimia perfetta stabilita con Raffaele Abbate di OrangeHome Records, sia come fonico che come co-produttore: le scelte di registrazione senza compromessi, la cura artigianale riservata alla giusta microfonazione e alla ripresa del suono d'ambiente; entrambi volevamo un suono vero, coinvolgente ed emozionante».

Come dicevi, hai avuto a tuo fianco i Gnu Quartet e Mario Arcari. Che apporto hanno dato al disco e alla tua persona?

«I Gnu Quartet sono musicisti che conosco da tempo, nell'area genovese le strade si incrociano spesso; lavorare in studio con loro è stato eccitante e non posso che confermarne la grande professionalità, precisione e creatività. Gli archi arrangiati dal violoncellista Stefano Cabrera hanno vestito a festa "Settembre" e "Uguale a te". Mario Arcari è arrivato in studio praticamente a sorpresa, complice l'amicizia comune col pianista Eros Cristiani; in lui mi ha colpito la padronanza totale di uno strumento difficile come l'oboe e la capacità di "entrare" nel pezzo già dal primo ascolto. "Immobile" è un brano che mette totalmente a nudo la scrittura e la voce, Mario ha duettato col mio canto come fosse una seconda voce... alla fine, ci siamo ritrovati con una candidatura alla Targa Tenco come miglior canzone! E poi era difficile non pensare che davanti a me c'era la stessa persona che aveva collaborato con due tra gli artisti che amo di più: Fabrizio De Andrè e Ivano Fossati».

Approfondiamo il discorso della candidature alle Targhe Tenco 2014: miglior opera prima e miglior canzone dell'anno con "Immobile". Un buon riconoscimento o speravi in qualcosa in più?

«Un riconoscimento inaspettato, soprattutto per quanto riguarda la candidatura come "Miglior canzone dell'anno". Nell'elenco insieme a me, c'erano dei nomi... Però poi ci si prende gusto, io credo molto nel valore di "Facile o felice" e un'esibizione in finale sul palco dell'Ariston avrebbe sicuramente gratificato il mio ego».

Il disco si apre con la canzone "Lento lento". Proprio questa idea di rallentare il ritmo della vita è un po' il filo conduttore delle canzoni. A che velocità vorresti vivere?

«Amo la lentezza come modalità per conoscere il mondo. Mi concedo il tempo per assaporare più che trangugiare, negli anni ho fatto alcune scelte ben precise che mi hanno condotto ad una vita più adatta alla mia natura, fuori dal perimetro della corsa. Sono scelte che hanno un prezzo, ma lo pago volentieri».

In "Con le mie idee" ironizzi sull'affermazione ‹il lavoro nobilita›. Qual è il tuo punto di vista?

«Non amo molto i luoghi comuni; in genere mi insospettiscono, provo a ricostruirne la storia possibile e spesso emergono i meccanismi di potere e di controllo che li hanno generati. Così un po' per gioco, un po' per convinzione, voglio ribaltare uno dei capisaldi di tanto "nobile" pensiero: il lavoro in sé non nobilita proprio nulla, è casomai l'uomo a rendere nobile e degno l'impiego del proprio tempo in un'attività che, di per sé, sarebbe una condanna».

"Soltanto un mese" termina con il verso ‹E avrò il coraggio che tu non hai potendo scegliere liberamente l'ora di andare incontro agli dei›. Sei favorevole all’eutanasia?

«Lo spazio dei versi di una canzone è necessariamente ristretto; diciamo che mi piacerebbe portare l'attenzione sui fatti importanti dell'esistenza (la nascita, la morte) e su come troppo spesso questi siano “medicalizzati”, come se l'essere umano fosse programmato così malamente da non essere in condizione di attraversare le fasi che appartengono alla propria natura senza un ausilio "tecnico", specialistico. Estremizzando, qui si parla di un uomo che, pur di riprendersi il controllo della propria vita, sceglie di porvi termine. Il suicidio è un tema letterariamente molto affascinante».

Ti consideri bravo ad imparare dai tuoi errori?

«Non so, mi piace pensarmi così. In "Pensieri inafferrabili" mi riferisco a quella parte di umanità che ha lavorato per spostare il livello di coscienza ad una maggiore profondità; penso a maestri come Gurdjieff o Jodorowsky. Credo nel paradosso come strumento atto a svelare orizzonti nuovi, prospettive inusuali; credo nella possibilità di scoprire continuamente una parte ignota di sé».

È passato un anno dall'uscita del disco, cosa è cambiato nella tua carriera artistica?

«Il cambiamento più significativo consiste nel fatto che ora, quando qualcuno mi chiede se ho qualcosa da fargli ascoltare, posso rispondere: ‹Sì, ho un DISCO!›; a parte questo…».

Sei una persona che guarda molto al passato, a quello che è stato e che non verrà più?

«Di tanto in tanto, poi mi punisco e prometto di smettere».

Quincy Jones, in una recente intervista, riferendosi ai grandi musicisti del passato ha detto: ‹ad accomunarli erano passione e conoscenza della musica. Oggi, tutto è cambiato con la tecnologia e la digitalizzazione. Premi un pulsante e trovi il suono che cercavi. E i giovani non conoscono la musica nera, il jazz e il blues›. Come commenti questo pensiero?

«Ho capito, continui a cercare di farmi confessare che sono un nostalgico... e invece ti rispondo che io non ne so proprio niente, non capisco nemmeno se per le giovani generazioni la musica occupi ancora un luogo di rilevanza o se sia semplicemente meno centrale... Ho l'impressione che l'enorme disponibilità di materiale musicale a costo (apparentemente) nullo sia inversamente proporzionale all'interesse e alla capacità di ricercare la qualità. Tuttavia è probabile che in questo momento stia nascendo un nuovo genio musicale, che lavorerà coi materiali a sua disposizione per creare qualcosa di totalmente nuovo. E noi faremo fatica ad accorgercene».

Alla fine è meglio un buon bicchiere di vino o un bel disco?

«Confesso di avere seri problemi con quella "o" disgiuntiva che hai piazzato in mezzo ai miei grandi amori; perché non coniugare un buon bicchiere di vino "e" un bel disco? Io ci sto provando, da produttore di entrambi. Tra l'altro l'idea non dev'essere così balzana, dato che proprio in questi giorni ho tra le mani un volume di Maurizio Pratelli, "Vini e Vinili", che pare confermare una comunione d'intenti e sentimenti tra questi due mondi. Alla salute!».





Titolo: Facile o felice
Artista: Stefano Marelli (www.stefanomarelli.it)
Etichetta: OrangeHome Records (www.orangehomerecords.com)
Anno di pubblicazione: 2013


Tracce
(musiche e testi di Stefano Marelli)

01. Lento lento
02. Senza la TV
03. Pensieri inafferrabili
04. Settembre
05. Sull'etere
06. Con le mie idee
07. Soltanto un mese
08. Ho visto coppie
09. L'idiota
10. Ti fa male
11. Immobile