mercoledì 4 febbraio 2015

"Tramps & Thieves", l'esordio dei Four Tramps




Classic rock americano, esplosivo rock inglese anni '60/'70, una spruzzata di punk e una solida base di malinconico blues. Sono questi gli ingredienti di "Tramps & Thieves", album d'esordio dei Four Tramps, pubblicato in questi giorni dall'etichetta ferrarese New Model Label. La band emiliana è nata nel 2011 dall'incontro di diverse anime con alle spalle percorsi artistici differenti. Questa eterogeneità di stili e di influenze si riversano inevitabilmente anche nella musica e nelle canzoni che compongono il disco, registrato a partire da febbraio del 2014 al Vox Recording Studio di Reggio Emilia. È un album ricco e vario, ma allo stesso tempo omogeneo nell'approccio, nelle linee melodiche e negli assolo, e per quella ispirazione blues che permea tutto il disco. Una musica che si tinge inevitabilmente delle influenze di Muddy Waters, Doors, The Who, dei Rolling Stones degli esordi. Le canzoni raccontano invece la condizione degli ultimi, di coloro che non hanno più il controllo della propria esistenza e a cui è stato portato via tutto, di chi deve vedersela con il proprio demonio e la propria solitudine. E così i Four Tramps ci raccontano i drammi di persone anziane costrette a fare i conti con la violenza della natura, di altre travolte da dissesti finanziari o dall'assurdo diffondersi di armi in una società sempre più dominata dalla violenza. Canzoni che pongono interrogativi sul mondo e sull'attualità senza tralasciare però momenti più surreali e spensierati.
Il gruppo è composto da Simone Montruccoli (voce, chitarra e armonica), Davide Guzzon (chitarra, slide e cori), Elia Braglia (basso e cori), Joe Osiris (batteria). 
Con Simone Montruccoli abbiamo approfondito la conoscenza della band e abbiamo parlato del disco d'esordio dei Four Tramps.



Il progetto Four Tramps è nato nel 2011 e ora ecco il vostro primo disco. Cosa avete fatto in questi anni e quando avete seriamente pensato di registrare il disco?

«Noi tutti veniamo da realtà diverse, da generi musicali diversi, e ognuno ha dei gusti personali a volte anche abbastanza discordanti con gli altri membri. Agli inizi, durante la realizzazione dei primi pezzi, abbiamo sperimentato molto, spaziando tra più sottogeneri del rock. Canzoni di chiara natura punk rock (da dove alcuni di noi provengono), brani più grunge o indie, classic rock, ma anche i primi accenni di blues. Da lì abbiamo registrato nella nostra sala prove una demo distribuendola gratuitamente ai nostri primi concerti. Lo sperimentare dei primi anni ci ha portati verso un'unica direzione, quella attuale, che definiamo rock d’ispirazione anni '60/'70 a forti tinte blues. Dopo aver suonato nei vari locali della zona, e messo da parte qualcosa a livello economico e di esperienza artistica, abbiamo pensato che era giunto il momento di registrare un disco "fatto bene" in uno studio di registrazione adeguato. Così nel 2014 abbiamo registrato il nostro primo album ufficiale "Tramps & Thieves"».

Chi sono i Four Tramps e perché questo nome?

«Alcuni di noi sono amici di vecchia data, altri si sono conosciuti grazie a collaborazioni passate quando si suonava rispettivamente in altre band e il nostro membro più giovane è stato trovato tramite un annuncio su un giornale locale. La scelta del nome è stata lunga e difficile. Sul piatto avevamo tante proposte. Alla fine si è scelto il nome attuale un po' per ricordare il tema del "viaggiatore" e delle "esperienze" vissute in giro per il mondo, raccontate spesso nei nostri brani, e un po' per evidenziare il nostro occhio critico nei confronti di quello che attualmente succede nella società. Per qualcuno di noi anche la citazione "Tramps like us, baby we were born to run" di un noto brano di Springsteen ha avuto la sua influenza».

Perché avete registrato un disco quando ai giorni d'oggi lo comprano in pochissimi?

«In primis per soddisfazione personale. Non tutte le band, grazie al cielo, si formano con l'unico intento di sfondare e ottenere successo. È semplicemente la cosa più divertente al mondo, e creare qualcosa, in questo caso un album, dà molta soddisfazione. Se questo sforzo poi lo si riesce a vendere viene da sé che tale soddisfazione aumenta. Inoltre se si vuole suonare il più possibile anche in territori al di fuori della propria provincia, è necessario avere un qualcosa da far ascoltare per presentarsi e promuovere la propria band. La concorrenza è tantissima, e anche nei piccoli club non è più così facile entrare nella programmazione stagionale. Sulla fiducia non ti fanno esibire. Avremmo potuto sfruttare solo il mondo digitale ma il fascino dell'oggetto fisico per noi, e ci rendiamo conto per pochissimi altri, è unico e inimitabile».

Come sono nate le undici canzoni del cd?

«Generalmente partiamo da un riff di chitarra o una sequenza di accordi, poi insieme in studio cerchiamo di costruire tutta la canzone. Poi, con l'aggiunta di un testo, si prova a completare e aggiustare l'opera cercando di capire l’intensità necessaria con la quale suonare ciò che si canta, raggiungendo un equilibrio emotivo tra musica e canto. I testi a volte suonano di critica su alcune questioni della nostra società, altri sono indubbiamente più spensierati o surreali, spesso conditi da ironia, e altri trattano questioni private e fatti di cronaca».

Cosa rappresenta per voi il blues?

«Il blues è il primo punto di un albero genealogico, un nonno che ti racconta la sua saggezza e le sue esperienze, un manuale d'istruzioni fondamentale dal quale attingere per il concepimento della musica pop/rock, ma anche il manuale per cantare con l'anima e con la credibilità necessaria».

Quali sono gli artisti blues che amate di più e come li avete scoperti?

«Credo che ognuno di noi sia entrato nel mondo del blues seguendo quei musicisti rock, in particolare della scena inglese, che a loro volta hanno fatto sentire al mondo intero, a modo loro, quei riff. Ovviamente Rolling Stones, Led Zeppelin, Eric Clapton e molti altri. Ma se torniamo all'America di colore, sicuramente i grandi nomi come Muddy Waters, John Lee Hooker e il leggendario Robert Johnson li apprezziamo molto, e ovviamente il rispetto è infinito per questi miti. Per venire a conoscenza di questa musica non possiamo certo dire che siano stati i mass media attuali ad aiutarci. Abbiamo però fratelli più grandi e anche genitori che ci hanno indirizzati "bene", fortunatamente. Viviamo in una provincia in cui la musica dal vivo si riesce ancora a fare, e soprattutto c'è una scena blues molto attiva. Artisti locali come il grandissimo Johnny La Rosa e tante altre band che oltre ad eseguire magnifici brani propri, suonano grandi classici di artisti americani e inglesi. Possiamo dire quindi che probabilmente ci siamo nati e ci viviamo tutti i giorni col blues. Certo deve comunque interessarti la musica dal vivo e bisogna frequentare i posti giusti».

Oltre al blues, la vostra musica subisce l'influenza del rock di matrice anni '60/'70. Perché la vostra musica guarda al passato? Non vi piace il presente e il futuro che verrà?

«Il presente non ci fa impazzire. Ci sono tante band dei giorni nostri che ascoltiamo e apprezziamo. Ma in linea di massima tra i gruppi più in voga e noti degli anni 2000 c’è poco che ci convince. Più interessante scoprire band o artisti che fanno parte di qualche nicchia ma che mantengono standard qualitativi alti. I grandi nomi degli anni '70 probabilmente avevano (o hanno, per quelli che ci sono ancora) una cosa che adesso non è più così diffusa: il carisma! Ancora oggi sono i grandi nomi del passato a riempire gli stadi e i festival, e a fare concerti lunghi non meno di due ore».

Da una parte il Mississippi e dall’altra il vostro Po. Ci vuole sempre un grande fiume per avere certe atmosfere?

«Diciamo che dalle nostre parti si gioca spesso con questa associazione Mississippi e Po, e sono tante le manifestazioni musicali blues sulle rive del nostro grande fiume, come il noto "Rootsway - Roots'n'Blues & Food Festival". La suggestione e l'atmosfera speciale che si crea durante questi eventi estivi è davvero affascinante. Se non ci fosse il fiume, sarebbe quindi uguale? Per noi no».

Nel disco non mancano canzoni di denuncia come "22 crickett". Ci raccontate da dove nasce e quale significato ha?

«La canzone nasce da un fatto di cronaca vera, sentito semplicemente al telegiornale. È una sorta di denuncia alla cultura americana dell'armamento incontrollato della società civile. Pare che avere un'arma nel comodino sia un fatto normale. E la cosa che più ci ha colpito è la vendita on-line di queste "armi da bambino" come i pink rifle, che sono vere e proprie armi, non giocattoli. Quindi l'incidente è all'ordine del giorno. Non è il fatto di essere antiamericani, ma il fatto di denunciare come anche nella nostra società Occidentale, considerata democratica e avanzata, ci siano enormi buchi neri e contraddizioni».

Con "Morning spread blues" puntate l’indice contro certa finanza. Ma alla maggioranza dei giovani d'oggi siete sicuri che interessi qualcosa?

«Negli ultimi anni l'economia e la capienza delle nostre tasche sono influenzate da quella cosa astratta e gestita da poche persone al mondo che si chiama finanza. Dubitiamo che un ragazzo di 16/20 anni dia il giusto peso a questo concetto. Ma prima o poi ci si accorge che le cose non vanno proprio bene. Sicuramente avrebbe più "appeal" parlare, o meglio, "rappare" di sesso, droga, ragazze, fare video con culi al vento, collane d'oro, eccetera eccetera… Ma i nostri modelli sono altri. E il discorso della "Rivoluzione delle Coscienze" alla Joe Strummer (col dovuto rispetto) ci interessa di più».

In "Tremblin' land blues" parlate del terremoto che ha colpito la vostra regione. In voi che segni ha lasciato questa tragica esperienza?

«Nessuno di noi è residente nei paesi maggiormente colpiti dal sisma. Ma ognuno di noi ha amici o parenti che hanno subìto danni alle proprie case o ai luoghi di lavoro. È stato un momento davvero scioccante per la nostra comunità e ancora oggi si vedono i segni. La canzone si ispira a un fatto vero che abbiamo visto in un servizio giornalistico televisivo. Protagonista, suo malgrado, una signora anziana che viveva sola in casa. La casa è crollata e lei si è salvata per miracolo. I vigili del fuoco l'hanno portata al sicuro mentre lei continuava a chiedere di essere riportata a casa, senza rendersi conto che casa sua non c’era più. Impossibile non emozionarsi e commuoversi».

È proprio vero che le disgrazie come le emozioni forti fanno scrivere buona musica?

«Se uno ha qualcosa da dire o da raccontare, sicuramente ci mette più impegno e attenzione, ha maggiormente voglia di essere ascoltato e capito. Però non bisogna speculare su alcune cose e sulle disgrazie. Non deve essere quello l'obiettivo. È un concetto di sensibilità alla vita quello che deve trapelare».

A chiudere il disco una gradevole rilettura di "Summertime blues" di Eddie Cochran. Cosa vi ha spinti a scegliere questa canzone?

«È indubbiamente uno dei brani più belli ed emozionanti della storia del rock'n'roll. Probabilmente tutti i grandi l'hanno eseguito almeno una volta nella vita. È una canzone piena di vita ed energia, che in tutte le salse emoziona davvero tanto. Dal vivo la suoniamo spesso ed è solitamente molto apprezzata. Quindi abbiamo deciso di farla nostra anche nel disco».

Qual è la vostra situazione preferita: in studio o live? E perché?

«Credo che senza ombra di dubbio i live siano il nostro habitat naturale. Ci piace suonare dal vivo e vorremmo farlo molto più di quanto già non facciamo. Ci sono posti in cui sappiamo che il pubblico ha un calore estremo. In quei momenti ci esaltiamo e ci permettiamo di improvvisare, suonare finché abbiamo energie in corpo con la consapevolezza di essere artefici di un bellissimo clima di festa. Quelli sono i momenti più belli. In studio è tutto diverso. È sicuramente una situazione dove si deve lavorare per migliorare i brani che si hanno, le proprie capacità, ed è una sorta di cantiere per ottenere canzoni nuove. È divertente ma non mancano a volte, come crediamo sia del tutto normale, momenti di tensione e contrasto fra di noi. Le "pause pizza" aiutano a stemperare sempre il clima».

E adesso quali sono i vostri programmi?

«Noi abbiamo un unico grande obiettivo: quello di esibirci il più possibile e anche al di fuori dei nostri confini regionali. Da pochissimo tempo stiamo collaborando con l'etichetta emiliana New Model Label per la promozione e la distribuzione dell'album in formato digitale. Speriamo quindi di aumentare il nostro bacino di utenze, con la speranza di ottenere più visibilità e incrementare notevolmente il numero dei nostri concerti».



Titolo: Tramps & Thieves
Gruppo: Four Tramps
Etichetta: New Model Label
Anno di pubblicazione: 2015

Tracce
(musiche e testi di Simone Montruccoli, eccetto dove diversamente indicato)

01. 22 Crickett (my first rifle)  [Davide Guzzon e Simone Montruccoli]
02. Moonshiner in love
03. Tramps & Thieves
04. The girl of abnormal dreams
05. Last day of freedom  [Simone Montruccoli e Elia Braglia]
06. Tremblin' land blues  [Davide Guzzon e Simone Montruccoli]
07. Mr Jameson (Irish drunken blues)  [Simone Montruccoli e Elia Braglia]
08. Morning spread blues  [Davide Guzzon]
09. Buster blues
10. Revolution tonight
11. Me & the devil #2
12. Summertime blues  [Eddie Cochran]