mercoledì 11 settembre 2013

Bobo Rondelli, "A famous local singer"





Livornese, istrionico, irriverente, cantante appassionato e un po' "cialtrone", nonché straordinario imitatore di voci e performer coinvolgente. Bobo Rondelli è tutto questo, dall'esordio negli anni Novanta con il trio Les Bijoux, ai primi successi con l'Ottavo Padiglione, fino all'inizio della carriera solista nel decennio successivo e l'esperienza nel cinema. Un percorso artistico mai scontato che ha visto Rondelli collaborare con Stefano Bollani, Dennis Bovell e Filippo Gatti in ambito musicale, con Paolo Virzì sul grande schermo. L'ultima fatica discografica, l'album "A famous local singer", è un poetico progetto brass&roll prodotto da Patrick Dillett (già produttore di David Byrne e St. Vincent, e collaboratore tra gli altri di Brian Eno, The National, Glen Hansard) e nato dall'incontro con l'Orchestrino (Dimitri Grechi Espinoza sax tenore e sax alto, Filippo Ceccarini tromba, Beppe Scardino sax baritono, Tony Cattano trombone, Daniele Paoletti e Simone Padovani percussioni,
 Fabio Marchiori tastiere), potente e coinvolgente marching band che lo accompagna nella rilettura dei classici della sua produzione e nella presentazione dei brani nuovi dell'ultimo album e di imperdibili cover. Un incontro scanzonato tra blues, jazz, swing e ritmi afro-cubani che non fa restare indifferente l'ascoltatore.
Abbiamo incontrato Bobo e ci ha spiegato come si fa a essere un "famous local singer".



Da cantautore malinconico a compagno di strada dell'Orchestrino. Una bella trasformazione artistica, non credi?

«La musica è un viaggio, un itinerario. Per me il senso è sempre stato questo: ho fatto dischi diversi a seconda degli incontri. Per esempio, con Bollani ho puntato su sonorità più jazzistiche, con Dennis Bovell sul reggae, con Filippo Gatti su uno stile più intimista e malinconico, come hai detto tu. Con l'Orchestrino c'è stata la voglia e l'intenzione di scendere in strada. È un gruppo che può suonare senza elettricità essendo formato da fiati e percussioni e quindi, anche per andare incontro alla crisi, si trova sempre il modo di esibirsi, quasi fossimo una band di New Orleans».

Hai lasciato da parte le canzoni più introspettive per puntare deciso sul divertimento. Vista la situazione politica ed economica, pensi che sia la ricetta giusta per ridare il sorriso al tuo pubblico in questi tempi bui?

«Oltre al sorriso e al divertimento mettiamoci anche un po' di ballo e di espressività del corpo. Ci può essere un po' tutto questo e soprattutto la voglia di fare baldoria. È un progetto che nasce suonando per strada e lo spettatore è anche quello che passa per caso. Può succedere che la sua vita cambi sentendoci suonare. Un ragazzino che passa e vede suonare un sax, un trombone e un tamburo può essere stimolato a suonare a sua volta, ad avvicinarsi alla musica. Suonare porta le persone ad approfondire la conoscenza della propria anima e a non vivere di cose materiali. La musica stimola a una rivoluzione interiore e comunque chi vive di parole e di musica non si metterà mai con il fucile dalla parte di chi spara».

Perché l'idea di ripescare alcuni classici di Celentano? Ti vedrei bene nel Clan…

«Nel Clan penso ci fosse questo bello spirito di condivisione, unito da questo rock'n'roll. "24.000 baci" ha una forza tutta sua, ci sono quei quattro 'ye ye', superiori secondo me a quelli dei Beatles. Poi noi l'abbiamo fatta con questo sapore un po' balcanico, ispirati dal film di Kusturica. L'idea era quella di far cantare a un ragazzo dell'est "24.000 baci". L'altra, "Bimbo sul leone", è proprio una bella canzone, un pezzo tipo Mission Impossible, uno 007, sembra quasi un'Arca di Noè che si svolge in cielo invece che in mare».

Da dove nasce il titolo "A famous local singer"?

«Un po' di anni fa ho scritto una canzone su un orso, Gigi Balla, chiuso in un gabbia dello zoo di Livorno. Ne ho fatto un quadro malinconico, poetico. Successivamente, passando davanti allo zoo ho notato che avevano messo un cartello, di quelli turistici, con scritto in italiano ‹il famoso cantautore Bobo Rondelli che ha cantato la storia dell'orso Gigi Balla...›, in inglese io sono diventato "A famous local singer" e l'orso "A famous local bear". Fa ridere, è una frase bella perché ambigua: sono un famoso cantante del luogo o un cantante famoso del luogo? Ecco, penso più a quest'ultima: sono un cantante famoso del luogo».

La soglia dei 50 anni è stata superata. Cosa possiamo aspettarci da Bobo Rondelli nei prossimi anni?

«Non lo so, non mi pongo la questione dello scorrere del tempo. Probabilmente si tende a essere più riflessivi, spero meno vanitosi... spero che la vanità sia un passaggio, un andare oltre, un cercare di sparire dentro la vita. Ti posso dire una frase che da cinquantenne ho scritto l'altro giorno e che dice: ‹il tempo che mi resta voglio morirmelo come mi pare e piace›. Voglio morirmelo non viverlo perché vivere è presuntuoso, ogni attimo si muore e dopo cinquant'anni c'è questa bella accettazione di morire il momento. Vivere alla giornata, vivere i progetti, quello che dovevi fare l'hai fatto, puoi solo regalare, far del bene con la tua esperienza e saggezza. Sicuramente c'è anche più spiritualità perché avvicinandosi la fine effettivamente il morire fa più paura».

Ritmi klezmer, una sapiente fusione tra jazz e blues. Ritmi alla Bo Diddley in "Il cielo è di tutti", chi ha contribuito a questo mix esplosivo?

«A contribuire è stato il gruppo stesso, l'Orchestrino. Sono jazzisti che sanno suonare in mezzo alla gente e hanno la capacità di intrattenere mantenendo alta la qualità. Nel disco c'è un po' di tutto, non ci siamo posti il problema del genere. È più un sound quasi da balera, c'è anche un pezzo cubano».

Non mancano le canzoni goliardiche e irriverenti come "Puccio Sterza"…

«È un rock'n'roll sulla storia di un incidente automobilistico stradale e sessuale. In città c'è questa scritta, 'Puccio sterza', che viene regolarmente cancellata ma che con il tempo ricompare. Probabilmente questo Puccio picchiò con l'auto contro il muro e così nella canzone ho pensato che fosse uno che andava a cercare incontri notturni ed essendo uno importante provano sempre a cancellare il nome. Magari è un commissario, non si sa, qualcuno di importante, un politico».

"Che gran fregatura è l'amor" è il titolo di un'altra canzone del disco. È la tua idea dell'amore?

«Alle volte sì, dipende. Sai sull'amore ne parliamo in continuazione, una volta dici una cosa poi la rinneghi il giorno dopo. A volte, in modo volgare, gli uomini dicono che le donne sono tutte troie e così anche le donne dicono che gli uomini sono tutti stronzi e bastardi. Dipende dal momento, però più che l'amore dovrei dire che gran fregatura è l'infatuazione. Poi l'amore va sempre rinnovato, l'amore non è uno scherzo di uno che vive la vita in modo dannunziano. La canzone è un po' uno scherzo, cantata con la voce impostata che ricorda un po' gli anni '30 e che, a un certo punto, recita ‹...che palle stare insieme a te...›. È un gioco surreale di epoche sbagliate, con parole ed espressioni che non si sentivano in quegli anni».

Recentemente hai suonato al Campeggio Resistente a Valloriate a Cuneo. Resistere è l'unica soluzione che ci è concessa?

«A sentire questo Papa, che francamente non mi dispiace, bisogna resistere alle tentazioni di possedere troppo, più del dovuto per certi, resistere per arrivare a fine mese, resistere dal vivere una vita troppo finta comandata da computer, internet, facebook. Bisogna riappropriarsi invece dello stare insieme, resistere meno e vivere di più. La parola resistere sembra un non vivere, un doversi sempre difendere. Bisogna incontrare persone più vere, a cominciare dagli anziani, perché solo così si può resistere al pericolo della lobotomia a cui siamo sottoposti per vivere».

Bobo, tu sei di Livorno come Piero Ciampi. Qual è il tuo rapporto con questo grande e indimenticato artista?

«Ciampi cantava le sensazioni e le emozioni allo stato puro. Le sue canzoni arrivavano a tutti, con tutto il suo dolore, senza nessun pudore. Raccontava tutto il dolore che toglie la vita ma nella sua disperazione ci sono dei momenti sublimi sia musicali che di parole. È stato un coraggioso, un poeta che si raccontava. Insomma un Don Chisciotte della canzone italiana ed europea, molto vicino forse ai francesi, però anche a Modugno per certi aspetti e per la cantabilità molto fresca di certe sue canzoni».

Che rapporto hai con la musica tradizionale italiana?

«Francamente non ho molti rapporti, a volte mi vergogno a dirlo, ma sono più un rockettaro, sono un Beatles maniaco. Poi Rolling Stones, più, certo, la canzone italiana con Celentano, Modugno che è stato l'artista più potente che l'Italia abbia avuto in quegli anni. Molto vicino alla musica tradizionale, anche con il suo modo di cantare che deriva dai venditori del mercato mischiato alla lingua italiana».

Sono convinto che l'attuale tour possa essere accolto molto bene anche oltre confine. C'è qualche progetto in piedi?

«C'è qualche richiesta che stiamo valutando. In Inghilterra potrebbe funzionare, staremo a vedere. Se capiterà bene, altrimenti nessun problema».

Qual è stato il tuo ultimo impegno nel mondo del cinema?

«Serviva la voce di Marcello Mastroianni in un film di Scola sulla storia di Fellini. E così: ‹Ogni volta che c'è bisogno di lui, tu capisci, mi chiamano per questo lavoro ormai sporco per me, finirò per diventare lui quindi se mi chiamate, per favore chiamatemi Marcello...›. Ho stretto la mano a Scola, non male, no?»


Titolo: A famous local singer
Artista: Bobo Rondelli e l'Orchestrino
Produttore: Patrick Dillett
Etichetta: Ponderosa
Anno di pubblicazione: 2013

Tracce
(testi e musiche di Bobo Rondelli, eccetto dove diversamente indicato)

01. Bimbo sul leone  [Santercole/De Luca/BerettaDel Prete]
02. Il cielo è di tutti  [Rondelli/Rodari]
03. Il palloso
04. La marmellata  [Rondelli/Marchiori/Rondelli]
05. Cuba lacrime
06. 24.000 baci  [Leoni/Celentano/Vivarelli/Fulci]
07. Puccio sterza
08. Settimo round
09. Bambina mia
10. Bobagi's blues
11. Prendimi l'anima
12. Che gran fregatura è l'amor
13. Il paradiso