sabato 12 aprile 2014

La vita in "Vicolo Riccardi n°1" di Ugo Cattabiani







Una storia di provincia cantata da chi la provincia l'ha vissuta al numero uno di Vicolo Riccardi. Si intitola proprio "Vicolo Riccardi n°1" il nuovo disco di Ugo Cattabiani pubblicato in questi giorni per Rigoletto Records. Il cantautore originario di Parma, al secondo album solista dopo "Il cortigiano" del 2011, ha voluto raccontare le emozioni, le storie e i ricordi degli anni vissuti in quella piccola abitazione, stretta in un vicolo dove poco accadeva ma che tanto ha trasmesso dal punto di vista emotivo. Canzoni che descrivono la dicotomia tra la voglia di andare, di lasciare il vicolo che per sua natura non si apre al mondo, e l'impulso a rimanere in un luogo sicuro e conosciuto ma intriso di rimpianti per le occasioni mancate.
Un album eterogeneo che vede alternarsi ritmi rock a ballate dal piglio blues, fino a una sorprendente incursione nella bossa nova. Il tutto legato a testi ricercati, nella migliore tradizione della canzone d'autore a cui Cattabiani non si sottrae. Al disco, registrato allo studio Macchina Magnetica di Romeo Chierici con la produzione artistica di Max Scaccaglia (anche al basso), hanno contribuito Alessandro Aldrovandi e Gigi Cavalli Cocchi alla batteria, Daniele Morelli alla chitarra, Federico Del Santo, Gabriele Fava al sax, l'Oscar Abelli Quartet, Beppe Di Benedetto al trombone e Alessia Galeotti, voce in "Vicolo Riccardi".
Con Ugo Cattabiani abbiamo parlato del vicolo e delle sue storie.



Abitare in Vicolo Riccardi è stata una esperienza che ha lasciato il segno?

«Il segno è rimasto come possibilità di utilizzare e stravolgere il dato biografico. Certo, abitare nel Vicolo è stata un’esperienza importante, ma di cose – laggiù – ne sono accadute ben poche. L’evento decisivo è stato l’abbandono del Vicolo per trasferirmi altrove: essermene andato mi ha consentito di guardare a una porzione di vita con la giusta dose di rimpianto».

In quale periodo della tua vita è capitato?

«Avevo da poco compiuto trent’anni. Mi guardavo attorno per capire se sarei riuscito a conciliare uno stile di vita da artista con la normale routine lavorativa. In quel periodo ero convinto di farcela, e in un certo senso ce l’ho fatta: avevo un impiego quasi regolare che non mi faceva troppo pesare l’assenza di introiti come musicista. Nello stesso periodo ho scritto le canzoni che poi ho pubblicato nel mio primo album "Il cortigiano". In realtà stavo covando una forte insofferenza verso un compromesso che mi andava sempre più stretto».

Nella prefazione al disco esprimi tutta la tua nostalgia per uno stile di vita umile e dimesso. Come te la immagini la vita?

«La vita non me la immagino affatto. Col passare del tempo ho imparato a prendere quello che viene e a non desiderare il successo altrui. Posso azzardare questa affermazione: rinunciando al compromesso di un’esistenza sdoppiata tra musica e lavoro fisso, mi sono impossessato completamente della mia vita. Non ho paura di fallire: anche il fallimento, come il successo, non significa nulla. Però non posso impedirmi di rimpiangere un certo tipo di equilibrio che avevo raggiunto allora. Anche i soldi, ogni tanto, fanno comodo».

Dici anche di aver mancato ‹l'agognato approdo›. Qual è ora la tua rotta e quale il porto più vicino?

«Lo dico nella prefazione al disco, in riferimento a quest’immagine di Ulisse vagante per le notti di periferia. Ulisse, forse, avrebbe preferito approdare in una terra di successo, mandando in patria messaggeri che annunciassero la sua felicità, vera o presunta. C’è senz’altro il rammarico di aver sprecato tanto tempo nelle direzioni sbagliate; d’altro canto, senza l’esperienza accumulata nel viaggio, non si potrebbe apprezzare il conseguimento di un qualsivoglia obiettivo. Ecco, sento che la rotta non poteva che riportarmi qui, nella mia terra, dove riesco a usufruire di quel poco che ho costruito nonostante lo sbandamento».

La provincia è ancora un posto dove vivere e far musica?
 

«Ci sono musicisti che hanno spalancato le porte della bellezza possibile anche in provincia. Penso a un Guccini, a un Capossela, ma anche a un Paolo Conte. Si scrivono grandi canzoni su piccole cose che succedono ovunque. Tutto sta nell’offrire una chiave di lettura non convenzionale, ovvero nello spostare il punto di vista. Non bisogna fraintendere: la vita ha dignità ovunque, così come l’esercitare un mestiere non può assumere un peso specifico maggiore in base alla residenza. La difficoltà oggettiva sta nella maglia del cosiddetto “giro” o circuito di contatti-conoscenze-opportunità che in provincia ha una trama più allargata rispetto a una grande città. In termini lavorativi, la provincia probabilmente penalizza l’artista; da un punto di vista artistico, è un posto bellissimo dove vivere».

Mi pare di capire che ti consideri ‹fuori tempo massimo›. Per cosa?
 

«Per fare quello che adesso so come potrei fare, mentre prima non lo sapevo affatto. Da ragazzi si vive di intuizioni, oltre ad affidarsi alla magia delle suggestioni. Si possiede l’energia, l’incoscienza molto utile a infrangere certi tabù, tra cui quello del dover vivere – coccolati e al sicuro – sullo stesso lembo di terra in cui si è nati. Oggi ho capito che nessuno è mai al sicuro, soprattutto se giovane, perché l’età esige l’esperimento, lo smarrimento e il ritrovarsi a un livello superiore di coscienza. Artisticamente parlando, mi sarebbe piaciuto ritrovarmi tanti anni fa da un’altra parte, in un altro luogo, più forte e indipendente. Tutto questo non conta più, oggi, per me. Ma continuo ad avvertire la fatica di un percorso che avrei potuto alleggerire già tempo fa».

Un disco, un racconto di provincia intriso di rimpianti ma molto ricco dal punto di vista musicale. Spazi dal rock con richiami ai Litfiba (il cantato di "L'interno") a Bob Dylan (l'incipit di "Blues dell'addio"), al blues fino alla bossa nova ("Vicolo Riccardi"). Perché tutta questa eterogeneità di generi?

«Posso supporre che la cosa derivi dalla totale libertà che concedo all’ispirazione. Non ho mai deciso a tavolino che tipo di musica comporre; o meglio, continuo a sognare di scrivere un’opera lirica o una sinfonia o un concerto jazz per big band (se ne avessi le competenze, ci proverei pure). Confesso l’eterogeneità dei miei ascolti, anche se non mi considero onnivoro. Quando un disco non mi piace, lo tolgo dopo 30 secondi: cosa che succede più facilmente con il pop italiano, con il folk dialettale, con il metal e con il rap (ma anche qui ci sarebbe da stendere una lunga lista di eccezioni). Non sono un integralista né della separazione né della commistione a tutti i costi dei generi. Mi piace la ricchezza del linguaggio, la varietà di situazioni, lo scarto tra atmosfere limitrofe: un antidoto contro la noia».

Ci sono stati ascolti particolari che hanno influenzato le sonorità di "Vicolo Riccardi n°1"?

«Se facessi un elenco dei miei ascolti più recenti, anche in virtù di quanto appena detto, non risulterebbero nessi logici con le sonorità del disco. Alcune reminiscenze vengono da molto lontano, altre si collegano a studi musicali (il Real Book, bibbia degli standard jazz) poi abbandonati. Senz’altro ho un debito di ispirazione con il grande rock e con il grande cantautorato, quello che abbiamo ascoltato tutti; sono un patito di Jimi Hendrix e dei Led Zeppelin (prima di venderle, avevo una Fender Stratocaster e una Gibson Les Paul); ho amato i Doors, Vinicio Capossela e Fabrizio De André; sono tuttora innamorato di Francesco Guccini e alla follia di Piero Ciampi. Dylan è ancora capace di incantarmi, anche senza andarmi a leggere i testi (che poi, oggettivamente, sconvolgono, ma se non fossero cantati così…). Ci sono poi tantissimi nomi che hanno offerto qua e là il loro sapiente insegnamento (Tom Waits e Robert Johnson fra tutti). Cosa c’entra tutto questo con le sonorità del disco? Ahimè, non lo so. Il passato e il presente, la musica leggera e quella classica, il blues e il country, l’italiano, l’inglese e l’americano sono una matassa difficilmente districabile».

Nel disco è ospite Gigi Cavalli Cocchi, musicista che non ha bisogno di presentazione avendo suonato con molti dei più grandi della scena prog italiana e internazionale. Come è avvenuto questo incontro?

«Gigi l’ho conosciuto tramite Romeo Chierici, titolare dello studio "La macchina magnetica" in provincia di Reggio Emilia presso cui ho registrato il disco. Le cose sono andate come vanno in questi casi: si parla del più e del meno, il discorso cade inevitabilmente sulla musica, si finisce per collaborare. È stato un grande onore che Gigi abbia accettato di suonare la batteria su uno dei pezzi più rock del disco, "Fitzgerald". Non riuscivo a smettere di pensare, mentre lo guardavo dietro il vetro della sala riprese, che era lo stesso batterista che avevo ammirato da ragazzino quando accompagnava il Liga nel tour di "Sopravvissuti e sopravviventi", un album che ho consumato a forza di ascolti. Gigi è un artista a 360°, anche grafico e produttore, aperto a ogni genere musicale. Siamo diventati amici perché - da persona squisita qual è - ha azzerato immediatamente il divario tra un "grande" come lui e un "piccolo" come me. Ha anche supervisionato la compilation "Volume 2" firmata Rigoletto Records, il collettivo di cantautori parmigiani di cui faccio parte. Continuiamo a sentirci, senza smettere di progettare per il futuro».

Che cosa rappresenta "Vicolo Riccardi n°1" nel tuo percorso artistico?

«È un disco che mi ha dato del filo da torcere. Non per la realizzazione, ma per il senso di responsabilità che ho provato nel licenziarlo. Venivo da riscontri più che positivi nei confronti del mio precedente lavoro, "Il cortigiano", nato senza troppe pretese e segnalato nel 2012 dal Club Tenco come "proposta interessante". Mi ero messo in testa che non potevo deludere le aspettative. Con questo pensiero, dopo sei mesi dalla fine delle registrazioni, non osavo pubblicare il nuovo disco. Sembrerà assurdo, ma fino a quel giorno la musica era stata per me la cosa più naturale del mondo: suonavo, scrivevo canzoni e non mi aspettavo niente da quello che facevo. Coltivavo l’ambizione con un pudore molto simile al disincanto. Al primo riscontro come cantautore, sono andato in cortocircuito. Mi ci è voluto un po’ di tempo per tornare a inquadrare serenamente il mio mestiere: ora so che devo continuare a farlo per me stesso, come l’ho sempre fatto, cercando di comunicare con il mio pubblico, vasto o esiguo che sia».

Riascoltandolo pensi che avresti potuto cambiare qualcosa?

«Cambierei tutto! Che è come dire: è perfetto così. L’ho riascoltato talmente tante volte per capirne i difetti, che mi sono affezionato a quei difetti. Arriva il momento in cui la creatura deve staccarsi dal creatore e affrontare il mondo con le proprie gambe. Tanto dal vivo lo stravolgo a piacimento! Una cosa che non cambierei mai e poi mai è proprio questa idea di libertà creativa che mi sono sforzato di comunicare ai musicisti che hanno registrato in studio: io vi do la traccia, voi la interpretate a piacimento. Le canzoni hanno subìto un trattamento in fase di pre-produzione sotto la guida di Max Scaccaglia, che ha curato anche le linee di basso; poi si è aggiunta la batteria di Alessandro Aldrovandi, il sax di Gabriele Fava, le chitarre di Federico Del Santo e di Daniele Morelli. Grazie al loro contributo, la musica è cresciuta in maniera esponenziale, molto al di là delle mie aspettative. Infine, sono arrivate le collaborazioni a impreziosire il risultato finale: Alessia Galeotti alla voce in "Vicolo Riccardi", Beppe Di Benedetto al trombone ne "Lo scioperato", l’Oscar Abelli Quartet nel "Blues dell’addio"».

Qual è la tua dimensione live preferita: da solo o con la band?

«Faccio di necessità virtù. Fosse per me, suonerei ogni volta con la band al gran completo: la musica ne trae beneficio e io mi diverto come un matto. Li ho citati poc’anzi, gli straordinari musicisti con cui ho collaborato. Tutti professionisti che sanno il fatto loro. Purtroppo - vuoi per gli ingaggi al lumicino, vuoi per le location - non sempre posso permettermi un così sontuoso accompagnamento. Perciò mi muovo spesso in formazioni ridotte (duo o trio acustico) o anche da solo. Ad essere sincero, non mi dispiace affatto interpretare le mie canzoni in maniera minimale chitarra e voce: c’è più spazio per raccontare le storie da cui sono nate, ricreando un’atmosfera di complicità tra artista e pubblico. Non è facile intrattenere con così pochi mezzi, ma è una sfida a cui un cantautore non può sottrarsi».

Quali sono i tuoi prossimi progetti oltre alla promozione del disco?
 

«Eh, i progetti sono davvero tanti, sia come Ugo Cattabiani che come membro della Rigoletto Records (guardate un po’ il sito www.rigolettorecords.com e capirete che si tratta di un continuo work in progress) per cui l’unica certezza del presente è che c’è tanto da lavorare. Amo ciò che faccio e sono felice di poterlo fare, nonostante le oggettive difficoltà che incontra chiunque s’impunti a trasformare in realtà dei progetti artistici. Per ora mi sto dedicando a quello che ho chiamato Vicolo Cieco Tour ovvero una serie di concerti e showcase promozionali del nuovo disco: l’idea è quella di un tour piccolo piccolo, nelle province limitrofe di Parma, Reggio Emilia e Modena, con qualche scorribanda estemporanea in città più lontane (a maggio sarò a Genova). Inoltre, con il collega cantautore Rocco Rosignoli e il regista Luca Vitali, stiamo realizzando un docufilm, dal titolo "Trobàr - Viaggio alla ricerca della canzone", attraverso il sistema di finanziamento denominato crowdfunding: con il contributo dei nostri futuri spettatori, cui verrà corrisposta una ricompensa, contiamo di macinare più chilometri possibili su e giù per l’Italia raccogliendo testimonianze di artisti affermati, giornalisti di settore e critici musicali (http://trobar-doc.blogspot.it/?m=0)».

Come dicevamo il tuo disco è stato pubblicato da Rigoletto Records, di cui tra l'altro sei il presidente. Qual è il vostro progetto come casa discografica e quali artisti producete?

«La Rigoletto Records non è una casa discografica (perlomeno non la è ancora) bensì un’associazione culturale composta da musicisti e cantautori operanti tra le province di Parma e Reggio Emilia. Il nostro intento è quello di valorizzare e promuovere il patrimonio della canzone d’autore, declinata nelle sue infinite forme, attraverso iniziative culturali, concerti, rassegne e la pubblicazione discografica. Siamo nati ufficialmente nel 2012 e da allora siamo cresciuti come presenza sul territorio. Non possiamo ancora permetterci di produrre artisti esterni all’associazione; la Rigoletto Records si limita a sostenere i progetti discografici dei soci, fornendo servizi quali ufficio stampa e promozione sul web».

Altri dischi quindi in un mercato sempre più saturo. Non pensi che la situazione sia troppo intricata?

«La situazione per certi versi è grottesca: ci si ostina a stampare dischi che rimarranno, nella migliore
delle ipotesi, invenduti; nella peggiore, inascoltati. Tuttavia non si può continuare a ragionare in termini di mercato. Il mercato è solo una parte di questa intricata faccenda. Penso che la canzone cosiddetta d’autore debba ritrovare la sua identità, tornando a farsi interprete delle istanze di un pubblico comunque vivo, presente, disposto a seguire i concerti o addirittura a comprare i dischi dei suoi artisti preferiti. Parlo naturalmente di una nicchia (di pubblico e di artisti) che nulla ha da spartire con il target generalista delle grandi produzioni nazionalpopolari. Stampare un disco, nel 2014, è comunque indispensabile per veicolare l’attività live, che in definitiva è l’unico jolly che ancora rimane a noi cantautori per comunicare attraverso la musica».  


Titolo: Vicolo Riccardi n°1
Artista: Ugo Cattabiani
Etichetta: Rigoletto Records
Anno di pubblicazione: 2014


Tracce
(testi e musiche di Ugo Cattabiani)

01. La scatola
02. L'interno
03. Vicolo Riccardi
04. Perderò
05. Intermezzo
06. Fitzgerald
07. Ballata dell'uomo che fu
08. Blues dell'addio
09. Lo scioperato
10. Il dilettante