mercoledì 23 ottobre 2013

"Quizás", la pentola magica di Gerardo Balestrieri







"Quizás", il quarto album di Gerardo Balestrieri, è una pentola magica da dove pescare ricordi, suggestioni, emozioni e ritmo per ballare e muovere anche e tacchi. Un disco variopinto, pieno di citazioni ma non per questo noioso e ripetitivo. Anzi, a farne un album appassionante è proprio il susseguirsi frenetico e il passaggio continuo tra generi, dal folk al blues, dallo swing al western, fino a toccare ritmi balcanici e sud americani. Un pot-pourri intrigante e suggestivo, da festa popolare e da balera in cui Balestrieri gioca con la voce scura e pastosa senza perdere di vista il ritmo. Diciotto tracce, ventisette motivi, in cui Balestrieri si diverte a omaggiare Tom Waits, Paolo Conte, Fabrizio De Andrè, Gardel, Serge Gainsbourg, la tradizione popolare italiana, il compositore ceco Jaromír Vejvoda e il cubano Osvaldo Farrés. L'album ha ricevuto il giusto riconoscimento conquistando il secondo posto nella categoria "Interpreti" all'ultimo Premio Tenco.
Gerardo Balestrieri non si può considerare un artista emergente. Il suo curriculum è ricco e si divide tra musica e teatro. Negli anni Novanta con La Nave dei Folli ha inciso il disco "Fricco misto", ha partecipato ad Arezzo Wave '96, ha stretto collaborazioni artistiche e discografiche con Daniele Sepe e Bebo Storti. Poi il primo invito al Premio Tenco nel 2000, l'esordio discografico a suo nome con "I nasi buffi e la scrittura musicale" nel 2007, seguito due anni dopo da "Un turco napoletano a Venezia" e nel 2010 da "Canzoni al crocicchio".



Gerardo, "Quizás" è il tuo quarto album. Come è nato e quali sono state le idee che ti hanno portato a produrlo?

"Quizás è nato durante un periodo di stasi discografica. Nell’attesa di capir meglio le sorti delle mie canzoni inedite, ho inciso questo disco in veste d’interprete, canzoni che nel tempo mi hanno sedotto e accompagnato". 

Da "Rosamunda" a "Bocca di Rosa" passando per Conte, Waits, Carosone e Gardel. Come si fa a unire tutto in un unico disco, le cui canzoni peraltro non sono slegate tra loro?

"E' il ritmo l’elemento che unisce le canzoni dell'intero disco. L'album è stato pensato come un concerto, dall'inizio al gran finale, compreso anche di bis". 

Per dar vita a questo patchwork, più affine a certa produzione cantautorale d'oltralpe, hai scelto di cantare in diverse lingue. Perché lo hai fatto?

"E' una scelta naturale. Si tratta di una visione cosmopolita della musica dove il suono della parola incontra e abbraccia il linguaggio musicale". 

Le canzoni che interpreti nel disco le hai scelte perché sono le tue preferite?

"Ovviamente, ma non ne farei una hit parade che escludesse ad esempio i Led Zeppelin o Jimi Hendrix". 

In copertina si legge "Canzoni per anche ed orecchie, per ricci, per pance e per tacchi". E' questo lo scopo delle canzoni del disco?

"E' un sottotitolo che rimanda a canzoni da ballare e da ascoltare, canzoni con cui divertirsi e anche pensare. Un invito all'attenzione e alla leggerezza". 

Prima "I nasi buffi e la scrittura musicale", poi "Un turco napoletano a Venezia", le canzoni al crocicchio per il terzo album e infine "Quizás". I tuoi cambi di rotta artistici sorprendono ma allo stesso tempo hanno un filo conduttore marcato…

"C'è un filo conduttore che tiene insieme ogni canzone dei dischi citati, come anche ogni brano è concepito come un singolo. Più o meno, mi vien da pensare, come dovrebbe essere l'umanità. Se penso ai progetti futuri - non proprio imminenti ma diciamo da qui al prossimo quinquennio - vi trovo invece molte più sorprese riguardo ai cambi di rotta".

Mi ha incuriosito la tua scelta di proporre "Rosamunda". Siamo quasi coetanei e io me la ricordo cantata da mio padre in macchina, in occasione delle gite della domenica. Tu a che ricordi la associ?

"Per me non è un ricordo, altrimenti mi sentirei vecchio, è una realtà che dura da quando sono nato. L'ho suonata la prima volta quando ero bambino e continuo a farlo adesso che lo sono ancora. "Rosamunda" rappresenta l’ultimo ballo di certi matrimoni - da bambino fino alla maggiore età ho suonato in gruppi di non solo liscio - un'impresa guidata fino alla consacrazione finale dell'incontro. E’ la canzone che apre alla notte, fatta di serenate al balcone". 

In questo caso però l'hai interpretata con una frenesia finale quasi punk.

"Per una certa attitudine verso l’evoluzione della tradizione, una sera mi è venuta di suonarla punk - non eravamo ad un matrimonio - e poi da lì è stata incisa". 

Il medley "Bocca di Rosa/Montemaranese/Fimmene Fimmene" è spiazzante. Come hai fatto a legare il sound desertico e acido di "Fimmene Fimmene" con la liricità di "Bocca di Rosa"?

"Semplicemente suonando, il "trittico" è arrivato da solo. I suoni li avevo chiari in mente. Durante alcuni concerti le canzoni son come le ciliegie, soprattutto quando il pubblico vuole ballare". 

Perché ami definirti cantante apolide, senza patria?

"Arrivo alla visione cosmopolita della musica anche da un'apolide condizione umana. Vicissitudini esistenziali mi hanno fortunatamente portato a non appartenere". 

Sei nato in Germania, a Remscheid l'11 giugno del 1971, hai vissuto a Napoli e ora a Venezia. Quanto c'è in te di queste tre realtà così diverse dal punto di vista umano, della società, dell'arte e della musica?

"Mah, ironizzando della Germania mi è rimasta solo l’origine del nome, che mi pare tradotto in italiano sia "bravo con la lancia". La città che più ho addosso e dentro al cuore è Napoli". 

Non hai mai pensato di trasferirti in Francia, nazione molto più attenta a certa musica di qualità?

"Ho vissuto in Piemonte e qualche mese a Marsiglia. Ho pensato di trasferirmi in Francia e ogni tanto ci ripenso. Se ancora non l'ho fatto è perché probabilmente non è il momento". 

Sei reduce dal Premio Tenco. Quest'anno, nella categoria Interpreti, hai trovato sulla tua strada Mauro Ermanno Giovanardi. Come hai accolto il secondo posto?

"Più che sulla mia, di strada Giovanardi ne ha percorsa più che il sottoscritto. E spesso è normale che se hai fatto più strada arrivi prima. Per "Quizás", un secondo posto, considerati i mezzi, è come aver vinto la Targa Tenco". 

Non è la prima volta che partecipi al Tenco e non è la prima volta che arrivi secondo. Cosa pensi della rassegna sanremese?

"E' la mia terza partecipazione ed è anche la terza volta che arrivo secondo. Pensando al medagliere, l'argento è il metallo che amo di più. L’oro e il bronzo non mi piacciono. Della rassegna penso che sia un bel momento per la musica in Italia ed è anche un ottimo posto per arrivare secondi". 

Nei prossimi mesi hai in programma un tour per promuovere "Quizás"?

"In questi giorni suono a Firenze al Porto di Mare e a Roma al Teatro Arciliuto, a metà novembre sarò a Verona. Ci stiamo attrezzando anche per suonare oltralpe e oltre oceano. L’idea è di tornare in California e poi fare tappa in Francia, Belgio, Svizzera e Olanda". 

A quanto so verrai a suonare anche in Liguria a inizio 2014...

"Sì, sarò a La Claque di Genova il 6 febbraio. Non ho mai suonato a Genova e chissà che non diventi una serata speciale. Vi aspetto tutti".  


Titolo: Quizás
Artista: Gerardo Balestrieri
Etichetta: Interbeat/Egea Distr.
Anno di pubblicazione: 2013