venerdì 17 agosto 2012

L'altra Italia raccontata da Massimo Priviero







Massimo Priviero è da sempre una delle migliori voci del rock italiano. Dal lontano 1988 quando esordì con l'album "San Valentino" fino a "Folkrock", registrato insieme al violinista Michele Gazich e pubblicato nei mesi scorsi. Per il cantautore veneto è un 2012 molto intenso, non solo per la promozione del nuovo album ma anche la partecipazione a "Storie dell'altra Italia", spettacolo scritto dal giornalista Daniele Biacchessi che, attraverso canzoni e teatro civile, racconta storie di studenti, operai, partigiani, storie di omicidi rimasti impuniti, di giovani uccisi per le loro idee, storie di resistenza. Uno spettacolo che unisce l'arte del teatro alla poesia della canzone d'autore di Priviero e dei Gang, e a cui si potrà assistere domenica 26 agosto in località Colla del Termine a Quiliano (ore 16.30), in occasione dell'ultimo appuntamento della manifestazione "I Ribelli della Montagna".
Raggiunto in una pausa delle sessioni di registrazione del nuovo album, Massimo si è sottoposto con grande disponibilità e simpatia al fuoco di fila delle domande di questa intervista.



Massimo, finalmente torni a esibirti in provincia di Savona. Manchi da lungo tempo, la tua ultima apparizione risale a fine gennaio 2009 al circolo Raindogs. Ti ricordi di quell'occasione?

«Mi ricordo, il posto era particolare e il nome del locale una garanzia. Fu una bella serata. Poi, per mia scelta, suono poco nei locali italiani e dunque quando capita mi si fissa in testa».

A fine maggio hai pubblicato il tuo nuovo album, "Folkrock", insieme a Michele Gazich e in queste settimane hai girato l'Italia ottenendo unanimi consensi di pubblico e critica. A Quiliano, domenica 26 agosto, presenterai però, insieme ai fratelli Severini e a Daniele Biacchessi, "Storie dell'altra Italia" di cui è uscito a inizio gennaio uno splendido doppio cd live registrato alla Camera del Lavoro di Milano. Cosa puoi dirci di questo spettacolo?

«Con "Folkrock" stiamo facendo un bel viaggio e a ottobre riprenderemo il tour con la parte teatrale per chiudere a Milano il 18 novembre. Riguardo alle "Storie", sono un viaggio tra musica e teatro civile nella memoria del nostro paese. È un'esperienza diversa per me ma molto stimolante. Credo che abbiamo fatto ormai una trentina di date, con grande amore e con grande piacere di stare insieme. La memoria è come sai il modo migliore per leggere e trovare il nostro presente».

Come è nata la collaborazione con i Gang, gruppo la cui collocazione politica non è certamente un mistero?

«C'è da sempre una stima reciproca molto antica che va al di là dei distinguo politici. Amo la loro coerenza e molte loro canzoni. Poi considero Marino (Severini, ndr) una sorta di Woody Guthrie. Il suo impegno e il suo lavoro hanno il mio rispetto più grande».

Ti senti anche tu di sinistra?

«Sono un uomo di sinistra. Tuttavia, non comunista, per intenderci, visto il discorso che riporta alle "Storie". Sono molto più figlio di certo cristianesimo popolare e di certo socialismo. Per darti riferimenti storici ti direi Don Milani, Padre David Maria Turoldo da un lato e Sandro Pertini dall'altro. Ma chiaramente il discorso diventa intricato. Difficile dire oggi cosa vuol dire sinistra».

Lo spettacolo "Storie dell'altra Italia", canzoni come "Nikolajevka" o "La strada del Davai" e andando ancora più indietro ricordo "La storia di Jerry" evidenziano un tuo costante impegno sociale. Di denuncia in alcuni casi, di memoria e celebrazione in altri. Pensi che questo sia ancora oggi un compito fondamentale per un musicista?

«Lo è sempre nel momento in cui alcune storie ti toccano di più e si traducono in canzoni che scrivi. Per quel che mi riguarda mi considero sempre e comunque con la parte debole del mondo. E tante volte cerco di esserne la voce. Anche se poi odio ed evito le adunate musicali conformiste con presunti intenti sociali. Tanto più in Italia. Ma questo è un altro discorso».

A inizio anni Novanta cantavi "Nessuna resa mai". Sono passati più di vent'anni ma la canzone è più che mai attuale, non credi?

«Già... poi è rimasto un modo in cui molta della "mia gente" si identifica. Se ci pensi, "Nessuna Resa" era fondamentalmente una canzone d'amicizia. Ma l'idea di umana resistenza attraversa gran parte di quel che scrivo. L'altro giorno una persona mi ha scritto che si è presentata a un colloquio che riguardava perdita o meno del suo lavoro con su la t-shirt "nessuna resa mai" e che la cosa gli ha dato molta forza. Allo stesso modo, sapere che è accaduta una cosa del genere ha dato forza anche a me».

Torniamo a "Folkrock". Con questo album hai reso omaggio ai grandi della canzone americana. Quanto i vari Dylan, Springsteen e Cash hanno influenzato la tua carriera e la scelta di fare il musicista rock?

«È molto semplice. Quando hai 18-20 anni suoni canzoni che ami e che ti entrano dentro, prima di iniziare a scrivere le tue. Così accadde per me. Poi, durante il tuo viaggio queste canzoni ogni tanto rispuntano fuori e ti vien voglia di rifarle, di ribaltarle, di renderle in qualche modo tue. Poi, dopo tanti anni, decidi che le vuoi incidere. Così è stato per "Folkrock", come prima era stato con "Rock & Poems". Rimane un atto d'amore, prima di tutto. È un viaggio nel tempo che fai con te stesso e con chi viene ai concerti».

Si tratta, appunto, del tuo secondo disco di cover dopo l'ottimo e per certi versi sorprendente "Rock & Poems". Qual è stata la molla che ti ha spinto a cimentarti nuovamente su questo terreno?

«Proprio il fatto di sfidarsi una seconda volta a rimettere le mani su grandi classici. Misurarsi con loro e riviverli è un'esperienza splendida anche se molto difficile. In più, aggiungici un desiderio di condivisione con Gazich. Una condivisione pulita, molto "americana", che non misura il nome ma che procede emotivamente».

Questo nuovo viaggio nella canzone americano lo hai fatto, come dicevi, insieme a Michele Gazich, artista conosciuto e di notevole talento. Ci puoi raccontare chi è l'uomo Gazich?

«Michele è una persona molto dolce, con una fragilità poetica tutta sua e un grande bisogno di ricerca in se stesso. Mi era stato al fianco in tante occasioni, in tanti miei concerti. Stavamo provando e a un certo punto abbiamo iniziato a suonare alcune canzoni chitarra voce e violino. Dopo un po', eravamo in sala ad incidere "Folkrock"». 

Il 2012 ha ormai girato la boa ma nei prossimi mesi sembrano essere previste altre novità molto interessanti per i tuoi fans. Si dice che tu stia lavorando ad un album di inediti in uscita entro la fine dell'anno. A che punto sei e che cosa ci puoi anticipare?

«L'album di inediti è quasi pronto e uscirà però nella prima parte del 2013. Lo stiamo facendo con tanta energia e con parecchia emozione. Con molta forza e credo con poesia che scava fino in fondo. Difficile darti anticipazioni anche se il filo comune sarà l'idea del Sogno. Individuale, condiviso, sociale, perduto e cercato. Ci sarà la forza di chi continua a considerare l'esistenza come un qualcosa che va comunque vissuto fino in fondo».

Non hai mai nascosto di essere un fan di Springsteen. Le tue personali interpretazioni di "The Promised Land" su "Rock and Poems" e di "Thunder Road" su "Folkrock" esulano dalla semplice coverizzazione di questi brani. Le tue esecuzioni trasmettono amore e rispetto, sono veri atti di fede. Qual è il tuo rapporto con la produzione springsteeniana?

«Odio le coverizzazioni di Springsteen, ancor più se fatte da italiani. L'ho suonato raramente nei miei concerti, diversamente da quanto mi capita di suonare Dylan, per esempio. Tuttavia l'amore e il rispetto, come dici tu, sono assoluti. Insieme alla commozione che a volte mi capita di avere nel ritrovarlo, nell'avvicinarlo, nel sentirlo. Credo che il mio produttore e amico fraterno di vent'anni fa, Steven Van Zandt (lo storico chitarrista di Springsteen ha prodotto e arrangiato l’album "Nessuna resa mai" del 1990, ndr), che è anche il suo, condividerebbe questa impostazione».

Sei stato uno dei sessantamila che a giugno hanno assistito alla data milanese del "Wrecking Ball Tour". Ti è piaciuto il concerto di Springsteen?

«Assolutamente splendido, al di là di qualche problema acustico. Springsteen non va giudicato tanto per gli album, più o meno centrati, quanto per la meraviglia di quel che fa su un palco. Per l'emozione, per l'energia, per la commozione, per lo scambio continuo con la gente che è lì. Bruce dal vivo è una specie di miracolo, è l'essenza del rock'n'roll e della musica popolare senza confine. È la possibilità di veder cantare, ballare e sorridere insieme gente di sessantacinque anni e gente di venticinque. E non sto parlando di gente che normalmente ascolta il finto rock italiano che ci parla da una vita dei loro bar. Altra storia. Altro film. Altra classe».

Per finire Massimo, ti vorrei sottoporre a un gioco: le dieci domande secche.

- Spiaggia di sabbia o ciottoli? Scogliere della Bretagna e dell'Irlanda.
- Birra o vino? Vino bianco del nord-est italiano.
- Disco a 45 giri o a 33? 33 tutta la vita.
- Woody Guthrie o Pete Seeger? Woody. Ma son talmente legati che dovresti fonderli.
- Fragole con panna o fragole con cioccolato? Fragole con panna (grande passione).
- Oro o argento? Argento nei miei bracciali e una piccola catena d'oro per il mio collo. Con una piccola croce.
- Quercia o betulla? Quercia. Pensa alla copertina di "Folkrock".
- John Steinbeck o Jack Kerouac? Durissima. Li ho amati tanto entrambi. Forse in una scelta più razionale direi Steinbeck.
- Radio o televisione? Butterei entrambe per come sono oggi. Ascolto radio ogni tanto in macchina. E televisione per qualche film e qualche buona partita. Ma tutto molto poco. Per il resto, un uso spero intelligente di internet.
- Stato di New York o California? New York. Un pezzo d'America e un pezzo d'Europa insieme.