mercoledì 6 novembre 2013

Finaz, da Bandabardò all'album "Guitar Solo"






Da chitarrista e co-fondatore di Bandabardò (1993) alla carriera solista. Finaz, al secolo Alessandro Finazzo, ha preso la strada che molti prima di lui hanno seguito. La voglia di comunicare, di far conoscere la propria arte e le proprie idee hanno spinto il musicista di Volterra a pubblicare nel 2012 l'album "Guitar Solo", il primo disco solista in cui compare anche una splendida versione della hendrixiana "Blue Haze". Il titolo la dice lunga sul progetto che vede Finaz, armato della sua insostituibile chitarra acustica, esplorare diverse anime e generi, senza mai perdere però la propria identità e una omogeneità di fondo. Un disco che esalta il talento di Finaz, uno dei più raffinati e virtuosi chitarristi italiani.
Nel corso della sua carriera Finaz ha collaborato con molti dei più importanti artisti italiani: da Carmen Consoli a Franco Battiato, da Stefano Bollani a Daniele Silvestri, da Paola Turci a Caparezza. Intensa è stata anche la sua attività di produttore seguendo i progetti di Peppe Voltarelli, con il quale ha vinto il Premio Tenco nel 2010, Folkabbestia, Working Vibes. Senza dimenticare gli innumerevoli premi collezionati dal musicista toscano in oltre vent'anni di attività.
Finaz sarà uno dei nomi di punta dell'ottava edizione di Su la Testa, rassegna musicale organizzata dall'Associazione Culturale ZOO, che dal 5 al 7 dicembre si svolgerà al teatro Ambra di Albenga. Finaz suonerà l'ultima sera insieme ad Enrico Ruggeri, Ennio Rega e Fabio Biale. In attesa di ascoltarlo dal vivo gli abbiamo rivolto alcune domande.



Da componente di Bandabardò a chitarrista impegnato in una carriera da solista. Cosa ti ha spinto a prendere questa strada?

"E' una tipica esigenza artistica. Dopo aver suonato sempre in una band e con vari artisti del panorama italiano e internazionale, ho sentito l'esigenza e l'urgenza di cimentarmi in un confronto diretto con il mio adorato strumento. Quale mezzo migliore se non quello di presentarmi da solo con la sei corde? Una sfida personale che ho deciso di accettare e devo dire, sinceramente, ha dato più frutti di quanto sperassi".

A livello emotivo che differenza c'è a vivere questi due modi differenti di fare musica?

"A livello emotivo fa molta differenza. Anche se posso contare su una esperienza più che ventennale sui palchi di mezzo mondo, devo dire che presentarsi da solo all'inizio creava molta tensione e nervosismo. E' stato come ricominciare. Direi però che è molto stimolante. Soprattutto perché lo show che presento non si avvale di loop, parti preregistrate o basi, è tutto live, rigorosamente live: è divertente ricreare con una sola chitarra il suono di una band. Pensa che questa estate ho suonato a Pistoia Blues e quando sono sceso dal palco il mitico Robben Ford mi ha accolto dicendo: "Wow, stavo entrando nei camerini e ho sentito una band dal suono molto cool, mi sono affacciato e ho visto che eri da solo. You blew my mind". Poi non so cosa sia successo perché sono svenuto dall'emozione".

"Guitar Solo" è il tuo primo disco solista. Lo rifaresti se avessi la possibilità di tornare indietro nel tempo?

"Non ho pentimenti, anzi sto già preparando il volume due".

Nel disco rendi omaggio a Jimi Hendrix interpretando "Blue Haze"...

"Hendrix è stato e sarà per sempre il più grande innovatore della chitarra. Ogni chitarrista che si rispetti ha il dovere di rendere omaggio al genio di Seattle. È come un debito che deve essere pagato".

Oltre al tuo impegno in Bandabardò, hai prestato la tua chitarra a tantissimi artisti. Sei in grado di dirci qual è la salute della canzone italiana?

"In Italia continua a circolare molta musica di qualità. Purtroppo è il pubblico che è cambiato. Quando ero adolescente scappavo di casa la sera dopo cena per rintanarmi in qualche localino malfamato pur di ascoltare della musica live, sia che conoscessi chi suonava sia che non lo conoscessi. Puro amore per la musica e tanta curiosità. In questo momento dobbiamo cercare di rieducare gli italiani al gusto di ascoltare la musica dal vivo. Soprattutto sono contrario a tutte queste tribute band che imperversano nei locali italiani. E' chiaro che pur di suonare ti metti a replicare le canzoni di quell'artista o di quel gruppo ma a te, come musicista, non lascia niente e non fa crescere il panorama musicale italiano. Risultato: i grandi vecchi resistono e le novità ci vengono solo dai format. Per carità non sono contrario alla musica che esce dai format, dico solo che non deve essere l'unico modo per promuovere la musica".

In questo periodo sei tornato a collaborare con Peppe Voltarelli, con il quale in passato hai firmato alcuni brani e la colonna sonora di "Tatanka". Cosa state mettendo in cantiere e che rapporto c'è con Peppe?

"Con Peppe siamo entrati in studio all'inizio di ottobre per registrare il suo nuovo cd. Con lui collaboro da quasi dieci anni, come musicista e produttore, e devo dire che mi ha dato tanta soddisfazione e divertimento. Peppe è un artista libero e ti lascia libero di intervenire con la tua musicalità. Un modo molto bello e creativo per fare musica insieme. Penso che il cd, a mio parere il più bello della sua carriera, uscirà a gennaio dell'anno prossimo. Non perdetelo".

Quanta filosofia ci vuole, ricordo che sei laureato con 110 e lode, a fare il musicista di questi tempi?

"Ti dirò, quando ho iniziato il musicista era visto come un disperato che tentava la ruota della fortuna. A quei tempi tutti miravano allo stipendio fisso, all'impiego assicurato. Ti guardavano come fossi un alieno e i familiari era molto preoccupati. Adesso, vista la profonda crisi e l'incertezza, forse è uno dei pochi mestieri che quantomeno ti lascia libero di creare, di sentire, di realizzarti. Penso che la filosofia serva per chiunque in questo momento".

A dicembre sarai uno degli ospiti di punta del festival Su la Testa che da otto anni propone eventi culturali di grande qualità. Che futuro avrà la musica dal vivo?

"Come dicevo prima spero che la musica dal vivo torni ad essere un momento irrinunciabile di ogni essere umano. Spengete i televisori, i social network e tornate a bere una bella birra gelata in compagnia di buona musica sudata, vera".

I grandi della musica quasi mai hanno mai frequentato il Conservatorio eppure in Italia sembra un passo obbligato per avere maggior credito. Cosa ne pensi?

"Se fai il tuo mestiere con coscienza e impegno sei sempre rispettato. Personalmente uno dei miei migliori amici è Roberto Fabbriciani, forse il più grande flautista di musica classica contemporanea del mondo. Tra noi c'è molto rispetto e cerchiamo di collaborare sempre più spesso. Nella musica non c'è menzogna o raccomandazione che tenga, o sai suonare e comunichi qualcosa alla gente che ti ascolta o forse è meglio cambiare mestiere. Un pezzo di carta non ti assicura affluenza di pubblico o il suo gradimento".

Si narra che Springsteen, all'età di sette anni, sia rimasto folgorato dalla visione di Elvis Presley impegnato all'Ed Sullivan Show. Da quel giorno il suo unico obiettivo è stato fare il musicista. A te cosa è capitato di così folgorante da iniziare a suonare la chitarra?

"Una cosa simile. Prestarono a mio fratello un disco dei Beatles e quando lo mise sul piatto... avevo otto anni e decisi che quella sarebbe stata la mia strada".

Hai collaborato con tutti i più grandi, ma sono sicuro che hai ancora qualche nome scritto sull'agenda con cui vorresti collaborare…

"Ci sono tantissimi artisti con cui vorrei collaborare. Io amo suonare con i miei colleghi, confrontarmi, condividere. Se proprio devo spararla grossa direi sir Paul McCartney. Dubito che avrei la forza anche solo di reggere la chitarra in mano, però sarebbe godurioso, no? Stando con i piedi per terra invece devo dire che non ho nomi scritti sull'agenda. Ho suonato veramente con tanti artisti incredibili che mi hanno dato tanto e sono tutte cose spesso capitate per caso, lascio fare al fato. In questo momento, per esempio, sto suonando insieme ad Alex Britti e Fausto Mesolella, un trio nato quasi per scherzo ma quando siamo insieme su un palco escono scintille".


Titolo: Guitar solo
Artista: Finaz
Etichetta: OTRLive
Anno di pubblicazione: 2012



lunedì 28 ottobre 2013

La disincantata maturità artistica di Augusto Forin

 
Augusto Forin




Il nome di Augusto Forin è noto agli appassionati di canzone d'autore. Genovese di Sori, nato nel 1956, e con un passato da odontotecnico, Forin inizia la sua carriera musicale in ambito jazz. Prima, a cavallo degli anni '70 e '80, con il quartetto jazz-rock dei Cripta, poi fondando insieme a Marco Carbone il gruppo Jazz Insieme e infine entrando nel Louisiana Jazz Club di Genova. Ma Forin è spirito libero e artisticamente versatile e poliedrico e così suona in diverse orchestre da ballo prima di dar vita, insieme Marco Spiccio, Federico Sirianni e Fabrizio Casalino, alla Giostra dei Pazzi. Con Max Manfredi crea Le Ristampe di Tex e propone un repertorio con venature tex-mex.
Forin è però anche autore pregevole e le sue composizioni lo portano ad essere tra i protagonisti di numerose rassegne e nel 2007 è finalista al Premio Bindi. Il grande passo lo compie a inizio 2012 con la pubblicazione di "Aspirina Metafisica", il primo album di Augusto Forin. Una manciata di canzoni che esaltano la fluidità della scrittura di questo artista che trae insegnamento dai maestri della scuola genovese (Max Manfredi duetta in "Sbagliare d'autobus") e che lascia trasparire quell'amore per il jazz che non è mai sfiorito.
Abbiamo incontrato Augusto in occasione del recente spettacolo de Le Ristampe di Tex. Siamo rimasti in contatto e l'intervista che segue è il frutto di una piacevole chiacchierata.



A 53 anni hai pubblicato il tuo primo album. Quando uscirà il secondo capitolo?

«Un secondo e anche un terzo capitolo sono già in cantiere da tempo. Quello che mi scoraggia è la grave crisi che sta colpendo l'industria discografica. La musica si vende a fatica e ancora più fatica si fa con quella di autori poco noti come me. Si riesce a vendere qualche cd dopo un concerto live, sull'onda dell'emozione che si crea. Ma qui nasce un altro problema che è quello della difficoltà nel trovare situazioni che accolgano proposte originali».

Cosa ci puoi anticipare del tuo prossimo lavoro?

«Dopo l'aspirina metafisica per curare l'anima potrebbe servire una bel balsamo apotropaico per le contusioni della vita o un collirio surrealista per una visione più chiara del mondo».

Ho sentito che stai lavorando anche a un progetto che riguarda le Società Operaie di Mutuo Soccorso. Cosa ci puoi dire a riguardo?

«Si tratta di un lavoro musical-teatrale sulla mutualità e la storia delle Società Operaie di Mutuo Soccorso. L'idea di partenza è di Ivano Malcotti, poeta e scrittore geniale. Lui ha immaginato un dialogo semiserio tra due avventori di una SOMS. Questi si mettono a discutere sulle società operaie e così facendo ne ripercorrono la storia: come sono nate, come si sono organizzate, come si sono evolute. Con la regia della mia compagna Patrizia è nata una pièce teatrale; io ho scritto la musica e sono nate anche una decina di canzoni originali che si alternano ai dialoghi».

Resto sul discorso del lavoro per chiederti se gli operai e i movimenti di protesta in Italia esistono ancora?

«No, purtroppo, siamo tornati indietro: alla schiavitù! Non abbiamo le catene alle caviglie ma la nostra libertà è condizionata.Viviamo in una società che ci fa credere che il benessere stia nel superfluo: un'automobile superaccessoriata, l'ultimo telefonino, un lavoro facile dal guadagno altrettanto facile, etc. Per ottenere queste cose accettiamo uno stile di vita contro natura e dimentichiamo i veri valori».

Cosa ti ha dato "Aspirina Metafisica"?

«Alcune soddisfazioni, qualche problema, qualche debito… Sicuramente la buona accoglienza che ha ricevuto mi ha dato un po' di fiducia in più nelle cose che faccio».

Che cosa vorresti che la gente sentisse nella tua musica?

«Cosa vorrei non lo so ma mi piace quando qualcuno mi racconta cosa ci ha sentito. Molto spesso mi fanno notare delle cose che neppure sospettavo di averci messo: ‹In quella canzone quando dici... è chiaro che intendevi...›. Naturalmente quando ho scritto quella frase pensavo a tutt'altro. Questo è il bello!».

Intanto, insieme ad amici come Davide Baglietto, Jacopo Marchisio, Sandro Signorile, stai portando in giro nelle piazze e nei teatri lo spettacolo "Le ristampe di Tex e il liquore di Mefisto", con ottimi riscontri. Come è nata questa idea?

«Le Ristampe di Tex sono nate un bel po' di anni fa. Il nome l'ho ideato io e la prima formazione vedeva insieme a me Sandro Signorile, Max Manfredi, Marco Spiccio e Nino Andorno. Abbiamo fatto qualche serata ma poi la cosa è morta lì. L'anno scorso riparlandone con Sandro ci siamo detti: ma perché non rispolveriamo le Ristampe? Detto fatto. C'era l'occasione di presentare una canzone originale in genovese per musicare un video sulle ceramiche di Albissola: per questo progetto abbiamo coinvolto l'amico Marco Cambri. Quasi di getto è nata "Motto de tera" e l'abbiamo presentata come Ristampe di Tex. La canzone è piaciuta ed è diventata la colonna sonora di quel video. Così sono rinate le Ristampe e dopo qualche rimpasto siamo arrivati alla formazione attuale. Ma ti sei dimenticato di citare Dario Camuffo, bravo cantante e Patrizia Litolatta Biaghetti che è la "donna medicina" nello spettacolo, la nostra regista e insieme a Sandro autrice dei testi».

Sostieni di non sentirti un cantautore, eppure le tue canzoni ti collocano in questa categoria...

«Chiaro che quando uno le canzoni se le scrive e se le canta è un cantautore. Ma è anche vero che io non mi riconosco nella categoria perché mi sta stretta. Mi piace scrivere musica; se ci metto le parole diventano canzoni ma la mia produzione è soprattutto musicale. Ecco sono uno dei pochi casi che può rispondere a quella stupida domanda se nasce prima la musica o le parole. Io parto quasi sempre da un motivo musicale. Questo perché le mie prime composizioni le ho realizzate per un gruppo di jazz progressive, il Quartetto Cripta; sto parlando di 35 anni fa! Il Quartetto Cripta esiste ancora e io continuo a comporre e a suonare il basso con loro».

Qualcuno dice che per essere artisti si deve essere, almeno in parte, pazzi. Tu lo sei?

«Se essere pazzi vuol dire non essere conformisti, non accettare prodotti confezionati e premasticati, non perdere la curiosità, non nascondere i propri sentimenti, lottare per quello che si crede giusto e non aver paura di confrontarsi: allora lo sono».

Ti piace la musica di oggi?

«Esiste una musica che ti cattura: non so se sia di oggi o di ieri. Ti confesso che non sono molto aggiornato sulle novità discografiche. Troppo spesso quello che viene spacciata come musica di oggi è un triste deja ecouté. Ascolto molto la radio, ma la mia è sintonizzata solo su Radio3 e mi trovo a mio agio ascoltando dalla lirica alla sperimentale. Hai mai seguito "Battiti" dopo la mezzanotte? A volte trasmette della roba che se sei in macchina e stai guidando puoi vivere la netta sensazione che si sia rotto qualcosa nel motore… Beh, se quella è la musica di oggi a me piace!».

I liguri sono conosciuti per la loro riservatezza, per la capacità di tenere le emozioni per sé come si trattasse di oggetti preziosi. Eppure la Liguria è terra di grandi cantautori, come è possibile?

«Il carattere dei liguri è sicuramente un carattere chiuso. Le emozioni le tengono dentro, le conservano come cose preziose. Poi, come fossero ingredienti per una ricetta le elaborano e le ricombinano per riproporle. Lo stesso procedimento che caratterizza la cucina ligure. Tutti i piatti qui sono confezionati per sfruttare al massimo le risorse ma anche per durare affinché il marinaio potesse nutrirsi nelle lunghe lontananze da terra. A questo aggiungi, per insaporire, la caratteristica disincantata di tutti i liguri, quell'ironia che diventa un'arma tagliente. Ecco questo credo sia il segreto della "scuola genovese": elaborare, combinare, conservare, ironizzare».

Scrivere canzoni e un intero album a cinquant'anni è più semplice o più complicato rispetto a quando si è giovani?

«Più difficile perché devi fare i conti con il disincanto che accompagna l'età matura. Insomma a vent'anni sei sicuro di poter cambiare il mondo a cinquanta sai per certo che non ci riuscirai. Comunque ci provi lo stesso e, tornando alla domanda di prima, forse la vera pazzia sta in questo».

Per il tuo primo disco hai creato una confezione extra lusso, pensi che in questo modo l'oggetto disco sia più ambito e ricercato?

«In realtà non era una confezione extra lusso. La mia idea era quella di replicare la magia di una bella copertina 31x31 tipica dei vinili. Metà dei dischi che possiedo li ho acquistati solo perché mi piaceva la copertina, spesso neppure conoscevo l'artista o il gruppo che stavo comprando. In quel modo mi sono imbattuto in meravigliose scoperte come gli Yes, King Crimson, Gentle Giant e altri. Ascoltavo la musica con lo sguardo immerso in quelle opera d'arte. Colpa del formato dei cd, quel misero librettino 12x12 ha smesso di farmi sognare».

Lo farai anche per il prossimo?

«Ho pensato a una bella stampa 40x60 con una cornice in radica ma l'idea mi è stata sconsigliata. Ripiegherò su una classica confezione in legno, tipo cassetta per il vino o in metallo tipo litolatta molto più pratica».



Titolo: Aspirina Metafisica
Artista: Augusto Forin
Etichetta: Gutenberg Music/Primigenia
Anno di pubblicazione: 2012

Tracce
(testi e musiche di Augusto Forin)

01. Amanti distanti
02. Scusa
03. L'oriente del nord
04. Una questione di educazione
05. Vagon lit
06. Sbagliare d'autobus
07. Passeggiando
08. Scarpe rotte
09. Aspettando su una pensilina
10. Il tempo perso
11. Quello che manca



mercoledì 23 ottobre 2013

"Quizás", la pentola magica di Gerardo Balestrieri







"Quizás", il quarto album di Gerardo Balestrieri, è una pentola magica da dove pescare ricordi, suggestioni, emozioni e ritmo per ballare e muovere anche e tacchi. Un disco variopinto, pieno di citazioni ma non per questo noioso e ripetitivo. Anzi, a farne un album appassionante è proprio il susseguirsi frenetico e il passaggio continuo tra generi, dal folk al blues, dallo swing al western, fino a toccare ritmi balcanici e sud americani. Un pot-pourri intrigante e suggestivo, da festa popolare e da balera in cui Balestrieri gioca con la voce scura e pastosa senza perdere di vista il ritmo. Diciotto tracce, ventisette motivi, in cui Balestrieri si diverte a omaggiare Tom Waits, Paolo Conte, Fabrizio De Andrè, Gardel, Serge Gainsbourg, la tradizione popolare italiana, il compositore ceco Jaromír Vejvoda e il cubano Osvaldo Farrés. L'album ha ricevuto il giusto riconoscimento conquistando il secondo posto nella categoria "Interpreti" all'ultimo Premio Tenco.
Gerardo Balestrieri non si può considerare un artista emergente. Il suo curriculum è ricco e si divide tra musica e teatro. Negli anni Novanta con La Nave dei Folli ha inciso il disco "Fricco misto", ha partecipato ad Arezzo Wave '96, ha stretto collaborazioni artistiche e discografiche con Daniele Sepe e Bebo Storti. Poi il primo invito al Premio Tenco nel 2000, l'esordio discografico a suo nome con "I nasi buffi e la scrittura musicale" nel 2007, seguito due anni dopo da "Un turco napoletano a Venezia" e nel 2010 da "Canzoni al crocicchio".



Gerardo, "Quizás" è il tuo quarto album. Come è nato e quali sono state le idee che ti hanno portato a produrlo?

"Quizás è nato durante un periodo di stasi discografica. Nell’attesa di capir meglio le sorti delle mie canzoni inedite, ho inciso questo disco in veste d’interprete, canzoni che nel tempo mi hanno sedotto e accompagnato". 

Da "Rosamunda" a "Bocca di Rosa" passando per Conte, Waits, Carosone e Gardel. Come si fa a unire tutto in un unico disco, le cui canzoni peraltro non sono slegate tra loro?

"E' il ritmo l’elemento che unisce le canzoni dell'intero disco. L'album è stato pensato come un concerto, dall'inizio al gran finale, compreso anche di bis". 

Per dar vita a questo patchwork, più affine a certa produzione cantautorale d'oltralpe, hai scelto di cantare in diverse lingue. Perché lo hai fatto?

"E' una scelta naturale. Si tratta di una visione cosmopolita della musica dove il suono della parola incontra e abbraccia il linguaggio musicale". 

Le canzoni che interpreti nel disco le hai scelte perché sono le tue preferite?

"Ovviamente, ma non ne farei una hit parade che escludesse ad esempio i Led Zeppelin o Jimi Hendrix". 

In copertina si legge "Canzoni per anche ed orecchie, per ricci, per pance e per tacchi". E' questo lo scopo delle canzoni del disco?

"E' un sottotitolo che rimanda a canzoni da ballare e da ascoltare, canzoni con cui divertirsi e anche pensare. Un invito all'attenzione e alla leggerezza". 

Prima "I nasi buffi e la scrittura musicale", poi "Un turco napoletano a Venezia", le canzoni al crocicchio per il terzo album e infine "Quizás". I tuoi cambi di rotta artistici sorprendono ma allo stesso tempo hanno un filo conduttore marcato…

"C'è un filo conduttore che tiene insieme ogni canzone dei dischi citati, come anche ogni brano è concepito come un singolo. Più o meno, mi vien da pensare, come dovrebbe essere l'umanità. Se penso ai progetti futuri - non proprio imminenti ma diciamo da qui al prossimo quinquennio - vi trovo invece molte più sorprese riguardo ai cambi di rotta".

Mi ha incuriosito la tua scelta di proporre "Rosamunda". Siamo quasi coetanei e io me la ricordo cantata da mio padre in macchina, in occasione delle gite della domenica. Tu a che ricordi la associ?

"Per me non è un ricordo, altrimenti mi sentirei vecchio, è una realtà che dura da quando sono nato. L'ho suonata la prima volta quando ero bambino e continuo a farlo adesso che lo sono ancora. "Rosamunda" rappresenta l’ultimo ballo di certi matrimoni - da bambino fino alla maggiore età ho suonato in gruppi di non solo liscio - un'impresa guidata fino alla consacrazione finale dell'incontro. E’ la canzone che apre alla notte, fatta di serenate al balcone". 

In questo caso però l'hai interpretata con una frenesia finale quasi punk.

"Per una certa attitudine verso l’evoluzione della tradizione, una sera mi è venuta di suonarla punk - non eravamo ad un matrimonio - e poi da lì è stata incisa". 

Il medley "Bocca di Rosa/Montemaranese/Fimmene Fimmene" è spiazzante. Come hai fatto a legare il sound desertico e acido di "Fimmene Fimmene" con la liricità di "Bocca di Rosa"?

"Semplicemente suonando, il "trittico" è arrivato da solo. I suoni li avevo chiari in mente. Durante alcuni concerti le canzoni son come le ciliegie, soprattutto quando il pubblico vuole ballare". 

Perché ami definirti cantante apolide, senza patria?

"Arrivo alla visione cosmopolita della musica anche da un'apolide condizione umana. Vicissitudini esistenziali mi hanno fortunatamente portato a non appartenere". 

Sei nato in Germania, a Remscheid l'11 giugno del 1971, hai vissuto a Napoli e ora a Venezia. Quanto c'è in te di queste tre realtà così diverse dal punto di vista umano, della società, dell'arte e della musica?

"Mah, ironizzando della Germania mi è rimasta solo l’origine del nome, che mi pare tradotto in italiano sia "bravo con la lancia". La città che più ho addosso e dentro al cuore è Napoli". 

Non hai mai pensato di trasferirti in Francia, nazione molto più attenta a certa musica di qualità?

"Ho vissuto in Piemonte e qualche mese a Marsiglia. Ho pensato di trasferirmi in Francia e ogni tanto ci ripenso. Se ancora non l'ho fatto è perché probabilmente non è il momento". 

Sei reduce dal Premio Tenco. Quest'anno, nella categoria Interpreti, hai trovato sulla tua strada Mauro Ermanno Giovanardi. Come hai accolto il secondo posto?

"Più che sulla mia, di strada Giovanardi ne ha percorsa più che il sottoscritto. E spesso è normale che se hai fatto più strada arrivi prima. Per "Quizás", un secondo posto, considerati i mezzi, è come aver vinto la Targa Tenco". 

Non è la prima volta che partecipi al Tenco e non è la prima volta che arrivi secondo. Cosa pensi della rassegna sanremese?

"E' la mia terza partecipazione ed è anche la terza volta che arrivo secondo. Pensando al medagliere, l'argento è il metallo che amo di più. L’oro e il bronzo non mi piacciono. Della rassegna penso che sia un bel momento per la musica in Italia ed è anche un ottimo posto per arrivare secondi". 

Nei prossimi mesi hai in programma un tour per promuovere "Quizás"?

"In questi giorni suono a Firenze al Porto di Mare e a Roma al Teatro Arciliuto, a metà novembre sarò a Verona. Ci stiamo attrezzando anche per suonare oltralpe e oltre oceano. L’idea è di tornare in California e poi fare tappa in Francia, Belgio, Svizzera e Olanda". 

A quanto so verrai a suonare anche in Liguria a inizio 2014...

"Sì, sarò a La Claque di Genova il 6 febbraio. Non ho mai suonato a Genova e chissà che non diventi una serata speciale. Vi aspetto tutti".  


Titolo: Quizás
Artista: Gerardo Balestrieri
Etichetta: Interbeat/Egea Distr.
Anno di pubblicazione: 2013






lunedì 14 ottobre 2013

"Post-Krieg", l'epitaffio di Simona Gretchen





C'è sempre una fine ma quando arriva troppo presto si rimane spiazzati. La decisione della faentina Simona Darchini, classe '87, di dare un taglio al passato e chiudere l'avventura targata Simona Gretchen, dopo solo due dischi, arriva inaspettata. Anche perché "Gretchen pensa troppo forte", album d'esordio uscito nel 2009, era finito sotto i riflettori della critica specializzata e il successivo "Post-Krieg", uscito a febbraio di quest'anno, ha dato ulteriore credito a questa artista. "Post-Krieg" è un disco cupo dove la luce entra di rado, fatto di canzoni spesso legate tra loro, con echi che rimandano al prog e al krautrock ma anche pieno di idee e soluzioni che ne fanno uno dei dischi più interessanti dell'anno. Otto tracce che danno uno schiaffo forte a tutta quella produzione fotocopia, senza idee e senza nerbo, che sta soffocando il panorama musicale italiano.
L'ispirazione, l'energia e il carisma a Simona, Gretchen o Darchini che chiamar si voglia, non mancano ed esplodono dirompenti in questi ventisei minuti di musica, emozioni, allucinazioni e cadute agli inferi. Un lavoro a tratti anche scomodo ma che non cade, fortuna vuole, in certo intellettualismo fine a se stesso. Un epitaffio artistico, scritto con lucida disperazione, che chiude un ciclo di crescita personale. Cosa riserverà il futuro non è dato saperlo. Addio Simona Gretchen, benvenuta Simona Darchini.


"Post-Krieg" è il tuo secondo album, l'ultimo di Simona Gretchen. Un disco che resterà, alla faccia della produzione usa e getta che imperversa in questi anni. Diverso per certi aspetti, molto meno cantautorale rispetto al tuo album d'esordio…

«Sono d'accordo. Molto diverso, nella sua genesi, nei riferimenti musicali e letterari, negli arrangiamenti e nelle atmosfere. Decisamente più cupo, pesante e "denso", più compatto a livello sonoro e contenutistico, meno sognante».

Perché finisce l'esperienza di Simona Gretchen?

«Perché il fine dell'esperienza Simona Gretchen era "Post-Krieg"».

Dopo un disco come questo viene naturale chiederti di ripensarci…

«Non penso ci sia qualcosa che possa farmi cambiare idea». 

Cosa c'è allora nel futuro di Simona Darchini?

«Molto studio. E non parlo di musica. Continuerò poi a occuparmi della Blinde Proteus. Non so
ancora se prenderò in futuro parte a qualche altro/a progetto/band. Non ho le idee chiare in proposito, né ho fretta di prendere decisioni. In ogni caso non si tratterebbe in nessun modo di una prosecuzione dell'esperienza "Simona Gretchen"». 

Il disco si apre con un intro declamato da una voce femminile in tedesco che lancia l'ascoltatore verso un mondo fatto di oscurità, condito da brani a cadenza marziale e ritmi ipnotici. L'idea del conflitto è evocato alla perfezione ma quale guerra racconti?

«Quella dei "princìpi", in senso artaudiano. Il conflitto interiore di chi è scisso fra nature opposte. I concetti chiave dell'album sono senza dubbio questa "guerra dei princìpi" e il concetto di "fine", in senso lato. Il fatto stesso si tratti dell'ultimo album di Simona Gretchen non è scollegato rispetto a questi aspetti».

Morte e desolazione o rinascita e vigore nel tuo dopoguerra?

«Hai mai visto un dopoguerra che non faccia rimpiangere la guerra? Io sono a pezzi, ma non me ne curo: niente è per sempre. Non credo nelle rinascite, ma credo (ci) si possa migliorare. Le terre desolate sono forse il miglior luogo tanto per spegnersi quanto per ri-programmarsi».

Quali sono stati e come hanno contribuito i tuoi compagni di viaggio alla nascita di questo disco?

«Il disco è stato registrato al Lotostudio, di Gianluca Lo Presti. Paolo Mongardi ha arrangiato e registrato le parti di batteria, Nicola Manzan ha arrangiato e registrato gli archi di "Enoch" e "Everted (part II)", Sabina Spazzoli, attrice/regista teatrale, ha prestato la voce agli inserti di "In" e "Everted (part III)" in lingua tedesca, Silvia Valtieri, che mi accompagna anche nei live, ha registrato le parti di pianoforte, e Lorenzo Montanà, oltre ad aver registrato alcune tracce di chitarra, ha curato la produzione artistica dell'album».

"Post-Krieg" si chiude con le tre parti di "Everted", una mini suite che rimanda a certo rock progressive…

«È una "discesa" finale, una suite tripartita che racchiude, in un certo senso, la chiave del disco. "Everted" procede dall'esterno verso l'interno (il mio), e, come suggerito dal titolo, fa riferimento al concetto di "estroflessione". Certi progressive e kraut rientrano nelle influenze dell'album, e la trilogia "Everted" è la parte del disco in cui emergono maggiormente».

"Post-Krieg" è un disco di breve durata rispetto a quasi tutte le produzioni attuali che superano abbondantemente l'ora. Penso che sia però al passo con la frenetica società attuale, cosa ne pensi?

«La mia esigenza era di tagliare tutto ciò che potesse risultare superfluo. Per questo i tempi della stesura iniziale sono stati irrisori rispetto alla fase di elaborazione successiva. Almeno metà del 2012 è volata via rimaneggiando il disco. Togliendo, ben più che completando».

Nel 2010 sei stata inserita nel doppio cd "La leva cantautorale degli anni zero" con la canzone "Krieg". Qual è il rapporto tra quella canzone e il tuo ultimo disco?

«Mentre scrivevo "Krieg" avevo già un'idea embrionale di "Post-Krieg", mi riferisco qui al disco, non alla traccia omonima. Intitolare così quel brano era una sorta di gioco concettuale: un disco intitolato "Post-Krieg" sembrerebbe consequenziale ad un brano, precedentemente pubblicato, intitolato "Krieg"... In realtà era "Krieg" a far riferimento a "Post-Krieg", benché l'album non fosse ancora stato scritto».

Cosa è rimasto di quella leva cantautorale?

«In me poco, sto guardando da un'altra parte. Già allora stavo guardando altrove, tant'è che in testa avevo quest'ultimo disco, che di cantautorale non ha praticamente nulla».

Con "Gretchen pensa troppo forte" sei finita sotto la luce dei riflettori, hai ricevuto riconoscimenti e critiche molto positive. Come consideri, alla luce delle esperienze fatte in questi anni, il tuo disco d'esordio?

«Vorrei non averlo pubblicato. Non così, se non altro. Ci sono una serie di cose che non ho curato come avrei voluto. Alla fine ne è uscito qualcosa che molti hanno apprezzato, ma che non realizza il suo potenziale, e che, di fatto, non mi convince. Sbagli miei, si intende, senza voler dare colpe a nessun altro. Discorso opposto potrei fare per "Post-Krieg", di cui sono fiera e a cui potrò pensare con soddisfazione anche in futuro».

In questo arco di tempo hai dato vita anche a una tua etichetta. Perché questa scelta e quali sono i tuoi progetti?

«Blinde Proteus è nata nel 2012, ma nella mia testa molto prima. Ho coinvolto musicisti che stimo particolarmente, che spesso conosco di persona. L'idea è di lavorare a progetti in cui credo totalmente, su dischi cui tengo come fossero miei. Questo crea i presupposti per dedicarle tempo e un certo entusiasmo. Si occupa soprattutto di derive, preferibilmente sperimentali, di hardcore/post-core/stoner/post-jazz/psichedelia».

Pensi che ci sia abbastanza follia nei musicisti moderni?

«Mi piacerebbe vederne molta di più. Mi piacerebbe incontrare più gente sopra le righe, e più dischi in grado di lasciare un segno, anche se piccolo, invece di album in serie di cui spesso si conoscono perfettamente in anticipo riscontri e pubblico di riferimento. Sui palchi vorrei più sciamani e meno musicisti-contabili. A te piace il fatto che l'indie italiano stia diventando quello che, sociologicamente, hanno rappresentato i programmi TV a partire dagli anni Ottanta? I più si stanno lasciando convincere che una cosa di cui si parla molto debba per forza essere anche degna di interesse. Artisti e operatori culturali non dovrebbero dissociarsi rispetto a questo stato di cose, o per lo meno fare il possibile per produrre antidoti? Le schegge impazzite potrebbero essere i migliori anticorpi rispetto a quel livellamento di gusto/interesse di cui la rete stessa è risultata, a conti fatti, tutto meno che una cura. Credo servano, allo stesso tempo, più follia e più consapevolezza».

A ottobre si è celebrato il Premio Tenco, cosa ne pensi di questa rassegna e in generale dei concorsi?

«Del Premio Tenco ho solo sentito parlare. Risponderei senza cognizione di causa, in quanto non ho mai vissuto dall'interno la rassegna, né ho potuto assistervi. Ammetto, rispetto invece ai concorsi che ho visto da vicino, di non conservare i migliori ricordi».


Titolo: Post-Krieg
Artista: Simona Gretchen
Etichetta: Disco Dada/Blinde Proteus
Anno di pubblicazione: 2013

Tracce
(testi e musiche di Simona Gretchen)

01. In
02. Post-Krieg
03. Hydrophobia
04. Enoch
05. Pro(e)vocation
06. Everted (part I)
07. Everted (part II)
08. Everted (part III)




sabato 21 settembre 2013

"Di cosa parliamo" con Giorgia del Mese





Giorgia del Mese l'abbiamo scoperta tre anni fa grazie alla sua partecipazione al progetto discografico "La leva cantautorale degli anni Zero", doppio album, promosso da Club Tenco e Mei, che ha raccolto brani inediti di giovani cantautori degli anni 2000, sotto etichetta AlaBianca Records. L'anno dopo, nel 2011, Giorgia del Mese si è presentata al grande pubblico con il suo primo disco, intitolato "Sto bene", che le è valso l'invito al Premio Tenco. Pochi giorni fa, precisamente il 16 settembre, la cantautrice di origine salernitana ma fiorentina di adozione, è tornata a far parlare di sé con l'album "Di cosa parliamo". La voce energica, la scrittura incisiva e i testi carichi di pathos mettono in luce le indiscusse qualità di questa artista. Le dieci tracce dell'album catturano l'attenzione riuscendo ad appassionare sia nei momenti delicati che in quelli più rock e decisi. 
Un gran bel disco, impreziosito dalle collaborazioni con artisti protagonisti della scena indipendente italiana come Paolo Benvegnù, che ha duettato con lei nel brano "Imprescindibili" che chiude il disco, come Alessio Lega e Fausto Mesolella degli Avion Travel in "Agosto", come Alberto Mariotto di King of the Opera in "Stanchi" che apre l'album. Il disco è prodotto da Andrea Franchi, già al fianco di Benvegnù, Marco Parente e Alessandro Fiori.
A pochi giorni dall'uscita del disco, abbiamo parlato con Giorgia che ci ha raccontato come è nato "Di cosa parliamo".




Per il tuo secondo disco ti sei fatta aiutare dai tuoi fans. La raccolta fondi attraverso Musicraiser ha dato ottimi frutti superando la cifra che avevi fissato. Pensi che per i musicisti emergenti sia la soluzione migliore per poter produrre dischi?

«Sì, credo sia una possibilità, almeno per iniziare ad avviare la produzione. Inoltre ti permette di avere la restituzione dell'approvazione e dell'appoggio dei tuoi fan, ma questa è una parola assurda per una come me». 

Se non avessi raggiunto la cifre fissata avresti comunque inciso il disco?

«In qualche modo sicuramente, con grossi investimenti e sacrifici economici ma quando fare un disco diventa una priorità tutto il resto va in vacanza, tranne tu che l'hai fatto». 

In "Di cosa parliamo" hai collaborato con Paolo Benvegnù, Alessio Lega, Alberto Mariotti, Fausto Mesolella. Cosa hanno apportato al disco?

«Ho sempre avuto la voglia e la necessità di confrontarmi con altri musicisti, un po' per insicurezza e un po' per professionalizzare maggiormente il lavoro. Anche nel primo disco, "Sto bene", è stato così: uno su tutti Bruno Mariani, che è il produttore di Bersani e Carboni. Per quanto riguarda gli ospiti del nuovo disco posso dire che con alcuni ho avuto un innamoramento artistico: ci siamo conosciuti in giro, ho fatto ascoltare loro i miei provini, mi sono messa una bella faccia tosta e sono nati dei regali bellissimi. Avere questi nomi nel disco mi ha riempito di orgoglio e li ho ringraziati da fan più che da collaboratrice». 

Voce energica e dal registro basso che dà un tocco molto più rock rispetto al tuo primo lavoro, non credi?

«Sì, è stata una scelta artistica nata anche dal confronto avuto con Paolo Benvegnù. E mi riconosco molto in questo registro». 

Mi pare di scorgere in questo disco una tua urgenza di comunicare. È così?

«È un disco che nella scrittura è nato in pochissimi mesi. Non abbiamo dovuto fare una scelta perché non c'erano altri brani all'infuori di quelli poi pubblicati ma ero sicura di volermi mettere alla prova con questa sintesi». 

C'è un messaggio di fondo che lega le canzoni di questo disco?

«Questo è quasi un concept-album, molto semplicemente il funerale di un modo di essere di sinistra che prevedeva dei punti fermi: l'antimilitarismo, la solidarietà sociale, l'antirazzismo, il rigore, la serietà. Tutti riferimenti ideologici dai quali ci si è disinvoltamente licenziati smettendo di essere persone serie». 

Quanto c'è di autobiografico nelle canzoni di questo tuo ultimo lavoro?

«Tutto è autobiografico ma non autoreferenziale e solipsistico. La capacità di generalizzare e di rendere un pensiero personale condivisibile è per me una priorità, altrimenti si diventa noiosi, ci si lamenta, si scrive d'amore in modo retorico, si perde il senso del contesto». 

Nel disco riproponi "Spengo", brano che, seppur in versione differente, era stato pubblicato nella raccolta "La leva cantautorale degli anni Zero". Perché hai voluto dare nuova giovinezza a questa canzone?

«Perché quando l'ho inserito nella leva cantautorale era un brano ancora troppo giovane. Con un po' di anni in più e con la produzione fantastica di Andrea Franchi è diventata matura». 

Cosa hai voluto rappresentare con la copertina?

«Sembra ermetica e la grafica di Simone Vassallo è bellissima, ma la spiegazione è essenziale e quasi scolastica: il fondo nero della decadenza con un papavero rosso che è la rivolta, il cambiamento, la rinascita-rivoluzione». 

Secondo te cosa è rimasto della Leva cantautorale degli anni Zero?

«Abbastanza, a parte i nomi contenuti nella compilation. L'intento importante era dare dignità e luce a un cantautorato emergente che è ricchissimo, a volte esageratamente, però in alcuni casi valido, in altri veramente interessantissimo». 

Quali sono le tue fonti di ispirazione?

«Gli "anziani", Bennato, De Gregori, e poi Silvestri, Carboni, e i gruppi anni '90 come Marlene Kuntz, Almamegretta, Csi». 

Giorgia, negli ultimi anni è mancata sulla scena un cantante in grado di afferrare il testimone di artiste sbocciate negli anni novanta come Cristina Donà o Carmen Consoli. Ti senti pronta?

«Ma no! Primo perché peccherei di una presunzione senza assoluzione, e poi perché gli anni novanta erano diversi. Ora c'è una costellazione di realtà artistiche anche importanti che però si muovono in uno spazio molto più ristretto. Però grazie per avermelo chiesto!». 

Nel 2011 hai partecipato al Premio Tenco. Cosa pensi della rassegna sanremese che da alcuni anni si dibatte tra seri problemi economici, tentativi di espatrio e cambi di sede?

«Il Premio Tenco è ed è stato la meta più ambita per ogni cantautore, chi lo snobba è perché è incazzato per non essere stato invitato! Detto questo non sempre il cast è rappresentativo di quello che si agita sulla scena contemporanea. Però resta un punto di riferimento e io sono molto grata al Club Tenco, in particolare a Enrico de Angelis che mi ha seguita e sostenuta fin dagli esordi».


Titolo: Di cosa parliamo
Artista: Giorgia del Mese
Etichetta: Radici Music
Anno di pubblicazione: 2013




mercoledì 11 settembre 2013

Bobo Rondelli, "A famous local singer"





Livornese, istrionico, irriverente, cantante appassionato e un po' "cialtrone", nonché straordinario imitatore di voci e performer coinvolgente. Bobo Rondelli è tutto questo, dall'esordio negli anni Novanta con il trio Les Bijoux, ai primi successi con l'Ottavo Padiglione, fino all'inizio della carriera solista nel decennio successivo e l'esperienza nel cinema. Un percorso artistico mai scontato che ha visto Rondelli collaborare con Stefano Bollani, Dennis Bovell e Filippo Gatti in ambito musicale, con Paolo Virzì sul grande schermo. L'ultima fatica discografica, l'album "A famous local singer", è un poetico progetto brass&roll prodotto da Patrick Dillett (già produttore di David Byrne e St. Vincent, e collaboratore tra gli altri di Brian Eno, The National, Glen Hansard) e nato dall'incontro con l'Orchestrino (Dimitri Grechi Espinoza sax tenore e sax alto, Filippo Ceccarini tromba, Beppe Scardino sax baritono, Tony Cattano trombone, Daniele Paoletti e Simone Padovani percussioni,
 Fabio Marchiori tastiere), potente e coinvolgente marching band che lo accompagna nella rilettura dei classici della sua produzione e nella presentazione dei brani nuovi dell'ultimo album e di imperdibili cover. Un incontro scanzonato tra blues, jazz, swing e ritmi afro-cubani che non fa restare indifferente l'ascoltatore.
Abbiamo incontrato Bobo e ci ha spiegato come si fa a essere un "famous local singer".



Da cantautore malinconico a compagno di strada dell'Orchestrino. Una bella trasformazione artistica, non credi?

«La musica è un viaggio, un itinerario. Per me il senso è sempre stato questo: ho fatto dischi diversi a seconda degli incontri. Per esempio, con Bollani ho puntato su sonorità più jazzistiche, con Dennis Bovell sul reggae, con Filippo Gatti su uno stile più intimista e malinconico, come hai detto tu. Con l'Orchestrino c'è stata la voglia e l'intenzione di scendere in strada. È un gruppo che può suonare senza elettricità essendo formato da fiati e percussioni e quindi, anche per andare incontro alla crisi, si trova sempre il modo di esibirsi, quasi fossimo una band di New Orleans».

Hai lasciato da parte le canzoni più introspettive per puntare deciso sul divertimento. Vista la situazione politica ed economica, pensi che sia la ricetta giusta per ridare il sorriso al tuo pubblico in questi tempi bui?

«Oltre al sorriso e al divertimento mettiamoci anche un po' di ballo e di espressività del corpo. Ci può essere un po' tutto questo e soprattutto la voglia di fare baldoria. È un progetto che nasce suonando per strada e lo spettatore è anche quello che passa per caso. Può succedere che la sua vita cambi sentendoci suonare. Un ragazzino che passa e vede suonare un sax, un trombone e un tamburo può essere stimolato a suonare a sua volta, ad avvicinarsi alla musica. Suonare porta le persone ad approfondire la conoscenza della propria anima e a non vivere di cose materiali. La musica stimola a una rivoluzione interiore e comunque chi vive di parole e di musica non si metterà mai con il fucile dalla parte di chi spara».

Perché l'idea di ripescare alcuni classici di Celentano? Ti vedrei bene nel Clan…

«Nel Clan penso ci fosse questo bello spirito di condivisione, unito da questo rock'n'roll. "24.000 baci" ha una forza tutta sua, ci sono quei quattro 'ye ye', superiori secondo me a quelli dei Beatles. Poi noi l'abbiamo fatta con questo sapore un po' balcanico, ispirati dal film di Kusturica. L'idea era quella di far cantare a un ragazzo dell'est "24.000 baci". L'altra, "Bimbo sul leone", è proprio una bella canzone, un pezzo tipo Mission Impossible, uno 007, sembra quasi un'Arca di Noè che si svolge in cielo invece che in mare».

Da dove nasce il titolo "A famous local singer"?

«Un po' di anni fa ho scritto una canzone su un orso, Gigi Balla, chiuso in un gabbia dello zoo di Livorno. Ne ho fatto un quadro malinconico, poetico. Successivamente, passando davanti allo zoo ho notato che avevano messo un cartello, di quelli turistici, con scritto in italiano ‹il famoso cantautore Bobo Rondelli che ha cantato la storia dell'orso Gigi Balla...›, in inglese io sono diventato "A famous local singer" e l'orso "A famous local bear". Fa ridere, è una frase bella perché ambigua: sono un famoso cantante del luogo o un cantante famoso del luogo? Ecco, penso più a quest'ultima: sono un cantante famoso del luogo».

La soglia dei 50 anni è stata superata. Cosa possiamo aspettarci da Bobo Rondelli nei prossimi anni?

«Non lo so, non mi pongo la questione dello scorrere del tempo. Probabilmente si tende a essere più riflessivi, spero meno vanitosi... spero che la vanità sia un passaggio, un andare oltre, un cercare di sparire dentro la vita. Ti posso dire una frase che da cinquantenne ho scritto l'altro giorno e che dice: ‹il tempo che mi resta voglio morirmelo come mi pare e piace›. Voglio morirmelo non viverlo perché vivere è presuntuoso, ogni attimo si muore e dopo cinquant'anni c'è questa bella accettazione di morire il momento. Vivere alla giornata, vivere i progetti, quello che dovevi fare l'hai fatto, puoi solo regalare, far del bene con la tua esperienza e saggezza. Sicuramente c'è anche più spiritualità perché avvicinandosi la fine effettivamente il morire fa più paura».

Ritmi klezmer, una sapiente fusione tra jazz e blues. Ritmi alla Bo Diddley in "Il cielo è di tutti", chi ha contribuito a questo mix esplosivo?

«A contribuire è stato il gruppo stesso, l'Orchestrino. Sono jazzisti che sanno suonare in mezzo alla gente e hanno la capacità di intrattenere mantenendo alta la qualità. Nel disco c'è un po' di tutto, non ci siamo posti il problema del genere. È più un sound quasi da balera, c'è anche un pezzo cubano».

Non mancano le canzoni goliardiche e irriverenti come "Puccio Sterza"…

«È un rock'n'roll sulla storia di un incidente automobilistico stradale e sessuale. In città c'è questa scritta, 'Puccio sterza', che viene regolarmente cancellata ma che con il tempo ricompare. Probabilmente questo Puccio picchiò con l'auto contro il muro e così nella canzone ho pensato che fosse uno che andava a cercare incontri notturni ed essendo uno importante provano sempre a cancellare il nome. Magari è un commissario, non si sa, qualcuno di importante, un politico».

"Che gran fregatura è l'amor" è il titolo di un'altra canzone del disco. È la tua idea dell'amore?

«Alle volte sì, dipende. Sai sull'amore ne parliamo in continuazione, una volta dici una cosa poi la rinneghi il giorno dopo. A volte, in modo volgare, gli uomini dicono che le donne sono tutte troie e così anche le donne dicono che gli uomini sono tutti stronzi e bastardi. Dipende dal momento, però più che l'amore dovrei dire che gran fregatura è l'infatuazione. Poi l'amore va sempre rinnovato, l'amore non è uno scherzo di uno che vive la vita in modo dannunziano. La canzone è un po' uno scherzo, cantata con la voce impostata che ricorda un po' gli anni '30 e che, a un certo punto, recita ‹...che palle stare insieme a te...›. È un gioco surreale di epoche sbagliate, con parole ed espressioni che non si sentivano in quegli anni».

Recentemente hai suonato al Campeggio Resistente a Valloriate a Cuneo. Resistere è l'unica soluzione che ci è concessa?

«A sentire questo Papa, che francamente non mi dispiace, bisogna resistere alle tentazioni di possedere troppo, più del dovuto per certi, resistere per arrivare a fine mese, resistere dal vivere una vita troppo finta comandata da computer, internet, facebook. Bisogna riappropriarsi invece dello stare insieme, resistere meno e vivere di più. La parola resistere sembra un non vivere, un doversi sempre difendere. Bisogna incontrare persone più vere, a cominciare dagli anziani, perché solo così si può resistere al pericolo della lobotomia a cui siamo sottoposti per vivere».

Bobo, tu sei di Livorno come Piero Ciampi. Qual è il tuo rapporto con questo grande e indimenticato artista?

«Ciampi cantava le sensazioni e le emozioni allo stato puro. Le sue canzoni arrivavano a tutti, con tutto il suo dolore, senza nessun pudore. Raccontava tutto il dolore che toglie la vita ma nella sua disperazione ci sono dei momenti sublimi sia musicali che di parole. È stato un coraggioso, un poeta che si raccontava. Insomma un Don Chisciotte della canzone italiana ed europea, molto vicino forse ai francesi, però anche a Modugno per certi aspetti e per la cantabilità molto fresca di certe sue canzoni».

Che rapporto hai con la musica tradizionale italiana?

«Francamente non ho molti rapporti, a volte mi vergogno a dirlo, ma sono più un rockettaro, sono un Beatles maniaco. Poi Rolling Stones, più, certo, la canzone italiana con Celentano, Modugno che è stato l'artista più potente che l'Italia abbia avuto in quegli anni. Molto vicino alla musica tradizionale, anche con il suo modo di cantare che deriva dai venditori del mercato mischiato alla lingua italiana».

Sono convinto che l'attuale tour possa essere accolto molto bene anche oltre confine. C'è qualche progetto in piedi?

«C'è qualche richiesta che stiamo valutando. In Inghilterra potrebbe funzionare, staremo a vedere. Se capiterà bene, altrimenti nessun problema».

Qual è stato il tuo ultimo impegno nel mondo del cinema?

«Serviva la voce di Marcello Mastroianni in un film di Scola sulla storia di Fellini. E così: ‹Ogni volta che c'è bisogno di lui, tu capisci, mi chiamano per questo lavoro ormai sporco per me, finirò per diventare lui quindi se mi chiamate, per favore chiamatemi Marcello...›. Ho stretto la mano a Scola, non male, no?»


Titolo: A famous local singer
Artista: Bobo Rondelli e l'Orchestrino
Produttore: Patrick Dillett
Etichetta: Ponderosa
Anno di pubblicazione: 2013

Tracce
(testi e musiche di Bobo Rondelli, eccetto dove diversamente indicato)

01. Bimbo sul leone  [Santercole/De Luca/BerettaDel Prete]
02. Il cielo è di tutti  [Rondelli/Rodari]
03. Il palloso
04. La marmellata  [Rondelli/Marchiori/Rondelli]
05. Cuba lacrime
06. 24.000 baci  [Leoni/Celentano/Vivarelli/Fulci]
07. Puccio sterza
08. Settimo round
09. Bambina mia
10. Bobagi's blues
11. Prendimi l'anima
12. Che gran fregatura è l'amor
13. Il paradiso




lunedì 2 settembre 2013

The Cyborgs alla corte di Springsteen






Vengono dal futuro ma hanno i piedi ben saldi nella tradizione del blues. Sono The Cyborgs, un duo tra i più interessanti della scena underground italiana. Due personaggi enigmatici che si celano dietro a maschere da saldatore e a vestiti rigorosamente neri. Cyborg 0 (zero) suona la chitarra in modo molto personale e riconoscibile, questo sì, e canta attraverso un microfono fissato alla maschera. Cyborg 1 (one) si occupa invece della sezione ritmica e suona la tastiera. Nella musica dei The Cyborgs, oltre al blues più tradizionale, quello più vicino alle origini ma sviluppato con un approccio moderno a tratti roots, non mancano incursioni nel rock psichedelico e accenni a sonorità afro. Il tutto per un sound viscerale, istintivo, primordiale e allo stesso tempo esplosivo.
Due album all'attivo e il loro electro-boogie non è più un oggetto misterioso. Il duo si è imposto sulla scena internazionale con lunghi tour in Gran Bretagna, Stati Uniti e nel resto dell'Europa. In patria, dopo aver diviso il palco con Jeff Beck, Johnny Winter, Eric Sardinas e i North Mississippi All Stars, hanno avuto il privilegio, a luglio, di aprire il concerto romano di Bruce Springsteen all'Ippodromo delle Capannelle, nell'ambito della rassegna Rock in Roma. Un evento più unico che raro che ha visto The Cyborgs esibirsi di fronte a 35 mila spettatori in un coinvolgente set di una quarantina di minuti.
Abbiamo approfondito il discorso con Cyborg 1 ma questa volta è stato tutto più difficile. Da uomo del futuro, Cyborg 1 ha risposto alle domande utilizzando il codice binario e le risposte inviate attraverso internet, da una località a noi sconosciuta, sono state decodificate per renderle comprensibili. Anche questo sono The Cyborgs.



Ricordo di avervi visti aprire per i North Mississippi All Stars un paio di anni fa a Savona. Poche settimane fa siete balzati invece agli onori della cronaca per la vostra esibizione in apertura al concerto di Springsteen. Raccontaci come è andata la giornata romana…

"È stata una calda e lunga notte… Migliaia di persone hanno cantato e ballato rendendo speciale la nostra performance. Unico rammarico è stato quello di non esserci potuti trattenere fino alla fine del concerto del Boss, a causa dell'imminente partenza per dei concerti in Inghilterra. Per il resto è stata una esperienza unica".

Lo sai che per la prima volta in Italia Springsteen ha acconsentito a una band di aprire un suo concerto? Come è stato possibile?"

Si, è vero, ma c'è sempre una prima volta. Bruce e il suo entourage hanno visto il nostro show in video e ci hanno voluto. E' andata così".

Avete incontrato Springsteen o i musicisti della E Street Band?

"Purtroppo no, anche perché siamo dovuti scappare via poco dopo il nostro show. Ci aspettava un aereo per portarci a Londra".

Il set è stato molto apprezzato anche dal pubblico di Springsteen, te lo aspettavi?

"Ci aspettavamo una buona accoglienza, ma non così calorosa".

Poteva essere rischioso e invece avete conquistato gli spettatori con una esibizione trascinante. Una bella soddisfazione...

"È sempre una soddisfazione vedere ballare e cantare il pubblico, anche quando non è così numeroso".

Al termine del set mi è parso aver visto la tua tastiera un po' ammaccata...

"Certo, è così. Col tempo e i numerosi viaggi ha subito dei danni, ma un piano ha 88 tasti e non è un problema se cinque o sei si rompono. Ci sono tutti gli altri".

"Electric chair", uscito quest'anno, è il vostro secondo album. Dodici tracce che confermano quanto di buono fatto ascoltare all'esordio. Come è nato questo disco?

"È nato velocemente, mentre portavamo in tour il nostro primo disco. Alcuni brani di "Electric chair" in realtà li suonavamo dal vivo già un anno prima della pubblicazione del disco".

Da dove nasce il vostro electro-boogie?

"Nasce dall'esigenza di innovare e rinnovare il blues, per tramandarlo. In realtà è quello che i bluesman hanno sempre fatto in passato. È così che il blues continua a vivere. Muddy Waters, John Lee Hooker, R.L. Burnside erano terribilmente innovativi, e forse lo sono tuttora. Il termine electro-boogie è invece solo una etichetta perché il nostro, in fondo, è blues e basta".

Come vi è venuta l'idea di suonare con la maschera da saldatore?

"Siamo intolleranti alla luce del sole, è troppo forte, è accecante".

Quali sono i vostri prossimi impegni?

"A maggio siamo ripartiti in tour in Italia e in Europa. Ne avremo almeno per un anno".

Dopo l'esibizione romana davanti a 35 mila persone qual è il vostro prossimo sogno da realizzare? Con chi vi piacerebbe suonare?

"Nel futuro non c'è spazio per i sogni e soprattutto è bello non aspettarsi proprio nulla dalla vita. Anche questo è blues".


Titolo: Eletric chair
Artisti: The Cyborgs
Etichetta: Audioglobe
Anno di pubblicazione: 2013




mercoledì 28 agosto 2013

L'esordio di Marrone Quando Fugge






Un titolo scanzonato, "Il Pre-Fagiolismo", un nome curioso, Marrone Quando Fugge. A dare vita a questo curioso connubio di parole è stato il trentenne cantautore astigiano Massimo Lepre, nome d'arte Marrone Quando Fugge, che ha pubblicato il suo album d'esordio intitolato, appunto, "Il Pre-Fagiolismo". Un lavoro discografico che è stato bene accolto dalla critica e che ha permesso all'autore di vincere il premio "L'artista che non c'era". Il disco contiene nove canzoni che raccontano un mondo in cui i valori sono quelli più veri e importanti, in contrapposizione a quelli imposti dalla società consumistica di oggi. Un disco sincero, un inno alla povertà ma allo stesso tempo musicalmente ricco di vibrazioni positive e di idee, che vengono espresse da questo cantautore emergente, voglioso di cambiare rotta dopo anni di gavetta in diversi gruppi. Decisivo è stato l'incontro con Zibba che ha prodotto il disco e successivamente con Stefano Cecchi che lo ha registrato. Marrone Quando Fugge nel disco è stato accompagnato da Simone Fratini al contrabbasso, Sauro Ferraris alla chitarra e Alberto Silengo alla batteria.
Di "Pre-Fagiolismo" abbiamo parlato con Marrone Quando Fugge.




Prima di tutto devi spiegarci perché ti fai chiamare Marrone Quando Fugge...

"Un colore, Marrone, il colore delle radici e della casa protetta del cuore e del corpo. Un verbo, Fuggire, che contiene nel suo interno il potere creatore del significato che esprime. Un avverbio, Quando, che evidenzia la condizione di essere ancora più radice nel momento della distanza. Quell'uomo nato e legato alla terra, alla pancia e all'ombelico di chi l'ha creato e che svela il respiro primordiale del senso mistico di una nascita continua. Un essere cresciuto all'ascolto del mondo e dei suoi fatti così da rendere note musicali ogni parola ed ogni respiro. E per questo vedo un uomo che fugge, non per sfuggire, ma per conoscere nel profondo le carte che il mondo mette a disposizione con la consapevolezza della propria storia. L'uomo Marrone che è legato alla madre e alla terra ancora di più Quando Fugge, andando per il mondo e portando con sé la memoria di casa".

Nelle scorse settimane è stato pubblicato il tuo primo disco dopo tanti anni di gavetta. Quando e perché hai preso questa decisione?

"In realtà, la spinta grandiosa è stata di Zibba, che una volta scoperti i miei pezzi tra le mura di casa mia nell'inverno di due anni fa, ha deciso di prendere le redini della mia situazione, decidendo di produrre il mio primo disco. Fosse stato per me, sarebbe rimasto tutto nel cassetto perché non godo di una autostima spiccata, non credevo di poter rendere i miei sfoghi, paure, difetti e intimità alla portata di un pubblico ma mi sono fidato di qualcuno che ha creduto in me e il disco ha iniziato a concretizzarsi. Una pre-produzione con fermento, una produzione indimenticabile che inizia a febbraio e una post-produzione attenta. Sono felice".

Sei entrato a far parte della grande famiglia allargata degli Almalibre visto che Zibba ha prodotto artisticamente il disco e Stefano Cecchi ne ha curato la registrazione. Ci racconti come è successo?

"Io e Zibba eravamo al "Fagiolo", la casa nel bosco raccontata nel suo brano "Asti-Est", scritta proprio lì, in quelle sere d'inverno dove la miglior cosa per curarsi dal freddo era scrivere in compagnia, mangiando, bevendo e suonando. Stavo strimpellando la chitarra accennando il giro di accordi di "Un Principio di Alzheimer", fu piacevolmente colpito da chiedermi cosa stavo suonando e quando gli svelai che era un mio brano, fu doppiamente colpito perché non sapeva che scrivevo e suonavo musiche mie. Da quella sera, nella testa di Zibba qualcosa è rimasto delle mie parole, tanto da decidere di seguire da lontano i miei progressi fino al giorno in cui mi presentò Stefano Cecchi come il fonico del mio disco, per annunciarmi della loro scelta di produzione, per mettere in piedi il mio primo disco. Tutto inaspettato, sono esploso di gioia e paura".

Ti ricordi qualche aneddoto del tuo rapporto con Zibba?

"Eravamo a Genova per le registrazioni del pianoforte, quando ho visto lo studio, mi sono chiesto se era vero. Mi ha dato la possibilità di suonare un pianoforte magnifico, dove ogni vibrazione era una galassia profondissima, le mie dita da cuoco hanno iniziato a sudare così tanto che sembrava piangessero. Con molti silenzi e poche parole mi è stato vicino come un fratello".

Da dove nascono le canzoni del disco?

"Imprevisti, molti puntini, fissi e di sospensione. Il caso delle coincidenze, il cuore, un po' di lacrime. Incontri, appuntamenti. Una atmosfera creata dallo stare. Il presente. Essere veri nel quotidiano. Essere belli quando si è veri. Spogliarsi di ogni maschera finta. Tutto questo tra cavoli, fagioli e accordi da imparare".

Perché il titolo "Il Pre-Fagiolismo"?

"Il Pre-Fagiolismo è un nome che definisce uno stile di vita, sicuramente auto-biografico, basato sulle piccole cose, sull'abbandono delle ricchezze che ci sono state insegnate, per trovare nella povertà i valori veri che tutti vorremmo avere tra le mani. Una rivalutazione sulla comprensione di quanto siamo meravigliosi semplicemente essendo noi stessi".

L'album ha ricevuto ottimi consensi vincendo anche il premio "L'artista che non c'era". Ti aspettavi un esordio così soddisfacente?

"Assolutamente no, il mio essere distruttivo purtroppo o per fortuna non mi permette di avere certe aspettative ma nulla toglie al massimo impegno che metto in ogni cosa che faccio".

Il disco inizia con "Miseria stabile, ricchezza mobile", un titolo che riassume un certo disagio nei confronti della società attuale. Cosa ci puoi dire a riguardo?

"Una situazione attuale che fatica a cambiare da molto tempo. L'ispirazione di questo pezzo parte con la scoperta di una banconota del 1870 creata da una banda di falsari. L'intestazione era "Banca della ricchezza mobile nel Regno della miseria stabile", che sarà pagato con "Visto del Monte di Pietà in vino". Iniziai a scrivere sulle dinamiche di vita attuali per arrivare alla conclusione che tutto sarebbe più semplice se la verità facesse parte della nostra vita".

Discorso che viene poi ripreso da "La discarica di anime", una sorta di ribellione contro la società consumistica. E' un disco di denuncia o una presa di coscienza?

"La denuncia la lascio alle autorità. La presa di coscienza è un inizio alla verità. Guardiamoci dentro e intorno, quanto vogliamo raccontarcela ancora?".

La canzone "Modestino" è dedicata a tuo nonno. Ce ne parli?

"Un folle raccatta ferro, piccoletto ma fortissimo, con due mani che spaventavano a metri di distanza. Una vita passata tra povertà, famiglia numerosissima, alcool, botte e cicatrici. Colui che quando mi veniva a prendere alla scuola elementare, invece di portarmi a mangiare un gelato mi offriva la sua birra da furgone. Se qualcuno che a pelle non gli piaceva gli chiedeva un accendino, rischiava di trovarsi in bocca a tradimento uno spagnolino (peperoncino piccantissimo), che aveva sempre nel taschino dei pantaloni... Un personaggio unico nel suo stile, la legge non esisteva se non la sua".

Quali sono gli artisti con cui hai un debito, di ispirazione o di formazione?

"Non sono amante della parola "debito", ma comunque ringrazio tutte le persone che mi sono state vicino e che mi hanno passato qualcosa. Andrea Anania che ha suonato in "Cenere e Whiskey", è l'amico artista che mi ha avvicinato agli strumenti con gran sentimento, lo ringrazierò a vita. Nico, fondatore de "La cattiva strada" mi ha dato modo di credere in letture alternative alla vita, un maestro per molti. Zibba e Stefano Cecchi, i miei fedeli compagni in questa meravigliosa esperienza".

Cosa ti aspetti dalla tua carriera musicale?

"Continuare ad avere la possibilità di esprimere quello che penso. Secondo voi, è possibile? Un caloroso abbraccio a tutti i lettori".


Titolo: Il Pre-Fagiolismo
Autore: Marrone Quando Fugge
Etichetta: Volume
Anno di produzione: 2013




lunedì 19 agosto 2013

Un savonese guida i Kafka on the Shore





Si chiama Vincenzo Parisi ed è la faccia italiana dei Kafka on the Shore, band emergente che a inizio 2013 ha dato alle stampe l'ottimo album "Beautiful but empty", pubblicato dall'etichetta indipendente La Fabbrica. Diplomato in pianoforte, il musicista savonese di origini siciliane ha abbandonato ben presto la musica classica da conservatorio per mettere il proprio pianoforte al servizio del rock'n'roll. Il passo decisivo si è compiuto a Milano dove Parisi ha conosciuto, uno dopo l'altro, quelli che sono gli attuali componenti del gruppo: il cantante americano dalla voce blues Elliot Schmidt, l'impeccabile batterista tedesco Daniel Winkler e l'imprevedibile e talentuoso chitarrista Freddy Lobster.
"Beautiful but empty" è un disco che mette in mostra cuore e muscoli e non lascia indifferenti. Undici canzoni che mischiano generi e suoni passando con estrema facilità dal blues al soul, con incursioni nel rock più duro. Uno dei brani più riuscito del disco è "Bob Dylan", una ballata emozionante costruita sul suono del pianoforte e su ipnotici giri di chitarra. Altro brano importante è "Venus" che è arricchito dalla voce di Chiara Castello dei 2Pigeons. Il disco resta sempre su ottimi livelli ed è vivamente consigliato l'ascolto. 
Abbiamo incontrato Vincenzo e abbiamo parlato dei Kafka on the Shore, di "Beatiful but empty" e tanto altro.


Come nasce il nome Kafka on the Shore?

"Siamo grandi appassionati di Murakami Haruki. E poi il suo stile narrativo ci sembrava aderente alla musica che avevamo in mente di scrivere. Oltre a "Kafka On The Shore", Murakami ha scritto altri romanzi stupendi, ma non pensavamo fosse il caso di prendere a prestito titoli come "Nel segno della pecora" oppure, pensa te, "L'uccello che girava le viti del mondo"".

La vostra è una band internazionale composta da un italiano, un americano e due tedeschi. Come si vive questa multiculturalità?

"A livello creativo, è un bel miscuglio di influenze, anche musicali. A livello umano, ci si diverte. A parte i casi in cui esce fuori il tedesco, che è una lingua che conosco a malapena. Ma qualche parola la sto imparando con il tempo".

Quando e quali sono stati i motivi del tuo ingresso in questo gruppo?

"Ho conosciuto Elliot, il fratello della mia ex-ragazza, e a fine 2010 abbiamo deciso insieme di dare il via al progetto, prima solo noi due in una squallida cameretta a Milano, chitarra voce e piano, con l'intenzione, poi totalmente rinnegata, di scrivere pezzi soffici e carucci come quelli dei Belle and Sebastian. Quasi subito è entrato Daniel alla batteria, e un anno dopo Fred come chitarrista e seconda voce".

Una parte della tua giovinezza l'hai passata in Liguria, ad Albisola. Quali sono i tuoi ricordi più belli?

"A dire il vero, ogni volta che posso torno ad Albisola, dove vivono la mia famiglia e i miei migliori amici. Savona più in generale rappresenta il mio luogo di formazione. Le prime lezioni di pianoforte col mago Gentile, che mi ha trasmesso grande passione. Gli anni passati a suonare Morricone e tanta altra musica da film nell'Orchestra Giovanile del Finale diretta da Paolo Venturino. E poi le geniali lezioni di storia della musica ed analisi con Fernando Vincenzi. Il Liceo Classico Chiabrera, dove ho avuto la fortuna di incrociare professori eccezionali e ho potuto sperimentare le prime composizioni grazie all'ensemble di musica diretto da Daniela Piazza e Fulvio Bianchi. Devo molto a Savona, indubbiamente".

A livello artistico ti sei dovuto adattare a un cambiamento di genere. Sei passato dal pianoforte classico, quello da Conservatorio, al rock. Perché hai cambiato in modo così radicale?

"C'è da dire che io ho frequentato le aule del Conservatorio solo durante i miei studi di composizione a Milano. Ho studiato pianoforte in casa di Irene Schiavetta, con la quale mi sono diplomato e che, da grande didatta quale è - le sue pubblicazioni per la Carisch ne sono una prova -, mi ha sempre spinto alla più ampia apertura artistica. E poi Chopin e Rachmaninov sono molto più rock'n'roll di quanto non si pensi. In origine, pensavo semplicemente di fare rock per travasarne le influenze nelle mie composizioni per ensemble da camera e pianoforte solo - lavori che comunque riprenderò in mano un giorno -, ma praticamente da subito mi resi conto che era troppo divertente scrivere canzoni e vedere come si sarebbe evoluto il mio "pianismo" trasferito in un mondo apparentemente così lontano. E così ho portato la mia scommessa ad un livello successivo".

"Beautiful but empty" è il vostro primo album e XL di Repubblica ha da poco pubblicato online il vostro video "Bob Dylan". Un periodo fortunato per voi…

"Decisamente fortunato. In soli cinque mesi dall'uscita del disco, i concerti ad oggi programmati sono più di sessanta e le recensioni sono davvero positive. A luglio abbiamo avuto l'onore di suonare al fianco dei Marta sui Tubi, è stata una grande occasione per noi per arrivare a un pubblico ancora più ampio. In ogni caso, senza presunzione, ce l'aspettavamo. Certo dobbiamo molto anche alla nostra etichetta, La Fabbrica, di Bologna, che ci supporta e investe molte energie su di noi. E comunque non ci accontentiamo, siamo solo all'inizio".

Di cosa parla la canzone "Bob Dylan"?

"Credo che la musica si debba spiegare da sé e che ogni ascoltatore debba trovare la propria risposta a questa domanda. Quello che posso dire è che è una canzone che parla di un ragazzo che cammina nella notte in una grande città e ripete ossessivamente "I don't feel a thing". Un ritratto dei tempi che viviamo?".

Qual è l'asse portante del disco?

"La contraddizione. Il gusto di giocare con elementi musicali contrapposti fregandocene allegramente di inseguire un'etichettatura univoca come troppe band di oggi fanno. Ci siamo inventati noi stessi, il nostro genere musicale, Pirate Mexican Porn Rock, che può significare tutto e niente, così nessuno può incasellare a suo uso e consumo quello che facciamo".

Siete stati impegnati in questi mesi anche in lungo tour europeo che vi ha portato a suonare nei club di Berlino e Parigi. Cosa ti ha lasciato emotivamente e professionalmente questa esperienza?

"Abbiamo chiuso questo primo tour europeo in un locale legato all'Haldern Pop Festival, dove hanno suonato band come i Muse, i Franz Ferdinand, i Phoenix, i Mumford and Sons.... Insomma, qualcosa di importante. Prima ancora abbiamo suonato a Londra, Parigi, Bruxelles, Lubecca e Berlino. E' stato per noi un grande passo, un primo passo per farci conoscere anche all'estero. E il pubblico ha reagito alla grande, in locali bellissimi con cui abbiamo allacciato legami importanti per il futuro prossimo, oltre ad aver conosciuto una miriade di persone davvero fantastiche, aver mangiato cinquecento kebab, aver visto il sole sorgere sulla spianata di Waterloo circondati da cento turisti messicani".

Recentemente siete tornati a suonare al Beer Room di Pontinvrea, locale che in qualche modo vi ha lanciato e che vi ha fatto conoscere al pubblico savonese. Quali sono i tuoi ricordi di quelle prime esibizioni?

"Il Beer Room è un luogo speciale per me, un locale che porta grande fortuna. Tre anni fa avevamo fatto un concerto io e Nicolò Carnesi, di fronte a cinque persone e una tempesta di neve là fuori in mezzo ai cinghiali: grandi emozioni. Un anno e mezzo dopo uscì il suo primo disco e tutto il successo che ne seguì per il mio amico Nicolò. Con i Kafka abbiamo fatto non so più quanti concerti l'anno scorso al Beer Room, tra quelle mura che ti portano per forza di cose a rendere ancora più duro e rockeggiante il suono. Tra i momenti più belli, un post concerto, noi a suonare in acustico solo per pochi intimi e un francese che si improvvisa ballerino per la strada. Grandi capolavori senza tempo".

Mi pare di capire che i Kafka on the Shore siano una band che non cerca facili vetrine (leggi talent show televisivi) ma cerca il proprio spazio attraverso concerti ed esibizioni live. E' così oppure se venisse una chiamata accettereste l'invito?

"Parliamo di due mondi musicali diversi. Quello che facciamo noi è ben lontano dai canoni di Amici o X Factor. E di conseguenza non vedo che utilità ne potremmo ricavare. Dopodiché, chi è lo stupido che rifiuterebbe tanta visibilità, nel caso ci fosse un talent show sulle aspiranti star legate alla scena intergalattica del Pirate Mexican Porn Rock? Non sono contrario al format in sé. Altro discorso è invece la qualità artistica proveniente da tali programmi. Annalisa Scarrone, per esempio, trovo abbia una voce spettacolare ed una tecnica vocale altissima. Mentre ho trovato agghiacciante il tizio che ha vinto l'ultimo Sanremo Giovani, Antonio Di Maggio, uscito da X Factor qualche anno fa".

Quali sono i progetti per il futuro prossimo, facciamo due anni?

"Suonare il più possibile, portando la musica dei Kafka On The Shore a più persone possibili, in Italia e all'estero. Un tour negli Stati Uniti. Preparare il secondo disco".


Titolo: Beautiful but empty
Gruppo: Kafka on the Shore
Etichetta: La Fabbrica
Anno di pubblicazione: 2013





giovedì 8 agosto 2013

Chiara Jerì, la calda voce di "Mezzanota"





Una chitarra magistralmente suonata da Andrea Barsali e la voce ricca di malinconia di Chiara Jerì, così lontana dai format musicali televisivi, hanno dato vita a "Mezzanota", disco autoprodotto, dal sapore antico, lontano dai riflettori ma di grande bellezza e da custodire gelosamente. La cantante livornese alle sue spalle ha un disco solista, "Mobile identità", e il successo ex aequo al concorso "Un Notturno Per Faber" indetto dalla Fondazione De Andrè, con il brano "Notturno dalle parole scomposte" di cui è autrice insieme ad Eugenio Cavallo e Maurizio di Tollo. Quest'ultimo ha dato un decisivo contributo a "Mezzanota" scrivendo le musiche mentre il pisano Andrea Barsali, già turnista di Andrea Bocelli, ha curato gli arrangiamenti.
Uno dei punti artisticamente più alti del disco è rappresentato dalla canzone "Innesco e sparo", ispirata a un avvenimento realmente accaduto, ovvero l’esecuzione mafiosa di Giannino Losardo (21 giugno 1980) all’epoca dei fatti sindaco di Cetraro e che ricorda il coraggio e lo sdegno di una terra, la Calabria, a cui la Jerì è profondamente legata. Jerì-Barsali danno anche una personale lettura di canzoni di De Gregori, Piero Ciampi e Pippo Pollina.
Abbiamo parlato con Chiara Jerì di "Mezzanota" e del suo rapporto con la scuola cantautorale.




Il progetto "Mezzanota" ti vede in coppia con Andrea Barsali. Come è nato questo sodalizio?

"Dopo poco più di due anni, mi piace riconoscere ad alta voce che così doveva essere. Nell’atto concreto, come spesso abbiamo detto Andrea ed io, è stato un amico comune che ci ha messo in contatto, immaginandosi le nostre sensibilità musicali ben amalgamate. Di fatto ha avuto ragione".

Quando e cosa vi ha spinti a produrre questo disco?

"Andrea ed io abbiamo impiegato più tempo a studiarci prima di decidere di suonare insieme. E aggiungo, nel modo più divertente, naturale e senza maschere: sentendolo suonare quanto più potevo e ovunque potessi e lui, forse, ha sentito come lo facevo. Dopo questa fase ingenuamente utile, non abbiamo bruciato le tappe ma abbiamo avuto una facilità immediata, sia nel preparare il nostro primo live che, una volta proposti i miei pezzi al suo suono, a inciderli solo voce e chitarra".

Sei nata come interprete, poi il salto in avanti e la voglia di esprimere le tue emozioni scrivendo i testi. Com’è andata?

"Se devo essere onesta non lo so. Da sola ho sempre scritto come ho sempre cantato. Il primo passo, non semplice, è stato quello di salire su un palco, quello successivo, altrettanto difficile, far leggere ciò che scrivo. Unendo parole a note, nascono le canzoni; così sono nate anche le mie. Posso provare ad aggiungere solo che, tutto questo, per me, è una "cattiva abitudine" per la ricerca della felicità".

Le musiche sono invece tutte di Maurizio di Tollo. Come vi siete incontrati?

"Su un treno, andavamo entrambi a Genova. Dopo sei anni ci siamo salutati su un binario della stessa città. I nostri "bagagli a mano" pesavano un po’ di più".

Nel disco hai presenti due canzoni non tue: "La donna cannone" di De Gregori e "Fino all'ultimo minuto" di Piero Ciampi. Cosa rappresentano e quale è il tuo rapporto con De Gregori, Ciampi e la scuola cantautorale italiana?

"Se ti parlo della "Donna Cannone", di "Fino all’ultimo minuto" e "Canzone II", vorrei farlo, raccontandoti della gioia che mi regalano tutte le volte che le ascolto e le canto. La bravura e la fantasia di Andrea Barsali nell’averle dipinte per noi così, mi ha dato la possibilità di tornare a un grande amore, rivivere dentro un capolavoro e dargli tutto, ma cercando di evitare sempre il superfluo. La canzone d’autore? Non potrei vivere senza".

E poi una canzone di Pippo Pollina, cantautore poco conosciuto dal pubblico italiano…

"Dissento cortesemente. Pippo Pollina è un cantautore contemporaneo affermato; penso anche che lo sia nella dimensione e nei luoghi che lui predilige, che lo fanno sentire bene, con cosa fa e per chi lo fa. Ahimè l’oltre confine per la musica ha ancora tanto da insegnarci. La sua "Canzone II" è e rimarrà un capolavoro sempre e ovunque".

Nell'album troviamo anche "Il notturno dalle parole scomposte", canzone che vinse nel 2009 il concorso musicale "Un notturno per Faber" organizzato a Genova dalla Fondazione De André. Chi è per te Faber e perché non hai cantato una sua canzone in "Mezzanota"?

"Fabrizio De André. Tutte le volte che pronuncio o scrivo questo nome, tutto è il contrario di tutto: ne sento la grandezza e al tempo stesso, come da piccola - non con tutto ciò che ha scritto ma con quello che di lui ho scelto - sono cresciuta ed invecchio. Mi volto, oggi come allora, e lui gioca ancora con me. Non c’è un pezzo di Faber in "Mezzanota" perché c’è un canzone per Faber".

A quale tipo di pubblico è indirizzato il vostro album?

"A tutti coloro che desiderano "un instante in cui l’intenzione diventa musica"".

Perché il titolo "Mezzanota"?

"Potrebbe chiamarsi diversamente?".

Curiosa la copertina dell'album con una mela rossa divisa a metà. Mela che viene poi da voi addentata in un'altra foto che compare nel libretto. Che significato ha questa mela?

"Voglio ringraziarti perché, pur in forma di domanda, hai reso una descrizione molto "sensoriale" della copertina di "Mezzanota". Ecco, direi che di quella mela non si debba svelare un solo perché, ne ha tanti quanti sono gli occhi che ci impattano contro. La fantasia è un desiderio libero".

In queste settimane siete impegnati in tour. Oltre ai brani dell'ultimo disco cosa presentate dal vivo?

"In un nostro concerto oltre a tutti i pezzi di "Mezzanota", non potrebbe mai mancare ciò da cui ho iniziato e che è stato anche l’inizio della collaborazione live con Andrea. Portare i brani di "Mobile identità", il mio primo lavoro, con un vestito ormai Jerì-Barsali è una cosa che mi diverte sempre. Poi ogni sera è un "rac-canto" e qualche volta abbiamo voglia di una favola nuova. Venite a sentirci!".

Se avessi la possibilità di salvare dalla distruzione cinque dischi, quali sarebbero?

"Troppo pochi forse non abbandonerei la nave".

Infine vorrei sottoporti alle dieci domande secche:

- Anteriore o posteriore? Posteriore.
- Treno o vaporetto? Treno.
- Telefoni cellulari o cabine telefoniche a gettoni? Cellulare.
- Gelato alla crema o ghiacciolo? Gelato alla crema.
- Minotauro o unicorno? Unicorno.
- Angelo Barile o Eugenio Montale? Montale.
- Narciso o papavero? Papavero.
- "Totò d'Arabia" o "I quattro dell'Ave Maria"? “Totò d’Arabia”.
- Numeri o lettere? Lettere.
- Cima alla genovese o agnolotti al plin? Cima.


Titolo: Mezzanota
Artisti: Chiara Jerì e Andrea Barsali
Etichetta: autoproduzione
Anno di pubblicazione: 2013