lunedì 19 maggio 2014

Graziano Romani canta le avventure di Mister No





"Yes I'm Mister No" è l'ultimo capitolo della trilogia musicale che Graziano Romani ha dedicato ai personaggi dei fumetti creati da Sergio Bonelli. Dopo Zagor e Tex, il cantautore emiliano racconta le avventure e descrive la personalità di Jerry Drake in un disco (distribuzione Panini) pubblicato in questi giorni e acquistabile in tutte le edicole. Un lavoro che non esce dalle strade ben tracciate del rock che Romani conosce bene per averle percorse in più di trent'anni di onorata carriera, ma che si arricchisce con influenze che spaziano dal rhythm'n'blues al jazz. Il disco è composto da nove brani inediti che raccontano Mister No e quattro canzoni della tradizione americana degli anni Trenta che Romani canta con la sua inimitabile voce profonda e graffiante. A valorizzare ulteriormente l'album vi è la partecipazione di Carolyne Mas, una delle figure più importanti della scena newyorkese di fine anni Settanta e recentemente tornata in Italia per una serie di fortunati concerti. La Mas duetta a modo suo, toccando le corde dell'anima, sul classico "When the saints go marching in".
Il fondatore dei Rocking Chairs, gruppo che negli anni '80 ebbe un discreto successo con quattro album all'attivo, si avvale anche della collaborazione in studio di alcuni dei componenti della band di quegli anni quali il tastierista Franco Borghi, il chitarrista Mel Previte e il sassofonista Max "Grizzly" Marmiroli. Le percussioni sono state affidate invece al poliedrico Oscar Abelli, capace di aggiungere quelle sonorità latine che colorano le storie cantate da Romani.
Di seguito l'intervista di presentazione che ci ha gentilmente concesso Graziano Romani.




Graziano, il tuo nuovo disco ha come protagonista Mister No. In cosa ti assomiglia il personaggio creato da Sergio Bonelli?

«Innanzitutto credo che Mister No sia il personaggio bonelliano in assoluto più 'musicale' e quindi mi ci ritrovo in pieno. Con tutti i richiami agli anni '50 e al primo rock'n'roll, al rhythm'n'blues, al jazz, al gospel, al folk. Già all'inizio della mia carriera, quando fondai i Rocking Chairs, cercavo di rifarmi a quelle origini della musica popolare nordamericana amata in tutto il globo. Mi ritrovo anche nel carattere del personaggio: anticonformista, indipendente, cocciuto, determinato e perché no anche vulnerabile, umano, passionale e sincero».

Questo è il tuo terzo episodio discografico legato a un personaggio dei fumetti. Come e quando hai avuto l'idea di farti ispirare da queste storie?

«Tutto è iniziato con lo scrivere e concepire una canzone per Zagor, ovvero "Darkwood". Poi ci ho preso gusto e ho scritto anche tutti gli altri brani che sono andati a formare l'ossatura del disco "Zagor king of Darkwood", album che ho realizzato con il benestare e l'aiuto del grande e indimenticabile Sergio Bonelli. Poi la logica e inevitabile conseguenza è stata quella di realizzare un intero album dedicato a Tex, sempre con il grande Sergio a darmi consigli e a spronarmi. Un paio di anni fa ho poi deciso di chiudere questa trilogia bonelliana con il personaggio Mister No, e l'ho voluto come un vero e proprio tributo a Sergio 'Nolitta' Bonelli. L'ho creato non tanto ispirandomi alle sue storie, ma proprio cercando di sviscerare l'essenza dell'uomo e dell'eroe, anzi antieroe. E spero di esserci riuscito».

Quando è iniziata questa tua passione per i fumetti?

«Da molto piccolo. Avevo dei cugini e degli zii che mi passavano interi scatoloni di Topolino, Blek e Miki, Tiramolla, Geppo, Soldino e mille altri... E in quegli scatoloni ci giocavo e ci dormivo letteralmente dentro! Crescendo non ho mai abbandonato questa passione. Prima è toccato agli eroi di Bonelli e a quelli americani della Marvel, fino all'adolescenza con Linus ed Eureka, Metal Hurlant e i fumetti underground. Insomma il fumetto, insieme alla musica ovviamente, è la mia passione. Ma mi interessa tutto quello che riesce ad emozionarmi, ad appassionarmi».

Il tuo rapporto con i fumetti è a tutto campo, so che recentemente hai contribuito alla prima ristampa integrale del Prince Valiant di Hal Foster. Ce ne parli?

«Conoscevo l'eccelsa e recente ristampa americana della saga di Prince Valiant, e ho suggerito l'idea di realizzare una ristampa italiana all'editore Renoir/Nona Arte che ha accettato con entusiasmo. Sono il curatore e traduttore della collana, il terzo volume è in uscita e sto terminando il lavoro di traduzione del quarto che uscirà a ottobre, giusto in tempo per la kermesse di LuccaComics. Sono anche diventato una specie di 'saggista' del fumetto, inizialmente scrivendo dei volumi a quattro mani con il grande Moreno Burattini dedicati ai grandi del fumetto italiano come Gallieno Ferri, Giovanni Ticci e Guido Nolitta. Poi per Panini ho ideato la collana di artbooks che ho chiamato "L'Arte di", monografie dedicate ai maestri del fumetto. I primi due volumi sono stati dedicati ad Aurelio 'Galep' Galleppini, ovvero il creatore grafico di Tex, e a Gallieno Ferri, uno dei due papà di Zagor. Ora sto lavorando a un terzo volume, dedicato a un grande maestro americano di comics...».

Il fatto che esistano personaggi da raccontare già ben delineati rende più agevole la fase compositiva delle tue canzoni?

«Ovviamente questo fatto mi permette per certi versi di approcciarmi alla scrittura come se fosse destinata ad una soundtrack, alla colonna sonora di un film. Ma per contro c'è la difficoltà nel rendere bene il carattere e l'essenza del personaggio e fare stare tutto nel breve tempo di una canzone di quattro minuti. A me interessa emozionare con le mie canzoni, e non è fondamentale descrivere minuziosamente le storie, l'importante è che la canzone risulti evocativa ed efficace, e a giudicare dall'entusiasmo degli appassionati credo di esserci riuscito. Se non ami davvero il personaggio non ha senso scriverci delle canzoni, credo».

Martin Mystère, Dylan Dog, Nathan Never, Brendon… hai già pensato al prossimo capitolo?
 

«Per ora considero la trilogia bonelliana Zagor/Tex/Mister No un capitolo chiuso. Apprezzo anche i personaggi da te citati ma per ora mi fermo qui. Certo che di idee ne avrei, vedremo».

Nel disco hai inserito anche quattro classici degli anni Trenta. Come è avvenuta la scelta di questi episodi musicali e quali difficoltà hai incontrato per attualizzare queste canzoni?

«La scelta è avvenuta attingendo dalla 'top ten' dei brani preferiti di Sergio Bonelli che era un vero appassionato e cultore degli standard jazz. "Body and soul" era la sua preferita in assoluto, e poi era inevitabile citare Sinatra e quella "When the saints go marching in" che accompagna l'eroe in tante avventure. È stata una bella sfida, una cosa molto stimolante visto che questo genere di canzoni così classiche non l'avevo mai interpretato, non si smette mai di assimilare e di crescere, e questi brani mi hanno insegnato molto».

Carolyne Mas ha dato il suo brillante contributo in "When the saints go marching in". Come è nata questa collaborazione?

«Compravo i dischi in vinile di Carolyne da ragazzo alla fine degli anni '70, erano opere molto belle e sincere, lei era una 'chanteuse' del rock mainstream molto amata in Europa e spesso veniva definita una 'Springsteen in gonnella', mi piaceva molto. La conobbi nel 2006 quando facemmo una serie di concerti assieme in Italia. Poi siamo rimasti in contatto, e in occasione di un suo concerto a Casalgrande, il mio paese d'origine, l'ho invitata in studio di registrazione per duettare con me. Lei ha accettato con entusiasmo e ha cantato con l'anima».

"La vita è dura e so cosa è giusto e cosa è sbagliato, per sopravvivere devi essere tosto" canti nella title track e per fare il musicista per trent'anni che qualità bisogna possedere?

«Proprio quelle che ho scritto nel testo della canzone, e tante altre ancora. Devi imparare dagli errori, non smettere mai di creare ed evolverti. E devi stare sempre vicino al pubblico, cercare di emozionarlo con sincerità, condividere con lui la gioia che è fare musica e raccontare storie e idee tramite essa. La canzone non deve mai essere la stessa, e il fuoco non deve mai spegnersi, è importante stare sempre accesi».

In "Trust myself" parli di reciproca fiducia e di un rapporto che cammina su un terreno instabile. Qual è la tua ricetta per uscire da queste situazioni?

«Ognuno ha la sua ricetta. Forse l'onestà e il rispetto sono gli ingredienti fondamentali per la durata di un rapporto, ma ognuno queste cose le vive e le vede come vuole, e "Trust myself" credo sia una canzone in cui ci si ritrovano in tanti, non solo Jerry Drake alias Mister No!».

C'è anche una tua visione ecologista nell'album. In "Lost Paradise" canti "...Paradiso perduto, noi viviamo tu muori, i nostri peccati non saranno perdonati". Qual è la tua visione della società di oggi e quanta importanza può avere la musica nell'affrontare queste problematiche?

«Le problematiche del mondo di oggi purtroppo le conosciamo bene, sono sotto gli occhi di tutti. E, come spesso hanno detto, la musica o semplicemente una canzone non potrà cambiare il mondo ma può tenere accesi i nostri sogni, i nostri ideali, stimolarci verso un cambiamento. È quello in cui ho sempre creduto».

Cosa farai nei prossimi mesi?

«Sarò in studio di registrazione a seguire i mixaggi per la realizzazione di un disco dal vivo, un doppio live ufficiale che ancora manca nella mia discografia. È la testimonianza integrale di un mio concerto dell'agosto 2013, uno show molto intenso che in un certo modo fa il punto su una carriera iniziata nel lontano 1981, toccando i miei brani in inglese, in italiano e che comprende anche una manciata di covers di prim'ordine: degli Who, di Springsteen, di Chuck Berry e di Woody Guthrie. Uscirà nel 2015 e sarà il mio ventesimo album, un capitolo importante. E poi vedremo, di certo non mi fermerò, continuerò a cavalcare l'onda delle mie due grandi passioni, la musica e il fumetto, finché ne avrò le forze immagino. E resterò acceso».


Titolo: Yes I'm Mister No
Artista: Graziano Romani
Etichetta: Panini Comics
Anno di pubblicazione: 2014


Tracce
(testi e musiche di Graziano Romani, eccetto dove indicato)

01. Yes I'm Mister No
02. Amazonas hotel
03. Esse-Esse
04. Cachaca girls
05. Body and soul [Edward Heyman/Robert Sour/Frank Eyton/Johnny Green, 1930]
06. You make my heart sing like Sinatra
07. I've got you under my skin [Cole Porter, 1936]
08. Trust myself
09. Lost paradise
10. When the saints go marching in [traditional, 1930s]
11. My funny Valentine [Richard Rodgers/Lorenz Hart, 1937]
12. Soul traveler (to Sergio)
13. Jerry's farewell


martedì 13 maggio 2014

Carlo Ozzella e "Il lato sbagliato della strada"





Nuvole grigie e basse all'orizzonte, una strada ferrata che si perde nell'infinito e una desolazione che rimanda ai tempi che sta attraversando la nostra società. E' una visione in bianco e nero quella raffigurata sulla copertina di "Il lato sbagliato della strada", disco d'esordio di Carlo Ozzella & Barbablues. Una fotografia che solo la musica può colorare con le giuste sfumature e l'artista milanese e il suo gruppo lo fanno utilizzando i pennelli a tinte forti del rock sanguigno, intriso di sudore e fatica. Nelle tredici tracce del disco dimostrano di aver imparato bene la lezione. Una 'lezione' iniziata per Ozzella nel 1996 quando assiste in televisione all'esibizione di Bruce Springsteen al Festival di Sanremo. Quella "The Ghost of Tom Joad", cantata dall'artista del New Jersey con chitarra e armonica, avvicina Ozzella ai cantautori americani e il passo successivo, fatto di ascolti, concerti dal vivo, approfondimenti musical-letterari, chiude il cerchio.
"Il lato sbagliato della strada" è forse uno degli album più springsteeniani pubblicati negli ultimi anni in Italia. Non solo da un punto di vista musicale ma anche della poetica. Ozzella racconta le incertezze, la rabbia e le speranze del nostro tempo e lo fa con un minuzioso lavoro sui testi, carichi di istantanee e sequenze a tratti cinematografiche. Il fallimento della politica e il malaffare, la delusione per i sogni disattesi, le speculazioni finanziari che giocano con i destini delle persone sono alcuni dei temi affrontati ma nelle canzoni c'è anche la voglia di lasciare 'il lato sbagliato della strada', di cercare la via del riscatto, di trovare il coraggio per scrivere una nuova storia, senza arrendersi. Un disco brillante, fresco e ben suonato che merita di essere scoperto e riposto nello scaffale più in vista, sempre a portata di mano.
Nell'intervista che segue abbiamo approfondito la conoscenza di Carlo Ozzella e dei Barbablues.



Carlo, hai intitolato il  disco "Il lato sbagliato della strada" ma qual è per te il lato giusto da percorrere?

«Senz’altro quello dell’onestà, verso gli altri e verso sé stessi. Inseguire le proprie vocazioni, non accontentarsi, vivere tutto ciò che accade pienamente, fino in fondo, accettando anche la rabbia e la malinconia che spesso tutto ciò comporta, quando ci si sente sconfitti e senza più scelta. La società di oggi spesso ci delude, ci costringe a pensare che certe cose possano andare in un solo modo. Che tu non possa cambiare la tua vita, che sia meglio farsi furbo e scegliere la via più facile, che ci sarà sempre qualcuno che si arricchirà alle spalle di un altro, che il malaffare continuerà a dilagare. Che sia tu insomma ad essere sul "lato sbagliato". Il brano che dà il titolo all’album parla proprio di questo, di questo sentimento di frustrazione che però a un certo punto è capace di trasformarsi in forza, in nuova vita quando si realizza che non si è soli in realtà in questa condizione, che la vita che ci è data può essere ben spesa, che c’è una nuova giornata e una nuova storia sempre dietro l’angolo pronta a incominciare».

Nelle canzoni affronti i temi della quotidianità e della crisi dei giorni nostri con un piglio grintoso. Pensi che la musica sia più uno strumento di denuncia o di "consolazione"?

«Io credo che il bello della musica stia proprio nel fatto che è entrambe le cose! Ha il potere di veicolare certi messaggi e di farli arrivare con molta più forza rispetto a un semplice discorso perché carichi della forza emotiva che viene dalla melodia, dai suoni, dal ritmo, ma nello stesso tempo quegli elementi sono anche al servizio del piacere, delle belle sensazioni che un canzone deve suscitare all’orecchio e al cuore. Quando suoniamo dal vivo "Al momento della resa" stiamo senz’altro lanciando un messaggio molto forte, ma nello stesso tempo cerchiamo di coinvolgere il pubblico in un rito musicale collettivo, spensierato, dove tutti saltano e cantano con noi: l’essenza più pura del rock & roll! Tutto il mio approccio alla musica si muove lungo questi due estremi: da una parte la vivo come la cosa più importante al mondo, dall’altra cerco sempre di ricordarmi che... it’s only rock & roll!».

Quale canzone senti più tua e perché?

«"Il vento quando passa". E’ quella che considero anche più personale e dolorosa, perché legata a un triste episodio, la morte di un carissimo amico con cui sono praticamente cresciuto. Ricordo che la sera stessa in cui tornai a casa mia, dopo essere stato a trovarlo e aver appreso della malattia che lo aveva colpito, presi il quaderno e scrissi di getto i versi di questo pezzo, praticamente già nella forma che hanno oggi. Di solito i miei quaderni sono pieni di pagine di riscritture, rimaneggiamenti, correzioni. Puoi vedere frasi sparse, parole che dopo alcune pagine iniziano a unirsi, ad avere una forma fino a che non si arriva molto tempo dopo alle liriche finali. In questo caso era come se ci fosse una mano invisibile a guidarmi, come se il pezzo in qualche modo già esistesse e chiedesse solo di essere scritto. Sapevo che lo stavo scrivendo per lui, per farglielo avere e dargli forza, dirgli di non mollare. Sono contento di essere riuscito a farglielo ascoltare e di aver dedicato a lui questo disco. Ma come abbiamo scritto nella dedica... "addio: vietato piangere"».

Quanto tempo hai dedicato a questo lavoro discografico?

«Il precedente EP "Dove comincia la notte" è uscito a maggio del 2011. Questo disco a luglio del 2013. Fanno quasi due anni. Purtroppo non facendo il musicista a tempo pieno nella vita (e lo stesso discorso vale anche per i ragazzi della band) bisogna far coincidere tanti impegni, di lavoro, familiari… Noi non andiamo in studio due settimane e usciamo con il disco finito. Procediamo a piccoli passi, man mano che le canzoni nascono, le registriamo in diversi momenti fino a che a un tratto non si delinea all’orizzonte un disco. A quel punto iniziamo a marciare un po’ più serrati, mettendo sempre più a fuoco cosa va e cosa non va. Per il futuro mi piacerebbe essere più veloce, riuscire a concentrare il momento creativo in un intervallo di tempo più breve, più compatto. Chissà, magari un giorno riuscirò a lasciare il mio lavoro e a dedicarmi totalmente alla musica».


Le influenze della produzione springsteeniana sono evidenti. Cosa avresti fatto nella vita se non avessi incontrato Springsteen sulla tua strada?

«Me lo sono chiesto spesso ed è un gioco divertente perché in realtà incontrare Springsteen per me ha significato molto di più che l’appassionarsi semplicemente a un autore. Ha voluto dire scoprire a 360 gradi il panorama del rock, entrare a pieno in una cultura che in fondo è anche un modo di vivere, che ti cambia la vita. Ha voluto dire conoscere persone che poi sono diventate fondamentali nella mia esistenza. Senza quella svolta, sono certo che non solo avrei fatto altro nella vita (probabilmente mi sarei dato alla letteratura), ma sarei anche stato una persona completamente diversa».

Ma non c’è solo Springsteen nella tua formazione musicale. Mi sbaglio?

«Certo che no. Quando ho iniziato a suonare la chitarra a 11 anni mi sono avvicinato alla musica dei grandi cantautori italiani: De Gregori, Guccini, De Andrè. E’ stata una formazione fondamentale, mi ha insegnato l’importanza della parola, dei testi, che in alcuni casi nel rock americano sono relegati in secondo piano. Credo che tutti loro abbiano scritto pezzi memorabili, nel caso di Faber autentici capolavori che non esito a porre sullo stesso piano, se non superiore, delle cose migliori di Dylan, altro mio grande amore. Poi, dopo la scoperta di Springsteen e del rock, mi sono buttato a capofitto sulle origini di questo genere, sui capostipiti: Elvis, Jerry Lee Lewis, Chuck Berry, Little Richard, Ray Charles. Non puoi pensare di fare lo scrittore e non conoscere Dante e Petrarca. E poi il blues, il rhythm and blues, il folk. Cerchi sempre di arricchire il tuo bagaglio culturale e musicale. Un genere che adoro e che non mi dispiacerebbe un giorno integrare con qualche influenza nella mia produzione è la musica celtica. Dalle ballate tradizionali irlandesi, suonate con fiddle e whistle, fino al celtic rock in stile Pogues o Dropkick Murphys, ho una vera e propria passione per questo genere di sonorità».

Il testo della canzone "L'ombra" parla di pallottole nel cuore, mani che stringono altre mani, di colpevoli e condanne. E' un atto d'accusa nei confronti di chi?

«Credo che tantissime persone come me vedano ormai con disgusto e delusione tutto ciò che ha a che fare con la politica: i partiti, gli esponenti, il governo… Senza distinzione di schieramento (anche perché spesso le distinzioni fanno fatica a vedersi). Con il forte rischio, è vero, che la generalizzazione e la semplificazione si facciano spazio. Ma la colpa non è nostra, è loro. La percezione che si ha è che la politica, che dovrebbe svolgere una altissima funzione, quella di governare e rendere migliori le condizioni di vita dei cittadini, svolga invece una funzione opposta: si occupa del benessere di pochi, agisce spesso nell’illegalità (lei che dovrebbe garantire la legalità), penalizza i cittadini. In questa canzone ho voluto raccontare la rabbia che tutto ciò suscita, il disprezzo anche violento verso questi personaggi viscidi, falsi. Con la speranza che se non sarà una condanna vera e propria a fermarli ci pensi almeno l’ultimo avanzo della loro coscienza imbruttita».

"Da che parte vuoi trovarti all'alba quando il cielo esploderà, al momento della resa dove andrai?". Questo è uno dei versi di "Al momento della resa". Ma Springsteen non ti ha insegnato che non bisogna arrendersi?

«Nessuna resa mai! Come canta il mio amico Massimo Priviero... E’ una lezione importante, cercando di affermarmi come musicista credo di averla imparata piuttosto bene, considerate le difficoltà che si devono affrontare. Ma la resa di cui parlo in quella canzone ha un senso più ampio, figurativo: è una sorta di giudizio finale, una resa dei conti. Che prima o poi dovrà pure arrivare. E in quel momento sarà davvero importante capire da che parte si è scelto di stare, quali decisioni hanno governato la tua vita. Insieme a "L’ombra", questo pezzo è tra i più duri e arrabbiati del disco, ancora una volta mi rivolgo a una casta, questa volta avevo davanti agli occhi i signori della finanza, quelli che muovono soldi ma sempre nella direzione dei più ricchi. Di nuovo la stessa storia, un gruppo ristretto di persone che ha il potere di decidere della vita di tante altre persone. Ho voluto immaginare uno scenario futuristico di guerriglia, di rivolta, cosa potrebbe succedere se davvero a un tratto le persone stanche ed esasperate decidessero di reagire e di rivoltarsi. Non sto offrendo questa soluzione violenta, se guardi bene noterai che le immagini che aprono la canzone non sono piacevoli, il fumo, la polvere da sparo, il respiro che manca... Volevo che suonasse più come un avvertimento».

Ci sono tante albe nelle tue canzoni. Come vivi il passaggio dalla notte al giorno?

«E’ un momento della giornata che mi piace. L’alba è l’inizio e per me rappresenta sempre una nuova possibilità, la chance che hai a disposizione per portare avanti il tuo sogno, per correggere ciò che hai sbagliato il giorno prima, per fare meglio. Più simbolicamente, è una nuova luce che arriva e in questo senso solitamente ha una valenza positiva, di rinascita».

Il disco si chiude con la canzone "Comunque vada". E' un invito ad andare avanti nonostante le inevitabili decisioni sbagliate e occasioni perse. In che direzione va la tua strada?

«In questo momento mi sembra di camminare su due strade, non esattamente parallele: da una parte c’è la mia vita ordinaria, quella di un normale ragazzo che fa la sua vita, va tutte le mattine a lavorare, torna a casa dalla sua famiglia e nel weekend va a farsi un giro. Dall’altra c’è la mia vita artistica, i concerti, la scrittura delle canzoni, le prove, lo studio, i dischi, i contatti. Ogni tanto si incontrano, si scontrano, ogni tanto tutto non ci sta in 24 ore... Ma in questo momento non c’è alternativa e andrà avanti così per un po’, probabilmente per sempre, non mi ci vedo proprio a smettere di suonare. Spero che questo duro lavoro riesca a premiarmi un giorno, e che alla fine la vita artistica possa davvero prendere il sopravvento. Ma sono tempi duri per gli emergenti».

Perché nel disco canti anche alcune canzoni in inglese?

«Ci sono delle melodie che in qualche modo si sposano molto meglio con un testo in inglese, la metrica che la musica richiede non trova facile corrispondenza con quella offerta dai termini italiani e quando ciò è accaduto ho deciso di provare a scrivere in inglese. Mi è piaciuto e così sono venute fuori altre canzoni. Però sono stato abbastanza restio per un po’ all’idea di includerle nel disco, non ero certo che affiancare brani in italiano e brani in inglese nello stesso lavoro fosse la scelta giusta. E ancora non lo sono... (ride). Però erano buone canzoni e ho pensato che in fondo in un disco d'esordio era giusto offrire una visione completa di quello che ero, che anche altri artisti avevano optato per una scelta simile e soprattutto che cantare in inglese avrebbe permesso senz’altro alla mia musica di avere un target di pubblico più vasto».

Il suono, come dicevano, è molto americano, e per renderlo al meglio ti fai accompagnare dai Barbablues. Ce li presenti e come vi siete incontrati?

«Il prossimo settembre saranno 15 anni che questa band esiste. Ci siamo incontrati grazie ad un annuncio: c’era questa band, in cui suonavano già Max e Fede, che cercava un cantante. All’epoca avevo appena compiuto diciotto anni, loro erano già sulla trentina, mi hanno visto arrivare e... erano un po’ dubbiosi! Ma quando abbiamo iniziato a suonare... scintille! Con Federico Melzi, chitarrista, ci ha subito legato l’amore per Springsteen. Su quel terreno abbiamo costruito un’amicizia che si è poi trasformata in fratellanza. Ci sentiamo praticamente tutti i giorni, ci consultiamo in ogni scelta importante e sul palco è davvero la mia controparte scenica, il supporto su cui costruisco lo show, non solo quello musicale. Massimo Miglietta, il batterista, ha un background musicale diverso, ama il pop, il funky, ma anche il rock. Ha una grande sensibilità musicale, un ottimo orecchio, e mi dà spesso utili consigli nella stesura e nell’arrangiamento dei pezzi. Anche con lui c’è un rapporto speciale, quando c’è da organizzare un viaggio o una vacanza siamo sempre in contatto diretto, ci piace fare queste cose insieme. Qualche anno dopo quel primo incontro sono arrivati Andrea Marsili, al basso, Stefano Gilardoni al pianoforte e Claudio Lauria al sax. Andrea è uno degli uomini più divertenti che io conosca, ha un’ironia immediata che ti piega in due. Oltre a suonare il basso con note che non ti aspetteresti. Stefano è senz’altro il musicista più dotato di noi, suona il piano ma anche la chitarra, il violino, il flauto, il mandolino, studia il cinese, ha studiato il russo... è un vulcano! E abbiamo una passione in comune per l’Irlanda e la musica irish. Infine Claudio, virtuoso del sax. Può improvvisare su qualunque pezzo e ha un amore spropositato per la musica, suonerebbe sempre. Ha davvero un cuore grande e generoso».

Quali sono le tue letture preferite e che importanza hanno i libri per un cantautore?

«Sono un vero e proprio amante dei libri. Come tutti gli appassionati per uno che ne leggo ne compro altri tre. Ma mi piace pensare che una libreria sia come la dispensa di casa, non è che ogni giorno si compra solo ciò che si mangerà la sera! Amo un sacco i gialli, i thriller, soprattutto quelli storici. Ho una grande passione per il Medioevo e quindi leggo con piacere tutto ciò che vi è ambientato. Ho letto tanto anche gli autori francesi, da Sarte a Camus. Ultimamente sto leggendo anche qualche noir, in particolare Izzo tra gli stranieri e Carlotto tra gli autori italiani. Ho un debito nei loro confronti contenuto in questo disco. Una frase di "Disillusion Town" è la traduzione del titolo di un capitolo di "Casino totale" di Izzo, "even to lose you gotta know how to fight", mentre l’immagine della pallottola "solenne come una sentenza" la devo a Carlotto e al suo "Arrivederci amore, ciao". Ma la letteratura, i libri, non danno solo spunti diretti come in questo caso. Mi aiutano anche a costruire certe immagini con le parole, a rendere certe canzoni dei racconti. C’è un nesso molto forte tra musica e libri, e infatti quando sono in giro nel mio zaino le cose che non mancano mai sono il quaderno degli appunti e un libro».

So che porti avanti anche un progetto musicale parallelo. Ce ne parli?

«Nel 2005 con alcuni amici musicisti abbiamo messo su una tribute band dedicata al Boss. Non poteva che essere così, tanto grande è la passione per la sua musica. Si chiama The 57th Street Band e con me ci sono anche Stefano e Claudio dei Barbablues. E’ una band di sette elementi che ricalca la E Street Band del periodo 1978-1985. Un bel sound grintoso, con due distinti musicisti a suonare piano ed hammond e il sax di Claudio che ricalca alla grande le note di Clarence. Abbiamo un repertorio piuttosto vasto, circa settanta canzoni e facciamo un sacco di serate, sia in elettrico che in acustico. Devo dire che inizialmente mi ero posto dei dubbi sul fatto di andare in giro con una cover band di Bruce. Non sai mai se devi presentarti là fuori cercando di replicare uno show di Springsteen (cosa peraltro scientificamente provato essere impossibile) o semplicemente cantare le sue canzoni, rischiando però a quel punto di creare un’eccessiva distanza, una personalizzazione non richiesta. Abbiamo deciso di collocarci un po’ nel mezzo, restiamo fedeli alle canzoni, alla grinta, con il sorriso ammicchiamo ad alcune gag che fanno parte dello spettacolo di Bruce... e poi ci mettiamo tutta la passione che abbiamo! Finora mi sembra funzioni».

Quali sono attualmente le prospettive per un artista che vuole vivere di musica?

«Hai presente la canzone dei Creedence? "Bad moon rising"... Purtroppo la situazione del mondo della discografia è ben nota, nessuno compra i dischi, nessuno investe sugli emergenti, sono pochi gli spazi dove si fa musica dal vivo originale, molto più sicuro far suonare l’ennesima cover o tribute band. Bisogna darsi da fare in proprio, investire tempo e qualche soldino, anche se bisogna ammettere che oggi è molto più semplice ed economico registrare un EP o un disco e farlo conoscere grazie alla rete. Arrivare a viverci... beh, sto scoprendo come si fa. Appena ci sono riuscito ti chiamo, ok?».



Titolo: Il lato sbagliato della strada
Artista: Carlo Ozzella & Barbablues
Etichetta: Avakian Productions
Anno di pubblicazione: 2013


Tracce
(testi e musiche di Carlo Ozzella, eccetto dove indicato)

01. La tua ultima occasione
02. Full grace
03. Notturno
04. Il vento quando passa
05. L'ombra
06. Alla periferia della città
07. Weary and proud [Massimo Miglietta e Carlo Ozzella]
08. Trough the storm
09. Il lato sbagliato della strada
10. Disillusion town
11. Vite in gioco
12. Al momento della resa
13. Comunque vada




giovedì 8 maggio 2014

"Masca vola via": la tradizione di Simona Colonna





Voce, violoncello e una manciata di canzoni che raccontano storie della tradizione del Piemonte rurale e contadino hanno convinto la giuria ad assegnare a Simona Colonna il primo posto nella selezione nord-ovest di "Suonare a Folkest - Premio Alberto Cesa". A Loano, nella Riviera ligure di ponente, la bravura, la simpatia e la capacità di interagire con il pubblico, l'energia della performance e la carica teatrale, oltre a una esibizione tecnica mai fine a se stessa, hanno consentito a Simona Colonna di precedere nella speciale classifica di merito il Laboratorio Permanente Figurelle e i Folkamiseria. Nel corso della serata loanese l'artista piemontese ha presentato le canzoni che fanno parte del cd "Masca vola via", pubblicato due anni fa, e alcuni inediti. Brani che dipingono un quadro sonoro minimale arricchito da storie cantate in lingua piemontese capaci di sedurre e incuriosire l'ascoltatore. Un lavoro innovativo e coinvolgente che ha visto la luce dopo quasi vent'anni di carriera al servizio di tantissimi musicisti, in formazioni e generi musicali molto diversi, e al termine di un percorso esplorativo e di ricerca nell'uso del violoncello e della voce.
La serata di Loano ha permesso ai molti appassionati presenti di conoscere e apprezzare Simona Colonna e a noi di gettare le basi per questa intervista.




Simona, a Loano hai vinto le selezioni di "Suonare a Folkest" contro avversari molto motivati e di qualità. Ti aspettavi questo riconoscimento da parte della giuria?

«Sinceramente no. Speravo in un secondo posto che mi avrebbe comunque spalancato le porte del festival di Spilimbergo ma non pensavo di poter vincere. Ne sono stata felicemente sorpresa».

Nel corso della serata hai presentato i brani del cd "Masca vola via". Come è nato questo disco?

«Dopo vent'anni di carriera passati in giro per il mondo a cantare e suonare, quattro anni fa ho deciso di fermarmi un po' in Italia, a casa mia a Baldissero D'Alba, un piccolo paese del Roero, e dedicare un po' di tempo e attenzione alle mie radici. Così è nato il desiderio di cantare in lingua piemontese alcuni dei profili del mio territorio, tra cui le masche, le storie di emigranti di contadini e altri. Con la canzone "Masca vola via" ho vinto il Biella Festival nel 2011 e il premio prevedeva, oltre a un contratto per un anno con un ufficio stampa di Roma, l'"Alfa Prom", anche una piccola partecipazione economica per un progetto in corso ed ecco che il mio cd si è materializzato. Ho unito le mie forze artistiche e finanziarie a questo fortunato concorso ed eccomi qua con "Masca vola via", cd che sto proponendo ormai da due anni in giro per il mondo».

Il tuo approccio alla musica tradizionale non è certo convenzionale. Come mai hai scelto di utilizzare violoncello e voce per presentare le tue canzoni?

«La voce è l'emanazione diretta dell'essere umano e del mondo. E il violoncello assume la stessa funzione tra gli strumenti. Ecco qua la risposta: due cose vere in un unico risultato sonoro».

Nei cinque brani del disco racconti un Piemonte del passato fatto di leggende, personaggi bizzarri della tradizione contadina, briganti. Chi o che cosa è stata la tua fonte di ispirazione?

«La mia fonte sono i ricordi. I miei nonni che mi raccontavano le loro tradizioni, un sacco di aneddoti interessanti e al tempo stesso divertenti, insoliti ma veri. Poi, la lingua piemontese che continuo a parlare con chi ancora la parla. E poi mi piace raccontare e attraverso la musica e le parole dei brani lo si può fare in modo così coinvolgente e interessante».
Simona Colonna a Loano. Foto di Martin Cervelli

Se da una parte i testi e le storie richiamano la tradizione non altrettanto si può dire della musica che abbraccia il classico contemporaneo e anche il jazz…

«È vero. Credo sia indispensabile guardare avanti, senza dimenticare però il passato e le radici. E allora perché non mischiare generi contemporanei, armonie moderne che possiamo trovare nei generi pop e jazz con ricordi e parole del passato? Io credo che funzioni, ne sono fermamente convinta! Per me la cosa è geniale. Quindi, credo che possa piacere questo mix di tante variegate sfumature se proposte in modo elegante e divertente».

Al giorno d'oggi pensi che in Italia sia ancora possibile tramandare le tradizioni popolari fuori dai centri di provincia? Mi spiego meglio con un esempio: le storie che racconti troverebbero terreno fertile in una metropoli come Torino?

«Penso di sì. Penso che sia solo il modo e le persone che fanno la differenza. Non è semplice attrarre l'attenzione del pubblico, delle persone, specialmente al giorno d'oggi dove tutto è veloce e superficiale, ma se proponi in maniera accattivante e genuino e, specialmente, in modo competente il pubblico ascolta. È più faticoso per l'artista arrivare a questo risultato ma sicuramente anche più interessante e appagante, non trovi? È così in tutte le cose della vita».

Trovo che sia molto interessante la scelta fatta di presentare nel libretto allegato al cd i testi delle canzoni tradotti in italiano e inglese. Ma non pensi che cantare in piemontese possa a lungo andare essere un limite?

«A mio avviso non è assolutamente un limite, anzi penso sia un punto in più a favore di chi lo fa. Basta trovare la formula giusta. Per come la penso io, la lingua, che come la musica è comunicazione, ha solo bisogno di bravi propositori e interlocutori. Io non faccio solo musica in piemontese ma anche! Quindi racconto cantando di quello che so attraverso i miei linguaggi».

Quando si parla di musica tradizionale del Piemonte si pensa subito alla scuola Occitana. La tua musica però non si colloca in tale ambito a dimostrazione di una cultura molto più variegata di quello che si possa immaginare. Quali sono le tante anime che compongono la tradizione musicale della regione e con quale ti senti più in sintonia?

«Mi definisco un'anima camaleontica perché amo stare in mezzo a persone che hanno differenze di cultura, di formazione e nelle vita stessa quindi non mi sento più in sintonia con un parte o l'altra. Sto bene perché sono curiosa e quindi abbraccio più generi, più linguaggi e più suoni possibili. Anzi, se posso cambio, cambio ma le radici sono profondamente legate alla mia terra e mai lo rinnego. Il risultato è il mio modo di essere artista».

Quali sono i tuoi prossimi progetti artistici?

«Difficilissima domanda. Vorrei incontrare Peter Gabriel e cantargli "Masca vola via" e sono seria, ma più concretamente sto scrivendo, scrivendo e scrivendo nuova musica. Sto finendo una collaborazione importante con Rai World per un programma dal titolo "Community" che mi ha dato modo di reinterpretare le più belle canzoni italiane del nostro patrimonio per voce e cello. Chissà, magari pubblicare un nuovo lavoro discografico che unisca qualche brano di questi e qualche cosa di mio, ancora non so… Ma i progetti che mi stanno più a cuore sono i concerti. Il live offre a tutti emozioni da pelle d'oca che vanno assolutamente provate, non pensi? Cerco di propormi per cantare e suonare la mia opinione sulla musica e che il linguaggio sia bianco, nero, jazz classico o folk non ha importanza. Importante è l'anima attraverso i suoni».



Titolo: Masca vola via
Artista: Simona Colonna
Etichetta: autoproduzione
Anno di pubblicazione: 2012

Tracce
(testi e musiche di Simona Colonna)

1. Bacialè
2. Masca vola via
3. Ninnaoh
4. Portme via da si
5. Brigante Stella




giovedì 24 aprile 2014

C'è "Qualcuno stanotte" con Massimiliano Larocca







"Qualcuno stanotte" è il frutto dell'incontro tra il cantautore fiorentino Massimiliano Larocca e Antonio Gramentieri, chitarrista romagnolo nonché produttore e leader dei Sacri Cuori. Il disco segna il ritorno sulle scene di Larocca con un album a suo nome dopo molti anni di assenza. Era il 2008 quando fu pubblicato "La breve estate", il secondo disco dopo "Il ritorno delle passioni" del 2005. In questo arco di tempo il musicista fiorentino è stato uno dei protagonisti del progetto Barnetti Bros Band insieme a Massimo Bubola, Andrea Parodi e Jono Manson (il disco "Chupadero!" ha visto la luce nel 2010) e di The Dreamers con Paolo Benvegnù, Riccardo Tesi ed Erriquez (il disco "The Dreamers" è uscito nel 2012). Con questo nuovo lavoro, "Qualcuno stanotte", Larocca si allontana dai suoni roots e dalle suggestioni a tratti folk delle precedenti testimonianze discografiche per abbracciare sonorità rock, a volte più corpose in altre occasioni più scarne. Per compiere questo balzo in avanti Larocca si è avvalso della collaborazione di Antonio Gramentieri e dei componenti dei Sacri Cuori che hanno suonano nelle tracce del disco. La musica "cinematografica" dei Sacri Cuori ha portato nuova linfa e vitalità alla poetica urbana di Larocca che ha firmato dieci delle dodici tracce presenti nel cd.
La voce profonda di Larocca si sposa con testi che descrivono esperienze intime e di vita quotidiana in un susseguirsi di fotografie di "amore e salvezza". E' un disco che cresce alla distanza e che contiene una manciata di canzoni di spessore che sono destinate a rimanere a lungo. Un lavoro che funziona e che evidenzia come il percorso artistico di questo cantautore sia in grado di offrire ancora gradevoli sorprese. 
Con Massimiliano è stato piacevole conversare di musica e suggestioni e quello che segue è un sunto di quella serata.





Sono passati sei anni dal tuo ultimo disco solista e quattro dal progetto della Barnetti Bros Band. Cosa hai fatto in tutto questo tempo?

«In questi anni ho lavorato con la musica in una maniera per me nuova e diversa. Mi sono impegnato a sviluppare progetti, che è poi stato anche il cammino che mi ha portato a lavorare con i Sacri Cuori. A livello discografico non è vero che sono rimasto totalmente fermo. L'anno scorso ho curato personalmente la realizzazione di un progetto, chiamato The Dreamers, che ha visto coinvolto un gruppo di ragazzi diversamente abili di Firenze. Insieme a Paolo Benvegnù, Riccardo Tesi ed Erriquez della Bandabardò abbiamo tenuto un laboratorio di scrittura di canzoni a cui hanno partecipato una trentina di ragazzi cosiddetti diversamente abili, che poi da un punto di vista creativo sono molto più abili rispetto a tanti altri. Abbiamo fatto una serie di concerti tutti insieme, abbiamo registrato questo disco. E' stata una esperienza molto bella. La musica è sempre stata quindi il mio strumento ma l'ho usata in maniera diversa, in diversi progetti ed è quello che in questo momento mi piace fare. Mi sono anche concentrato a fare promozione culturale a Firenze. Quest'anno al teatro Alfieri ho curato una rassegna che si chiama Storytellers a cui hanno partecipato anche Hugo Race, Robyn Hitchcock, Chris Eckman. E' andata molto bene».

Come è nata la collaborazione con Antonio Gramentieri e i Sacri Cuori?

«Ci conosciamo da dieci, quindici anni, non ricordo. Ma quando ci siamo conosciuti i nostri percorsi artistici erano veramente molto lontani. Era impensabile trovare un punto d'incontro. Ci sono voluti più di dieci anni per realizzare che un terreno comune l'avevamo. Siamo partiti da strade molto diverse. Io vengo dai cantautori italiani, dal rock americano degli anni '60-'70, quello che mi piace definire con l'espressione rock romantico, mentre Antonio ha fatto un percorso più da musicista anche se ha sempre lavorato a stretto contatto con la canzone. La mia terra d'elezione si è sempre divisa tra New York e il Texas, Antonio guardava all'Arizona dei Calexico, ai Giant Sand, a Steve Wynn. Questo è stato un po' il suo orizzonte che si è arricchito strada facendo anche di elementi insospettabili come la musica folk della Romagna, quindi il liscio. Io partendo dal rock romantico lungo la strada ho incontrato i cantautori italiani, il folk e certe radici della tradizione italiana».

Chi tra i due si è avvicinato di più all'altro?

«Io sicuramente, o meglio io mi sono avvicinato ad Antonio quando ho avuto veramente qualcosa da proporgli. Per il resto l'ho seguito perché il progetto Sacri Cuori mi è piaciuto fin dall'inizio e poi perché lo vedevo suonare con artisti che amo, Hugo Race ma anche Dan Stuart e molti altri».

Eppure un po' di anni sono passati da "La breve estate"...

«In questo mio percorso sono stato fermo tanti anni perché aspettavo una sorta di illuminazione, non volevo fare un disco come il precedente. L'ho sempre considerata la fase uno della mia carriera e la reputavo finita. Cercavo il punto di partenza per una seconda fase».

Dal punto di vista musicale cosa ti ha regalato l'incontro con i Sacri Cuori?

«Essenzialmente ha cambiato il mio modo di pensare la musica. L'avevo messo in preventivo, anzi sono andato a cercare Antonio essenzialmente perché volevo rovesciare le mie categorie. Fino a questo momento fare musica per me significava scrivere belle canzoni, tirarne fuori la bellezza e il romanticismo. Inoltre lavorando sulla musica elettro-acustica, il lavoro nei miei dischi precedenti era volto a restituire il suono nella maniera più fedele possibile. Invece, per riallacciarmi al discorso di prima, con i Sacri Cuori ho voluto iniziare la fase due in un modo nuovo e cambiare un po' il modo di fare musica».

Cosa hai cercato in questa collaborazione?

«Due cose mi sono sembrate particolarmente stimolanti nei Sacri Cuori e di conseguenza nella poetica sonora di Antonio Gramentieri, che è un po' la punta dei Sacri Cuori. La prima la spiego identificando la band come una sorta di organismo capace, mantenendo la propria essenza e identità, di allungarsi, dilatarsi, cambiare a seconda con quali altri organismi interagisce. Quando i Sacri Cuori suonano con un musicista è come se si scatenasse una reazione chimica dando vita a una nuova entità e questo contrasta con la cultura del musicista italiano che è prevalentemente un turnista impegnato a svolge il lavoro senza influenzarlo. Questa "officina sonora" in Arizona, a partire da Howe Gelb, è sempre esistita. Ero interessato a vedere quale poteva essere la reazione chimica che poteva scaturire dal mio incontro con i Sacri Cuori. La seconda è stata la voglia di cambiare le mie categoria musicali: non solo per quanto riguarda il suono, la canzone e la scrittura ma anche per l'idea di musica come ambiente. Nella musica dei Sacri Cuori è presente, infatti, una visione cinematografica che procede per immagini e suggestioni. Due cose che alla fine ho trovato in questa collaborazione».

Fabbriche, strade, uomini perdenti. Ci sono tutti gli ingredienti di una storia noir dedicata ai "loser" della tradizione cantautorale americana. Sei d'accordo?

«Non solo della tradizione americana, abbiamo ottimi esempi di chi ha cantato gli ultimi anche in casa nostra. Però sì, è vero che in ogni mio disco c'è una letteratura di riferimento in filigrana. La mia ambizione, per quanto possibile, è di essere letterario nella canzone. Rispetto a questo disco c'è anche una iconografia cinematografica, che è quella legata al mondo noir in bianco e nero. Però quando mi è stato chiesto di spiegare questo disco ho preferito definire le canzoni di amore e salvezza. E per me dire canzoni d'amore è una cosa senza precedenti, anche in questo c'è stato un bello scarto rispetto al passato».

In più di un episodio del disco ho ritrovato echi della produzione springsteeniana. A cominciare dal nebraskiano "Scarpe di lavoro" che mi ha ricordato "State trooper". Springsteen è uno dei tuoi punti di riferimento?

«Assolutamente sì. Ci sono canzoni la cui scrittura può tradire delle influenze della produzione di Springsteen come di molti altri, Dylan e Van Morrison in testa. "Scarpe di lavoro" è una sorta di blues un po' alla Los Lobos. Con quel ritmo ossessivo e quel riff dritto, quasi asettico. Il brano è un buon esempio di come una canzone scarna si trasformi passando attraverso vari filtri, ultimo dei quali, il più importante, è quello rappresentato dalla band. E quello che passa dalle mani dei Sacri Cuori ne esce sempre trasformato».

Cosa ti ha spinto a proporre una versione della canzone dei Gaslight Anthem "Blue jeans & white t-shirt"?

«Non ci sono particolari motivi se non che quella canzone mi piaceva veramente tantissimo, tra l'altro l'ho scoperta per caso e devo anche confessare che non sono un fan sfegatato dei Gaslight Anthem. Però quella canzone mi ha colpito subito e mi sono trovato a tradurla quasi per caso. Tratta un tema che nelle canzoni mi ha sempre toccato e commosso, che è quello dell'adolescenza e comunque delle grandi promesse dell'adolescenza. Quando siamo adolescenti ci si sente in grado di fare grandi promesse senza sentirsi bugiardi, poi questa innocenza la perdi e quando da adulto fai grandi promesse sai di essere un po' bugiardo. E forse questo è l'aspetto che mi ha sempre affascinato dell'adolescenza. Per me quella canzone è una fotografia incredibile della grande magia di quel periodo della vita. E' un tema che nel disco c'è e si lega ai miei ricordi da adolescente nel quartiere fiorentino in cui sono cresciuto; ci sono dei riferimenti personali che tra l'altro si amalgamano bene con la letteratura di cui parlavo prima».

Strade perdute" è la tua "Drive all night". Dove ti portano queste strade?

«Strade perdute è anche la mia "Madame George". Ho sempre amato queste lunghe canzoni dove alla fine quello che dava la dinamica alta-bassa, pieno-vuoto, erano sempre la voce e le parole. Volevo fare una canzone di questo tipo, dove la fine non termina mai. "Strade perdute" rientra in una certa tipologia di canzoni d'amore che sono presenti in questo disco, almeno in due episodi. "Strade perdute" sono tutti i grandi amori della vita che non si realizzano».

Nel disco c'è anche la canzone d'amore "Ti porto con me". Qual è il messaggio di questo brano?

«E' dedicata alla mia ragazza, Giulia. La capacità di parlare dei sentimenti o semplicemente della mia vita, direttamente senza filtri, mediazioni, senza utilizzare altri personaggi, è assolutamente una cosa nuova per me, è forse il più bel traguardo che ho raggiunto negli ultimi anni. "Ti porto con me" è una semplicissima canzone d'amore che dice una verità e meritava che non rimanesse nascosta».

Quanto c'è di autobiografico quindi nelle canzoni di questo disco?

«E' un disco veramente personale e non solo e non tanto perché ci sono pezzi di vita qua e là. Ci sono molte canzoni con riferimenti all'adolescenza, al quartiere in cui sono cresciuto. In "Nella città degli angeli" racconto alcune storie e parlo di certi personaggi che vivevano nella Firenze di metà anni '80, primi anni '90. Li vedevo in quel quartiere di periferie, Rifredi, dove c'era la grossa piaga dell'eroina che all'epoca si trovava dappertutto, anche sotto i sassi, e il mio quartiere ne era infestato. Vedevo ragazzi più grandi di me che si bucavano davanti a casa mia. Ho voluto raccontare Firenze, la mia Firenze come fosse una grande metropoli. Le cose personali sono anche molto più sottili della storia d'amore o dei ricordi dell'adolescenza. Sicuramente il rapporto uomo-donna ha un grosso peso. "Invisibili" e "Sottomondo" analizzano la luce e le ombre di un rapporto di coppia, d'amore».

Scommetto che le atmosfere da film western di "Le luci della città" sono di marca Sacri Cuori. E' così?

«Dici bene, è il brano che sembra più Sacri Cuori degli altri anche se era una canzone nata come una sorta di blues notturno metropolitano e loro lo hanno contaminato. E' un altro esempio di come quello che alla fine ha concorso a dare vita a questo disco siano state le tante identità, le tante suggestioni che hanno trovato insospettabilmente un terreno comune nelle canzoni».

Un netto stacco musicale si ha con "Invisibili", canzone scritta a quattro mani con Gramentieri e interpreta con chitarra e due voci. Come è nata e perché hai deciso di inserirla?

«Questa canzone non esisteva, avevo presentato ad Antonio le altre undici che avevo scelto per il disco. Avevamo iniziato il mix, quindi il disco era finito, però un giorno Antonio mi ha detto che nel disco mancava una canzone da un minuto e mezzo. Lì per lì non l'ho preso molto sul serio, non ho capito cosa volesse dire. Abbiamo finito quella giornata di lavoro e ci ho ripensato. Quella notte ho cercato in tutti gli archivi e ho provato a ricordare se avessi qualcosa del genere ma non ce l'avevo. Il giorno dopo ci siamo rivisti e ho detto ad Antonio che non avevo una canzone così. Allora gli ho chiesto se aveva una melodia carina su cui lavorare. E così mi ha mandato sul telefono questa melodia che aveva registrato in casa, suonata con la chitarra percussiva, come si sente poi nella registrazione. Il giorno dopo sono tornato da lui con il testo e l'abbiamo registrata seduti intorno a un microfono aperto con Antonio alla chitarra classica e due voci. L'abbiamo registrata così, infatti si sente che è un po' sporca sembra quasi presa per caso. Quando l'ho sentita finita ho capito e ti assicuro che se non ci fosse stato quel minuto e mezzo sarebbe stato un altro disco. Crea quella discontinuità che in un disco del genere è fondamentale affinché il cerchio si chiuda».

E' stato il colpo da novanta del produttore…

«Gramentieri lo considero un grande produttore, non tanto e non solo per gli arrangiamenti e le idee ma perché solo un grande produttore ti vien fuori con queste idee. E ripensando mi viene in mente l'episodio che mi ha citato Antonio e che credo sia descritto da Dylan in "Chronicles" e cioè che nel corso della registrazione dell'album "Time out of mind" Daniel Lanois abbia detto a Dylan che mancava una canzone d'amore. Quasi litigarono ma alla fine Dylan pare abbia scritto in cinque minuti "Make you feel my love". Sono cose belle che succedono quando lavori con i grandi produttori che sanno come tirare fuori il meglio dagli artisti».

Hai scelto una copertina old style, ricorda quelle della mitica Blue Note, e trasmette il senso del viaggio. Un piccolo film, di provincia...

«Volevo che quel mondo, quell'iconografia, quella letteratura di riferimento fosse ben chiara. Volevo che vendendo la copertina le persone sapessero il film che andavano a vedere. Il riferimento al noir o alla Blue Note con il caratteristico blu elettrico aumentano l'aspetto cinematografico. La foto e tutta la storia che si racconta graficamente possono riferirsi a tutte le canzoni del disco ma in particolare a "Strade perdute", che termina con questa donna che prende un treno senza destinazione».

Il disco lascia aperta la porta alla salvezza con "Dopo il diluvio". Qual è la formula per uscire dalla tua "City of ruins"?

«L'idea è proprio di chiudere il disco con una canzone che trasmetta il messaggio di salvezza e quindi quale migliore musica del gospel, seppur molto edulcorato, per restituire questa idea? In questo disco la salvezza può essere rappresentata dalle storie che si raccontano, dal fatto che ogni vita è unica senza precedenti. Credo che alla fine chi ascolta il disco possa scegliere di portarsi con sé una o più storie fra le tante, personali o impersonali non fa differenza, che sono raccontate. Una bella storia se te la porti dietro tutta la vita penso che sia sempre fonte di conforto e consolazione e quindi anche di salvezza».

Il sound dei Sacri Cuori è inconfondibile, lo porterai anche in tour?

«Insieme abbiamo tre date tra aprile e maggio, poi vediamo per l'estate. Quando ci sarà modo e occasione le si faranno. Quando invece non sarò con loro farò in modo che quello che è nato sul disco non sia un limite. Gli arrangiamenti di queste canzoni penso che siano molto aperti, che dicano tanto ma che non dicano tutto. Ognuna di queste canzoni poteva essere sviluppata ancora di più. Proverò a catturare dal vivo, in una formula diversa da quella presentata con i Sacri Cuori, quel margine di ancora non detto che si cela in ogni canzone. Portando però con me quella che è stata la cosa più importante di questa esperienza con loro, cioè il modo diverso di pensare la musica. Credo alla fine di questo disco di aver fatto un salto in avanti come musicista e cantante ed era quello che andavo cercando».




Titolo: Qualcuno stanotte
Artista: Massimiliano Larocca
Etichetta: Brutture Moderne/Audioglobe
Anno di pubblicazione: 2014

Tracce
(testi e musiche Massimiliano Larocca, eccetto dove indicato)

01. Angelina
02. Scarpe di lavoro
03. Le luci della città
04. Magnifici perdenti
05. Strade perdute
06. Sottomondo
07. Invisibili [Massimiliano Larocca e Antonio Gramentieri]
08. Piccolo eden [Gaslight Anthem, adattamento in italiano Massimiliano Larocca]
09. Interludio: Il Grande Caldo
10. Nella città degli angeli
11. Ti porto con me
12. Niente amore (in questa città)
13. Dopo il diluvio





sabato 12 aprile 2014

La vita in "Vicolo Riccardi n°1" di Ugo Cattabiani







Una storia di provincia cantata da chi la provincia l'ha vissuta al numero uno di Vicolo Riccardi. Si intitola proprio "Vicolo Riccardi n°1" il nuovo disco di Ugo Cattabiani pubblicato in questi giorni per Rigoletto Records. Il cantautore originario di Parma, al secondo album solista dopo "Il cortigiano" del 2011, ha voluto raccontare le emozioni, le storie e i ricordi degli anni vissuti in quella piccola abitazione, stretta in un vicolo dove poco accadeva ma che tanto ha trasmesso dal punto di vista emotivo. Canzoni che descrivono la dicotomia tra la voglia di andare, di lasciare il vicolo che per sua natura non si apre al mondo, e l'impulso a rimanere in un luogo sicuro e conosciuto ma intriso di rimpianti per le occasioni mancate.
Un album eterogeneo che vede alternarsi ritmi rock a ballate dal piglio blues, fino a una sorprendente incursione nella bossa nova. Il tutto legato a testi ricercati, nella migliore tradizione della canzone d'autore a cui Cattabiani non si sottrae. Al disco, registrato allo studio Macchina Magnetica di Romeo Chierici con la produzione artistica di Max Scaccaglia (anche al basso), hanno contribuito Alessandro Aldrovandi e Gigi Cavalli Cocchi alla batteria, Daniele Morelli alla chitarra, Federico Del Santo, Gabriele Fava al sax, l'Oscar Abelli Quartet, Beppe Di Benedetto al trombone e Alessia Galeotti, voce in "Vicolo Riccardi".
Con Ugo Cattabiani abbiamo parlato del vicolo e delle sue storie.



Abitare in Vicolo Riccardi è stata una esperienza che ha lasciato il segno?

«Il segno è rimasto come possibilità di utilizzare e stravolgere il dato biografico. Certo, abitare nel Vicolo è stata un’esperienza importante, ma di cose – laggiù – ne sono accadute ben poche. L’evento decisivo è stato l’abbandono del Vicolo per trasferirmi altrove: essermene andato mi ha consentito di guardare a una porzione di vita con la giusta dose di rimpianto».

In quale periodo della tua vita è capitato?

«Avevo da poco compiuto trent’anni. Mi guardavo attorno per capire se sarei riuscito a conciliare uno stile di vita da artista con la normale routine lavorativa. In quel periodo ero convinto di farcela, e in un certo senso ce l’ho fatta: avevo un impiego quasi regolare che non mi faceva troppo pesare l’assenza di introiti come musicista. Nello stesso periodo ho scritto le canzoni che poi ho pubblicato nel mio primo album "Il cortigiano". In realtà stavo covando una forte insofferenza verso un compromesso che mi andava sempre più stretto».

Nella prefazione al disco esprimi tutta la tua nostalgia per uno stile di vita umile e dimesso. Come te la immagini la vita?

«La vita non me la immagino affatto. Col passare del tempo ho imparato a prendere quello che viene e a non desiderare il successo altrui. Posso azzardare questa affermazione: rinunciando al compromesso di un’esistenza sdoppiata tra musica e lavoro fisso, mi sono impossessato completamente della mia vita. Non ho paura di fallire: anche il fallimento, come il successo, non significa nulla. Però non posso impedirmi di rimpiangere un certo tipo di equilibrio che avevo raggiunto allora. Anche i soldi, ogni tanto, fanno comodo».

Dici anche di aver mancato ‹l'agognato approdo›. Qual è ora la tua rotta e quale il porto più vicino?

«Lo dico nella prefazione al disco, in riferimento a quest’immagine di Ulisse vagante per le notti di periferia. Ulisse, forse, avrebbe preferito approdare in una terra di successo, mandando in patria messaggeri che annunciassero la sua felicità, vera o presunta. C’è senz’altro il rammarico di aver sprecato tanto tempo nelle direzioni sbagliate; d’altro canto, senza l’esperienza accumulata nel viaggio, non si potrebbe apprezzare il conseguimento di un qualsivoglia obiettivo. Ecco, sento che la rotta non poteva che riportarmi qui, nella mia terra, dove riesco a usufruire di quel poco che ho costruito nonostante lo sbandamento».

La provincia è ancora un posto dove vivere e far musica?
 

«Ci sono musicisti che hanno spalancato le porte della bellezza possibile anche in provincia. Penso a un Guccini, a un Capossela, ma anche a un Paolo Conte. Si scrivono grandi canzoni su piccole cose che succedono ovunque. Tutto sta nell’offrire una chiave di lettura non convenzionale, ovvero nello spostare il punto di vista. Non bisogna fraintendere: la vita ha dignità ovunque, così come l’esercitare un mestiere non può assumere un peso specifico maggiore in base alla residenza. La difficoltà oggettiva sta nella maglia del cosiddetto “giro” o circuito di contatti-conoscenze-opportunità che in provincia ha una trama più allargata rispetto a una grande città. In termini lavorativi, la provincia probabilmente penalizza l’artista; da un punto di vista artistico, è un posto bellissimo dove vivere».

Mi pare di capire che ti consideri ‹fuori tempo massimo›. Per cosa?
 

«Per fare quello che adesso so come potrei fare, mentre prima non lo sapevo affatto. Da ragazzi si vive di intuizioni, oltre ad affidarsi alla magia delle suggestioni. Si possiede l’energia, l’incoscienza molto utile a infrangere certi tabù, tra cui quello del dover vivere – coccolati e al sicuro – sullo stesso lembo di terra in cui si è nati. Oggi ho capito che nessuno è mai al sicuro, soprattutto se giovane, perché l’età esige l’esperimento, lo smarrimento e il ritrovarsi a un livello superiore di coscienza. Artisticamente parlando, mi sarebbe piaciuto ritrovarmi tanti anni fa da un’altra parte, in un altro luogo, più forte e indipendente. Tutto questo non conta più, oggi, per me. Ma continuo ad avvertire la fatica di un percorso che avrei potuto alleggerire già tempo fa».

Un disco, un racconto di provincia intriso di rimpianti ma molto ricco dal punto di vista musicale. Spazi dal rock con richiami ai Litfiba (il cantato di "L'interno") a Bob Dylan (l'incipit di "Blues dell'addio"), al blues fino alla bossa nova ("Vicolo Riccardi"). Perché tutta questa eterogeneità di generi?

«Posso supporre che la cosa derivi dalla totale libertà che concedo all’ispirazione. Non ho mai deciso a tavolino che tipo di musica comporre; o meglio, continuo a sognare di scrivere un’opera lirica o una sinfonia o un concerto jazz per big band (se ne avessi le competenze, ci proverei pure). Confesso l’eterogeneità dei miei ascolti, anche se non mi considero onnivoro. Quando un disco non mi piace, lo tolgo dopo 30 secondi: cosa che succede più facilmente con il pop italiano, con il folk dialettale, con il metal e con il rap (ma anche qui ci sarebbe da stendere una lunga lista di eccezioni). Non sono un integralista né della separazione né della commistione a tutti i costi dei generi. Mi piace la ricchezza del linguaggio, la varietà di situazioni, lo scarto tra atmosfere limitrofe: un antidoto contro la noia».

Ci sono stati ascolti particolari che hanno influenzato le sonorità di "Vicolo Riccardi n°1"?

«Se facessi un elenco dei miei ascolti più recenti, anche in virtù di quanto appena detto, non risulterebbero nessi logici con le sonorità del disco. Alcune reminiscenze vengono da molto lontano, altre si collegano a studi musicali (il Real Book, bibbia degli standard jazz) poi abbandonati. Senz’altro ho un debito di ispirazione con il grande rock e con il grande cantautorato, quello che abbiamo ascoltato tutti; sono un patito di Jimi Hendrix e dei Led Zeppelin (prima di venderle, avevo una Fender Stratocaster e una Gibson Les Paul); ho amato i Doors, Vinicio Capossela e Fabrizio De André; sono tuttora innamorato di Francesco Guccini e alla follia di Piero Ciampi. Dylan è ancora capace di incantarmi, anche senza andarmi a leggere i testi (che poi, oggettivamente, sconvolgono, ma se non fossero cantati così…). Ci sono poi tantissimi nomi che hanno offerto qua e là il loro sapiente insegnamento (Tom Waits e Robert Johnson fra tutti). Cosa c’entra tutto questo con le sonorità del disco? Ahimè, non lo so. Il passato e il presente, la musica leggera e quella classica, il blues e il country, l’italiano, l’inglese e l’americano sono una matassa difficilmente districabile».

Nel disco è ospite Gigi Cavalli Cocchi, musicista che non ha bisogno di presentazione avendo suonato con molti dei più grandi della scena prog italiana e internazionale. Come è avvenuto questo incontro?

«Gigi l’ho conosciuto tramite Romeo Chierici, titolare dello studio "La macchina magnetica" in provincia di Reggio Emilia presso cui ho registrato il disco. Le cose sono andate come vanno in questi casi: si parla del più e del meno, il discorso cade inevitabilmente sulla musica, si finisce per collaborare. È stato un grande onore che Gigi abbia accettato di suonare la batteria su uno dei pezzi più rock del disco, "Fitzgerald". Non riuscivo a smettere di pensare, mentre lo guardavo dietro il vetro della sala riprese, che era lo stesso batterista che avevo ammirato da ragazzino quando accompagnava il Liga nel tour di "Sopravvissuti e sopravviventi", un album che ho consumato a forza di ascolti. Gigi è un artista a 360°, anche grafico e produttore, aperto a ogni genere musicale. Siamo diventati amici perché - da persona squisita qual è - ha azzerato immediatamente il divario tra un "grande" come lui e un "piccolo" come me. Ha anche supervisionato la compilation "Volume 2" firmata Rigoletto Records, il collettivo di cantautori parmigiani di cui faccio parte. Continuiamo a sentirci, senza smettere di progettare per il futuro».

Che cosa rappresenta "Vicolo Riccardi n°1" nel tuo percorso artistico?

«È un disco che mi ha dato del filo da torcere. Non per la realizzazione, ma per il senso di responsabilità che ho provato nel licenziarlo. Venivo da riscontri più che positivi nei confronti del mio precedente lavoro, "Il cortigiano", nato senza troppe pretese e segnalato nel 2012 dal Club Tenco come "proposta interessante". Mi ero messo in testa che non potevo deludere le aspettative. Con questo pensiero, dopo sei mesi dalla fine delle registrazioni, non osavo pubblicare il nuovo disco. Sembrerà assurdo, ma fino a quel giorno la musica era stata per me la cosa più naturale del mondo: suonavo, scrivevo canzoni e non mi aspettavo niente da quello che facevo. Coltivavo l’ambizione con un pudore molto simile al disincanto. Al primo riscontro come cantautore, sono andato in cortocircuito. Mi ci è voluto un po’ di tempo per tornare a inquadrare serenamente il mio mestiere: ora so che devo continuare a farlo per me stesso, come l’ho sempre fatto, cercando di comunicare con il mio pubblico, vasto o esiguo che sia».

Riascoltandolo pensi che avresti potuto cambiare qualcosa?

«Cambierei tutto! Che è come dire: è perfetto così. L’ho riascoltato talmente tante volte per capirne i difetti, che mi sono affezionato a quei difetti. Arriva il momento in cui la creatura deve staccarsi dal creatore e affrontare il mondo con le proprie gambe. Tanto dal vivo lo stravolgo a piacimento! Una cosa che non cambierei mai e poi mai è proprio questa idea di libertà creativa che mi sono sforzato di comunicare ai musicisti che hanno registrato in studio: io vi do la traccia, voi la interpretate a piacimento. Le canzoni hanno subìto un trattamento in fase di pre-produzione sotto la guida di Max Scaccaglia, che ha curato anche le linee di basso; poi si è aggiunta la batteria di Alessandro Aldrovandi, il sax di Gabriele Fava, le chitarre di Federico Del Santo e di Daniele Morelli. Grazie al loro contributo, la musica è cresciuta in maniera esponenziale, molto al di là delle mie aspettative. Infine, sono arrivate le collaborazioni a impreziosire il risultato finale: Alessia Galeotti alla voce in "Vicolo Riccardi", Beppe Di Benedetto al trombone ne "Lo scioperato", l’Oscar Abelli Quartet nel "Blues dell’addio"».

Qual è la tua dimensione live preferita: da solo o con la band?

«Faccio di necessità virtù. Fosse per me, suonerei ogni volta con la band al gran completo: la musica ne trae beneficio e io mi diverto come un matto. Li ho citati poc’anzi, gli straordinari musicisti con cui ho collaborato. Tutti professionisti che sanno il fatto loro. Purtroppo - vuoi per gli ingaggi al lumicino, vuoi per le location - non sempre posso permettermi un così sontuoso accompagnamento. Perciò mi muovo spesso in formazioni ridotte (duo o trio acustico) o anche da solo. Ad essere sincero, non mi dispiace affatto interpretare le mie canzoni in maniera minimale chitarra e voce: c’è più spazio per raccontare le storie da cui sono nate, ricreando un’atmosfera di complicità tra artista e pubblico. Non è facile intrattenere con così pochi mezzi, ma è una sfida a cui un cantautore non può sottrarsi».

Quali sono i tuoi prossimi progetti oltre alla promozione del disco?
 

«Eh, i progetti sono davvero tanti, sia come Ugo Cattabiani che come membro della Rigoletto Records (guardate un po’ il sito www.rigolettorecords.com e capirete che si tratta di un continuo work in progress) per cui l’unica certezza del presente è che c’è tanto da lavorare. Amo ciò che faccio e sono felice di poterlo fare, nonostante le oggettive difficoltà che incontra chiunque s’impunti a trasformare in realtà dei progetti artistici. Per ora mi sto dedicando a quello che ho chiamato Vicolo Cieco Tour ovvero una serie di concerti e showcase promozionali del nuovo disco: l’idea è quella di un tour piccolo piccolo, nelle province limitrofe di Parma, Reggio Emilia e Modena, con qualche scorribanda estemporanea in città più lontane (a maggio sarò a Genova). Inoltre, con il collega cantautore Rocco Rosignoli e il regista Luca Vitali, stiamo realizzando un docufilm, dal titolo "Trobàr - Viaggio alla ricerca della canzone", attraverso il sistema di finanziamento denominato crowdfunding: con il contributo dei nostri futuri spettatori, cui verrà corrisposta una ricompensa, contiamo di macinare più chilometri possibili su e giù per l’Italia raccogliendo testimonianze di artisti affermati, giornalisti di settore e critici musicali (http://trobar-doc.blogspot.it/?m=0)».

Come dicevamo il tuo disco è stato pubblicato da Rigoletto Records, di cui tra l'altro sei il presidente. Qual è il vostro progetto come casa discografica e quali artisti producete?

«La Rigoletto Records non è una casa discografica (perlomeno non la è ancora) bensì un’associazione culturale composta da musicisti e cantautori operanti tra le province di Parma e Reggio Emilia. Il nostro intento è quello di valorizzare e promuovere il patrimonio della canzone d’autore, declinata nelle sue infinite forme, attraverso iniziative culturali, concerti, rassegne e la pubblicazione discografica. Siamo nati ufficialmente nel 2012 e da allora siamo cresciuti come presenza sul territorio. Non possiamo ancora permetterci di produrre artisti esterni all’associazione; la Rigoletto Records si limita a sostenere i progetti discografici dei soci, fornendo servizi quali ufficio stampa e promozione sul web».

Altri dischi quindi in un mercato sempre più saturo. Non pensi che la situazione sia troppo intricata?

«La situazione per certi versi è grottesca: ci si ostina a stampare dischi che rimarranno, nella migliore
delle ipotesi, invenduti; nella peggiore, inascoltati. Tuttavia non si può continuare a ragionare in termini di mercato. Il mercato è solo una parte di questa intricata faccenda. Penso che la canzone cosiddetta d’autore debba ritrovare la sua identità, tornando a farsi interprete delle istanze di un pubblico comunque vivo, presente, disposto a seguire i concerti o addirittura a comprare i dischi dei suoi artisti preferiti. Parlo naturalmente di una nicchia (di pubblico e di artisti) che nulla ha da spartire con il target generalista delle grandi produzioni nazionalpopolari. Stampare un disco, nel 2014, è comunque indispensabile per veicolare l’attività live, che in definitiva è l’unico jolly che ancora rimane a noi cantautori per comunicare attraverso la musica».  


Titolo: Vicolo Riccardi n°1
Artista: Ugo Cattabiani
Etichetta: Rigoletto Records
Anno di pubblicazione: 2014


Tracce
(testi e musiche di Ugo Cattabiani)

01. La scatola
02. L'interno
03. Vicolo Riccardi
04. Perderò
05. Intermezzo
06. Fitzgerald
07. Ballata dell'uomo che fu
08. Blues dell'addio
09. Lo scioperato
10. Il dilettante




martedì 18 marzo 2014

Gianfilippo Boni e le canzoni venute da lontano






Produttore, arrangiatore, stimato musicista e cantautore. La carriera di Gianfilippo Boni da oltre vent'anni si divide equamente tra tutti questi impegni musicali. Ha prodotto l'esordio di Marina Giaccio e Giorgia Del Mese, ha collaborato con Lucio Dalla, Gianni Morandi e Samuele Bersani. E ha inciso dischi. Tre, per l'esattezza. Nel 1995 ha esordito con "Cinema" per la Fonit Cetra, seguito nel 2003 dall'album "Con le zanzare". E dieci anni dopo ecco il terzo capitolo del musicista fiorentino, intitolato semplicemente "Gianfilippo Boni". Un disco intimo, autobiografico, il cui stile si ispira a molta della miglior produzione del periodo d'oro del cantautorato italiano degli anni Settanta. Si possono rintracciare, qua e là, influenze di Dalla, echi del più ispirato De Gregori, spruzzate di Caputo. Il tutto racchiuso in dieci canzoni che hanno il dono di suonare moderne, al passo con i tempi. Si tratta di un piccolo gioiello musicale che si colloca lontano dai clamori e dalle mode e che, fortunatamente, non ha nulla da spartire con certe produzioni plastificate e prive di ispirazione che saturano il mercato discografico italiani.
Per il suo terzo album solista, Boni ha radunato intorno a sé alcuni dei migliori musicisti della scena fiorentina, tra cui Bernardo Baglioni alla chitarra e Fabrizio Morganti alla batteria. Senza dimenticare il tocco di classe che Stefano Bollani ha saputo dare a "Van Gogh", brano di rara bellezza che chiude un album ricco di suggestioni che cattura non solo per la musica ma a cominciare dalla splendida copertina realizzata da Francesco Chiacchio




Gianfilippo, in quasi vent'anni hai pubblicato solo tre dischi. Non si può certo dire che non siano progetti pensati a lungo… Come lo spieghi?

«In realtà la domanda ha una semplice spiegazione nel fatto che, arrangiando e producendo artisticamente anche lavori per altri cantautori, il tempo è sempre tiranno e di conseguenza anche le energie. La seconda motivazione sta nel fatto che preferisco far decantare le canzoni un po' di tempo, come il vino: sulla lunga distanza, resistono quelle più convincenti».

Qual è stato lo spunto che ti ha convinto a far nascere questo nuovo album?

«Un'urgenza interiore. Le canzoni erano estremamente sentite e rappresentavano un periodo importante della mia vita. Avevo la necessità di fissarle per poi andare oltre».

Quali sono state le difficoltà maggiori nel realizzarlo? Hai qualche aneddoto curioso da rivelarci?

«Realizzare un album è sempre molto dispendioso, in primis psicologicamente: è un modo per mettersi in gioco e confrontarsi con gli altri. Più si invecchia, più in qualche modo si cerca di evitare questo confronto. Per me la difficoltà maggiore è stata decidere di farlo. Poi, avviata la macchina, il disco ha preso forma grazie a Lorenzo Forti, che ha curato con me gli arrangiamenti e mi ha convinto a non mollare. Per quanto riguarda gli aneddoti: eravamo fermi su un brano, provavamo ad arrangiarlo con varie soluzioni ma non ci convinceva, alla fine ci eravamo arresi. Poi a Lorenzo è venuto un arpeggio di chitarra che mi ha emozionato. Nella notte ho scritto un nuovo pezzo, tutto di un fiato: "Senza disturbare"».

Il titolo "Gianfilippo Boni" fa pensare a un album profondamente autobiografico. Mi sbaglio?

«Sì. È interamente e profondamente autobiografico. Avrebbe dovuto ipoteticamente intitolarsi "Senza filtro", ma rimandava troppo all'idea di sigaretta. Alla fine il titolo migliore era il mio nome e cognome».

Come dicevi prima, oltre a essere cantautore sei anche uno stimato arrangiatore e produttore artistico e nel disco si sente. Hai messo grande cura negli arrangiamenti e nella ricerca di una qualità strumentale superiore alla media. Come si sono svolte le sedute di registrazione e quanto tempo hai dedicato a questo lavoro?

«Devo la cura degli arrangiamenti principalmente a Lorenzo Forti. Avevo realizzato negli anni dei provini abbastanza strutturati ma c'era bisogno di una visione dall'esterno. Ero troppo dentro al progetto e così è stato Lorenzo a modificare il mio materiale, integrandolo e cambiando ciò che non lo convinceva. A volte è stato difficile staccarsi dalle mie vecchie idee: per la cronaca, abbiamo escluso perlomeno dieci brani. È stato davvero un lavoro a quattro mani, senza prevaricazioni, dando spazio al dialogo e al confronto. Le sessioni si svolgevano, ahimè, ritagliando il tempo da altri lavori che stavo facendo: per questo ci è voluto più di un anno a chiudere il disco, dedicandocisi perlopiù nella notte. È un disco decisamente notturno. Si ascolta bene nel silenzio della notte».

"Potrei" mi ha ricordato certe sonorità di Lucio Dalla, con cui hai anche lavorato. È così?

«A "Potrei" sono particolarmente affezionato, perché è nata spontaneamente, anch'essa nella notte, ed è semplicemente un piccolo autoritratto. Il mio primo album, "Cinema", uscito per la "Fognit tetra" - lapsus, scusami - "Fonit Cetra" (in realtà l'avevo soprannominata così), era prodotto dal grande produttore ed arrangiatore Bruno Mariani, da anni produttore artistico di Lucio Dalla, Luca Carboni, Samuele Bersani e molti altri. L'amicizia con Bruno mi ha portato in seguito a una collaborazione su una trentina di puntate di una fiction RAI, "Sotto casa", con colonna sonora firmata da Lucio Dalla. Dalla è sicuramente un mio punto di riferimento: ti basti pensare che a otto anni i miei primi LP acquistati furono "Come è profondo il mare" di Dalla e "Via Paolo Fabbri 43" di Francesco Guccini». 

Ci racconti qualche aneddoto di quel periodo con Dalla?

«L'unica cosa che posso dire è che alcune persone nascono per fare musica: ogni sua frase melodica, sia con la voce, sia con il clarinetto, sia con il sax o il piano era incredibilmente musicale, riusciva sempre ad emozionarti. Questo talento non è comune a molti».

Per questo album hai radunato alcuni dei migliori musicisti della scena fiorentina. Cosa sta accadendo a Firenze e dintorni?

«Firenze è sempre stata una grande fucina di musicisti validissimi. Io ho l'onore di conoscerne tanti e spesso di lavorarci insieme; del resto è il mio modo di produrre musica, affiancarmi e dialogare con persone dotate di grande sensibilità musicale. Il problema è sempre lo stesso: la musica è sempre più bistrattata e coperta dal rumore di fondo. A volte si assiste a grandi concerti di jazz con la gente che urla o festeggia compleanni e i musicisti fanno sottofondo, o peggio ancora arredamento. Firenze, ahimè, è una città con una certa predisposizione all'apparenza e un po' meno alla sostanza... Quindi, tanti locali ma poco ascolto e sempre più voglia di generi musicali d'intrattenimento. Vivere di musica non è facile, ci si deve adattare a fare un po' di tutto».

Nel suo insieme il disco non ha cedimenti. C'è però qualche brano di cui sei particolarmente orgoglioso?

«Il brano di cui sono e sarò sempre orgoglioso è sicuramente "Van Gogh"; anche se non è recentissimo, continua ad emozionare le persone che lo ascoltano e questa per me è la vittoria più importante».

Qual è la tua dimensione ideale: in studio o dal vivo?

«Esattamente 50 e 50: lo studio mi appassiona, perché ciò che produci rimane nel tempo, ma senza il live non potrei farcela, tenderei ad un isolamento troppo forzato. Alla fine ho sempre suonato e cantato per la gente e andare in giro per l'Italia, anche ad accompagnare pianisticamente i cantautori che produco, mi permette di vivere come ho sempre sognato. Mi dà l'occasione di fare conoscenze e di sentirmi uno 'zingaro felice', tanto per citare un altro mio punto di riferimento, Claudio Lolli. Ma per quanto io sia un cantautore legato alla tradizione, si anima dentro di me una passione profonda per il rock, in particolar modo per quello di Lou Reed e di Federico Fiumani, mio concittadino e fonte di grande ispirazione».

L'album si chiude con "Van Gogh" a cui ha contribuito anche Stefano Bollani. Come è nata questa collaborazione?

«Stefano Bollani è il più grande musicista che ho conosciuto, dotato non solo di tecnica e conoscenza musicale... È istrionico: talento ed estro allo stato puro. Lo chiamammo per suonare la fisarmonica su "Van Gogh", lui ascoltò il brano e mi disse: ‹Posso suonarci anche il piano?›. In un battibaleno cancellai la mia traccia di pianoforte e lui alla prima la risuonò. Un verso della canzone recita ‹Francia fine ottocento›; mi ricordo che mi disse: ‹E se fosse stato New Orleans anni '50?› e suonò un piano in stile e così via, giocando con epoche e stili. Un grande che ama divertirsi con la musica. Poi mise la fisarmonica, sempre alla prima, e se ascolti bene si sente che canta il solo mentre lo esegue. Non finirò mai di ringraziarlo per la musica che mi ha regalato, nel vero senso della parola: non volle soldi... Ci tengo anche a ringraziare un caro amico comune a Stefano, Lorenzo Piscopo, chitarrista ed arrangiatore: è grazie a lui se ci siamo conosciuti».

In molti testi delle canzoni del disco è presente la figura femminile ("In ogni stanza", "Senza di te", "Finta di niente"), la stessa che abbracciata compare nella bella copertina del disco. È per te una fonte importante di ispirazione e perché?

«La figura femminile in questo disco è centrale, è un lavoro che è ispirato totalmente dalle donne importanti e significative della mia vita: da mia madre alle mie compagne, fino a mia figlia. L'ispirazione non può che nascere dal continuo confronto e approfondimento con l'altro sesso; un confronto antico, come l'illustrazione in copertina di Francesco Chiacchio, che fotografa esattamente lo stato d'animo a cui tenevo: un uomo e una donna stretti in un ballo antico, dolce e nostalgico, anche lievemente assente; del resto l'assenza è un altro tema centrale del lavoro».

Come ti confronti con la tecnologia?

«Devo dire che ho sempre avuto un ottimo rapporto con la tecnologia: da ragazzo ero un patito di videogiochi, crescendo ho perso questa passione, ma non del tutto... (ride)… Sono sempre rimasto affascinato dalla tecnologia, me la cavo abbastanza bene con le macchine; in studio di registrazione devi per forza aggiornarti continuamente e questo fa sì che mi tenga sempre in allenamento. Con l'età ho anche capito che la tecnologia ti può fregare e che ha i suoi limiti: alla fine è sempre meglio fare una bella passeggiata in mezzo alla natura, piuttosto che passare ore davanti ad uno schermo».

Dovremo aspettare altri sette-otto anni per vedere il tuo quarto disco solista oppure hai già qualcosa in cantiere?

«Questo lo devi chiedere a Lorenzo Forti e dipende da quanto sarà capace di stimolarmi ed infondermi la voglia di pensare ad un nuovo lavoro. In realtà avevamo appena finito questo e già mi stava proponendo un nuovo progetto, completamente diverso da quello che avevamo  realizzato. Probabilmente stavolta passeranno quattro anni. Se ci prende bene, faremo un disco con influenze swing. Sarà sempre un po' malinconico, ma ci sarà perlomeno un bel 'battere e levare' per dirla alla De Gregori».


Titolo: Gianfilippo Boni
Artista: Gianfilippo Boni
Etichetta: Tumtumpa Records
Anno di pubblicazione: 2014


Tracce
(testi e musiche di Gianfilippo Boni, eccetto dove indicato)

01. Passano
02. Potrei
03. In ogni stanza  [testo Massimo Chiacchio, musica Gianfilippo Boni]
04. Senza di te
05. Ti offro
06. Con la crisi che c'è
07. Senza disturbare  [testo Gianfilippo Boni, musica Lorenzo Forti e Gianfilippo Boni]
08. Finta di niente
09. Completamente senza
10. Van Gogh




giovedì 13 marzo 2014

I Qirsh hanno ripreso il viaggio di "Sola andata"





A volte ritornano ed è una bella notizia. Sul finire degli anni Novanta, nelle vesti di promettente band giovanile, hanno imperversato sulla scena ligure conquistando una discreta notorietà e un buon successo. Ora, dopo un periodo di oblio, complice le inevitabili responsabilità che la vita impone, i Qirsh sono tornati e lo hanno fatto in grande stile pubblicando il loro secondo disco. "Sola andata" è il titolo del cd che ha visto la luce nelle scorse settimane per la Lizard Records, importante e prestigiosa etichetta indie. Disco che è arrivato sedici anni dopo "Una città per noi", uscito in poche copie su cassetta e diventato quindi oggetto da collezione. Il nuovo album è composto da nove canzoni, nate tra il 2009 e il 2011, che spaziano dal rock alternativo al progressive e al pop. Il filo conduttore del disco, registrato artigianalmente ma con grande cura a partire dal 2012, è il viaggio come esperienza di vita. Che sia in un mercato algerino ("Mercato Ghardaia") o in Indonesia ("Malaria"), oppure in una folle corsa in ambulanza ("Rianimazione") o in agghiaccianti episodi di cronaca ("Figli del piccolo padre"). L'album è intrigante, per certi versi esotico, con richiami a suoni degli anni '70 ma difficilmente collocabile nelle anguste e riduttive cellette di classificazione di generi.
Il sestetto savonese è formato da Andrea Torello (basso e voce), Daniele Olia (chitarre, tastiere e voce), Leonardo Digilio (piano e tastiere), Marco Fazio (batteria e percussioni), Michele Torello (chitarre), Pasquale Aricò (synth e cori).
Nell'intervista che segue Andrea Torello ci parla dei Qirsh e del nuovo disco.



Siete insieme dal 1993 e dopo l'avventurosa registrazione di "Una città per noi" del 1997, è finalmente arrivato il momento di tornare in scena con l'album "Sola andata". Cosa è successo in questi anni?

«In sedici anni sono successe tantissime cose: lauree, lavori, viaggi, trasferimenti, matrimoni, figli, e anche problemi esistenziali molto seri. Ad uno di noi si è rotta la tastiera, che non deve essere visto solo come un problema prettamente tecnico. Il motivo per cui è passato così tanto tempo dal primo album è che per alcuni anni siamo stati attirati maggiormente dalle serate live e ci siamo concentrati sulle cover, per accontentare il pubblico e per avere più opportunità di suonare. Inoltre dai primi anni 2000, non appena laureati, quasi tutti contemporaneamente, alcuni di noi si sono trasferiti in altre città per esigenze lavorative, e ciò ha rallentato l'attività del gruppo. Ancora oggi metà band non vive a Savona». 

Perché avete voluto riprovarci?

«Ad un tratto ci siamo resi conto che il tempo stava passando, ma avevamo ancora tante cose da dire, e che anzi, praticamente avevamo ancora tutto da dire. Quindi ci siamo rimessi a creare e abbiamo dato alla luce una serie di nuovi brani, che per fortuna sono piaciuti all'etichetta Lizard. Il passo successivo è stato la nascita di "Sola Andata", il nostro primo vero album». 

Non siete tutti troppo grandi per giocare a fare i musicisti?

«Veramente ci sentiamo ancora una boy band e ricordiamo come se fosse ieri il nostro esordio sul palco della festa parrocchiale, era il 1993. Comunque promettiamo che tra 40 anni smetteremo di suonare e ci dedicheremo ad attività più serie». 

Negli anni a cavallo tra il 1998 e il 2001 avete imperversato nei locali e sui palchi di mezza Liguria conquistando anche una discreta notorietà. Cosa ricordi di quel periodo?

«Ricordo tre utilitarie che viaggiano sull'Aurelia caricate di strumenti fino all’inverosimile,  ricordo le fatiche per montare e smontare il palco, la cena col panino offerto dal padrone del locale (o a volte decurtato dal già scarso compenso), le interazioni col pubblico (che spesso invitavamo a suonare con noi... e che spesso risultava più bravo di noi), ricordo un'esibizione in playback su una TV locale (col cavo della chitarra collegato a un tappeto), il nome del gruppo storpiato sui manifesti all'entrata dei locali (Quirsh, Kirsh, Quiershh) ma ricordo anche le innovazioni. Siamo stati tra i primi gruppi giovanili savonesi ad avere un sito internet (1997), a tappezzare la città di volantini colorati plastificati, per la gioia del Comune, a suonare in posti originali: su una motonave in navigazione, all'entrata di una banca, su un camion, sul palco di una lap dance, in un maneggio e anche in un museo. Quest'ultimo in tempi più recenti: il museo storico  dell'Alfa Romeo, ad Arese, nel 2010. Siamo stati anche i primi a suonare la versione integrale di "Shine on you crazy diamond" dei Pink Floyd alla festa dei licei, rischiando il linciaggio».

Qual è ora l'ostacolo più grande che vi tiene lontano dai palchi?

«Rispetto al passato la sensazione è che ci siano sempre meno opportunità per presentare la propria musica originale, e sempre meno locali interessati a fare live. E sicuramente c'è anche meno gente interessata a questo tipo di intrattenimento, molto anni '90. Ma se capitano occasioni non ce le faremo scappare. Nel caso peggiore ci ripresenteremo alle feste parrocchiali con buona pace di tutti». 

Quali sono le vostre fonti di ispirazione?

«Se parliamo di gruppi o artisti che ci hanno influenzato, la lista è lunga (anche perché siamo in sei e ognuno di noi ha le sue preferenze specifiche), ma basti ricordare che la nostra scaletta storica comprendeva cover di Pink Floyd, Queen, U2, CSI, Pooh, Elio, REM, Doors, a cui aggiungiamo Genesis, Battiato, rock progressive anni '70, new wave anni '80… e infatti alla fine il nostro genere è stato definito un mix di pop-rock-progressive. Ma le definizioni sono sempre limitanti, non ci piace inquadrarci».

E le canzoni del nuovo album?

«Il tema dell'album è il viaggio. Siamo molto legati all'idea del viaggio, sia come gruppo che singolarmente. Ognuno di noi viaggia molto, a volte prendendo l'aereo per destinazioni remote, a volte rimanendo nella sua stanza con un paio di cuffie nelle orecchie. Alcune canzoni sono nate sedendosi davanti a una tastiera e cominciando a farsi trasportare dai suoni o dalle sequenze di accordi; altre canzoni invece si sono materializzate nella nostra mente durante qualche viaggio, guardando persone e ambienti che scorrevano fuori dal finestrino». 

Nell'immagine di copertina, seppur nella sua bellezza, vedo un gruppo di sopravvissuti che si sta radunando sul finire di una spiaggia dopo una esplosione nucleare. Ho sicuramente una visione distorta ma cosa te ne pare?

«In realtà quella foto rappresenta solo un gruppo di persone su una spiaggia australiana in una normale giornata infrasettimanale. C'è chi fa due passi per rilassarsi, chi fa volare aquiloni, chi con una tavola da surf sottobraccio pensa a come affrontare le onde nel modo migliore. Tutti viaggi, anche piccoli e di routine, nel quotidiano di ciascuno di noi. Alla strage nucleare in effetti non avevamo pensato». 

Le tragedie, i morti, le malattie, gli abbandoni e i viaggi sono al centro delle vostre canzoni. Qual è la vostra visione del mondo?

«Non è così catastrofica, anzi l'album vuole trasmettere un messaggio positivo: viaggiate, esplorate, aprite la vostra mente. Purtroppo le esperienze tragiche possono lasciare il segno più di quelle positive e riflettersi quindi nelle canzoni in modo più evidente ma bisogna essere capaci di andare avanti... non a caso l'album si intitola "Sola andata"». 

In "Figli del piccolo padre" parlate di Andrei Chikatilo, il mostro di Rostov che ha ucciso 53 persone, e del figlio Yuri che viene aiutato dallo Stato a cancellare il passato e a rifarsi una vita. Cosa vi ha spinto a cantare questa storia?

«Questo brano è uno dei più controversi dell'album. È nata per prima la parte strumentale, che ci ha spinto verso la narrazione di una storia forte; e così il viaggio in questo caso è diventato un viaggio nella cronaca e nella psicologia, che ha toccato alcuni dei risvolti più oscuri della storia russa del secolo scorso». 

"Rianimazione" ha qualcosa di claustrofobico ma allo stesso tempo lo trovo rassicurante. Cosa vi ha ispirato a scrivere questo brano?

«In realtà tutte le persone che hanno ascoltato il brano ci hanno detto che trasmette ansia! D'altra parte è la rappresentazione di una folle corsa in ambulanza... anche quello è un tipo di viaggio... che poi sia un viaggio realmente accaduto o no non è dato sapere».

Come vedi la musica ha tante letture differenti. Passiamo a "Malaria". Qual è il messaggio del testo ‹Devo aspettare, solo aspettare, restare sveglio è fondamentale. Non riesco a parlare›?

«"Malaria" è il classico pezzo che rappresenta una situazione di difficoltà, fisica o psicologica, in cui ciascuno di noi si può trovare e deve far ricorso a tutte le proprie energie per affrontare il viaggio del superamento dell'ostacolo, di qualsiasi natura esso sia. Il testo è parte di questo discorso». 

"Artico" è dedicata a Umberto Nobile e alla tragica avventura al Polo Nord con il dirigibile Italia. Cosa può rappresentare oggi questa storia?

«Quello fu un importantissimo viaggio di esplorazione scientifica, la prima volta al Polo Nord, una conquista tutta italiana. Un esempio che merita di essere ricordato. La missione ebbe un finale tragico ma vide anche l'epica resistenza dei sopravvissuti della "tenda rossa". Questa canzone vuole cogliere proprio lo spirito dell'esplorazione, il desiderio ancestrale dell'uomo di scoprire e spingersi sempre un po' più in là». 

Il disco si chiude con "La nebbia", il racconto di un abbandono…

«Una lunga attesa in aeroporto, e poi la nebbia, forse più metaforica che reale. Una situazione in cui tutti ci siamo trovati almeno una volta nella vita, non solo quelli che partono dall'aeroporto di Malpensa». 

Quando vi rivedremo dal vivo?

«Sabato 15 marzo suoneremo alla Pentola Magica di via Stalingrado a Savona, poi il 5 aprile saremo ospiti in diretta su radio Base Popolare Mestre».


Titolo: Sola andata
Gruppo: Qirsh
Etichetta: Lizard Records
Anno di pubblicazione: 2013

Tracce
(testi e musiche di Daniele Olia, eccetto dove diversamente indicato)

01. Artico
02. Mercato Ghardaia
03. Myflower  [Leonardo Digilio]
04. Figli del piccolo padre
05. 5a, finestrino
06. Rianimazione
07. Malaria  [Michele Torello]
08. Vento delle isole
09. La nebbia