sabato 1 settembre 2012

I New Trolls e il basso di Francesco Bellia



Vittorio De Scalzi e Francesco Bellia (Savona, 1 aprile 2011) - Copyright




I New Trolls sono uno dei gruppi più importanti e influenti della scena rock italiana. La band, attiva dal 1967, ha pubblicato album fondamentali del rock progressive come "Concerto Grosso per i New Trolls" (1971) e "Concerto Grosso n. 2" (1976), entrambi opera del compositore e musicista argentino Luis Enriquez Bacalov. Quarantacinque anni di storia musicale per i New Trolls tra scioglimenti, reunion, vicende legali, cambi di denominazione. Attualmente Nico Di Palo e Vittorio De Scalzi, due tra i fondatori del gruppo insieme a Giorgio D'Adamo, Gianni Belleno e Mauro Chiarugi, sono i leader de La Storia dei New Trolls, band che fino a pochi mesi fa era chiamata Leggenda dei New Trolls. Al fianco di Di Palo e De Scalzi c'è ormai da molto tempo il bassista Francesco Bellia, siciliano di nascita (classe 1968) ma albissolese da una vita. Abbiamo incontrato Francesco, figlio di una famiglia di musicisti e fratello di Giorgio valente batterista, un pomeriggio di questa calda estate in riva al mare davanti a un bicchiere di acqua e menta. Una conversazione a tutto tondo da cui è nata questa intervista.


Francesco da quanti anni sei il bassista dei New Trolls o meglio de La Storia dei New Trolls?

«Quasi dieci anni. Il mio primo concerto con i New Trolls fu a Sestriere il primo febbraio 2003, all'aperto con una temperatura di meno 19 gradi, con l'orchestra e in diretta su Radio Italia. Fu un trauma perché suonare a quelle temperature alle 18 di sera fu una impresa impossibile ma la portammo a casa. Sono ormai passati quasi dieci anni e spero di continuare questo viaggio anche se è sempre più difficile, sotto tutti gli aspetti. Purtroppo viviamo in un momento storico in cui non è permesso fare nulla di quello che si vorrebbe».

Non deve essere stato facile entrare in un gruppo così importante. Come è scoccata la scintilla tra te e i New Trolls?

«Devo ringraziare Andrea Maddalone (chitarrista de La Storia dei New Trolls, ndr) che mi ha aperto questa porta. Suonavo con lui in vari gruppi cover in Liguria e un giorno mi chiese se avevo voglia di fare un provino con Vittorio De Scalzi perché il bassista di quel periodo, Roberto Tiranti, aveva deciso di lasciare il gruppo. E così Luigi Ogno (ex bassista dei Ricchi e Poveri e manager di numerosi gruppi musicali, ndr) organizzò questo provino in uno studio di Genova Nervi. Mi fecero cantare e suonare "Una miniera" e "Visioni". Il provino si concluse con De Scalzi che mi disse: ‹sembra abbastanza buono, ti faremo sapere›. Poi un giorno mi chiamò Luigi Ogno e mi diede i compiti da fare a casa: studiare Concerto Grosso 1 e 2».

Cosa vuol dire suonare sui palchi di mezzo mondo insieme a Nico Di Palo e Vittorio De Scalzi?

«È una emozione che ha milioni di sfaccettature, non credevo mai di poter fare esperienze così belle. Penso che le parole non diano la giusta importanza a quello che provo tutte le volte che salgo sul palco. Lascio pensare al massimo delle emozioni di ognuno di noi moltiplicato per 'n' volte».

Ci puoi fare un ritratto di due grandi personaggi della canzone italiana come Nico e Vittorio?

«Il comune denominatore è genio e sregolatezza. La cosa che apprezzo di più in entrambi è l'amore, e scriverei tutta la parola in lettere maiuscole, verso la musica. Guardo Vittorio sempre con occhi di stima e stupore quando si mette a suonare il pianoforte alle due di notte nella sala dell'hotel dopo aver tenuto un concerto di tre ore. Ha desiderio di suonare perché per lui non è lavoro ma amore nei confronti della musica. Vediamo se riesco a descrivere entrambi con una parola. Nico è 'inventiva', riesce sempre a trovare una soluzione che ti lascia a bocca aperta. Vittorio invece è 'armonia' musicale. Al di fuori della musica Nico è uno di quelli che sta zitto per tre ore e poi ti lancia la battuta che ti fa morir dal ridere, Vittorio dà il meglio di sé nelle cene dopo i concerti, quando inizia a raccontare le barzellette, non riesci più a mangiare dalle risate».

In questi anni hai preso parte anche a tour in Giappone, Messico, Russia e Corea. Quali sono le differenze più eclatanti tra il pubblico italiano e quello straniero?

«Questa è una nota dolente. I New Trolls sono conosciuti nel mondo per il loro vero valore, e parlo di due album immensi come Concerto Grosso 1 & 2, in Italia li si associa invece a canzoni come "Quella carezza della sera" e altri brani pop, quelli più ascoltati in radio. Canzoni belle e importanti che non danno però l'idea della grandezza di questa band. I dischi Concerto grosso 1 & 2 sono quelli che hanno dato unicità alla produzione del gruppo. Purtroppo gli italiani sono musicalmente ignoranti ma non è colpa loro».

Oltre alla tua esperienza ne La Storia dei New Trolls, suoni anche con De Scalzi nel progetto "Il suonatore Jones" e con tuo fratello Giorgio in un gruppo tutto vostro. Ce ne parli?

«Sono realtà altrettanto belle. In "Il suonatore Jones" emerge l'armonia musicale a 360° di Vittorio. Il primo disco dei New Trolls, "Senza orario senza bandiera", è un lavoro da 'mosaicista' fatto da Fabrizio De André su poesie del poeta genovese Riccardo Mannerini. Vittorio e Faber erano molto amici, ci sono state varie collaborazioni, e da lì, parecchi anni fa, è nato il progetto di portare in giro rivisitazioni di "Senza orario senza bandiera" con una formazione particolare arricchita da percussioni etniche. Vari pezzi omaggiano i lavori di Fabrizio. È un bellissimo spettacolo! Il gruppo di famiglia invece non esiste. Quando io e Giorgio ci troviamo a Savona ci piace suonare insieme nel tempo libero. E così abbiamo questo gruppo che si chiama "Kicècé" perché non sappiamo mai chi viene a suonare con noi. Purtroppo ci sono sempre meno locali dove suonare e i live non sono più apprezzati come vent'anni fa, colpa della tecnologia».

Tuo fratello Giorgio ti ha da poco raggiunto nei New Trolls diventandone il batterista. Come vi trovate a suonare insieme?

«Domanda inutile come diceva Battisti. Suoniamo e ci troviamo a meraviglia. Non c'è bisogno di guardarci, sappiamo come procedere e divertirci».

In questi dieci anni quali sono stati i momenti che ti ricordi con più piacere?

«Il primo si riferisce al concerto che abbiamo tenuto in piazza Unità d'Italia a Trieste davanti a diecimila persone e di cui abbiamo pubblicato il dvd in "Concerto Grosso New Trolls Trilogy Live". Tra il pubblico c'erano anche i miei genitori, partiti in treno da Albissola, che sono stati ripresi in primo piano dalle telecamere e sono finiti sul video ufficiale della serata. Una sorpresa inaspettata per loro e per me. Poi ricordo con estremo piacere il concerto che abbiamo tenuto a Seul in Corea. Sono entrato in scena per primo, come da copione, e sono stato accolto da un pubblico urlante in stile Beatles. È stata una emozione fortissima, l'adrenalina è salita a mille e i brividi sono corsi dalla punta dei capelli ai piedi. Sono emozioni che trasmettono tanta carica ma nessuna paura. E per ultimo ricordo quando abbiamo registrato due brani insieme alla cantante britannica Sarah Jane Morris. Vederla cantare dietro al microfono in studio e sentire quello che riusciva a fare con la voce mi ha dato i brividi su tutto il corpo. Ho avuto una specie di infarto quando ha iniziato a cantare, è stata travolgente».

Cosa ci puoi dire di nuove uscite discografiche dei New Trolls? Si parla di un disco già pronto che però non può essere pubblicato per problemi contrattuali. Cosa c'è di vero?

«Il disco esiste, è pronto ma non si sa quando potrà uscire. Non dipende da noi».

Nei primi mesi di quest'anno avete portato in scena "Quella carezza della sera", un viaggio tra musica e parole condotto dal giornalista Massimo Cotto. C'è qualche possibilità di vedere pubblicata una di queste interessanti serate?

«Ci si sta lavorando, non so se andrà in porto o meno ma qualcosa bolle in pentola».

Hai mai pensato di pubblicare un album di canzoni tue?

«Da quando ho quattro anni ma adesso mi piacerebbe che qualche mia canzone venisse proposta da un interprete di spessore, e intendo internazionale. Quello sì, mi piacerebbe molto. Posso dire che anche in questo caso ci si sta lavorando, con mille difficoltà».

Recentemente ho intervistato Antonio Gramentieri dei Sacri Cuori e parlando della situazione di crisi del mercato musicale italiano ha esortato le persone a mettere il naso fuori di casa e a guardare qualche concerto in più, magari comprando anche qualche disco. Da componente de La Storia dei New Trolls come vedi la situazione attuale?

«Gramentieri ha ragione. È una situazione disastrosa per colpa della tecnologia. Anche sul versante dei concerti dal vivo ho notato con dispiacere che la gente non riesce a distinguere la musica live da quella proposta da certi personaggi che vanno in giro con le basi registrate, a volte anche male, e che magari fanno anche finta di cantare. Schiacciano un pulsante sulla tastierina e la gente applaude. È anche questo, come dicevo prima, sinonimo di ignoranza. Io ascolto tutti i generi musicali, non mi fisso su uno in particolare, per fare un esempio sarebbe come mangiare sempre minestra quando ci sono altre cose buone da assaggiare. Ogni genere musicale ha le sue emozioni, vibrazioni che bisogna assaporare. La gente invece non lo fa, forse per mancanza di tempo o per pigrizia. Capita di incontrare persone che non conoscono artisti di fama mondiale, è avvilente. Il problema è rappresentato anche dalle radio che trasmettono il prodotto di chi ha più soldi da investire. Propinano i brani che il mercato impone e dopo che senti quindici volte al giorno la stessa canzone alla fine ti piace pure».

Infine il gioco delle dieci domande secche.

- Jogging o palestra? Jogging, se vuoi bruciare i grassi. In palestra diventi grosso quando hai 20 anni, a 40 devi dimagrire.
- Pizza o pasta? Pari, ma sono carboidrati purtroppo.
- Armadio o cabina armadio? Armadio.
- Arancio o blu? Preferisco l'arancio, mi dà più pace.
- Sinistra o destra? Una ha bisogno dell'altra...
- Tony Levin o Cliff Burton? Tony Levin perché ho avuto il piacere di conoscerlo, ha toccato il mio basso. La bravura è fare la nota giusta al momento giusto e lui la sa fare.
- Struffoli o babà al rhum? Struffoli.
- Rambo o Apocalypse now? Apocalypse now, tutta un'altra storia.
- Panorama o L'Espresso? Sono tutti finti.
- Agrodolce o salato? Salato.






domenica 19 agosto 2012

Il desert sound romagnolo dei Sacri Cuori






"Rosario" è il titolo del nuovo album dei Sacri Cuori, gruppo romagnolo capitanato dal chitarrista Antonio Gramentieri. Il disco, in uscita nelle prossime settimane, arriva dopo "Douglas and Dawn", pubblicato nel 2008 ed è impreziosito dalla partecipazione di John Convertino dei Calexico. Chi ha avuto la fortuna di assistere al concerto che la band ha tenuto nei giorni scorsi a Spotorno (13 agosto), nell'ambito della rassegna "Notti Tricolori" curata dall'associazione Raindogs, ha potuto apprezzare la musica e le atmosfere, a tratti trascinanti altre volte sognanti e ipnotiche, del repertorio dei Sacri Cuori. In questi anni il gruppo è stato molto attivo anche come backin' band, dal vivo e in studio, di nomi di spicco del cantautorato internazionale: da Hugo Race a Dan Stuart (Green on Red), da Richard Buckner a Robyn Hitchcock, da Steve Wynn a Woody Jackson.
I Sacri Cuori sono composti, oltre che da Gramentieri, anche da Francesco Giampaoli (basso e contrabbasso), da Diego Sapignoli (batteria) e dal polistrumentista Christian Ravaglioli (tastiere, fisarmonica). Inoltre del gruppo aperto fanno parte, sia dal vivo che in studio, Enrico Bocchini (percussioni e batteria) e Denis Valentini (percussioni, voce, batteria).
Alcuni giorni dopo la performance di Spotorno, ho avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con Antonio Gramentieri, chitarrista del gruppo e direttore artistico del festival "Strade Blu" che tutti gli anni va in scena in Romagna.


Il pubblico di Spotorno ha avuto l'occasione di vedervi suonare sul palco in piazza della Vittoria nell'ambito di "Notti Tricolori". È stata una serata particolare ma per molti siete stati una bella scoperta. Cosa ti ricordi dell'evento?

«Ah, Spotorno... Siamo saliti sul palco in ritardo. Dieci minuti secondo la nostra scheda, un'ora secondo alcuni spettatori. Non è stata colpa nostra, ma ci abbiamo messo la faccia. All'inizio da parte di una fetta di pubblico c'era un clima quasi ostile, tipo da curva nord contro l'arbitro. Poi però la musica ha avuto la meglio, ha placato gli animi ed è risuonata al meglio. È stata una bella serata. Abbiamo anche venduto parecchi cd».

Da dove nasce il nome del vostro gruppo?

«Pur essendo un credente light sono molto appassionato di iconografia religiosa popolare. La trovo molto viva, molto vera. Casa mia è piena di santi e santini. La nostra musica pesca molto dall'Italia di una volta, dal Messico, dal sud degli Stati Uniti. Il sacro cuore è un simbolo molto presente in tutte queste aree, e mi è sembrato appropriato usarlo come minimo comun denominatore della nostra estetica».

Torniamo al concerto di Spotorno. Dopo il vostro set e la breve esibizione di Emma Tricca, siete saliti nuovamente sul palco per accompagnare Robyn Hitchcock nella seconda parte del concerto. Come è nata questa collaborazione?

«Robyn è un amico, oltre che un maestro e un grande cantautore. Sono anni che ci vediamo almeno un paio di volte all'anno e jammiamo per ore in privato. Stavolta c'è stata la possibilità di fare qualcosa di ufficiale insieme, ed è un'idea che è piaciuta molto sia a noi che a lui».

Hitchcock sembra una persona molto affabile e spiritosa. Tu che sei stato al suo fianco in questo tour cosa ci puoi dire del "vecchio inglese"?

«È una delle persone più simpatiche e surreali che abbia conosciuto in questo mondo. Vede sempre le cose da un'angolazione particolare, e ti svela dei dettagli curiosi. Anche sulle parole e sulle note. È un artista ideale con cui stare in strada. In pratica è stata una festa lunga sei giorni».

Siete una band italiana ma è forse in ambito internazionale che vi esprimete al meglio. Lo dimostrano i numerosi tour europei alle spalle e in calendario. Sbaglio in questa mia valutazione?

«No, non sbagli. Però io credo che sia il concetto di "nazionale" e di "internazionale" che è ormai da rivedere. Con la rete, Youtube, Facebook, le distanze contano sempre meno. La musica è musica e deve circolare e avere senso in tutto il mondo, nello stesso momento. Ormai pensare di essere artisti "italiani" e basta è restrittivo come poteva esserlo vent'anni fa fare i cantautori di quartiere. Detto questo: la nostra proposta ha molto di "italiano", e pertanto ha un qualcosa di esotico che all'estero risuona ancora di più che in patria».

Come venite accolti all'estero e che differenze ci sono con l'Italia in fatto di pubblico e opportunità lavorative?

«Noi suoniamo molto, siamo fortunati. All'estero veniamo accolti molto bene. La differenza principale è che spesso all'estero la musica e il concerto non sono considerate un'eccezione alla normalità, ma una parte integrante del quotidiano. La gente compra dischi e frequenta concerti in maniera meno "di nicchia" e più naturale, come leggere un libro. Da qui viene una cultura musicale di base più approfondita, e forse anche la maggiore attenzione alle novità».

Certo che Sacri Cuori e "Rosario", titolo del vostro nuovo album, trasmettono una visione mistica-religiosa che svanisce però appena il cd inizia a girare. Perché questo abbinamento?

«Rosario per noi è il nome di un luogo ipotetico. Ancora una volta, un nome di un luogo che potrebbe appartenere a diverse aree del mondo. A livello di simbolo sono molto legato alle rose, trovo che siano la cosa più vicina al cuore che la natura ci offre. Siamo in tempi scuri. È tempo di fare ricrescere le rose dal buio. A Rosario capita già...».

"Rosario" uscirà in questi giorni nei negozi di dischi. Quali sono state le vostre fonti di ispirazione?

«Tante, troppe. E non tutte facili da identificare. Nino Rota, Manuel Galban & Los Zafiros, Evan Lurie, Orchestra Castellina-Pasi, Armando Trovajoli, Santo and Johnny, Billy Strange, Friends of Dean Martinez, Piero Umiliani, Mona Bell, Los Lobos, Lee Hazlewood, Ornella Vanoni, The Champs, Luciano Berio, Los Cubanos Postizos, Secondo Casadei, John Carpenter, Tin Hat Trio, Green on Red, il Dylan di "Pat Garrett and Billy The Kid", "Mackenna's Gold" di Quincy Jones, Duane Eddy, Los Indios Tabajaras, Henry Mancini, Fred Neil, "Music from Film" di Brian Eno».

Rock desertico, sonorità latine, accenni di psichedelia e un po' di liscio romagnolo. Un mix originale e coinvolgente, non c'è che dire! Perché avete pensato al liscio e quanto è importante per voi l'insegnamento di Nino Rota?

«Nino Rota a mio avviso è un fuoriclasse, un genio. È il compositore italiano per eccellenza. Da giovanissimo ha studiato in America, per cui ha evitato subito il rischio di essere provinciale. Ma poi ha lavorato moltissimo con gli elementi del folk e della musica popolare italiana, dando loro una nuova prospettiva e un nuovo significato. Con le dovute, enormi differenze, è un percorso che sentiamo molto vicino, in tutte le sue fasi. Liscio? Perché no? Perché dovremmo guardare al blues con rispetto, o al country, e snobbare il liscio? Sono figli della stessa idea popolare. Ci sono ottimi pezzi country e pessimi pezzi country, questo vale anche per il liscio. Non tutto è una cartolina patinata della riviera. Ci sono ottime composizioni».

In "Rosario" c'è anche la firma della scozzese Isobel Campbell, già al fianco di Mark Lanegan e Belle & Sebastian. Cosa ci puoi raccontare della vostra collaborazione in studio di registrazione?

«Isobel è un'amica a cui piace molto la musica di Sacri Cuori. Le ho mandato i provini da ascoltare, su sua richiesta, e lei si è offerta di scrivere le parole e di cantare su due melodie che avevo composto. È stato un onore e un piacere. Isobel è un'altra europea, in senso continentale che è andata in America a trovare una sintesi fra le sue sensibilità. Di nuovo, è un percorso simile al nostro. Ci è riuscita: è un'ottima songwriter!».

"Rosario" è stato registrato fra Richmond e Los Angeles con la collaborazione di David Hidalgo dei Los Lobos, Marc Ribot, Jim Keltner, Stephen McCarthy, Woody Jackson, e naturalmente di John Convertino. Come fa una band italiana al secondo album a potersi fregiare di una così nutrita e importante serie di collaborazioni?

«Abbiamo da anni una vasta gamma di amicizie e di relazioni internazionali. Gente a cui piace la nostra musica, e che collabora volentieri. Forse proprio perché sfoggiamo senza timori la nostra italianità e non ci limitiamo a fare il verso agli "ammmmerigani", come direbbe Alberto Sordi. Molti degli artisti che hai citato sono artisti che hanno messo le proprie radici al servizio di un suono "di incontro", contemporaneo. Che non hanno negato le proprie radici ma le hanno messe in discussione su suoni nuovi. Il percorso dei Los Lobos per noi è un faro, sempre luminosissimo!».

Chi tra gli artisti sopracitati ti ha sorpreso maggiormente?

«Sono tutti grandissimi artisti, e non serve che lo dica io. Sono molto grato a tutti. Conoscere per la prima volta due miei miti assoluti come Jim Keltner e David Hidalgo è stata, tuttavia, una grandissima emozione».

A inizio settembre partirete per un tour europeo con Richard Buckner con cui avete tra l'altro già collaborato in passato. Sarebbe bello che questi eventi facessero tappa anche in Italia, troppo spesso ostaggio di cover band e personaggi da reality show. C'è qualche speranza di invertire la rotta?

«In Italia, in questa fase, per gran parte della musica non radiofonica/televisiva manca il mercato. E quando non c'è mercato è difficile trovare spazi anche per il live. Forse sarebbe il caso che, almeno gli appassionati, o i presunti tali, ricominciassero a mettere il naso fuori da casa, guardare qualche concerto in più e comprare qualche disco. In generale, prima di dare la colpa a dei presunti "altri" per questa crisi, suggerisco di pensare a cosa potrebbe fare ognuno di noi».



Titolo: Rosario
Gruppo: Sacri Cuori
Etichetta: Decors Records/Interbang Records
Anno di pubblicazione: 2012

Tracce 
(musiche di Antonio Gramentieri)

01. Silver dollar
02. Fortuna
03. Quattro passi
04. Out of Grace
05. Sipario!
06. Garrett, west
07. Where we left
08. Teresita
09. Garrett, east
10. El Conte
11. Sundown, Rosa
12. Lee-Show
13. Lido
14. El Gone
15. Sei
16. Non tornerò
17. Steamer
18. Lido (alt take)
19. Teresita (alt take)




sabato 18 agosto 2012

Loris Lombardo e i ritmi del mondo








Loris Lombardo è uno dei percussionisti più apprezzati della scena musicale ligure. Classe '85, savonese e figlio d'arte, Loris si sta facendo strada nel mondo della musica grazie alla sua professionalità e alla sua serietà. Numerosi sono i dischi che sono stati impreziositi dai suoi ricami ritmici, come numerosi sono i premi e i riconoscimenti che Lombardo ha conquistato in questi anni. L'ultimo in ordine di tempo è il "Percfest 2012", il festival internazionale delle percussioni, vinto poche settimane fa a Laigueglia. Musicista tra i più preparati, ha studiato con grandi nomi internazionali: da Tullio De Piscopo a Jojo Mayer, da Geoff Dunn a Vic Firth. Collabora con i Mandolin Cocktail, sestetto del maestro Carlo Aonzo, con i Myrddin, storico gruppo di musica celtica e folk, con Officina Acustica e con i VOV di Davide Arneodo, polistrumentista dei Marlene Kuntz.
Martedì 28 agosto ci sarà l'occasione di assistere al concerto che Loris terrà al "Dolce Vita", nella darsena del porto di Savona, insieme al mandolinista Carlo Aonzo (ore 21).
Con questa intervista scopriamo chi è Loris Lombardo (www.lorislombardo.it).



Sei uno dei musicisti savonesi più ambiti in sala di registrazione. Negli ultimi mesi il tuo apporto è stato fondamentale nel disco folk degli A Brigà, in quello cantautorale di Sergio Pennavaria, nel cd jazz di Dino Cerruti e Claudio Bellato, in quello classico registrato con l'orchestra Romualdo Marenco di Novi Ligure. Generi molto diversi. A quale di questi dischi ti senti più legato e perché?

«Mi sento legato a tutti i dischi che faccio ma in modo diverso. Quando suono musica classica mi devo attenere allo spartito e cerco d'interpretare le note scritte in maniera musicale, quando invece suono musica moderna e ho carta bianca cerco di mettere un po' di me in ogni registrazione. Amo tutta la musica dal jazz all'hard rock, fino alla musica classica».

Come è iniziata la tua passione per la musica e in particolare per le percussioni?

«È iniziata da piccolissimo grazie a mio padre Feliciano, batterista anche lui, che suonava negli anni '70 con un gruppo rock chiamato The Devil's Sons. Sono nato con la batteria in casa, una fantastica "Hollywood" madreperlata, e la suonavo ogni giorno. Conservo ancora un video che mi vede impegnato a suonare la batteria nella sala di casa all'età di due anni. Chissà, forse un giorno lo pubblicherò su Youtube. Così crescendo e non abbandonando mai lo strumento, a dodici anni ho avuto la mia prima band, a quindici ho iniziato a studiare seriamente batteria da Tullio De Piscopo e dopo il diploma ottenuto alla sua scuola di Milano, ho deciso di allargare i miei orizzonti musicali studiando jazz a Cremona e poi musica classica (percussioni classiche come marimba, vibrafono, xilofono, glockenspiel, timpani sinfonici, tamburo d'orchestra, ecc..) al Conservatorio Ghedini di Cuneo. Da qui è partito il mio viaggio alla ricerca di timbri nuovi studiando anche percussioni mediorientali, africane, cubane, afro-peruviane, con vari insegnanti in giro per l'Italia, senza però mai abbandonare lo studio della batteria che ho avuto la fortuna di approfondire con Giorgio Di Tullio e successivamente in Inghilterra con i più grandi esponenti al mondo come Jojo Mayer, Vic Firth, Billy Ward, Geoff Dunn, lo storico batterista di Van Morrison, e tanti altri».

Qual è il genere musicale che più ti affascina e per cui ti senti maggiormente portato?

«Questa è una domanda a cui ho cercato di dare una risposta per molto tempo. Sono arrivato alla conclusione che non mi voglio legare a un solo genere musicale, amo tutta la musica. Succede così che oggi faccia un concerto di musica classica, domani insieme a una rock band, il giorno dopo con una formazione jazz. Amo la musica a 360° e penso che suonando tanti generi differenti la mente si apra in modo da poter suonare e contaminare vari stili. Penso che ormai della musica sia stato detto tutto e non voglio cercare di essere l'ennesima copia di qualcun altro. Credo che sia necessario ascoltare i big per apprendere l'anima e la tecnica dello strumento ma che poi si debba creare il proprio stile».

Quali sono invece i percussionisti o batteristi che ti hanno ispirato maggiormente?

«Sono cresciuto con mio padre che mi faceva ascoltare sempre i Led Zeppelin, quindi sicuramente John Bonham. Crescendo mi sono appassionato dei grandi virtuosi dello strumento come Buddy Rich, il papà di tutti, e poi Steve Smith, Jojo Mayer, Gavin Harrison, Dave Weckl. Maturando il grande Steve Gadd. Trilok Gurtu è invece il percussionista che mi ha impressionato maggiormente, la sua arte di mischiare colori e ritmi è fantastica».

Il percussionista, per bravo che sia, difficilmente può fare a meno dell'apporto di altri musicisti. In quest'ottica quali sono i tuoi progetti futuri?

«Sto per registrare un disco insieme a Danilo Raimondo col quale ho vinto il primo premio al "Percfest 2012", il festival europeo delle percussioni. Il nostro progetto si chiama "Timbrica" e utilizzeremo strumenti provenienti da ogni parte del mondo in aggiunta a quelli inventati da Danilo, vero e proprio artigiano del suono, costruttore e inventore di strumenti musicali (www.artigianodelsuono.com). Poi nell'ambito del progetto "The Acoustic Duo" registrerò un disco con il bravissimo chitarrista acustico Claudio Bellato. Insieme a Claudio abbiamo deciso di creare un nuovo progetto che coinvolgerà uno dei più grandi mandolinisti al mondo: Carlo Aonzo. Con questo nuovo trio ci immergeremo nella tradizione del bluegrass, daremo spazio ai grandi virtuosismi tra corde e percussioni, ai classici della canzone napoletana da noi rivisitati e molto altro».

Dopo un po' di anni di grande splendore, la musica a Savona sembra essere tornata in secondo piano. I concerti al Priamar con ospiti internazionali sono solo un ricordo, il Festival del Mandolino si è trasferito, i locali dove poter suonare hanno quasi tutti abbassato le saracinesche. Come vedi il presente e il futuro della musica a Savona?

«Hai ragione, purtroppo ci sono pochissimi locali a Savona che ospitano concerti di musica dal vivo. Noi stessi facciamo molti più concerti fuori dalla nostra città. Al contrario sul territorio ci sono tantissime nuove band che devono però fare i conti con la mancanza di spazi adeguati per poter suonare e farsi conoscere. Sono comunque ottimista e spero che Savona diventi un luogo ricco di cultura musicale».

Loris, tu sei anche docente di musica in varie scuole e puoi sicuramente descrivere l'approccio dei giovani alla musica. Possiamo avere fiducia nel futuro?

«Ho iniziato a insegnare molto giovane, sono già dieci anni. Ho avuto molti allievi e ognuno si è presentato con una motivazione differente. Alcuni si avvicinano alla musica per attrazione nei confronti della batteria, altri per curiosità, altri ancora per passare un pomeriggio diverso. La cosa che ho sempre cercato di trasmettere è la passione per lo strumento. Studiare uno strumento richiede ore e ore di pazienza e impegno, l'importante è non affrontarli con stress ma sempre come se fosse un gioco. Parto proprio da questo presupposto con i miei allievi, deve essere un divertimento anche quando le cose si fanno più complicate, farle sempre con il sorriso sulle labbra. Da qualche tempo faccio parte dell'associazione "Scuderie Capitani", sono uno degli insegnanti abilitati da Luca Capitani, grande didatta e batterista, e preparo gli allievi ad affrontare gli esami e ottenere il diploma finale. I giovani batteristi hanno fretta di bruciare le tappe, vorrebbero già suonare in situazioni importanti, fare grandi virtuosismi ancor prima di aver imparato le basi e allora cerco di far capire loro che ci vuole tempo, studio e tanta forza di volontà. Le soddisfazioni arriveranno».

Qual è il tuo sogno nel cassetto?

«Il mio sogno nel cassetto è quello di fare tour in America e in Oriente, sono posti che vorrei visitare e sarebbe fantastico se ciò accadesse grazie alla musica».

Mi piace chiudere questa chiacchierata con le dieci domande secche. 

- Succo d'ananas o chinotto? Succo d'ananas.
- Arancia Meccanica o Blade Runner? Blade Runner.
- Doccia o vasca da bagno? Vasca da bagno.
- Kenny Aronoff o Phil Collins? Phil Collins.
- Gelato alla crema o alla frutta? Alla crema.
- Ritmi mediterranei o caraibici? Mediterranei.
- Gatto o cavallo? Gatto.
- Alba o tramonto? Tramonto.
- Vacanza avventura o villaggio turistico? Vacanza avventura.
- Fiction o cabaret? Cabaret.



venerdì 17 agosto 2012

L'altra Italia raccontata da Massimo Priviero







Massimo Priviero è da sempre una delle migliori voci del rock italiano. Dal lontano 1988 quando esordì con l'album "San Valentino" fino a "Folkrock", registrato insieme al violinista Michele Gazich e pubblicato nei mesi scorsi. Per il cantautore veneto è un 2012 molto intenso, non solo per la promozione del nuovo album ma anche la partecipazione a "Storie dell'altra Italia", spettacolo scritto dal giornalista Daniele Biacchessi che, attraverso canzoni e teatro civile, racconta storie di studenti, operai, partigiani, storie di omicidi rimasti impuniti, di giovani uccisi per le loro idee, storie di resistenza. Uno spettacolo che unisce l'arte del teatro alla poesia della canzone d'autore di Priviero e dei Gang, e a cui si potrà assistere domenica 26 agosto in località Colla del Termine a Quiliano (ore 16.30), in occasione dell'ultimo appuntamento della manifestazione "I Ribelli della Montagna".
Raggiunto in una pausa delle sessioni di registrazione del nuovo album, Massimo si è sottoposto con grande disponibilità e simpatia al fuoco di fila delle domande di questa intervista.



Massimo, finalmente torni a esibirti in provincia di Savona. Manchi da lungo tempo, la tua ultima apparizione risale a fine gennaio 2009 al circolo Raindogs. Ti ricordi di quell'occasione?

«Mi ricordo, il posto era particolare e il nome del locale una garanzia. Fu una bella serata. Poi, per mia scelta, suono poco nei locali italiani e dunque quando capita mi si fissa in testa».

A fine maggio hai pubblicato il tuo nuovo album, "Folkrock", insieme a Michele Gazich e in queste settimane hai girato l'Italia ottenendo unanimi consensi di pubblico e critica. A Quiliano, domenica 26 agosto, presenterai però, insieme ai fratelli Severini e a Daniele Biacchessi, "Storie dell'altra Italia" di cui è uscito a inizio gennaio uno splendido doppio cd live registrato alla Camera del Lavoro di Milano. Cosa puoi dirci di questo spettacolo?

«Con "Folkrock" stiamo facendo un bel viaggio e a ottobre riprenderemo il tour con la parte teatrale per chiudere a Milano il 18 novembre. Riguardo alle "Storie", sono un viaggio tra musica e teatro civile nella memoria del nostro paese. È un'esperienza diversa per me ma molto stimolante. Credo che abbiamo fatto ormai una trentina di date, con grande amore e con grande piacere di stare insieme. La memoria è come sai il modo migliore per leggere e trovare il nostro presente».

Come è nata la collaborazione con i Gang, gruppo la cui collocazione politica non è certamente un mistero?

«C'è da sempre una stima reciproca molto antica che va al di là dei distinguo politici. Amo la loro coerenza e molte loro canzoni. Poi considero Marino (Severini, ndr) una sorta di Woody Guthrie. Il suo impegno e il suo lavoro hanno il mio rispetto più grande».

Ti senti anche tu di sinistra?

«Sono un uomo di sinistra. Tuttavia, non comunista, per intenderci, visto il discorso che riporta alle "Storie". Sono molto più figlio di certo cristianesimo popolare e di certo socialismo. Per darti riferimenti storici ti direi Don Milani, Padre David Maria Turoldo da un lato e Sandro Pertini dall'altro. Ma chiaramente il discorso diventa intricato. Difficile dire oggi cosa vuol dire sinistra».

Lo spettacolo "Storie dell'altra Italia", canzoni come "Nikolajevka" o "La strada del Davai" e andando ancora più indietro ricordo "La storia di Jerry" evidenziano un tuo costante impegno sociale. Di denuncia in alcuni casi, di memoria e celebrazione in altri. Pensi che questo sia ancora oggi un compito fondamentale per un musicista?

«Lo è sempre nel momento in cui alcune storie ti toccano di più e si traducono in canzoni che scrivi. Per quel che mi riguarda mi considero sempre e comunque con la parte debole del mondo. E tante volte cerco di esserne la voce. Anche se poi odio ed evito le adunate musicali conformiste con presunti intenti sociali. Tanto più in Italia. Ma questo è un altro discorso».

A inizio anni Novanta cantavi "Nessuna resa mai". Sono passati più di vent'anni ma la canzone è più che mai attuale, non credi?

«Già... poi è rimasto un modo in cui molta della "mia gente" si identifica. Se ci pensi, "Nessuna Resa" era fondamentalmente una canzone d'amicizia. Ma l'idea di umana resistenza attraversa gran parte di quel che scrivo. L'altro giorno una persona mi ha scritto che si è presentata a un colloquio che riguardava perdita o meno del suo lavoro con su la t-shirt "nessuna resa mai" e che la cosa gli ha dato molta forza. Allo stesso modo, sapere che è accaduta una cosa del genere ha dato forza anche a me».

Torniamo a "Folkrock". Con questo album hai reso omaggio ai grandi della canzone americana. Quanto i vari Dylan, Springsteen e Cash hanno influenzato la tua carriera e la scelta di fare il musicista rock?

«È molto semplice. Quando hai 18-20 anni suoni canzoni che ami e che ti entrano dentro, prima di iniziare a scrivere le tue. Così accadde per me. Poi, durante il tuo viaggio queste canzoni ogni tanto rispuntano fuori e ti vien voglia di rifarle, di ribaltarle, di renderle in qualche modo tue. Poi, dopo tanti anni, decidi che le vuoi incidere. Così è stato per "Folkrock", come prima era stato con "Rock & Poems". Rimane un atto d'amore, prima di tutto. È un viaggio nel tempo che fai con te stesso e con chi viene ai concerti».

Si tratta, appunto, del tuo secondo disco di cover dopo l'ottimo e per certi versi sorprendente "Rock & Poems". Qual è stata la molla che ti ha spinto a cimentarti nuovamente su questo terreno?

«Proprio il fatto di sfidarsi una seconda volta a rimettere le mani su grandi classici. Misurarsi con loro e riviverli è un'esperienza splendida anche se molto difficile. In più, aggiungici un desiderio di condivisione con Gazich. Una condivisione pulita, molto "americana", che non misura il nome ma che procede emotivamente».

Questo nuovo viaggio nella canzone americano lo hai fatto, come dicevi, insieme a Michele Gazich, artista conosciuto e di notevole talento. Ci puoi raccontare chi è l'uomo Gazich?

«Michele è una persona molto dolce, con una fragilità poetica tutta sua e un grande bisogno di ricerca in se stesso. Mi era stato al fianco in tante occasioni, in tanti miei concerti. Stavamo provando e a un certo punto abbiamo iniziato a suonare alcune canzoni chitarra voce e violino. Dopo un po', eravamo in sala ad incidere "Folkrock"». 

Il 2012 ha ormai girato la boa ma nei prossimi mesi sembrano essere previste altre novità molto interessanti per i tuoi fans. Si dice che tu stia lavorando ad un album di inediti in uscita entro la fine dell'anno. A che punto sei e che cosa ci puoi anticipare?

«L'album di inediti è quasi pronto e uscirà però nella prima parte del 2013. Lo stiamo facendo con tanta energia e con parecchia emozione. Con molta forza e credo con poesia che scava fino in fondo. Difficile darti anticipazioni anche se il filo comune sarà l'idea del Sogno. Individuale, condiviso, sociale, perduto e cercato. Ci sarà la forza di chi continua a considerare l'esistenza come un qualcosa che va comunque vissuto fino in fondo».

Non hai mai nascosto di essere un fan di Springsteen. Le tue personali interpretazioni di "The Promised Land" su "Rock and Poems" e di "Thunder Road" su "Folkrock" esulano dalla semplice coverizzazione di questi brani. Le tue esecuzioni trasmettono amore e rispetto, sono veri atti di fede. Qual è il tuo rapporto con la produzione springsteeniana?

«Odio le coverizzazioni di Springsteen, ancor più se fatte da italiani. L'ho suonato raramente nei miei concerti, diversamente da quanto mi capita di suonare Dylan, per esempio. Tuttavia l'amore e il rispetto, come dici tu, sono assoluti. Insieme alla commozione che a volte mi capita di avere nel ritrovarlo, nell'avvicinarlo, nel sentirlo. Credo che il mio produttore e amico fraterno di vent'anni fa, Steven Van Zandt (lo storico chitarrista di Springsteen ha prodotto e arrangiato l’album "Nessuna resa mai" del 1990, ndr), che è anche il suo, condividerebbe questa impostazione».

Sei stato uno dei sessantamila che a giugno hanno assistito alla data milanese del "Wrecking Ball Tour". Ti è piaciuto il concerto di Springsteen?

«Assolutamente splendido, al di là di qualche problema acustico. Springsteen non va giudicato tanto per gli album, più o meno centrati, quanto per la meraviglia di quel che fa su un palco. Per l'emozione, per l'energia, per la commozione, per lo scambio continuo con la gente che è lì. Bruce dal vivo è una specie di miracolo, è l'essenza del rock'n'roll e della musica popolare senza confine. È la possibilità di veder cantare, ballare e sorridere insieme gente di sessantacinque anni e gente di venticinque. E non sto parlando di gente che normalmente ascolta il finto rock italiano che ci parla da una vita dei loro bar. Altra storia. Altro film. Altra classe».

Per finire Massimo, ti vorrei sottoporre a un gioco: le dieci domande secche.

- Spiaggia di sabbia o ciottoli? Scogliere della Bretagna e dell'Irlanda.
- Birra o vino? Vino bianco del nord-est italiano.
- Disco a 45 giri o a 33? 33 tutta la vita.
- Woody Guthrie o Pete Seeger? Woody. Ma son talmente legati che dovresti fonderli.
- Fragole con panna o fragole con cioccolato? Fragole con panna (grande passione).
- Oro o argento? Argento nei miei bracciali e una piccola catena d'oro per il mio collo. Con una piccola croce.
- Quercia o betulla? Quercia. Pensa alla copertina di "Folkrock".
- John Steinbeck o Jack Kerouac? Durissima. Li ho amati tanto entrambi. Forse in una scelta più razionale direi Steinbeck.
- Radio o televisione? Butterei entrambe per come sono oggi. Ascolto radio ogni tanto in macchina. E televisione per qualche film e qualche buona partita. Ma tutto molto poco. Per il resto, un uso spero intelligente di internet.
- Stato di New York o California? New York. Un pezzo d'America e un pezzo d'Europa insieme.





mercoledì 1 agosto 2012

Claudio Sanfilippo e "I paroll che fann volà"






Le canzoni di Claudio Sanfilippo hanno lasciato un segno importante nella storia della musica italiana. Brani del cantautore milanese sono stati portati al successo da Mina ("Stile libero" nell'album "Lochness" del 1992), da Eugenio Finardi ("Lucciola" nel disco "Occhi" del 1996), da Cristiano De André ("La notte di San Lorenzo" in "Sul confine" del 1995), da Pierangelo Bertoli ("Casual soppiatt swing" in "Canzone d'autore" del 1987), da Cecilia Chailly ("Oceano luce" in "Ama" del 2002) e da tanti altri. Vincitore nel 1996 della Targa Tenco con l'album d'esordio "Stile libero", Sanfilippo è un artista poliedrico. In questi anni ha pubblicato album interessanti ("Fotosensibile" del 2008 è il suo quinto disco), ha composto canzoni per bambini (alcune pubblicate nella collana dedicata a Geronimo Stilton), ha scritto libri (è del 2011 "Fedeli a San Siro").
Claudio Sanfilippo è stato anche uno degli ospiti dell'ottava edizione del Premio Nazionale Città di Loano per la musica tradizionale italiana andata in scena dal 23 al 27 luglio. Insieme al giornalista Gianni Mura e a Enrico de Angelis, Sanfilippo ha parlato di tradizione, di cultura milanese e dell'album "I paroll che fann volà", uscito nel 2003 e cantato in dialetto milanese.
Sanfilippo, raggiunto pochi giorni dopo il Premio, si è raccontato in questa intervista e ha parlato dei prossimi impegni artistici.



Nei giorni scorsi sei stato protagonista a Loano di un incontro condotto da Enrico de Angelis e a cui ha partecipato anche Gianni Mura, giornalista e tuo concittadino. Un bel match dialettico che si è concluso con una partita a calcio balilla. Che impressione ti ha fatto questa iniziativa? 

«Molto buona, la scena della musica tradizionale italiana in questi ultimi anni è cresciuta, nonostante la misera attenzione dei media. Mi ha fatto molto piacere l'invito a partecipare, io faccio musica in senso trasversale, la mia proposta "tradizionale" è solo una parte della mia musica, ma la mia attenzione per questo genere è sempre alta... Bello anche il finale a calcio balilla con Gianni, per la cronaca il match è finito in parità ma non finisce qui...».

Sei sulle scene da oltre sei lustri, cosa è cambiato nella musica in questi anni? 

«Domanda impegnativa. In sintesi: non esiste più un oggetto che trasporta la musica, la vita del cd è stata breve, la rete genera molte opportunità e molta confusione. Il panorama è completamente diverso rispetto a dieci/quindici anni fa, oggi chiunque può accedere a un pubblico attraverso i social networks. Quello che manca è un criterio selettivo, l'overdose di musica sta abbassando la soglia dell'attenzione, ma credo che la rivoluzione digitale abbia in serbo parecchie sorprese che col tempo capiremo meglio, siamo solo agli inizi. Per me, in fondo, non è cambiato nulla, continuo a scrivere canzoni col medesimo spirito, e a cantare dal vivo con la mia chitarra».

Nel 2003 hai pubblicato un album di canzoni originali in dialetto milanese, "I paroll che fann volà". Che valore ha il dialetto nella musica attuale e in particolare nella tradizione milanese? 

«Difficile generalizzare, ogni dialetto ha una storia propria. Il valore è sempre nella musica, non è detto che un album di canzoni in dialetto sia un evento positivo solo per l'aspetto lessicale. Per il milanese il discorso è più delicato. Milano è l'unico luogo in Italia in cui il dialetto ha perso ogni contatto con la realtà quotidiana, da decenni per le strade della città è difficilissimo intercettare una battuta in dialetto. Credo di essere uno degli ultimi testimoni dell'idioma ambrosiano ma non è un merito, il milanese mi è piovuto in testa per caso e per forza, sono cresciuto in una famiglia dove mia madre, mia nonna e mia bisnonna - nata nel 1881 - parlavano in dialetto. Io ho avuto il merito di mettere in campo un'attenzione inconscia. Poi, nel tempo, ho approfondito i riferimenti letterari, di cui il milanese è ricchissimo, soprattutto in ambito poetico: Carlo Porta, Delio Tessa ma soprattutto Franco Loi che è un poeta immenso».

Quest'anno il Premio Città di Loano ha assegnano a Nanni Svampa il Premio alla Carriera. La canzone milanese è tornata protagonista? 

«Sono contento che il mio amico Nanni abbia avuto questo riconoscimento, il suo lavoro sulla canzone lombarda e il suo "Brassens" in milanese sono un patrimonio di valore assoluto. Dire che questo possa significare un ritorno alla canzone milanese da protagonista è un azzardo che mi piacerebbe pensare vincente».

Ti piace ancora Milano? 

«A Milano sono nato e cresciuto, il fatto di essere milanese è un destino al quale non posso sottrarmi. Milano è la mia radice, per questo le ragioni per continuare ad amarla resistono ma si tratta di un viaggio personale, legato alle evocazioni che incrociano la memoria e il sogno. Il mio percorso artistico non è legato alla cronaca, la mia natura mi porta a esplorare quello che non si vede, seguo l'insegnamento di Saint-Exupéry: l'essenziale è sempre l'invisibile».

Le grandi metropoli hanno cancellato l'identità geografica e culturale di vaste zone della penisola ma a una analisi mi sembra che il nord Italia sia meno legato alla tradizione popolare rispetto al sud. A confermare questo mio pensiero è il numero delle produzioni discografiche del sud Italia nettamente superiori, dal punto di vista numerico, rispetto a quelle del nord. Sei d'accordo? 

«Certo, è un fatto indiscutibile, d'altronde l'immigrazione dal sud verso le città del nord ha cambiato la geografia orale della nostra penisola da almeno quarant'anni. Milano, per citare un esempio a me vicino, è da decenni una città cosmopolita e lo sta diventando sempre di più. Al sud il dialetto è quasi sempre la lingua più parlata, al nord quasi mai. È un fenomeno che non dipende dalla volontà della gente del nord o del sud, è così e basta».

Rassegne come quella di Loano sono fondamentali per conservare la memoria e far conoscere la tradizione musicale italiana. I giovani vi partecipano sempre con grande curiosità e passione. Secondo te, in questo periodo la musica tradizionale può rappresentare un punto di riferimento e di stimolo per le giovani generazioni? 

«La musica tradizionale è un patrimonio che è bene valorizzare, è una ricchezza per tutti e per i giovani in modo particolare. L'Italia ha passato diversi decenni cercando di oscurare le proprie tradizioni, musicali e non, in nome di un tacito patto sociale che considerava la lingua nazionale un'icona ineludibile a garanzia di uno sviluppo culturale che non contemplava gli idiomi locali. Se guardiamo i dati di alfabetizzazione di qualche decennio fa è una tendenza che si può giustificare, ma per ogni cosa c'è un prezzo. L'identità culturale fa parte di quel prezzo. Oggi assistiamo a uno strano mix di pulsioni globalizzatrici, spesso indotte dai massimi sistemi, come il mito dell'Europa (e della sua valuta...) che si mescolano a spinte identitarie sempre più forti. Io non so dove stanno il bene e il male, so solo che se dal panettiere mi capita di scambiare due battute in milanese sono contento. E se la stessa cosa mi capita in Friuli o in Sicilia, idem».

Visto che abbiamo parlato di giovani, ti chiedo se hai un messaggio per loro. 

«Ah, questa è difficile. La cosa più importante forse è l'autenticità. Che ognuno trovi la forza e il coraggio di guardare le cose con lo sguardo nudo, aperto, pronto a seguire quello che arriva dal proprio profondo e non dalle sirene del mercato e del mondo ipercomunicato».

Nel corso della tua carriera quali sono stati gli incontri fatali, quelli che hanno segnato la tua musica? 

«Tanti, ne dimentico senz'altro qualcuno. Il primo imprinting è arrivato dalle canzoni degli anni Venti/Trenta che sentivo cantare in casa. Poi un 45 giri di Mina che cantava "La canzone di Marinella" di De André e "La Banda" di Chico Buarque. Poi Leonard Cohen e Dylan, De André, De Gregori, Conte, il primo Fossati, Jannacci, Gaber. Il jazz, tanto jazz, Bill Evans e Chet Baker su tutti. E poi gli incontri più fatali di tutti: Jobim, Joao Gilberto, James Taylor e Joni Mitchell. Potrei continuare... Invece, parlando dei musicisti con cui ho collaborato mi piace citarne due: Francesco Saverio Porciello e Rinaldo Donati».

Dici di non saper leggere il pentagramma e di non sapere i nomi degli accordi. Come nascono le tue canzoni? 

«Ho imparato a suonare copiando quelli più bravi di me. Ho sviluppato un mio modo di suonare e di scrivere, compongo cercando armonie particolari, a volte mettendo le dita sulle corde in modo casuale per sentire un impasto sonoro nel quale la melodia può nascere aperta e sorprendente. Di solito parto dalla musica e scrivo il testo in contemporanea, mi lascio scorrere. Partire da un testo definito mi mette in difficoltà. Può capitare invece che una frase particolarmente interessante, poetica, contenga un germoglio melodico che innesca la partenza. Insomma, la regola è una non regola, quello che accade veramente non lo so, sono sincero. Quello che mi interessa è sentire un brivido di piacere, sentire che quello che sto scrivendo ha senso».

Quali sono i tuoi progetti futuri? 

«Lo scorso inverno ho registrato un album di canzoni inedite, a parte un'interpretazione de "La canzone di Marinella", che si mescolano alle poesie di un amico marchigiano, Filippo Davòli, lette da Neri Marcorè. Spero e credo di vederlo pubblicato entro la fine del 2012. In autunno mi dedicherò a un album inciso dal vivo per chitarra e voce dove userò tutte le mie chitarre. Parallelamente continuo a scrivere libri, un anno fa è uscito "Fedeli a San Siro" (Mondadori), scritto con Tiziano Marelli, da qualche mese ho terminato una raccolta di racconti che mi auguro venga pubblicata nei prossimi mesi».

Infine per concludere le dieci domande secche…

- Cassoeula o tortellini? Cassoeula tutta la vita, sapendo però di avere davanti un camino e una poltrona.
- Chitarra a 6 o 12 corde? Sei corde, la dodici corde è una variabile gustosa, ma la sei corde è la compagna ideale.
- Venere o Stella Polare? Stella Polare, punto cospicuo. Più affine all'andar per mare.
- Marzapane o pandoro? Marzapane, la mia origine è per metà milanese (mia madre) e per metà siciliana (mio padre). Il marzapane mi riporta alla pasta di mandorla, che poi sarebbe più precisamente la pasta reale. E poi il pandoro se la gioca col panettone, che è uno dei miei dolci preferiti.
- Jogging o tennis? Tennis, correre è una rottura di balle, mi piacciono gli sport dove si gioca.
- Jim Croce o Phil Ochs? Jim Croce, a sedici anni mi sono tirato giù gli accordi di "Operator" e "Time in a bottle", due grandi canzoni.
- Navigli o via Montenapoleone? È un calcio di rigore: navigli.
- Azzurro o giallo? Azzurro.
- Corriere della Sera o Repubblica? Nessuno dei due, da anni non c'è un quotidiano che mi piace. Repubblica è stato un giornale molto bello fino a una ventina d'anni fa, oggi se proprio devo scegliere dico Corriere della Sera.
- Asfalto o sterrato? Sterrato.


Titolo: I paroll che fann volá
Artista: Claudio Sanfilippo
Etichetta: Maxime Productions
Anno di pubblicazione: 2004

Tracce

01. I paroll che fann volá
02. Avril
03. L'è lée la donna mia  [Zé Keti - Hortêncio Rocha; adatt. in milanese di Claudio Sanfilippo]
04. I tosànn de Porta Tosa (con Nanni Svampa)  [R. Pilar - A. de Carvalho; adatt. di C. Sanfilippo]
05. Pavesi detto "l'avocàtt"
06. Ninna nanna
07. Con l'anima averta
08. La cà senza la gent  [Tom Waits; adatt. in milanese di Claudio Sanfilippo]
09. La lüs  [poesia di Franco Loi; musica di Claudio Sanfilippo]
10. Lader de stell e de mar
11. Senzabrera
12. Rosada
13. Milan, Coppi, Güzzi e Alfa Romeo
14. Mett su'l cafè
15. Scighèra





domenica 22 luglio 2012

Il Pantheon tutto al femminile di Roberta Alloisio








Tredici tracce per una dichiarazione d'amore. È quella fatta da Roberta Alloisio alla città di Genova con il disco "Janua". Un atto d'amore per l'universo femminile di cui fanno parte Genova e le sue figlie: lavandaie, donne vestite da marinai, venditrici di vento, monache spose. Il tutto chiuso in questo disco del 2011 premiato con la Targa Tenco. Un album di musica tradizionale, o forse sarebbe più corretto identificarlo con il termine più ampio di world music, in cui la Alloisio ha recuperato poesie dialettali e antichi scritti e li ha legati a eleganti sonorità che abbracciano la cultura del Mediterraneo. 
Per la Alloisio, artista che in oltre trent'anni di carriera si è divisa tra teatro e canzone, si tratta del secondo lavoro discografico dopo il raffinato "Lengua Serpentina" del 2007. Roberta Alloisio sarà a Loano martedì 24 luglio in occasione dell'ottava edizione del Premio Nazionale Città di Loano per la musica tradizionale italiana. Nel corso della serata, che la vedrà esibirsi sul palco dell'Orto Maccagli, riceverà il premio per il Miglior Album 2011, assegnatole da una giuria composta da oltre sessanta giornalisti musicali.
Alla vigilia dell'evento Roberta Alloisio con grande disponibilità ha risposto alle domande di questa intervista.    



Dalla Targa Tenco 2011 come migliore interprete al Premio Nazionale Città di Loano per la musica tradizionale italiana. L'album "Janua" ha sbaragliato la concorrenza. Sei rimasta sorpresa da questi importanti e prestigiosi riconoscimenti o in qualche modo te li aspettavi?

«Aspettarsi qualcosa non è nella mia natura, figurarsi un premio! No, non me li aspettavo proprio, li desideravo ma non me li aspettavo. Però devo dirti che con il primo disco – "Lengua Serpentina" che nel 2009 vinse il Premio Viarengo - avevo capito che c'era comunque ancora interesse per progetti forti, dove ricerca e creatività si sposano. Per me che arrivo dal teatro questo è un modo istintivo di agire, non sono mai mossa dal bisogno di esprimermi ma sempre dal bisogno di comunicare e dunque "porgo" più che posso, avvicino all'ascolto. Credo che venga premiato questo». 

Due rassegne che ti hanno già vista protagonista nel corso degli anni. Al Tenco giovanissima con l'Assemblea Musicale Teatrale, a Loano grazie all'album "Lengua Serpentina" con l'Orchestra Bailam. Come hanno influito sulla tua carriera musicale?

«Il primo Tenco non si scorda mai! Beh, era stata una grandissima esperienza, ricordo ancora le luci sulle balconate dell'Ariston, mi dicevo non dimenticare Robertina, non dimenticare… E poi erano anni d'oro, in quei giorni incontrai Benigni, Guccini, Vecchioni, Branduardi... Un bel battesimo grazie all'Assemblea Musicale Teatrale, gruppo cult genovese dove militava mio fratello Gian Piero. Il concerto fatto al Premio di Loano con l'Orchestra Bailam nel 2008 è stato invece importante come "segno" di accoglienza verso la mia nuova ricerca. In fondo ero una signora che dopo una carriera gregaria tra musica e teatro si era svegliata decidendo di proporre qualcosa di suo. Ed esibirmi prima (e insieme!) alla grande Elena Ledda, che di questa voglia era stata una delle artefici con "Amargura", è stata per me grande gioia». 

Tutte le volte che leghi la tua musica a Genova e alla canzone genovese i successi e i riconoscimenti arrivano puntuali. Che rapporto hai con la città e la tradizione musicale genovese tu che vivi a Ovada? 

«In realtà vivo a Ovada da pochi anni, sono cresciuta a Genova e genovese sono da parte di madre. Però all'epoca non mi sfuggì il fatto che un premio importante come il Viarengo mi arrivasse invece dal Piemonte, terra paterna. E proprio ringraziando tutte le mie ave piemontesi che probabilmente avevano mosso fili lassù per farmelo vincere - nonna Rita, bisnonna Taviula… - ho cominciato a pensare a tutte le donne della famiglia che per secoli hanno cantato e cantano, mia mamma ha ancora una bellissima voce! E dunque ho ringraziato anche il ramo materno: nonna Cisa, bisnonna Maria… insomma ho capito che da sempre ero assistita da un Pantheon tutto al femminile. Così è nato il desiderio di esprimere questa appartenenza in "Janua"».

"Janua" è una porta sulla tradizione della musica ligure ma allo stesso tempo vi si trovano anche riuscite sperimentazioni. Come è nato questo album?

 «"Lengua Serpentina" era stata un'operazione di grande teatro. Nel senso che sono andata a recuperare testi della tradizione letteraria a partire dal 1200 ma in realtà musicalmente era pieno di contributi contemporanei, da Franco Minelli leader dell'Orchestra Bailam che ha scritto e curato gli arrangiamenti, a Bruno Coli, Gian Piero Alloisio, Edmondo Romano. Insomma era la voglia di inventarci un folklore che fece partire il progetto ma il recupero fu soprattutto nei testi. La prima immagine di "Janua" invece è in un racconto di mia madre: sua nonna alla finestra con i "pendin" (i pendenti alle orecchie) che guarda il mare e aspettando il rientro degli uomini canta "Lanterna de Zena". Sono dunque partita da lì, e poi mi sembrava onesto affrontare la tradizione, in fondo con il primo disco avevo un po' barato».

Il disco vede protagoniste le donne: donne laboriose, fiabesche, imprevedibili. Che importanza hanno oggi le donne nel mondo della cultura e dell'arte in Italia?

«Non ragiono mai in termini di quote rosa e il fatto di esser donna non ha mai né favorito né limitato la mia espressione. Io vivo in questo guazzabuglio di generi senza fare troppa distinzione, se non quella del talento e dell'arte come grande possibilità evolutiva. Per tutti. Se mai sono preoccupata della poca attenzione che ultimamente c'è in generale per la cultura in Italia. Noi artisti sembriamo tutti una massa di adolescenti in preda a una passione giovanile. In un mondo sempre più spettacolarizzato noi che viviamo di questo lavoro sembriamo uno strana razza in via d'estinzione, un po' come i panda. Riguardo alle figure femminili del disco, diciamo che sono stata attratta da canzoni dove un'apparente normalità nascondeva invece storie sorprendenti, quasi estreme e spesso l'elemento di passaggio tra questi mondi era dato dalla notte. Proprio in "Lanterna de Zena" c'è Maria che gira nel porto alle 3 di notte vestita da marinaio, c'è Catarina che lava i panni "Al Pont de Mirabel", anche lei a notte fonda, e infatti probabilmente è una strega. La notte come mondo femminile, legato al potere della luna, dove si liberano i freni del controllo sociale, quando ancora i "normali" stavano a casa di notte. Le canzoni popolari in questo sono davvero strepitose, in poche strofe racchiudono mondi infiniti, pieni di rimandi tra cielo e terra». 

Quale interprete femminile della canzone popolare ti è particolarmente cara? 

«Una su tutte difficile dire, ma se mi costringi: Gabriella Ferri per il passato. Voce, ironia, strepitosa modernità e grande capacità di rilettura la rendono follemente immortale. Elena Ledda per il presente. Per la serietà della sua ricerca, per questo suo timbro evocativo, così ricco di suggestioni, nel suo canto ci sono tutte le donne di Sardegna». 

Tante sono le collaborazioni che arricchiscono "Janua". Ce ne puoi raccontare una di cui sei particolarmente orgogliosa o che non ti aspettavi per i risvolti umani e artistici? 

«Un disco non esisterebbe senza la collaborazione di decine e decine di persone. È davvero un impasto che poi lievita a modo suo. Però quando nasce devi avere vicino compagnie solide e visionarie quanto te. E dunque in primis grazie a Fabio Vernizzi che l'ha covato insieme a me, scrivendo, arrangiando, suonando. Con lui è nato e con lui vive ogni volta che lo portiamo in concerto. Poi sì, bellissima esperienza con Piero Milesi, che si è appassionato alla nostra "Ave Maria". Vederlo lavorare con Patrizia Merciari alla fisarmonica è una delle immagini forti che mi insegnano cosa è fare musica. È mancato pochi mesi dopo, quando risento il suo violoncello penso che ci abbia lasciato un regalo prima di andare… Grande incontro anche con Mario Arcari, gli ho spedito un improbabile testo del 1600 e dopo poco mi sono ritrovata una canzone potente ed evocativa, così, quasi senza chiedere. E per finire Armando Corsi, l'istinto musicale fatto persona, io che rimugino su ogni nota mi trovo a danzare sulla chitarra di questo signore con una strana libertà. E poi le voci di Esmeralda (Sciascia, ndr), la pazienza di Federico (Lagomarsino, ndr) mentre registravo, Marco Fadda, Riccardo Barbera, Roberto Izzo compagni di una vita, Max Manfredi, Margiotta, il mix di Marco Canepa…i Birkin Tree. Impossibile non citarli tutti, non ci sarebbe "Janua". E poi son tutti un po' belli, quando mi giro sul palco mi sento fortunata…». 

"Janua" è un disco di musica tradizionale, come ti sei avvicinata a questo repertorio?

«Ho avuto la fortuna di lavorare molti anni al Teatro della Tosse. Tonino Conte, pur essendo napoletano, ha sempre fatto ricerche molto approfondite sul repertorio popolare ligure, con grande passione e poca retorica. Per fortuna io passavo di lì. Fu lui a chiedermi di cantare le prime cose. Vent'anni dopo alcuni di quei pezzi sono diventati il punto di partenza per "Lengua Serpentina"». 

Ai concerti di musica tradizionale i giovani non mancano mai, come consideri questo fatto? 

«Perché la musica tradizionale parla un linguaggio ancestrale. Sono milioni di uomini e donne che continuano a parlare da secoli, è la storia che parla. Io credo che istintivamente arrivi questo. E poi musicalmente è diventato un territorio di grande sperimentazione, che spesso raggiunge livelli molto alti, pieno di rimandi culturali. In un solo concerto spesso si fa il giro del mondo!».

Per concludere le fatidiche dieci domande secche. 

- Torta pasqualina o acciughe fritte?
- Gonna o pantalone?
- "Bocca di Rosa" o "La guerra di Piero"?
- Anni '70 o i 2000?
- Papavero o glicine?
- Settembre o giugno?
- Posta elettronica o lettera tradizionale? 
- Acqua frizzante o liscia?
- Giorgio Gaber o Enzo Jannacci?
- Levante o ponente?

«Aiuto! Mi sto allenando a non avere opinioni, mi pare un momento in cui chiunque parla su qualunque cosa, dunque cerco di opporre una resistenza tutta mia. Quindi ti direi che prendo tutto, tutto mi piace e va bene, mi piace la torta pasqualina ma anche (tanto!) le acciughe fritte, alterno gonne e pantaloni con gioia, settembre mi delizia per i suoi tramonti malinconici ma quando arriva giugno e l'aria si fa calda e arrivano le rondini… insomma ogni cosa mi piace perché esalta la bellezza dell'altra e forse non ne esisterebbe una se non esistesse l'altra. Unica esitazione l'ho avuta leggendo Gaber e Jannacci. Adoro Jannacci e qui più che mai penso che l'uno abbia in parte nutrito la creatività dell'altro in quella meravigliosa palestra che è stata la Milano degli anni '60... però avendo avuto la fortuna e il lusso di lavorare con Gaber, posso dirti che in assoluto è l'artista più grande che io abbia conosciuto. Era assolutamente perfetto! Perfetto, una cosa difficile da dire, vero? Vedi che un'opinione ce l'ho».


Titolo: Janua
Artista: Roberta Alloisio
Etichetta: CNI
Anno di pubblicazione: 2011

Tracce
(testi e musiche)


01. Gli occhi della mia bella  [Antonio Conte, Bruno Coli]
02. Lanterna de Zena  [anonimo]
03. E stelle do mae cheu  [Giuseppe Cava, Fabio Vernizzi]
04. Venditrici di vento  [Max Manfredi, Fabio Vernizzi]
05. Al Pont de Mirabel  [anonimo]
06. Ave Maria Zeneize  [Piero Bozzo, Agostino Dodero]
07. La monaca sposa  [anonimo, Fabio Vernizzi]
08. Amore no te dubitare  [anonimo, Fabio Vernizzi]
09. Morettino  [anonimo]
10. Fado al santuario  [Max Manfredi, Armando Corsi]
11. Ed or n'è chiusa la porta e la persiana  [anonimo, Fabio Vernizzi]
12. Donna serpente  [Gian Giacomo Cavalli, Mario Arcari]
13. Donna che apre riviere  [Giorgio Caproni, Bruno Coli]


giovedì 19 luglio 2012

Giulia Millanta, Firenze-Austin andata e ritorno







La cantautrice fiorentina Giulia Millanta è una vecchia conoscenza del pubblico savonese. A novembre ha accompagnato l'irlandese Andy White in un tour che ha toccato anche Sassello (Savona). Ora Giulia, forte del suo nuovo disco intitolato "Dust and Desire" e disponibile dal 24 luglio in download digitale dalla piattaforma iTunes, tornerà domenica 22 luglio (ore 16.30) a calcare il palco della Cantina dei Frati in piazza Concezione a Sassello. Ancora una volta Giulia non sarà sola. Al suo fianco ci sarà uno dei più apprezzati chitarristi americani, il texano David Pulkingham, già spalla di Alejandro Escovedo.  
Con Giulia, raggiunta grazie agli ormai potenti mezzi tecnologici tra un concerto e l'altro del tour che proseguirà fino ad agosto inoltrato, abbiamo parlato del nuovo disco, dei tour e degli amici incontrati per strada.  


A novembre hai suonato insieme ad Andy White. Un bel set che è riuscito a scaldare l'ambiente nonostante il freddo e a richiamare a Sassello un buon numero di appassionati. Come è stato girare l'Italia insieme ad Andy?

«Andy è divertente ed è un grande artista, uno che di strada ne ha fatta tanta, alla vecchia maniera, chilometri fatti sulle strade per suonare in giro, per raccontare storie. Andy è uno che riesce a coinvolgere le persone, a comunicare e far divertire. Insieme abbiamo fatto date in Italia, Germania e Svizzera. Era in Italia anche a giugno ma purtroppo non ho potuto suonare con lui perché ero ad Austin. Durante le giornate passate insieme abbiamo sempre riso un sacco e soprattutto ci si perdeva sempre, nonostante il navigatore, e si finiva per girare in tondo per ore e scoprire poi che il locale dove dovevamo suonare era e tre metri! Colpa del navigatore. Uno dei momenti che ricorderò sempre è la grigliata fatta a Sassello alle 3 di notte con meno 20 gradi e grappa a scroscio. La mattina dopo non mi ricordavo neanche il mio nome». 

Domenica torni accompagnata da un grande chitarrista: David Pulkingham. Personalmente ho avuto la fortuna di poterlo apprezzare al Light of Day 2010 a Como insieme ad Alejandro Escovedo. Cosa ci puoi raccontare di lui e come è nata questa collaborazione? 

«Io e David ci siamo incontrati a Como lo scorso autunno, suonavamo al tributo a Townes Van Zandt. Io quella sera avevo la febbre ed ero veramente devastata. Prima del concerto ero dietro le quinte del teatro a scaldarmi, suonando dei pezzi per chitarra fingerstyle e David si è avvicinato chiedendomi il titolo del brano che stavo suonando, poi ci siamo scambiati i rispettivi dischi e ci siamo messi a chiacchierare. Siamo rimasti in contatto dopo quella sera. Quando sono tornata negli Stati Uniti in tour a dicembre-gennaio ci siamo incontrati nuovamente a New York e ad Austin e abbiamo suonato insieme. Abbiamo così scoperto una grossa affinità nel modo di suonare e sentire la musica. David è una persona di una sensibilità e di una umiltà veramente uniche. Ha un cuore grande e anche con lui non si fa altro che ridere». 

Ti sei trasferita per un periodo ad Austin, la capitale mondiale della musica dal vivo. Cosa ti ha lasciato questa esperienza e come è questo mondo molto lontano da noi? 

«Austin è un gran posto, molto diverso da quello a cui siamo abituati noi europei. Ogni sera ci sono circa cinquanta concerti, e sono solo quelli annunciati sul giornale. È un posto molto progressista, molto "vivi e lascia vivere" dove puoi vestirti come ti pare e gli uomini si mettono lo smalto sulle dita dei piedi! Sono stata accolta con un calore e un interesse davvero inaspettati. L'esperienza non è finita, anzi direi che è appena iniziata. Sono in Italia per circa sei settimane e poi torno lì, ho concerti e un appartamento che mi aspetta e che adoro». 

Dopo il tuo album d'esordio "Giulia and the Dizzyness" e l'ottimo "Dropping Down", in questi giorni esce il tuo terzo lavoro, "Dust and Desire". Quali sono state le tue ispirazioni e cosa ci riserva questo disco? 

«"Dust and Desire" è un disco nato un po' per caso, avevo voglia di fare una tappa intermedia dopo "Dropping Down" e prima del mio prossimo disco ufficiale. "Dust and Desire" doveva essere un EP di 4 pezzi o un bootleg ma alla fine mi sono lasciata prendere dall'entusiasmo ed è diventato un disco di otto pezzi (nove nella versione digitale). Un disco acustico e scarno in cui per la prima volta canto in spagnolo e anche in italiano. Austin è un gran calderone di energie e contaminazioni, quindi il posto adatto per sbizzarrirsi e sperimentare».

In "Dust and Desire" hai curato tutta la produzione, come è successo con il precedente lavoro o ti sei avvalsa della collaborazione di altri professionisti?

«L'idea era di fare nuovamente da produttore e arrangiatore, poi David si è offerto di co-produrre il disco con me. In più ho avuto l'immenso piacere di registrare al Church House Studio di Austin, con David Boyle, una persona splendida, oltre che un gran fonico e musicista. Con me hanno registrato musicisti del posto, Hector Munoz alle percussioni e Brian J Standefer al violoncello».

In queste settimane sei in tour ma il tuo ultimo concerto da spettatrice qual è stato?

«Paco de Lucia ad Austin e prima di lui il mitico Willie Nelson! Li ho adorati entrambi».

Il detto è 'non c'è due senza tre'. Quindi dopo Andy White e David Pulkingham con chi ti piacerebbe girare l'Italia la prossima volta?

«Domanda troppo difficile, voglio girare con persone con cui ho affinità, con cui condividere la strada, non solo in senso di chilometri sotto le ruote della macchina. Persone con cui dividere un pezzetto di cuore e di anima».

Per concludere ecco le dieci domande secche.

- Chianti o Vermentino? Chianti…vino rosso!! Il bianco a piccole dosi, il rosso sempre anche a colazione.
- Bob Dylan o Bruce Springsteen? Sinceramente nessuno dei due. Comunque se devo scegliere dico Bruce per un legame affettivo, lo ascoltavo quando avevo 10 anni.
- Stanley Kubrik o Quentin Tarantino? Kubrik, lo amo.
- Mareggiata o calma piatta? Mareggiata! Sono di padre livornese, il libeccio ce l'ho nel sangue.
- Margherita o rosa? Margherita, umile e solare.
- Cannolo siciliano o tiramisù? Prosciutto??? non sono molto amante dei dolci!
- Ipod o vinile? Vinile ovviamente, l'Ipod neanche ce l'ho e continuo a sentire musica su cassette.
- Luna piena o crescente? Piena…così ululo!
- Appaloosa o arabo? Difficile a dirsi, li amo entrambi. L'arabo è matto ed elegante, l'appaloosa è affidabile e ci fai i chilometri.
- Sandali o tacchi a spillo? Tacchi ma non a spillo, direi più zeppona alla David Bowie o stivalone alla Neil Young.



lunedì 2 luglio 2012

Chiara Ragnini, la poetessa nerd "smanettona"





Genovese, lunghi capelli biondi e sorriso contagioso. Chiara Ragnini è tutto questo e molto altro. La ventinovenne Ragnini è una delle figure emergenti della canzone d'autore italiana. Ha vinto il Premio Donida 2011, ha trionfato a Roma nel The Place Lab riservato ai nuovi talenti, è stata finalista di Area Sanremo 2011. Questi solo alcuni degli attestati di merito conferiti dalla critica a Chiara. Il suo primo album ufficiale si intitola "Il Giardino di rose" (2011) e non è passato inosservato (con lo pseudonimo di Ceanne Mckee nel 2008 aveva pubblicato l'autoprodotto "Wonderland"). Un album piacevole, fresco, giovanile in cui chitarra e voce sono gli indiscussi protagonisti. Al disco hanno contribuito Claudio Cinquegrana (chitarre e missaggio), Max Matis (basso) e Sandro Vignolo (percussioni e batteria).
Chiara Ragnini, in trio, si esibirà il 5 luglio a Finale Ligure, in piazza Vittorio Emanuele II (ore 21), in occasione di "Finale Ligure per Finale Emilia. Concerto per le popolazioni colpite dal terremoto".
Chiara si racconta in questa intervista a poche ore da questo importante evento.



Chiara, la tua strada è quella della grande scuola dei cantautori genovesi oppure punti su un altro genere? A chi ti senti più vicina?

«Istintivamente la figura del cantautore chitarra e voce può essere fuorviante, se poi è anche genovese non ne parliamo, nel mio caso mi colloco nel mondo della musica pop con sfumature inevitabilmente cantautorali e acustiche. La strada che sto percorrendo c'entra dunque poco con la scuola genovese: mi definisco cantautrice in quanto interprete delle canzoni che scrivo ma nulla di più».

Ti senti vicina a qualche cantautore genovese?

«Se ti devo dire la verità a nessuno in particolare: la tradizione cantautorale genovese è ben portata avanti da tanti bravi artisti della mia città. Se devo citarne tre su tutti: Max Manfredi, Federico Sirianni e Giua».

Perché secondo te è così difficile trovare cantautrici della scuola genovese che si sono affermate nel corso degli anni?

«In realtà a Genova, negli ultimi anni, il fermento cantautorale femminile è notevolmente cresciuto. È un fermento differente rispetto alle grandi figure come De Andrè, Lauzi, Paoli, che cerca di ritagliarsi spazio nel panorama musicale nazionale guardando con rispetto i grandi cantautori ma cercando di costruirsi un'identità propria, con un certo distacco in termini di evoluzione dalla tradizione passata».

Allargando gli orizzonti, quali cantanti apprezzi maggiormente?

«Vinicio Capossela è in assoluto l'artista italiano che apprezzo maggiormente, insieme a Samuele Bersani, Tiziano Ferro, Elio e Le Storie Tese, Jovanotti, Mauro Ermanno Giovanardi, ma anche Erica Mou, Malika Ayane, Noemi, Musica Nuda (Magoni/Spinetti)... e ancora, fra gli stranieri, Janelle Monàe, i Caravan Palace, i Calexico, i Belle and Sebastian. Guarda, i miei ascolti sono davvero eterogenei e variegati, ascolto davvero di tutto spaziando dal rock al punk, dal blues al metal, dall'elettronica al jazz. Non voglio darmi limiti a tutto quanto possa regalarmi emozioni».

Con l'album "Il Giardino di rose" hai fatto parlare i critici, hai vinto premi e sei balzata agli onori della televisione. In tutto questo susseguirsi di eventi ed emozioni hai ancora il tempo di tenere vivi i rapporti con i tuoi fans su Facebook. Cosa rappresenta oggi internet per gli artisti della nuova generazione?

«Aggiungiamoci anche che nella vita di tutti i giorni lavoro in ufficio dalla mattina alla sera e otterrai l'immagine perfetta di una brava stakanovista! A parte gli scherzi, internet è un mezzo potentissimo dal quale non si può più prescindere: bisogna conoscerlo, saperlo usare e sfruttare al massimo a proprio uso e consumo. Il web è il mezzo principale che noi artisti poco noti abbiamo a disposizione, nell'attesa di ottenere la visibilità che solo i grandi mezzi di comunicazione possono riuscire a darti. Personalmente, lo utilizzo per stringere e approfondire contatti, organizzare concerti ed eventi, restare in contatto diretto con chi mi segue e naturalmente promuovere la mia musica».

Quali sono attualmente le maggiori difficoltà che una giovane artista deve affrontare per farsi strada nel mondo musicale italiano?

«Sicuramente la difficoltà maggiore è scontrarsi con la diffidenza da parte delle grandi case discografiche verso nuovi progetti che non siano passati prima attraverso un talent show: Amici e X Factor sfornano ogni anno nuovi prodotti che costituiscono la percentuale maggiore degli artisti del nostro attuale panorama musicale. E intendo artisti che vendano dischi e che riescano a fare della musica realmente il proprio mestiere. A parte qualche rarissima figura che ancora ha voglia e coraggio di investire nei nuovi talenti - vedi Caterina Caselli con la sua "Sugar" - attualmente la situazione per un artista sconosciuto che voglia crescere professionalmente e artisticamente è tragica: o passi dalla televisione o non sei nessuno».

Nel tuo sito ti definisci "poetessa nerd smanettona". Questo perché ti sei laureata in informatica con il massimo dei voti e poi perché?

«Guarda, questa definizione è nata alcuni mesi fa e mi faceva particolarmente sorridere, così l'ho inserita all'inizio delle mie note biografiche: mi piace tantissimo il connubio fra l'immagine che offro musicalmente, di cantautrice quasi eterea, con i capelli biondi e gli occhi azzurri, dietro la quale si cela invece una vera nerd con la N maiuscola, che ama programmare, assemblare pc, "smanettare" insomma con il computer come tanti altri coetanei prettamente di sesso maschile. È un po' il maschiaccio che è in me e che ogni tanto viene fuori di nascosto quando meno te lo aspetti!».

Giovedì 5 luglio sarai a Finale Ligure per un concerto a favore dei terremotati dell'Emilia. Cosa rappresenta per te questo appuntamento?

«Sono davvero orgogliosa di partecipare a questo evento così importante: l'Emilia ha bisogno di tutto il nostro sostegno, non solo morale ma anche e soprattutto economico, e ancora ne avrà nei prossimi mesi, perciò ben vengano occasioni come questa dove con la nostra musica possiamo dare davvero una mano. A fine settembre sarò a Torino per un altro evento importante come questo e sono veramente felice di poterci essere».

Quando e perché hai deciso di intraprendere la carriera di musicista?

«Ti rispondo con una frase che ci disse Gino Paoli alcuni mesi fa a Sanremo in occasione dei corsi di Area Sanremo: non sei tu a scegliere la musica, è la musica a scegliere te. Mi ci ritrovo benissimo in questa affermazione: la musica è prima di tutto un bisogno che va soddisfatto e che io affronto sempre con grande professionalità, serietà, costanza e determinazione. Se poi riuscirò a farne anche un mestiere e a vivere di questo, sarà prima di tutto un grande privilegio e subito dopo una bellissima soddisfazione».

Quanto ti ha aiutata vincere il Premio Donida 2011?

«Il Premio Donida mi ha portato davvero tanta fortuna. È un riconoscimento importante in mezzo a fiumi di concorsi che spesso si rivelano male organizzati, poco seri e soprattutto privi di alcuna prospettiva reale. Non è chiaramente un concorso di per sé a cambiarti la vita artistica, ma può esserlo, come in questo caso, l'insieme di persone che ne fanno parte e che si presentano nel tuo percorso come punti di riferimento che magari prima non c'erano. Grazie al Donida lo scorso anno sono entrata in contatto diretto con la Universal Music Publishing, che ha edito "Gli scoiattoli nel bosco", l'opera vincitrice, e questo è stato un ottimo punto di partenza per collaborazioni future. Ho ricevuto moltissimi apprezzamenti dai principali critici musicali nazionali presenti in giuria quella sera e con i quali continuo a mantenere ottimi rapporti. Insomma, occasioni come questa ti permettono di crescere e soprattutto di entrare in contatto con certe realtà dalle quali sicuramente sarebbe più difficile farsi notare. Infine, sono stata ospite di tanti grandi eventi in qualità di vincitrice, primo fra tutti il concertone in piazza Colombo a Sanremo l'ultimo giorno del Festival lo scorso febbraio, dove ho condiviso il palco con Stefano Centomo e Povia, artisti che stimo molto e di grande professionalità. Come diceva il vecchio detto? Chiusa una porta si apre un portone!».

Stai lavorando a un nuovo progetto discografico o stai raccogliendo le idee?

«In questi mesi stanno nascendo nuove canzoni, che sto curando, coccolando e lasciando maturare in vista di un nuovo progetto discografico, che spero di riuscire a realizzare non più da sola ma insieme a professionisti del settore che vogliano credere in quello che propongo e investirvi senza paura».

Qual è il tuo sogno nel cassetto nella vita e nella carriera?

«Il mio sogno più grande è poter vivere di musica e sentirmi davvero realizzata e felice».

Direi che domande te ne ho fatte abbastanza, me ne tengo alcune per la prossima puntata, magari quando uscirà il tuo nuovo album. Mi piace però terminare con il gioco delle dieci domande secche. Eccole quindi.

- Oceano Atlantico o Pacifico? Pacifico... come me!
- Sci di fondo o alpino? Sci di fondo: adoro stare in mezzo alla natura e poi sai quante calorie si bruciano facendo fondo?
- Granita alla mandorla o gelato al cioccolato? Granita alla mandorla: fresca e dolce, come la mia musica!
- Joan Baez o Janis Joplin? Joan Baez, per la sua raffinatezza.
- Lana o cotone? Cotone, soprattutto in questi giorni che fa caldissimo!
- Stivali o sneakers? Sneakers, amo la comodità!
- Il Silenzio degli Innocenti o Sulle ali della libertà? Bellissimi libri li ho letti entrambi anche se il secondo è un racconto, ma da fanatica di King non posso che scegliere The Shawshank Redemption.
- Gozzo o barca a vela? Gozzo, come quello che vorrebbe avere mio papà.
- Lambrusco o Vermentino? Lambrusco e pop corn!
- Cime tempestose o Le Cronache di Narnia? Le Cronache di Narnia perché la fantasia viene prima di tutto e senza di essa non saremmo niente.


Titolo: Il giardino di rose
Artista: Chiara Ragnini
Etichetta: autoproduzione
Anno di pubblicazione: 2011