lunedì 28 gennaio 2013

Piacere di conoscervi, sono Michele Savino







"Piacere di conoscervi" è il primo EP di Michele Savino, cantautore e compositore genovese che si sta ritagliando un certo spazio nel panorama ligure. Questo anche grazie alle collaborazioni, in veste di arrangiatore e musicista, con artisti emergenti come Chiara Ragnini e Geddo, e soprattutto con Maurizio Di Tollo, polistrumentista di area prog (ha suonato tra gli altri con La Maschera di Cera, Finisterre, Hostsonaten, Rohmer, Moongarder, The Watch) che nel 2012 ha pubblicato il suo primo album solista dal titolo "L'uomo trasparente".
Ritmo, ironia e sensibilità sono gli ingredienti principali di questo interessante e piacevole biglietto da visita presentato da Savino. Protagonisti delle sei tracce dell'EP sono personaggi comuni che vivono storie di tutti i giorni e osservano il mondo con gli occhi della normalità. I testi pescano, invece, nella ricca tradizione cantautorale genovese mescolando citazioni a episodi narrativi infarciti da caratteri di introspezione e allegria.
Il disco è stato registrato all'Hilary Studio di Genova. Insieme a Savino nell'album hanno suonato Saverio Malaspina, già batterista dei Meganoidi e dei Blindosbarra, il bassista Pietro Martinelli, il chitarrista Fabrizio Cosmi ed Elisabetta Marinucci ai cori.
Un'ottima occasione per conoscere Michele Savino sarà offerta da Pozzo Garitta, storico locale di Albissola Marina che lo ospiterà in concerto il primo febbraio (ore 21.30).
Presentiamo l'evento pubblicando questa chiacchierata con Michele.



Chi è Michele Savino?

«Michele Savino è un musicista curioso e poliedrico. È anche un po' filosofo, infatti ha scritto un brano che si intitola "Volevo essere Umberto Eco". Gli piace osservare il mondo e i suoi abitanti. Certe volte mette queste riflessioni sotto forma di musica e parole, ed ecco il motivo per cui siamo qui ora, tu a domandare e lui, Michele Savino, a rispondere».

Come ti sei avvicinato alla musica?

«Ci sono state due fasi: la prima, quella dell'eredità familiare, riguarda la musica classica. I miei genitori sono entrambi due musicisti professionisti in questo settore e fin da piccolo ho potuto ascoltare i grandi Maestri. Gli studi al Conservatorio hanno poi consolidato questo aspetto della mia formazione. Allo stesso tempo sentivo l'esigenza di aprirmi a mondi sonori diversi e allora ecco la fase due: sale prova, concerti, negozi di dischi, internet. Consumo cultura pop con l'appetito degli autodidatti».

Cosa ti ha spinto a pubblicare il disco "Piacere di conoscervi"?

«"Piacere di conoscervi" è il mio biglietto da visita. Un modo garbato di presentarmi al pubblico e di condividere il mio modo di raccontare la realtà».

Sei tracce per dire cosa?

«Non è un disco a tema: ogni brano ha il suo messaggio. Mi piace che ogni ascoltatore possa dare la sua interpretazione. Ma ciò che unisce, a livello di scrittura, è il tentativo di coniugare la profondità dei temi a un modo leggero e scanzonato di raccontarli. Chi ha detto che per parlare di cose serie si debba stare con il muso e l'aria afflitta? Prendi "Il cornicione", a un primo ascolto può sembrare il brano più pop del disco, puoi fischiettarlo, puoi canticchiare il testo in rima. Ma in quel brano c'è anche una riflessione sulla vita e sulle scelte che, prima o poi, ciascuno è chiamato a fare. Spesso, è proprio nelle situazioni disperate che tiriamo fuori il meglio di noi stessi».

Che funzione ha l'ironia nei testi delle tue canzoni?

«L'ironia, per quanto mi riguarda, è la luce che illumina un dettaglio trascurato, un particolare che non viene ripreso dal punto di vista ufficiale. Quanto più la situazione è seria e tanto più mi piace smascherare gli aspetti surreali e grotteschi del reale. A essere onesti, bisogna dire che nel nostro paese non c'è molto da sforzarsi: guardi un telegiornale e hai almeno dieci spunti diversi».

Testi a tratti ironici abbiamo detto, ma anche amari ritratti del mondo attuale. Mi viene in mente "L'ultimo giorno di stage"…

«Le canzoni a tema sociale sono delicate. Si rischia di scivolare nel pietismo o, in alternativa, nello slogan da comizio. Ne "L'ultimo giorno di stage" ho cercato di mettere al centro l'esperienza di molti, giovani e non, che devono affrontare il mondo del lavoro in questo momento delicato. È un mondo dove spesso non ci sono buoni e cattivi: il protagonista vive immerso in un sistema più grande delle sue emozioni, dei suoi desideri e si sente spaesato».

Quali sono i musicisti che hanno maggiormente influenzato i tuoi gusti musicali?

«Spesso mi piace omaggiare gli artisti a cui sento di dovere qualcosa, riproponendo dei loro brani in concerto. Limitandomi all'universo della canzone, direi in primis i francesi: Aznavour e Trenet. Poi moltissimo pop inglese: dai Beatles, agli XTC, Joe Jackson, fino a gruppi in attività come i Divine Comedy. In Italia, oltre alla tradizione della canzone anni '30 e '40, ti direi nomi come Renato Carosone, Lelio Luttazzi, Paolo Conte, Sergio Caputo. Senza dimenticare un grande della scuola genovese: Umberto Bindi».

Nel tuo sito ti definisci ‹un cantautore con le sue dieci dita su un pianoforte rock›. Ci spieghi perché?

«Nella canzone d'autore italiana il pianoforte è visto sempre come uno strumento delicato, anche per il suo legame con il jazz. Io necessito di un approccio più fisico con lo strumento, di strapazzarlo anche un po'. Per questo mi piace molto l'approccio di Ben Folds, cantautore americano, che suona il pianoforte in modo colto ma muscolare».

Quando si parla di Genova musicalmente si pensa subito ai tanti cantautori che hanno fatto la storia della canzone italiana. Che insegnamento ti hanno trasmesso?

«La scuola genovese mi ha insegnato che la canzone può essere un meraviglioso ponte tra l'arte e la vita: un modo diretto ma allo stesso tempo profondo di comunicare valori, storie ed emozioni. E anche il fatto che un'arte cosiddetta "popolare" può avere rigore e ricercatezza pur essendo, media permettendo, fruibile a tutti. Poi se andiamo nello specifico, a ogni artista "invidio" qualcosa: ascolto con attenzione e cerco di imparare».

Quali sono i tuoi progetti futuri?

«Promuovere "Piacere di conoscervi" il più possibile nel mondo reale attraverso i concerti e in quello virtuale. Far conoscere il mio nome agli addetti ai lavori, al pubblico che si interessa di canzone d'autore e fare in modo che la musica continui a essere uno straordinario veicolo per conoscersi e condividere le proprie passioni, sentimenti ed umanità».

Per finire ti sottopongo al gioco delle dieci domande secche…

- Aprile o ottobre? Ottobre perché compio gli anni. E poi, ho un debole per l'autunno.
- Fragola o ciliegia? Fragola, perché se vai in una gelateria e hanno il gusto alla fragola buono, quello è un gelataio serio.
- Fiume o lago? Fluisce come la vita e attraversa culture e civiltà diverse... come il Danubio raccontato da Claudio Magris nell'omonimo romanzo. Scelgo fiume.
- Radio o televisione? Televisione: nel bene e nel male sono un figlio degli anni '80.
- Est o ovest? "No east no west" cantava Scialpi, e forse aveva ragione. Oggi ognuno ha bussole e    punti di riferimento personali.
- Arrivare o andare? Tutti si sentono arrivati e nessuno ha voglia di andarsene: che paese ti ricorda?
- Vista o tatto? La vista è il senso più stimolato dei nostri tempi. Preferisco il tatto di una carezza o delle dita sul pianoforte.
- Il Louvre a Parigi o l'Hermitage a San Pietroburgo? Louvre: aggirarmi per le sale con in testa ‹Sì… vorrei rubarla... vorrei rubare quello che mi apparteneva... sì… vorrei rubarla... e nasconderla in una cassa di patate, di patate› del grande Ivan Graziani!
- Pedalò o moscone? Pedalò. Ho sempre bisogno di parole tronche nei miei testi.
- Aceto o limone? Aceto balsamico, gran squisitezza.



Titolo: Piacere di conoscervi
Artista: Michele Savino
Etichetta: autoproduzione
Anno di pubblicazione: 2012

Tracce
(testi e musiche di Michele Savino)

01. Il cornicione
02. È solo orgoglio
03. Se potessi dirti tutto
04. L'ultimo giorno di stage
05. Volevo essere Umberto Eco
06. Vicoli





lunedì 21 gennaio 2013

Daniele Ronda e "La sirena del Po"







Dalla musica pop alla dance, per approdare infine alle canzoni in dialetto. Un bel viaggio artistico per Daniele Ronda, cantautore piacentino, che due anni fa ha deciso di interrompere la sua attività di autore e dedicarsi in prima persona alla carriera di musicista. Ronda ha iniziato, infatti, scrivendo canzoni per altri artisti. Intensa è stata la collaborazione con Nek che ha portato al successo brani scritti da Ronda come "Almeno stavolta" e "L'anno zero", inseriti nell'album "Nek the best of... L'anno zero" uscito nel 2003, o come "Una parte di me", "Notte bastarda", "Va bene così" e "Lascia che io sia", con cui Nek ha vinto l'edizione 2005 del Festivalbar. Tre brani di Daniele Ronda sono finiti anche nell'album "Nella stanza 26" e la canzone "Tira su il volume" è stata inserita da Nek nel disco del 2009 dal titolo "Un'altra direzione". L'autore piacentino ha collaborato anche con Massimo Di Cataldo, scrivendo per lui il brano "Amami", e insieme a Pasquale Panella ha composto per Mietta la canzone "Baciami adesso". Anche in ambito dance Daniele Ronda ha lasciato la sua impronta scrivendo successi di caratura internazionale come "Desire" per dj Molella.
La maturità artistica è arrivata una volta indossati i panni di cantautore. Nel 2011, a 27 anni, Ronda ha deciso di tornare a Piacenza e intraprendere un nuovo percorso artistico. Gli incontri con Sandro Allario, grande fisarmonicista bergamasco, e con il bassista cuneese Carlo Raviola hanno fatto il resto. Insieme hanno dato vita al gruppo Folklub, a cui si sono aggiunti Lorenzo Arese (batteria e cori) e Gianni Satta (tromba e tastiere), e nello stesso anno è stato pubblicato l'album in dialetto "Daparte in folk", premiato al Mei come "Miglior progetto musicale in dialetto dell'anno". Il disco è stato impreziosito dai duetti con Davide Van De Sfroos, campione del cantautorato dialettale, e l'ex cantante dei Nomadi, Danilo Sacco. A fine 2012 è arrivata la seconda fatica discografica di Daniele Ronda e Folklub dal titolo "La sirena del Po" e in questi giorni è partito il tour che lo porterà a suonare sabato 26 gennaio all'Osteria del Vino Cattivo a Cairo Montenotte.
Per presentare nel migliore dei modi l'evento valbormidese abbiamo fatto quattro chiacchiere con Daniele che in questa intervista si è raccontato e ha descritto la sua visione del mondo. 



Daniele avresti potuto continuare a scrivere canzoni per altri, invece hai deciso diventare protagonista sul palco. Perché questa scelta?

«Fare il lavoro di autore per altri e fare il cantautore sono due cose diverse. Hanno molti aspetti in comune ma anche delle differenze sostanziali. Quando si scrive per un altro artista c'è dietro un grande lavoro di ricerca. Si vanno a toccare stili, generi, colori e suoni che se dovessi comporre per te stesso magari non affronteresti. In un certo senso sei una specie di sarto e di psicologo che deve prendere le misure su un altro artista, su un altro interprete. Quello che vuoi dire dovrà passare attraverso un'altra personalità, un altro modo di affrontare le cose e il tutto deve essere credibile. È un lavoro che non rinnego e che mi ha dato tanto, però c'è stato un momento in cui ho avuto bisogno di dire quello che sentivo in maniera diretta, con il mio linguaggio. Il vestito lo dovevo indossare io in quel momento, e doveva essere un vestito che convincesse me, che utilizzasse il mio modo di pormi, il mio modo di parlare alla gente, di comunicare».

È più facile scrivere canzoni o andare in tour ed esibirsi di fronte agli spettatori?

«L'importante è che qualsiasi cosa si faccia sia vera e naturale. Le difficoltà che si incontrano non hanno peso quando si seguono le proprie convinzioni. Sentivo di aver bisogno di salire sul palco, di suonare e cantare dal vivo. È una questione di esigenze, di quello che si vuole fare. Questa voglia di esprimermi mi ha fatto imboccare questa strada e sono veramente contento perché mi sta dando notevoli soddisfazioni».

Perché hai scelto a 27 anni di tornare a casa nella tua Piacenza e cercare nei tuoi luoghi d'origine le fondamenta della tua musica?

«La musica nel mio caso va di pari passo con la mia vita e si condizionano vicendevolmente. In questo caso è accaduto che ho scoperto per la prima volta quanto fosse per me importante il legame con le radici, le origini, la mia terra. Ho scoperto quanto fosse importante avere un punto di riferimento in questo periodo in cui i valori sono un po' traballanti e tutto ciò mi ha portato anche a riscoprirmi dal punto di vista musicale. Io ho sempre amato il folk, però questa svolta mi ha avvicinato e legato ancora di più a questo genere che è il più genuino, il più semplice, il più diretto che esista, pur essendo ricchissimo di colori, di suoni, di sfaccettature. La scelta musicale è andata un po' di pari passo con quello che mi è successo nella vita, con quello che ho scoperto nel mio percorso e di quanto sia importante la storia delle persone».

Quindi non occorre andare lontano per trovare l'ispirazione, anche la provincia trasmette stimoli?

«Assolutamente sì, anche se io non faccio enormi distinzioni tra provincia e grandi metropoli. Io l'ho cercata la grande metropoli, nel senso che c'è stato un periodo in cui ho pensato che la provincia mi stesse stretta e così ho preso la strada verso la grande metropoli. Mi sono trasferito a Milano, la metropoli più vicina a casa mia, e poi mi sono reso conto che il giovedì e il venerdì sera non vedevo l'ora di tornare a casa, di rivedere le mie strade, i miei amici, gli ambienti, assaporare gli odori e i sapori, la nebbia di un certo tipo, perché quella Milano è molto diversa».

Ti è mancata la dimensione più umana della provincia?

«Ho vissuto per un periodo a Los Angeles perché sono un grande appassionato di cinema e di America. Mi piaceva molto l'atmosfera e ho scoperto che a Los Angeles si faceva una vita simile a quella della provincia perché, nonostante la città sia enorme, in realtà si vive nei quartieri. Nella zona dove vivevo incontravo la gente per strada, le persone frequentavano gli stesi posti, gli stessi locali, quindi in realtà non era poi così lontana dalla vita di provincia. Credo che abbiamo tutti bisogno di costruirci un mondo familiare, che si avvicini il più possibile all'essere una grande famiglia, perché ci dà sicurezza, ci fa stare più tranquilli e ci fa sentire più a casa».

Nel 2011 hai pubblicato "Daparte in folk", un album folk cantato in dialetto. Cosa ti ha spinto a utilizzare la lingua dei tuoi nonni?

«Il dialetto è una vera forma di comunicazione, diversa dalla lingua. Mia nonna quando mi sgridava lo faceva in dialetto e credo che se lo avesse fatto in italiano avrebbe avuto una resa diversa. Quando tu parli una lingua straniera c'è sempre una traduzione corrispondente in italiano, nel dialetto non è sempre così. La traduzione non è sempre così diretta perché dietro ogni parola, ogni frase, ogni modo di dire, dietro ogni detto c'è una storia, ci sono esperienze di generazioni».

Il dialetto unisce o separa?

«Unisce assolutamente. Qualcuno voleva farci credere che le differenze di dialetto, di tradizioni, di abitudini, di usi e costumi, di cui il nostro paese è forse uno dei più ricchi del mondo, fossero causa di divisioni. Invece io sono convinto che siano un potenziale che unisce e me ne rendo conto tutte le volte che viaggio, che vado a suonare nelle città perché c'è un punto di congiunzione che rende le differenze una ricchezza. Le differenze creano un legame e un interesse reciproco. Le persone che incontro durante i miei concerti mi dicono che le canzoni che preferiscono sono quelle cantate in dialetto».

Quanto ha influito sulla tua scelta artistica l'esperienza di Davide Van De Sfroos, musicista che ha il merito di aver riportato all'attenzione del grande pubblico l'uso del dialetto? 

«Davide è stato di grande aiuto, ha aperto parecchie strade, parecchie porte. Ho molta stima di Davide, sono un suo fan, ho tutti i suoi dischi e ho visto molti suoi concerti. Abbiamo avuto modo di conoscerci e siamo diventati amici. Ho anche tradotto in italiano una sua canzone dal titolo "40 pass". Non solo gli è piaciuta ma ha addirittura voluto cantarla e questa canzone, dal titolo "Tre corsari", è entrata nel mio primo album».

Quanto ha inciso sulle tue scelte artistiche la collaborazione con Sandro Allario e Carlo Raviola, anime del gruppo Folklub?

«Sandro e Carlo sono i pilastri portanti del Folklub che non è tanto una band quanto un laboratorio del folk, un laboratorio musicale. Il quartetto base è composto da Sandro, Carlo, Lorenzo alla batteria ed io, però il Folklub è un gruppo aperto. Per esempio, a Piacenza abbiamo dato vita a un grande evento e in quell'occasione sul palco c'era anche una orchestra d'archi. Poi a volte si unisce la tromba, il banjo, il mandolino. Sono musicisti che amano questa musica e vogliono suonare con noi ed è una cosa che mi piace molto. Queste collaborazioni ci hanno dato molti stimoli e ci hanno aperto molte strade sotto l'aspetto musicale e vorrei che continuasse così».

Per promuovere il tuo primo disco hai suonato molto in tutta Italia. Cosa ti ha dato questa esperienza?

«Tra il primo e il secondo disco abbiamo fatto più di cento concerti in un anno e questo ci ha unito molto, ha fatto sì che il gruppo diventasse proprio una grande famiglia, che ci fosse molto affiatamento, molta amalgama e questo ci fa divertire molto quando siamo sul palco. Credo che si sentano i chilometri fatti insieme, si sentano anche le litigate, le cose belle accadute, i posti belli che abbiamo visto, le persone che abbiamo incontrato, le città che abbiamo visitato. Credo che si senta anche nella registrazione del disco perché sono cose che ti porti dietro e questo spirito è avvertibile anche sul palco». 

Il tuo ultimo disco si intitola "La sirena del Po". Perché questo titolo?

«È uno sprone al campanilismo, un invito ad amare quello che si ha, la propria terra, al credere che una sirena può vivere anche nel fiume della tua città. È la differenza tra il credere in se stessi e il non crederci, l'essere speranzosi soprattutto in un momento dove non si parla d'altro che di crisi: bisogna crederci per saltarne fuori. È anche la differenza tra un sognatore e quelli che invece lo definiscono semplicemente un pazzo e a volte il pazzo è una persona speciali a cui bisognerebbe dare retta. Magari così facendo scopriremmo delle cose inaspettate. La sirena è un po' tutte queste cose». 

Cosa rappresenta per te il fiume Po?

«Credo che un corso d'acqua sia importante per una città. Io ci tenevo a parlarne perché ho visto che da un po' di tempo nella mia città si è lasciato in disparte questo grande fiume. È importante anche a livello simbolico; l'acqua è una risorsa, significa vita, e non bisogna mai dimenticarlo. Credo che una città che abbia la fortuna di avere un corso d'acqua, un lago o il mare dovrebbe valorizzarlo e nel mio piccoli ci tenevo a farlo anche io». 

Il 26 gennaio suonerete a Cairo Montenotte. Perché le persone dovrebbero venire al vostro concerto?

«Perché è il momento in cui ci incontriamo, possiamo stare insieme, è un momento in cui interagiamo, possiamo divertirci, riflettere su un po' di cose. Si parlerà di terra, di origini, di storie che in qualche modo toccano tante persone. E poi per raccontarci e per riscoprire che possiamo stare bene e trovare quella serenità senza bisogno di cose che costano tanto, che vanno comprate solo per sentirci bene con noi stessi».


Titolo: La sirena del Po
Artista: Daniele Ronda & Folklub
Etichetta: JM Production
Anno di pubblicazione: 2012

Tracce
(testi e musiche di Daniele Ronda)

01. La sirena del Po
02. Al Rolex
03. Fidati di me
04. La me pell
05. Al pleiboi
06. Si strappano le nuvole
07. Brassam fort
08. La birra e la musica
09. L'ävucat dal diävul
10. Il pendolare
11. Alternati
12. L'Irlanda
13. L'errore



martedì 15 gennaio 2013

Tolo Marton e la reunion con Zonca e Sorti






Ci sono musicisti che hanno la capacita di rapire l'attenzione di chi li ascolta; che fanno sembrare un gioco da ragazzi suonare la chitarra. Uno di questi è Tolo Marton, chitarrista dalla forte personalità e dal grande carisma. L'artista trevigiano, nel corso della sua quasi quarantennale carriera, ha convinto anche il preparato pubblico d'oltreoceano e nel 1998 a Seattle ha vinto il "Jimi Hendrix Electric Guitar Festival". Il riconoscimento, consegnato per la prima volta a un musicista non americano, gli ha fatto conquistare le copertine delle riviste specializzate di mezzo mondo ma non gli ha fatto perdere di vista i fondamenti della sua musica, fatta di tecnica, emozione e pathos.
Nel corso della sua carriera Tolo è stato musicista de Le Orme (da settembre 1975 a febbraio 1976), ha collaborato con due dei tre leggendari Cream, Ginger Baker e Jack Bruce, ha suonato con Ian Paice e Roger Glover dei Deep Purple e con tanti altri.
Tolo Marton si esibirà sabato 19 gennaio al Bar della Stazione di Varazze (inizio ore 19, ingresso libero) in un atteso concerto organizzato dall'associazione Raindogs. Tolo avrà come compagni di viaggio in questo mini tour, che toccherà anche Calvari (Muddy Waters), Pavia (Spazio Musica) e Bergamo (Druso Circus), due vecchie conoscenze come il bassista Robi Zonca e il batterista Fabio Sorti, con cui ha suonato nella prima parte degli anni '80.
Tolo, contattato grazie ai moderni mezzi di comunicazione, ha accettato di rilasciare questa intervista e a parlare della sua musica e dei suoi progetti.



Tolo Marton, Robi Zonca e Fabio Sorti di nuovo su un palco dopo quasi trent'anni. È un bel balzo indietro nel tempo. Perché avete deciso di suonare nuovamente insieme?

«L'occasione l'ha fornita Robi. Credo che i gestori del "Druso Circus" di Bergamo (locale dall'ottima programmazione musicale, ndr) lo abbiano contattato per un concerto in cui avremmo dovuto suonare insieme Robi ed io. A quel punto ho detto a Robi: ‹perché non chiamiamo anche Fabio così facciamo proprio una reunion e ci mettiamo attorno qualche altra serata?›. E così è stato e poi con un solo concerto non si fa nemmeno in tempo ad accordare gli strumenti».

Cosa è cambiato tra di voi in questo lungo arco di tempo?

«Tutti e tre abbiamo percorso le nostre strade. C'è chi aveva smesso di suonare, chi no. Fabio si era messo a fare un lavoro al di fuori del mondo della musica. Robi era tornato a collaborare con Andy J Forest per poi mettersi in proprio e intraprendere definitivamente la carriera di chitarrista e cantante. Con Fabio non mi sono mai perso di vista, con Robi ci si incrociava ogni tanto».

Avete intenzione di fissare su cd qualcosa di questa nuova avventura live?

«Per il momento non ci siamo ancora incontrati, ci siamo tenuti in contatto tramite mail o telefono. No, non ne abbiamo parlato ma sarebbe bello».

Oltre al progetto con Zonca e Sorti continui a collaborare con Aldo Tagliapietra, tuo vecchio compagno ai tempi de Le Orme. Qual è il vostro rapporto e quali sono i vostri progetti in comune?
 

«Aldo ed io abbiamo un concerto in programma il primo febbraio in un teatro vicino a Verona, ma non so dire cosa faremo in quell'occasione. Io sono stato invitato a suonare con il mio gruppo e Aldo per un set acustico. Vedremo cosa verrà fuori».

All'inizio del 2011 si era parlato di un possibile album di inediti del trio Tagliapietra/Pagliuca/Marton, poi dopo concerti che hanno riscosso grande successo il gruppo si è sciolto. Ci sono ancora possibilità che il discorso venga ripreso nei prossimi anni?

«Confesso che mi è dispiaciuto molto che quel progetto fosse finito quasi sul nascere, era molto promettente e personalmente ero entusiasta, pur vedendo e toccando con mano le difficoltà che comportava. Ma non vedo speranze che si possa riprendere da dove è stato interrotto. Quando me ne andai dalle Orme, nel febbraio del '76, fu una decisione mia ma questa volta no».

Lo sai che nell'arco di pochi giorni Aldo Tagliapietra e Le Orme suoneranno a Savona in due distinte occasioni, e tu sarai di scena a Varazze? Il pubblico savonese non vi ha mai dimenticati eppure di anni ne sono passati…

«Ne sono cosciente. Anche in occasione di quei pochi concerti che abbiamo tenuto due anni fa, l'affetto del pubblico, sempre molto numeroso, è stato fortissimo».

Oggi la musica è uno dei tanti beni di consumo e come tale subisce un repentino deterioramento. Canzoni e album vengono prodotti a ritmo impressionante e la maggioranza senza lasciare traccia. Le nuove tecnologie e la facilità di registrazione hanno dato ulteriore impulso a questa corsa. Cosa pensi di questa frenesia creativa?

«Se la fantasia e la creatività musicale umana andassero anche solo ad un quarto della velocità con cui va la tecnologia, sarebbe un progresso vero, ma le cose non stanno così. Da una parte troppi giovani guardano al passato, a periodi nei quali non erano ancora nati. Dall'altra c'è la musica usa e getta e quella ci sarà sempre. Abbiamo bisogno di sperimentare, sentire dentro una necessità di stupirci degli altri e di noi stessi. Creare cose che non ci sono. Questo era lo spirito dell'epoca in cui si inventava e la musica cambiava nel giro di pochi mesi. È stato bello viverla».

A partire dagli anni 2000 hai collaborato con il batterista dei Deep Purple, Ian Paice, e recentemente con il bassista Roger Glover. Ci puoi tracciare un profilo di entrambi?

«Sono due musicisti di grande personalità, riconoscibili appena mettono le mani sullo strumento. Sono artisti che hanno contribuito a rinnovare il rock ma sono anche persone disponibilissime, senza alcun atteggiamento da rockstar. Ian è più riservato ma un vero gentleman, batterista da leggenda. Quando ci suoni insieme ti rendi conto che tante delle cose che ascoltavi da giovane poggiavano su terreno solido, altro che storie! Paice dice sempre che per lui suonare è vivere, e infatti è così. Non riesce a stare lontano dalla batteria e dal palco, gli piace essere sempre in esercizio. Roger è più comunicativo, sembra di conoscerlo da sempre, gli piace molto parlare, anche dei suoi gusti musicali che sorprendentemente per molti aspetti sono simili ai miei. Senza dubbio possiede una umiltà e umanità gradevolissime. Quando suono con lui nasce una intesa immediata. Ai due aggiungo Don Airey, il tastierista dei Deep Purple. Anche con lui ho il piacere di suonare. Da come lo conosco potrei dire che è il punto mediano tra Ian e Roger. È un virtuoso eccezionale, un musicista dalle mille idee, e suonarci insieme è una continua sorpresa. Non si smetterebbe mai».

Tralasciando "Reprints", che è la ristampa dei tuoi primi tre album ormai introvabili, il tuo ultimo disco "StraLive" è del 2005. Non credi che sia arrivato il tempo di dare alle stampe qualche gustosa novità?

«Sono d'accordo con te. Le idee ci sono, e da molto tempo, spero di riuscire a concretizzarle sedendomi con calma davanti a un registratore, in fin dei conti mi è sempre piaciuto registrare».

Hai alle spalle quasi quarant'anni di carriera costellati da successi e riconoscimenti. Guardando indietro hai qualche rimpianto?

«I rimpianti ci sono quando si sa che si potevano fare scelte diverse. Le scelte che ho fatto io, per quanto difficili e sempre in salita, so che erano le uniche che potevo fare. Sai, nel '76 scrissi una canzone dal titolo "Let me be"…».






giovedì 10 gennaio 2013

"Non sono mai stato qui", parola di Geddo







Davide Geddo è tornato. Dopo il disco d'esordio "Fuori dal comune", uscito nel 2010, il cantautore ingauno ha pubblicato in questi giorni il suo secondo album intitolato "Non sono mai stato qui". Il disco, registrato all'Hilary Studio di Genova, contiene quindici canzoni che mettono in luce la capacità espressiva e compositiva di Geddo. Storie e affreschi che descrivono, a tratti anche con sagace ironia, il mutare delle situazioni, la fine di esperienze, a volte solo immaginate, sbagli e nuove speranze. Canzoni fruibili che invitano però ad un ascolto non superficiale per cogliere l'essenza di testi brillanti e mai banali. Per questo secondo disco, più maturo e strutturato dal punto di vista musicale rispetto al precedente, Geddo si è circondato di amici musicisti che hanno dato il loro decisivo contributo. Tra questi il violinista Fabio Biale, la cantautrice Chiara Ragnini, Sergio Pennavaria, il chitarrista Claudio Bellato e Michele Savino.
Il disco sarà presentato venerdì 18 gennaio nella Casa dei Circoli a Ceriale (via della Concordia, 8). La serata, organizzata dall'associazione Compagnia dei Curiosi, sarà condotta da Alfredo Sgarlato (inizio ore 21).
In anteprima, in questa intervista, Davide Geddo descrive il suo nuovo disco. 



E così il secondo capitolo è scritto. Sei soddisfatto?

«La realizzazione di un disco mi coinvolge totalmente; anche stavolta mi ha distrutto, succhiandomi ogni energia e forza, ma quando finalmente me lo sono trovato tra le mani mi sono sentito come rinato. È un disco pieno e vario che mi propone per ciò che io sento di essere. Essere alla seconda esperienza mi ha dato un pizzico di dimestichezza in più con il lavoro in studio e mi ha consentito di centrare con più sicurezza gli obiettivi che mi ero prefissato. Sono davvero soddisfatto anche se so di dover e poter migliorare ancora».

Nelle canzoni del disco la figura femminile ha un ruolo importante, c'è un filo conduttore che parte da "Venezia", prima canzone dell'album, e arriva a "Non sono mai stato qui" che chiude il cd…

«Non è un "concept" ma ci sono temi ricorrenti. Mentre in "Fuori dal comune", il mio primo disco, affrontavo il problema della comunicazione e del difficile rapporto con la realtà, in "Non sono mai stato qui" ho cercato di parlare di ciò che non sembra esserci, di ciò che avremmo voluto che accadesse, di ciò che è rimasto di esperienze, sbagli e speranze che ora sembrano non contare più. Il disco è dedicato alle situazioni che terminano, cambiano o non hanno avuto la forza di iniziare. Mi piace far riferimento al rapporto uomo-donna perché è il rapporto che influisce maggiormente sul quotidiano».

Il rapporto con l'altro sesso è però sofferto: canti di abbandoni, sogni infranti, delusioni, fughe… Per un cantautore è più facile cantare la sofferenza o la gioia?

«L'epoca dell'accesso ha enfatizzato l'individualismo; le vicende personali sono diventate esasperate  e ingombranti. Ho cercato di stimolare lucidità ed ironia nell'affrontare i rapporti e i linguaggi che vengono a formarsi in un tale contesto. La gioia è più difficile da descrivere con l'analisi ma in "Stare bene" ho cercato di dare una modesta ricetta per la pazienza e la felicità. Comunque la relazione gioia-tristezza nelle canzoni non mi appassiona. Trovo più interessanti altre dinamiche come realtà-illusione, forza-fragilità o uomo-donna. D'altra parte, in quanto espressioni di cultura popolare, le arti "moderne", come cinema e canzoni, sono sottoposte a valutazioni che le mettono in competizione con l'intrattenimento».

Quanto c'è di autobiografico in questo disco?

«Non apprezzo l'autobiografismo fine a se stesso. Ho una vita complicata e piena; però, anche se può capitare di apparire qua e là con qualche rimando personale o spuntare come attore non protagonista o non citato, resto una figura di contorno e raramente sono così esibizionista o sconsiderato da pormi come simbolo o riferimento. Mi piace, al limite, riconoscermi nell'osservare gli altri. Sono nei dettagli».

"Non sono mai stato qui" è un negare o una fuga da qualcuno o qualcosa?

«Il titolo del disco ha più di un riferimento. Mi sono interrogato sul valore dell'esperienza. Rimanda a luoghi e persone che assumono contorni diversi e in cui finisci per non riconoscerti più. Un'altra faccia del dado è rappresentata dall'aspetto, azzarderei quasi romanzesco o visionario di alcuni miei pezzi che ambiscono a raccontare con verosimiglianza ciò che non è stato. Pensa, ad esempio, a "Venezia". Tanto per chiarire è un luogo in cui personalmente sono stato solo una volta da bambino in vacanza con i genitori. È la storia di ciò che non è stato, di un posto dove i due protagonisti non sono mai stati insieme. Inoltre mi pareva che il titolo prendesse una certa distanza da un autobiografismo che quando è sfacciato ed egocentrico non interessa e, anzi, ritengo fuorviante ed invadente. Quindi, alla fine, non si tratta né di fuga né di negazione ma anzi di affermare, grazie all'unica macchina del tempo che so usare, il potere delle canzoni di portarti in luoghi che non ci sono più o in cui non sei mai stato. Questi sono i veri temi ricorrenti del disco e siccome erano evidenti soprattutto nel primo e nell'ultimo brano del cd e poiché il titolo mi pareva suggestivo ho deciso per questo titolo».

Personalmente mi piace molto "Dall'amore", brano dal ritmo incalzante impreziosito dall'intervento del cantante Sergio Pennavaria. Un incontro tra due voci molto diverse ma allo stesso modo emozionanti. Come è nata questa collaborazione?

«Le voci sono sicuramente diverse ma mi sento molto affine allo spirito di Sergio. Lui ha il dono di un timbro pieno di forza ed inquietudine, in grado di smuovere i muri. Io adoro collaborare con gli artisti che ascolto. Con Sergio è nata una bella amicizia basata su una reciproca stima. Spero e credo che faremo presto altre cose insieme, magari un live. Lo stesso vale per Chiara Ragnini, ottima artista e bella persona, che ti assicuro darà molto e molto presto».

Per questo tuo nuovo lavoro ti sei circondato di validi musicisti e il risultato è un disco molto più strutturato rispetto al precedente "Fuori dal comune". Perché questa scelta?

«Con il mio precedente lavoro ho guadagnato il rispetto di tanti ottimi musicisti e ne ho approfittato. A me piace molto collaborare e credo sempre che farlo faccia bene ai dischi e alle idee. Allo zoccolo duro composto da Paolo Magnani alla chitarra, Dario La Forgia al basso e Maurizio De Palo alla batteria, che erano già anima di "Fuori dal comune", si sono aggiunti Claudio Bellato, Fabrizio Cosmi, Mauro Vero, Saverio Malaspina, Fabio Biale, Chiara Siriana Micheli, Tony Meneses. A tutti loro sono profondamente grato per la voglia e il gusto che hanno saputo dare all'album».

Gli arrangiamenti sono molto curati, quanto avete lavorato a questo progetto?

«Io non sono mai stato un animale da studio ma grazie a "Fuori dal comune" ho imparato molto e ci tenevo ad applicarmi in maniera più completa. Molto devo anche al talento di Michele Savino, che mi ha aiutato ad arrangiare quattro brani del disco, e all'esperienza di Rossano Villa».

Quindici canzoni e tanta urgenza di dire. Mi sbaglio?

«Tanta voglia. Tanta fede nel valore del dire. Sacra urgenza di non proporre canzoni vuote. Forse oggi esprimersi è contrario al mercato. Pare che le parole debbano filare piatte su una musica che sia di contorno all'immagine. Ma la vera urgenza è dare testi al cervello e musica allo stomaco. Non mi interessa la musica da ascensore, quella di sottofondo, la colonna sonora. Voglio invitare all'ascolto quando canto, non a fare altro. Cerco però di infondere diversi tipi di respiro nei pezzi perché siano comunque fruibili».

Come sono nate queste canzoni e quanto tempo è occorso a scriverle?

«Le canzoni nascono dalla sete e dalla fame, sono bisogni. Una volta che scopri questo modo di guardare la realtà non riesci a farne a meno. Sono un linguaggio magico, potenziato, in grado di definire e indefinire. Generalmente non ho un metodo ma occorre un forte spirito di osservazione e una feroce autocritica. Per qualche incomprensibile ragione, le canzoni più elaborate sono più brevi da scrivere mentre quelle più semplici sono le più lunghe. Una volta finita la bozza amo lavorarci nel tempo per definire ogni minimo dettaglio e per verificare che mantengano un loro effetto; perché non nascano e muoiano con il loro riferimento temporale. Anche per questo, per quanto si riferiscano ad episodi anche databili, non è coerente dare alle mie canzoni un'epoca predefinita. Tra l'altro questo mi permette di cantarle senza stufarmene».

Come si sono svolte le session di registrazione di "Non sono mai stato qui"?

«Le session sono state faticose; il mio modo di scrivere non ricalca uno schema musicale predefinito e le canzoni sono spesso diverse tra loro. Il mio non-stile, non legandosi ad un genere di rimando che le possa rappresentare, chiede ai musicisti di essere completi e aperti. Spesso mi sono sentito perso prima di riuscire a dare un filo al tutto. Il risultato sembrava non definirsi mai. All'Hilary Studio di Genova però ho trovato il giusto equilibrio tra umanità e competenza; la professionalità di Rox Villa ha creato l'ambiente adatto ed è bastato insistere per ottenere proprio quello che volevo».


Titolo: Non sono mai stato qui
Artista: Geddo
Etichetta: Tomato/CNI
Anno di pubblicazione: 2013

Tracce
(testi e musiche di Davide Geddo, eccetto dove diversamente indicato)

01. Venezia
02. Dicono che io
03. Angela e il cinema
04. Tristano
05. Stare bene
06. Il post amore
07. Equilibrio
08. Dall'amore (interventi di modifica alla viabilità interiore)
09. La campionessa mondiale di sollevamento pesi
10. Piccolina
11. Sole rotto
12. Un pugno in un muro
13. Nancy
14. L'astronave di provincia
15. Non sono mai stato qui  [Davide Geddo; Dario La Forgia e Simone Besutti]





giovedì 3 gennaio 2013

Vent'anni di rock con Les Trois Tetons







Les Trois Tetons è uno dei gruppi più longevi del panorama musicale savonese. Nati nel 1992 come cover band, Zac e compagni hanno fatto strada inanellando centinaia di concerti in Italia e all'estero, registrando tre dischi di canzoni originali e conquistando un discreto seguito di fans. Il primo disco, "Sweet Dancer", è del 2005. Tre anni dopo è arrivato "A Pack of Lies" e nel 2011 è stata la volta di "Dangereyes", lavoro che è finito sotto la lente della stampa specializzata nazionale. Un sound asciutto e vibrante che trova radici nel classico rock rollingstoniano venato di blues, unito a una scrittura capace di spaziare dai brani più accesi alle ballate, hanno garantito un risultato d'eccellenza.
La band è attualmente composta dal cantante e chitarrista Roberto "Zac" Giacchello, dal bassista Alberto Bella, dal chitarrista Giorgio "Barbon" Somà e dal batterista Davide Incorvaia che pochi mesi fa ha preso il posto di Guido Dabove, storico drummer de Les Trois Tetons.  
Abbiamo incontrato Zac in un pomeriggio di fine dicembre per parlare di questi primi vent'anni della band e dei progetti futuri. Il tutto in questa intervista.



Zac, festeggiare i vent'anni di attività è un bel traguardo...

«Le band di professionisti hanno forse più difficoltà a restare in vita, molti sono gli interessi in ballo che possono rendere conflittuale la convivenza. Anche nei gruppi come il nostro possono però esserci dei litigi o dei momenti di crisi. Per fortuna noi siamo sempre riusciti ad andare avanti. Alla fine sono pur sempre matrimoni: che si sia in due, in quattro o in cinque non importa. All'inizio, quando hai vent'anni, non ci pensi. Inizi a suonare per divertimento, poi fai i primi concerti, scrivi le prime canzoni e in un attimo ti ritrovi dopo vent'anni con tre dischi di pezzi originali e tanti concerti alle spalle. È una bella cosa».

Quali sono stati i momenti che ricordi con più piacere?

«In particolare quando abbiamo inciso il nostro primo disco. Lo presentammo in teatro e ricordo che il pubblico ne rimase colpito. Noi invece non ci credevamo più di tanto. Quello fu un momento importante, fu uno stacco rispetto a quello che facevamo prima. Tra i momenti più piacevoli ricordo anche quando siamo andati a suonare per la prima volta all'estero, nell'estate del 2010 in Germania. Una belle esperienza che è stata poi ripetuta».

Dall'uscita dell'album "Dangereyes" cosa è cambiato?

«È cambiato poco perché i cambiamenti sono sempre graduali. Quello più violento è stato, come ti dicevo prima, quando abbiamo iniziato a suonare canzoni nostre. Con "Dangereyes" abbiamo però capito che siamo capaci a fare musica in un certo modo e a gestirla. Abbiamo acquisito una maggiore consapevolezza dei nostri mezzi. Sono uscite delle belle recensioni sulla stampa specializzata che non ci aspettavamo anche perché è sempre più difficile farsi notare, creare qualcosa che possa venire apprezzato dal momento che sono tantissimi i gruppi in circolazione che fanno buona musica. Da un lato, grazie ai nuovi mezzi tecnologici, si hanno più possibilità per registrare e produrre un disco e anche i costi sono inferiori rispetto a vent'anni fa, dall'altro c'è una fioritura incredibile di lavori discografici che rende più difficile ritagliarsi uno spazio».

Per molti anni la line-up della band è rimasta immutata. Anche questo è un bel primato.

«L'ultima formazione è durata dodici anni. Del gruppo originale siamo rimasti in tre. Non ho fatto i conti ma penso che siano una ventina i musicisti che in questi anni hanno suonato con noi. Solo per quanto riguarda i batteristi siamo a quota sei. Però il batterista più importante è stato Guido che è stato con noi per dodici anni, ci ha fatto crescere e il suo nome è legato alla registrazione dei tre dischi in studio. È stato uno choc dover rinunciare a lui, anche se è stata una cosa graduale. Abbiamo avuto il tempo di trovare un sostituto che per fortuna si è rivelato ottimo sia musicalmente che umanamente».

Come è avvenuta la scelta del successore di Guido?

«Non abbiamo certamente messo un annuncio su "Melody Maker". Siamo invece ricorsi al passaparola. Abbiamo parlato con persone che più o meno potevano capire le nostre esigenze e abbiamo preso contatto con tanti musicisti. La cosa bella è che ho fatto molti provini per scegliere il batterista più adatto e poi, alla fine, la scelta di Davide è stata suggerita dal mio sesto senso. Da subito mi è sembrato che fosse la persona giusta e quindi le prove si sono svolte più nella mia testa che in sala. Davide si è inserito velocemente e ha iniziato quasi subito a dare il suo contributo».

Cosa chiedete ancora alla musica?

«Di continuare a regalarci le emozioni che ci ha fatto vivere fino adesso. Suona retorico, però alla fine la musica è emozione: emozione di andare su un palco, emozione di scrivere un pezzo, di farlo sentire la prima volta a qualcuno a cui tieni, e poi il divertimento che è fondamentale altrimenti, come tutte le cose, diventa una cosa fredda… potrebbe diventare un lavoro».

Cosa pensate di fare nei prossimi cinque anni?

«Ormai io faccio programmi di venti in venti. Sto preparando il quarantennale. A parte gli scherzi pensiamo di fare quello che abbiamo sempre fatto, cioè suonare il più possibile in giro, che è la cosa più importante, e continuare a scrivere pezzi».

Quali sono invece i vostri progetti discografici?

«Stiamo registrando, cioè siamo ancora nella fase di pre produzione. Abbiamo quattro-cinque canzoni nuove e una serie di abbozzi, tutto però è embrionale. È bello che continuino a uscire canzoni nuove e non ci poniamo limiti».

Un disco nuovo è quello che fa andare avanti la giostra, non credi?

«Sì, ma il disco è una conseguenza. Noi scriviamo le canzoni, le presentiamo al pubblico e poi magari registriamo il disco. Altri musicisti invece compongono per il disco non per il pubblico dei concerti. È un approccio anche quello ma non è il nostro. Noi siamo più spontanei».

Come nascono le vostre canzoni?

«Nelle maniere più disparate. Fortunatamente siamo in tre a comporre: Giorgio, Alberto ed io. A volte capita che uno di noi porti un pezzo più o meno finito, altre volte viene fuori durante una jam. Può capitare che mi diano da scrivere un testo o magari di trovare un ritornello. È un bel lavoro di gruppo, c'è una bella amalgama. Non c'è una regola ma di solito nasce prima la musica, poi i testi».

I testi sono sempre in lingua inglese?

«Sì, sempre in inglese. Nel disco "Dangereyes" mi sono però cimentato per la prima volta con il tedesco scrivendo il ritornello del pezzo "Berlin 1987". La cosa bella è che il testo è piaciuto molto anche in Germania e una ragazza mi ha tradotto tutta la canzone in tedesco. Ha fatto una traduzione bellissima e così ho inciso la canzone anche in tedesco. Per adesso è rintracciabile solo sul nostro sito internet, in futuro potrebbe diventare una bonus track nel disco nuovo».

Cantare in tedesco è molto più difficile?

«Abbastanza, mi ha fatto un po' sudare ma le critiche sono state positive e la pronuncia è stata discreta. L'inglese resta però la nostra lingua base ma non escludiamo che possa esserci un altro episodio in tedesco».

Barbon è stato il vostro mentore. Lo è ancora?

«All'inizio era una specie di semidio da venerare. Mi ricordo ancora che la prima volta che ho sentito una chitarra elettrica suonare come la si ascolta su un disco è stato quando l'ha suonata Barbon. Noi eravamo tutti alle prime armi per cui il rapporto è nato con un po' di timore reverenziale, ammorbidito dal fatto che lui è sempre stata una persona scherzosa, tranquilla, senza pretese, alla buona. Con un atteggiamento al di sotto di quello che sono le sue capacità e potenzialità, molto understatement. E poi, ovviamente, con anni di confidenza, cameratismo e amicizia il timore reverenziale è venuto meno. Rimane sempre il rispetto per questa figura che è un po' la coscienza del gruppo ma nello stesso tempo rappresenta anche la parte più istintiva, quella che ci vuole nel rock. Io sono cervellotico, sono meno impulsivo, sono la parte tedesca e lui la parte più mediterranea della band. Ci compensiamo a dovere».

In una band di così lungo corso possono nascere incomprensioni. Come riuscite a mantenere il giusto equilibrio?

«Ci vuole prima di tutto tanto rispetto, poi tanta voglia di far funzionare le cose, interessi comuni e un po' di pazienza. A volte bisogna chiudere un occhio su certe cose e poi bisogna capire e accettare i lati meno piacevoli dei caratteri di ognuno. Fondamentalmente a mantenere l'equilibrio è poi la voglia di suonare».

Quali sono i vostri gusti musicali?

«Siamo più o meno tutti rockettari. Barbon è più rollingstoniano ma nello stesso tempo è anche quello che ha gli interessi più vasti. Sente molta più musica moderna di quella che sento io. Io mi fossilizzo di più, lui spazia dal jazz al punk, dalla fusion al reggae, è un grande appassionato di country. È quello che ha i gusti più variegati. Alberto predilige Pearl Jam, R.E.M., le sonorità degli anni '90. Alla fine ci sovrapponiamo molto, siamo molto compatibili come gusti, altrimenti non ce l'avremmo fatta».

Chi decide le scalette dei concerti?

«Io. Mi sono imposto perché penso che il cantante abbia più esigenze. Tengo conto di tante cose: dalla reazione del pubblico al fatto di dover cambiare la chitarra, all'idea che un pezzo debba essere suonato all'inizio o alla fine dello show. Poi ovviamente le scalette non sono mai così rigide, c'è sempre l'elemento a sorpresa, abitualmente inserito da Barbon».

Qual è l'ultimo disco acquistato e l'ultimo concerto a cui hai assistito?

«Non scarico da internet ma devo ammettere che non acquisto molti dischi. L'ultimo è stato la riedizione di "Some girls" dei Rolling Stones. L'ultimo concerto è stato invece quello di John Cale a Torino. Vado però a vedere soprattutto show di gruppi minori. Mi ricordo con piacere l'esibizione dei Moorings al Beer Room a Pontinvrea».

Ed eccoci arrivati al gioco delle dieci domande secche...

- "Gimme shelter" o "Sweet Virginia"? "Gimme shelter" perché è una delle canzoni più belle che sia stata scritta, in assoluto. Un punto inarrivabile.
- Geco o lucertola? Il geco è più simpatico.
- Arancia o mandarino? Arancia perché si può fare lo skydriver.
- Steven Spielberg o Frank Capra? Capra perché la vita è meravigliosa!
- Torta sacher o crostata? Sacher, per le origini.
- Parigi o New York? Non sono mai stato in nessuna delle due però scelgo New York per la musica.
- Fumetti o fanzine? Fanzine perché era bello leggerle negli anni '80-'90.
- Camicia o maglione? Camicia, ne ho una collezione fantastica.
- Puffi o Playmobil? Giocavo con tutte e due però i Playmobil erano più costruttivi, davano più soddisfazioni.
- Cubismo o Impressionismo? Difficile rispondere, non sono un grande appassionato ma dico Impressionismo.





venerdì 28 dicembre 2012

Lou Dalfin, la tradizione che si rinnova






Da trent'anni sono i rappresentanti più illustri della cultura musicale occitana. I Lou Dalfin, come gli antichi trovatori, cantano nella tradizionale lingua d'Oc ed esportano la cultura delle valli piemontesi in giro per il mondo. Il gruppo di Sergio Berardo, undici dischi realizzati e più di mille concerti alle spalle, è diventato un fenomeno di massa che attira migliaia di appassionati. La capacità di mischiare la tradizione con elementi moderni ha permesso ai Lou Dalfin di abbattere anche le barriere generazionali facendo ballare giovani e anziani. La band si esibirà sabato 29 dicembre in piazza Italia a Loano (ore 17) nell'ambito dell'iniziativa "Racconti d'Inverno", organizzata dall'associazione Compagnia dei Curiosi.
Tradizione, cultura, la difesa della montagna, il movimento No Tav e il Torino calcio. Questo e molto altro nell'intervista concessaci da Sergio Berardo alla vigilia del concerto di Loano, spettacolo che chiuderà l'edizione 2012 del prestigioso "Premio Nazionale Città di Loano per la musica tradizionale italiana".



Per i Lou Dalfin il 2012 è un anno importante. Ricorre il trentesimo anniversario, un traguardo che porta a fare un bilancio...

«Quando siamo arrivati ai 25 anni l'abbiamo sbandierato ai quattro venti, adesso che siamo arrivati ai trenta siamo stati ben zitti vergognandoci dei nostri dati anagrafici. Abbiamo preferito stendere un velo pietoso sul tempo che passa. I bilanci però si fanno ugualmente, anche senza celebrazioni. Siamo sicuramente un esempio di longevità musicale abbastanza raro. Il fatto che un gruppo resista per tutto questo tempo è, secondo me, proprio del fattore identitario, dell'attaccamento al territorio. Non siamo semplicemente un gruppo che fa musica, abbiamo la responsabilità di rappresentare una cultura, quella occitana, che ti porta a trovare la forza e la volontà di continuare. È uno dei motori che ci ha fatto andare avanti per così tanto tempo». 

Con la vostra musica avete fatto conoscere a un gran numero di persone la cultura delle valli Occitane. Avete rielaborato e contaminato la vostra tradizione musicale facendo ballare migliaia di persone. Qual è il segreto di questo successo?

«Se la musica popolare non trova gli strumenti per modificarsi, per evolversi continuamente, è destinata a morire. L'unica forza che hanno le tradizioni è quella di rinnovarsi e noi abbiamo semplicemente fatto questo. E prima ancora di far conoscere la nostra musica abbiamo dato una immagine della nostra musica e della nostra cultura. Quando i Lou Dalfin hanno iniziato ad avere seguito nelle nostre valli, vi era una immagine stanca, imbolsita della cultura occitana, fatta di piagnistei, di sovvenzioni che tenevano in vita associazioni più o meno produttive e culturali. Noi abbiamo dato l'immagine di un qualcosa di vivo che rappresenta un vero e proprio movimento, un fenomeno di costume delle nostre vallate. Poi siamo usciti dai nostri confini come hanno fatto i trovatori che portavano la cultura in Europa».

Il 29 dicembre suonerete a Loano e l'ultimo dell'anno sarete a Torino, in piazza San Carlo, per un Capodanno che si annuncia scoppiettante. Cosa ci puoi anticipare di questi due eventi?

«Tornare a Loano è sempre un piacere. A Torino divideremo invece il palco con ospiti importanti. Primo su tutti Richard Galliano, grande fisarmonicista marsigliese. Per noi è un onore salire sul palco a fianco di una figura musicale del genere. Poi avremo Bagad d'Ergué-Armel, una banda della Bretagna con trenta tra cornamuse e bombarde e alcuni membri delle mitiche Les Négresses Vertes».

In Liguria avete un grande seguito. Quali sono le differenze tra il tuo Piemonte e la Liguria?

«La cultura occitana ha sempre avuto la caratteristica di essere cultura da contrabbandieri, da portare in giro. I nostri venivamo da voi a comprare le acciughe e andavano a venderle chissà dove, i nostri suonatori di ghironda portavano in giro la loro musica per le strade di tutta Europa, prima di noi i trovatori. La cosa che mi preme ribadire è che chi si avvicina a questa musica, chi vive questa musica, chi se ne appassiona non perda mai di vista il motivo fondamentale che è quello di stare insieme e far festa. Molto spesso gli ambienti folk e trad diventano un po' dei tristi ricettacoli di collezionisti di danze, le appuntano come farfalle a prendere la polvere. A noi non interessa il fatto che uno balli bene o male, a noi interessa che la gente si diverta alla luce di quello che è lo spirito più vero e autentico della nostra cultura e tradizione».

In una Europa che tende a uniformare e a cancellare le diversità culturali, quanto è importante divulgare le radici e la cultura occitana?

«È fondamentale, essenziale. Bisogna vivere guardando alla propria terra, alle proprie radici, senza perdere di vista quello che c'è al di fuori. Ci sono due modi di essere provinciali. Uno è di guardare soltanto a quello che ci arriva dall'esterno considerando il proprio retroterra culturale qualcosa da dimenticare e di cui vergognarsi. E questa è forse la tendenza più seguita, non solo qui nelle nostre valli ma in generale. Dall'altra di riappropriarsi della propria cultura facendo un discorso di micro sciovinismo, cioè non guardando più oltre confine ma solo a se stessi. Molto spesso questa visione decade in folklorismo e peggio in atteggiamenti di chiusura culturale. Bisogna invece guardare lontano sapendo chi si è. Ed è una cosa che vale per la musica tradizionale così come per tutto il resto».

I Lou Dalfin sono la punta di un iceberg. Sono tanti i gruppi e i musicisti che in questi anni hanno seguito la strada da voi tracciata. Ci suggerisci qualche nome da tenere d'occhio?

«Per non fare ingiustizie ti dirò soltanto che c'è un grosso fermento, c'è tutto un mondo fatto da corali, gruppi da ballo, da chi sta cercando di fare della musica da ascolto. Un movimento visto con interesse non soltanto dal resto del Piemonte e dal nord Italia ma anche dall'Occitania transalpina. Le nostre vallate sono una specie di mecca per gli occitani di Tolosa o Marsiglia. Nelle nostre valli la lingua d'Oc è ancora molto viva, i bambini la parlano, cosa che nell'Occitania transalpina succede di rado. Il potere dell'informazione e la colonizzazione francese della cultura occitana è stata qualcosa di terribile».
 
Avete anche suonato per il movimento No Tav. Che aria si respira ora nelle valli?

«Sappiamo benissimo come l'informazione abbia giocato sporco, abbia manipolato parecchio quello che stava succedendo nella vallata. Manifestazioni con decine di migliaia di persone sono state relegate dalla stampa in un trafiletto e invece altre notizie sbattute sulla pagina intera. Mi ricordo di aver letto su un giornale di Torino un articolo il cui titolo recitava "Finalmente una manifestazione Sì Tav in vallata". Chi si è fermato al titolo avrà pensato che la valle fosse spaccata e invece non è mai stato così. Il giornalista era andato tra i commercianti di Bardonecchia e qualcuno di questi, probabilmente arrabbiato perché quel giorno la manifestazioni aveva bloccato l'afflusso di turisti, aveva paventato la possibilità di una contro manifestazione, che non è mai stata fatta. C'è stata una evidente manipolazione dell'informazione nei confronti di un movimento che della tutela degli interessi della montagna ha fatto il proprio motivo di esistere, facendo anche tutta una serie di ragionamenti sulle possibilità di sviluppo. La dignità della montagna è stata sempre calpestata, messa ai margini, una montagna che poteva dire solo la sua come buoni villici che facevamo sorrisi di circostanza ai cittadini che venivano su».

L'anno è ormai quasi finito, cosa ti auguri che acccada nel 2013?

«Mi piacerebbe un po' più di chiarezza, un po' meno disorientamento. Più umanità e che la crisi ci porti a riscoprire diversi modi di vivere, più legati alla terra, al territorio. Per quanto riguarda il Torino calcio chiedo la ricostruzione dello stadio Filadelfia. Rivoglio la culla della nostra civiltà. Il Toro è una metafora dell'Occitania. Siamo quelli che combattono, che non si arrendono, che nonostante abbiano preso mazzate continuano ad alzare la testa contro i re di Francia, contro i re della città che hanno molti più mezzi, che molto spesso mistificano la realtà e vincono in modo sporco. Vinceva in modo sporco Simone di Montfort al tempo della crociata contro gli albigesi, hanno vinto gli scudetti in modo sporco drogandosi o comprando gli arbitri, sono un po' la stessa cosa. Essere del Toro è stare col visconte Trencavel di Tolosa...».
  
Per quanto riguarda i Lou Dalfin, quali sono i vostri progetti?

«Abbiamo in programma uno spettacolo per celebrare gli 800 anni della battaglia di Muret. Come i sardi anche noi abbiamo un elemento fondante dell'identità in una battaglia persa, la battaglia in cui gli occitani e i catalani sono stati sconfitti dalle truppe papali e francesi. Faremo uno spettacolo per ricordare questo evento e per ricordare l'amicizia e la fratellanza tra occitani e catalani».






mercoledì 26 dicembre 2012

Max Manfredi, poeta e incantatore






Lo hanno descritto come un incantatore, un poeta, un cantautore della vecchia scuola, quella genovese. Per Roberto Vecchioni è un intellettuale. Max Manfredi è un personaggio eclettico del variegato panorama musicale italiano. È un artista a tutto tondo che ha percorso anche strade da poeta, da scrittore e da attore. Già vincitore della Targa Tenco e del Premio Recanati, Manfredi ha ricevuto dall'amico Fabrizio De André l'etichetta del "più bravo di tutti". Complimento che, superata la soglia dei 50 anni e per gli strani giochi del destino, resta ad abbellire una carriera di musicista coerente, sincero e di grande caratura artistica. Manfredi, quattro dischi in studio e un live in bacheca, continua a fare musica, musica vera, quella che non ha bisogno di artifici o di mirabolanti invenzioni per emozionare. E lo fa con amore e schiettezza, così come le sue canzoni restano a colorare le serate in tutta Italia, nei locali e nelle piazzette della sua Liguria.
Abbiamo chiacchierato con Manfredi della sua carriera e sui progetti futuri proprio dopo uno di questi concerti, quello tenuto nello storico Pozzo Garitta di Albissola, e in vista del prossimo appuntamento in programma sabato sera a Spotorno.




Nei giorni scorsi hai suonato nello storico locale di Pozzo Garitta ad Albissola. Come è andata?

«Molto bene. All'inizio dubitavo, in fondo è un ristorante. Ma poi c'è stato un sortilegio d'attenzione, come avviene nella Case del Fado a Lisbona. E mi ha fatto piacere vedere nel pubblico amici e persone che non conoscevo, giovani, adulti e vecchi, come si diceva una volta. E poi un locale che apre in Liguria, e dove c'è musica dal vivo, è una rarità, una stella in controtendenza».

Sabato sarai impegnato in concerto a Spotorno. Cosa ci puoi anticipare?

«Sabato nella Chiesa della Nunziata di Spotorno si terrà un concerto post-natalizio, col Natale per argomento. Il concerto sarà tenuto dal Gruppo Genovese di Musica Antica. Io farò, diciamo così, il "prete". Leggerò al microfono della chiesa la bella filastrocca di Guido Gozzano, la "Notte Santa". E i due splendidi brani della "Buona Novella" di Giovanni Pascoli: "In Oriente" e "In Occidente"».

Cinque dischi in oltre vent'anni di carriera. Perché hai centellinato la tua produzione?

«È il vantaggio e insieme lo svantaggio di non abitare mai sotto pesanti vincoli contrattuali. Uno esce con un disco con calma, con pazienza artigianale. D'altra parte a volte si è pieni di materiale e non si trovano sbocchi immediati. Né io voglio far dischi così, tanto per farli, specialmente dopo il relativo successo di vendite di "Luna persa", il mio ultimo lavoro».

Viene da dire che tu preferisca l'esperienza live alla vita in sala di registrazione. È così?

«I concerti dal vivo sono l'essenza. Quella che tu chiami "vita" in sala di registrazione è roba dei tempi dei Beatles o di Battisti. Oggi, o si va in sale di registrazione a pagamento, e allora si tende a starci solo il tempo indispensabile; oppure si inventa la sala di registrazione in casa propria o di amici: è più comodo e familiare, ma si tratta sempre di un'esperienza che dev'essere limitata nel tempo. La vita dell'artista della canzone è piuttosto picaresca, si è sempre in giro».

"Luna persa" ti ha fatto vincere la Targa Tenco come miglior disco dell'anno. Sono passati tre anni da quell'affermazione. Cosa è cambiato da quella sera all'Ariston?

«Per me, nulla. Per l'Ariston, non so. "Luna persa" è stata, ed è, distribuita nei negozi. È anzi raccomandabile ancora in questi giorni come strenna natalizia, per chi voglia fare un regalo un po' inconsueto. Voglio dire, si trova. E questo semplice "trovarsi" ha fatto la differenza, nonostante la mia quasi totale assenza dall'ormai poco frequentabile e alquanto mafioso mondo dei media».

Quanto tempo dovremo aspettare per sentire un tuo nuovo disco?

«Posso anticiparti che ho ben tre progetti discografici, si tratta solo di aspettare che si assestino. Il primo: sto lavorando con il musicista torinese Giorgio Licalzi a un progetto comune, dove io penso ai testi e alla voce; gli mando a volte un abbozzo musicale, a volte ci pensa lui, e gli lascio mano franca per l'arrangiamento. Per gli amanti delle etichette, una roba elettro-acustica-jazz-rock, che mi distanzia abbondantemente dai miei abituali variegati climi armonici. Il progetto prende forma in un complesso di cinque-sei elementi. Potrebbe essere il mio primo, o secondo disco in uscita, dipende dagli interlocutori: produttori, uffici stampa e il booking. Il secondo: sto facendo concerti in trio, insieme a Matteo Nahum, valoroso ed eclettico chitarrista e musicista con obbligo di glockenspiel, ed Elisa Montaldo, maga delle tastiere vintage e affermata musicista progressive a sua volta nel gruppo Il Tempio delle Clessidre. Con l'aggiunta di un basso e altri ospiti, questo nostro repertorio diventerà un disco, uno spettacolo, un film. E quello che mi affascina è trattare le mie canzoni, alcune inedite ed antiche, altre rilette come cover, secondo il nostro gusto, senza la minima autocensura, quasi come se fossero brani degli anni Settanta. Ma la novità è che suonerò in questo disco uno strumento molto particolare che mi sta costruendo il liutaio Fabio Zontini: una chitarra di cartone, di cui credo esistano in tutto il mondo solo due esemplari. La Torres, tradizionale, e una fatta da lui. Te ne sapremo dire di più, ma la notizia è ufficiale. Infine, per quanto riguarda il terzo progetto, mi sono accorto che altre canzoni mi sono cresciute e mi stanno crescendo sotto le dita. Non appena ci mettiamo mano con le orchestrazioni, libere, tradizionali e sperimentali - nel senso che ci piace a noi sperimentare - ci attendiamo un cd denso, multicolore ed emozionante come "Luna persa"».

Essere stato definito da De André "il più bravo di tutti" tra i cantautori italiani cosa ti ha portato in termini artistici e umani?

«A parte la soddisfazione di avere avuto un siffatto interlocutore - e collaboratore - qualcosa in più, qualcosa di insindacabile da mettere nei comunicati stampa. Col rischio poi di essere equivocato e chiamato "allievo", "pupillo" o "erede" di De André, cosa non vera, ahimè, in nessun senso. Chi sa ascoltare capisce, lui era il primo a dire che eravamo diversissimi».

In una intervista hai dichiarato che i cantautori sono ‹diavoli in cerca di anime›. Qual è il tuo metodo per catturare gli spettatori?

«I metodi son tanti, tutti rigorosamente segreti. In questo mi sento simile ad un cuoco ma anche ad un prestigiatore, anzi, un magnetizzatore da fiera. ‹Diavoli in cerca di anime› è un'immagine pittoresca per dire che io cerco di conquistare l'ascoltatore conducendolo in terre sconosciute, che però deve sembrare di riconoscere. Un linguaggio del tutto antagonista rispetto a quello della consueta fascinazione pubblicitaria, ma che può risvegliare reminiscenze antiche. Non vecchie, antiche. Come il teatro delle ombre, come la lanterna magica, come il suono di certi strumenti. In questo senso amo frequentare le sonorità più attuali come se fossero antiche. Non certo per mettermi up to date o fare il modaiolo; ma anzi, per spaesarle, condurle in un paesaggio diverso dal loro, e dal mio, abituale. E condurre i miei ascoltatori in questo paesaggio spaesato, in questa piazza spiazzante».

Fare il cantautore è ancora un mestiere in questa Italia sempre più distratta e poco curiosa?

«Purtroppo è quasi "solo" un mestiere. Un mestiere incerto e  precario, come d'altronde tutti i mestieri di chi non parte già da posizioni di potere acquisite. Ora, se precario è fare l'operaio, il minatore o l'insegnante; che meraviglia se a decine di migliaia scelgono di tentare la strada dell'arte, indipendentemente dalle capacità, dal talento o dal genio? E mancano ormai le mediazioni».

Ci consigli un disco e un giovane artista da tenere sotto osservazione?

«Non ascolto altro che i cd che mi danno da sentire. Ora, a parte che i giovani artisti da tenere "sotto osservazione" medica sono la maggioranza, non saprei che dire. Ci sono artisti davvero buoni, sono pochissimi, indipendentemente dall'età e dalla notorietà».

Negli Stati Uniti d'America gente dello spettacolo e in particolare cantanti non hanno paura di schierarsi politicamente. Un esempio è Springsteen che ha fatto campagna elettorale a fianco di Obama. In Italia i musicisti sono lontani dalla politica, sembrano aver paura di schierarsi. Hai questa stessa impressione e perché?

«Sai, l'America è fatta di grandi distanze, è vasta, ha figure che la cronaca proietta nel mito. L'Italia, poverina, è piccola. Qui c'è un solo modo di far politica con le canzoni: non usare il linguaggio del potere pubblicitario, dell'ignoranza coatta, dell'istinto gregario. Far politica e far poesia in questo senso, paradossalmente, coincidono: guai se una diventa ancella all'altra. Ciò detto, chi vuoi che si schieri con chi? In un'Italia dove la cultura è stata programmaticamente abbattuta, come il pescato, per legge, negli ultimi decenni, essere vivi ed avere una voce non gregaria è già far politica, e di quella pesante. Poi va aggiunto che io non ho interlocutori in questo senso. Ho cantato o suonato per questo o per quell'esponente politico, spesso anche per simpatia; ma non ho interlocutori politici come Max Manfredi. Quando ho proposto all'Anpi una canzoncina sulla Resistenza, che mi è stata commissionata dall'allora dirigente Raimondo Ricci, non siamo stati neppure presi in considerazione dai "quadri". A parte queste considerazioni, la politica, me ne accorgo, può essere solo - ammesso e non concesso, poi, come diceva Totò - rapporto fra individui. Appena si raggruppa, peggio se culturale, si sente puzza di gregge, pecus, pecunia e peculato e di tutto ciò che finisce in -ato, di ciò che è categoria. Alla categoria oppongo da sempre la fantasmagoria».

Per concludere ti vorrei sottoporre alle dieci domande secche.

- Mandorle o pistacchi? Pistacchi, per la loro ambiguità filologica. In genovese i "pistassi" son le noccioline americane, mentre i pistacchi siciliani sono altra cosa.
- Giubbotto o paltò? Loden e giacconi.
- Presepe o albero di Natale? Nessuno dei due. Il presepe è il paesaggio, l'albero di Natale uno qualsiasi degli abeti della foresta casentinese, piantati dai monaci camaldolesi. Stelle ed ufo appesi.
- Cappon magro o acciughe al verde? Acciughe, acciughe. Il cappon magro è una delle invenzioni più inutili della genovesità che pure ha inventato quasi tutto, come gli Arabi o i Cinesi.
- Mezzanotte o mezzogiorno? Mezzanotte. Un'ora in cui la magia è ancora pronunciabile. Nel meriggio si è oltre, preda della spossessione panica e del mal d'acedia.
- Giove o Mercurio? Dico Mercurio, non solo per onorare la divinità furba e ladra, ma anche per protestare contro i termometri di nuova generazione: hanno il solo merito di dimostrare come non sempre il progresso tecnologico sia un bene augurabile. Il buon mercurio, guardiano della soglia delle famiglie, custodito quasi perigliosamente nel tubetto di vetro, ha lasciato il posto all'indeterminazione frettolosa, una misura di temperatura "random" e inaffidabile.
- Orologio a lancette o a cristalli liquidi? Nessuno. Mi piace l'idea della cipolla, che siglava i tempi della vita e della morte nei western, ma non la porto. Leggo l'ora sui display delle farmacie o dal mio telefonino.
- Pipistrello o riccio? Mi piacciono tutt'e due, ma scelgo il pipistrello. La piccola volpe volante che schizza nell'aria della sera come se sbattesse sui muri.
- Film a colori o in bianco e nero? Lanterne magiche a colori e film in bianco e nero. Ma con eccezioni al riguardo.
- Mercato rionale o ipermercato? Mercato rionale, mercatino a chilometro zero. Preferisco il peso e il rumore del pittoresco umano alla standardizzazione da obitorio delle ipercoop e dei centri commerciali ad alto volume. Del resto non era in un supermercato che Romero ambientò il suo film di zombi?





mercoledì 12 dicembre 2012

Cristiano Angelini, a un anno dalla Targa Tenco








È passato un anno da quando Cristiano Angelini è salito sul palco del teatro Ariston di Sanremo per ritirare la prestigiosa Targa Tenco, vinta nella categoria "opera prima" grazie al disco "L'ombra della mosca". Si è trattato del meritato riconoscimento dopo vent'anni di gavetta e centinaia di concerti in giro per mezza Italia. E soprattutto un premio per un album di grande qualità, impreziosito dalla collaborazione di Max Manfredi e dei musicisti de La Staffa (Marco Spiccio, Federico Bagnasco e Matteo Nahum). A un anno di distanza poco è però cambiato per il cantautore spezzino di nascita e genovese di adozione. Angelini, quarantacinquenne neurobiologo ricercatore all'Ospedale san Martino di Genova, frequenta ancora con immutato entusiasmo i piccoli palchi dei locali e delle osterie dove resiste la tradizione di offrire agli avventori spettacoli di musica dal vivo.
Incontrato a Sanremo in occasione del Premio Tenco 2012, Angelini non si è tirato indietro e si è sottoposto con pazienza al fuoco di fila delle domande di questa intervista in cui ha rivelato interessanti notizie sul suo nuovo album in uscita nei prossimi mesi.



Nel 2011 hai vino la Targa Tenco nella categoria "opera prima" con l'album "L'ombra della mosca". Come è cambiata la tua vita artistica dopo questo successo?

«La vita artistica non cambia con l'acquisizione di un premio o di un riconoscimento, per quanto prestigioso, come è appunto la Targa Tenco. Specie in questi tempi di disattenzione culturale in cui la canzone d'arte paga il prezzo forse più di altre forme musicali. Indiscutibilmente cambiano l'approccio del pubblico, l’aspetto professionale e la necessità di mantenere un livello espressivo adeguato, ma questo è comunque parte del gioco dei ruoli: c'è chi narra e chi ascolta ed il discernimento della qualità deve essere da entrambe le parti».

Che bilancio fai di questo anno che si avvia alla conclusione?

«Il bilancio è assolutamente positivo sia dal punto di vista dei concerti che sotto l'aspetto produttivo. E parlo di nuovi progetti e collaborazioni artistiche che proiettano ad un 2013 interessante, Maya permettendo».

È quindi ora di dare un seguito a questo tuo primo disco, non credi?
 

«Ahahahaha! Direi di sì! Altri 44 anni per l'opera seconda sarebbero un po' troppi dal punto di vista strettamente biologico. Nel corso di quest'anno ho composto molti inediti che stiamo già inserendo nei live, anche se con moderazione sennò diventano editi prima del tempo. Penso che nel 2013 avremo scelto la decina di canzoni che andrà a comporre il nuovo lavoro. Ci saranno brani scritti circa dieci anni fa che non hanno trovato spazio ne "L'ombra della mosca" ed alcuni che ho finito ieri».

Ti abbiamo visto tra il pubblico dell'edizione 2012 del Premio Tenco. Che impressione ti ha fatto?

«L'effetto di stare tra il pubblico è sempre piacevole. Frequento il Tenco da moltissimi anni e rivedo sempre volentieri molti amici storici, artisti e non. Inoltre, ascolto anche cose interessanti e questo condisce il piacere. Dal punto di vista della manifestazione credo che il Premio Tenco sia una istituzione di valore da difendere nel nostro territorio, visto che si tratta di canzone d'arte italiana, ma non solo. Quello che manca un po' a mio avviso al Tenco è la visibilità internazionale, cioè l'aspetto di "paladino" della canzone d'arte italiana all'estero. Artisticamente a volte vedo un po' di confusione nella considerazione di questa forma musicale nella rassegna. Penso che si dovrebbe andare un po' meno incontro al gusto del pubblico a favore di un indirizzamento del gusto del pubblico. Mi spigo meglio: il pubblico che segue la canzone d'arte è molto competente e ben informato su ciò che accade e sui "nuovi" artisti. Il pubblico meno attento segue molto più quello che i resti dell'industria discografica - che agonizza ben più dalla canzone d'arte - gli offre attraverso i media e l'ipnosi pubblicitaria dei prodotti in vendita. Se quello che gli si offre è questo lo riconosce come autorevole in quanto riconoscibile mediaticamente. Non importa se di valore artistico o meno. Ecco, in questo senso la rassegna dovrebbe essere punto di novità qualitativa. Indurre l'analisi che offre la capacità di discernere cosa è un prodotto e cosa è un altro».

La tua carriera di musicista è iniziata a metà anni Ottanta nel gruppo rock-prog Tuya di Rapallo. Dopo questa esperienza da buon ligure hai scelto la strada del cantautorato…
 

«La mia esperienza con il rock-prog mi ha insegnato che la parola ha la sua musicalità intrinseca anche cantata, non solo recitata. In quegli anni si riteneva che l'italiano avesse moltissima difficoltà musicale nel genere rock e che la lingua inglese fosse più adatta malgrado autorevoli e geniali presenze come gli Area, che di inglesismi non volevano saperne, o il Banco, la PFM ed affini. Ad un certo punto, però, ho sentito la necessità di legare maggiormente la sonorità della parola alla narrazione della nota e la canzone d'arte fa esattamente questo mestiere: rende unico e strettamente legato ciò che è composto da due entità separate che dipendono l'una dall'altra a formare l'unico corpo che emotivamente evoca immagine».

Fin dalle tue prime esperienza compositive hai sempre scelto la lingua italiana andando un po' contro la moda del tempo. Hai cambiato idea in questi anni?

«Assolutamente no. Continuo a ritenere che l’italiano sia una lingua musicale. Tocca saperla bene però».

Nel 2012 si può ancora parlare di scuola genovese o sono ricordi di un tempo passato?
 

«Mi pare che sia più che altro una necessità dei giornalisti e dei critici musicali. Come ho avuto modo più volte di dire, per me la scuola genovese esiste non nel senso di maniera, ma nel senso della collaborazione tra autori e musicisti. A Genova esiste un'ottima integrazione tra gli artisti caratterizzata principalmente dall'amicizia che si consacra in molto tempo di frequentazione comune al di fuori della musica. I progetti e le collaborazioni nascono a tavola, passano attraverso gli studi di registrazione e finiscono sui palchi. Non c'è rivalità o invidia, ma partecipazione comune e comune senso di soddisfazione al successo dell'altro. In questo senso sì, esiste la scuola genovese perché mi pare una realtà che non vedo in altre parti d'Italia. Poi, che a Genova ci possa essere un genius loci, beh, può essere…».

Quali artisti o movimenti hanno influenzato il tuo stile musicale?

«Il mio ascolto preferenziale è sempre stato il jazz, anche in età adolescenziale. Ho avuto i miei ascolti rock, blues e folk, ma il jazz resta la mia musica. Della musica italiana ho sempre amato De Andrè, Lolli, Fossati, Ciampi, per un certo periodo mi è piaciuto anche Dalla. E i francesi con Brel, Brassens e Léo Ferré su tutti e una passione del tutto personale per Aznavour. Dei contemporanei è per me mostro sacro Max Manfredi a cui mi lega oltre a una stretta amicizia anche una manifesta ammirazione per la sua opera, proprio come un fan».

In questa epoca di musica jingle che si consuma come hamburger al fast food ha ancora senso impegnarsi a registrare un cd?

«Per me sì. Mantiene la magia della creatività. Sebbene la discografia sia abbastanza agonizzante e incapace nelle scelte, per me vale la pena. È come andare a cercare i dischi che ti piacciono nelle bancarelle: puoi scaricare tutto dalla rete, è vero, ma è difficile scaricare le emozioni».

Si parla molto dei nuovi talenti, di quelli "cresciuti" in format come X-Factor. Tu cosa ne pensi?

«Non ne penso. Se non come format. È quello che dicevo più sopra: la riconoscibilità mediatica. Se si facessero format legati alla qualità il pubblico avrebbe strumenti per discernere. Ma non è così, mi pare».

In tempi di crisi economica e culturale si sentono dichiarazione che lasciano interdetti. Nelle scorse settimane il ministro Lorenzo Ornaghi ha dichiarato di voler tagliare i fondi a Umbria Jazz Winter perché "il jazz non è espressione diretta della cultura italiana". Qual è la tua posizione?

«È scellerato! A parte la blasfemia, perché artisti come Natalino Otto, Gil Cuppini, Enrico Rava o Stefano Bollani non mi risulta essere dell'Arkansas, poi qualcuno mi deve spiegare se le basi NATO sono cultura italiana».

Sono assolutamente d'accordo con te. Per finire ti ho riservato le dieci domande secche che sono diventate un must del blog.

- Spaghetti o rigatoni? Spaghetti! Perché con pollo e insalatina e una tazzina di caffè stanno bene (a Detroit).
- Sigaro o pipa? Sigarette. Ce lo vedi un nevrastenico con la pipa. Io il sigaro? No, roba da gente calma quella.
- Vino bianco o rosso? Rosso in genere, ma anche bianco.
- Penna o piuma? Sempre penna. Piuma solo col calamaio.
- Chiesa o castello? Castello! In chiesa non mi pare ci siano castellane…
- Genoa o Sampdoria? Che domanda, Genoa!! A Genova non ci sono altre squadre di calcio, a parte quelle di delegazione…
- Blu o viola? Blu. Se unito al rosso meglio. Il rossoblù mi è sempre piaciuto.
- Jeff Buckley o John Prine? Entrambi direi, perché limitarsi? Quando le cose sono buone meglio averle tutte, no?
- Romanzi o saggi? Entrambi, dipende dallo stato d'animo. Purché ben scritti. Anche una argomento accattivante quando è mal scritto diventa innervosente, forse anche di più.
- Utilitaria o fuoristrada? Non ho la patente. Taxi direi.





mercoledì 5 dicembre 2012

"Nella prossima vita" di Federico Sirianni








Federico Sirianni ha scelto il festival musicale "Su la Testa" di Albenga per presentare ufficialmente il suo nuovo album dal titolo "Nella prossima vita". Si tratta del terzo disco del cantautore genovese dopo l'esordio con "Onde clandestine" nel 2002 e il successivo "Dal basso dei cieli", pubblicato nel 2006. Una vita artistica divisa tra musica e teatro per Sirianni che si è fatto apprezzare anche come autore e interprete di spettacoli di teatro-canzone. Nel suo nuovo lavoro in studio si è avvalso della collaborazione del Gnu Quartet, formazione per archi e flauto composto da Raffaele Rebaudengo (viola), Francesca Rapetti (flauto), Roberto Izzo (violino), Stefano Cabrera (violoncello). L'ensemble è diventato famoso per aver collaborato con gli Afterhours (vincitori ex aequo con Zibba della Targa Tenco 2012 per il miglior album), i Baustelle e per aver accompagnato i La Crus al Festival di Sanremo 2011.
Sirianni e Gnu Quartet saranno di scena sabato 8 dicembre al Teatro Ambra di Albenga in occasione della terza e conclusiva serata della settima edizione del festival organizzato dall'associazione Zoo.
Federico ha parlato del nuovo disco e della sua carriera artistica in questa intervista gentilmente concessa a "Musica e Disincanti".



Uscirà l'8 dicembre, proprio il giorno in cui suonerai al "Su la Testa", il tuo terzo album dal titolo "Nella prossima vita". In attesa di ascoltarlo descrivici questo disco.

«È sicuramente un disco profondamente diverso dai due che l'hanno preceduto, c'è un respiro musicale più profondo e un lavoro sui dettagli più minuzioso, ma anche un raccontarsi eliminando tutti i possibili filtri. Anche prima in realtà le canzoni avevano molti elementi autobiografici, ma mediati dallo stratagemma del narrare una storia facendola appartenere ad altri. Mi è venuto naturale invece scrivere quasi tutto in prima o seconda persona, prendere a piene mani da fegato, cuore e stomaco, gettare tutto su una tela bianca e mettermi a guardare la forma che il dipinto avrebbe assunto».

Quando e come è nata la collaborazione con il Gnu Quartet e cosa ti ha spinto a fissare su disco questo connubio artistico?

«Io e gli Gnu ci conosciamo da molti anni. Siamo tutti genovesi e in diverse occasioni c'è capitato di suonare insieme. Con Raffaele Rebaudengo, che suona la viola, ho un'amicizia di lunghissima data, è stato uno dei primi musicisti con cui ho lavorato quando ho cominciato a fare questo mestiere. Gli Gnu sono un combo strano, asimmetrico, la presenza del flauto al posto di un arco sposta modi e frequenze e loro riescono a essere contemporaneamente un quartetto da camera e un gruppo punk. Ho pensato che coinvolgerli fosse una buona idea, non solo a livello di arrangiamenti, ma come parte integrante del progetto, volevo che le mie canzoni, che finora navigavano sulle acque calme di un fiume, si trovassero a domare le onde dell'oceano. E così credo sia avvenuto».

Come e quando sono nate le canzoni presenti nell'album?

«Praticamente tutte le canzoni sono state scritte in un arco temporale abbastanza preciso, diciamo gli ultimi cinque anni, periodo in cui sono accaduti diversi avvenimenti che in qualche modo mi hanno cambiato e, credo, cresciuto. Aneddoti ce ne sono molti, a uno in particolare sono affezionato. Ero in Abruzzo, luogo che amo molto, alla fine di un concerto estivo. Mentre mi rilassavo bevendo un Rosso di Montepulciano, mi sono trovato ad ascoltare una discussione tra una giovane lei e un lui abbastanza sbronzo che tentava di corteggiarla in maniera un po' irruente. A un certo punto lei lo molla dicendogli la frase: ‹Tu sei proprio nato sfasciato›. A parte la bellezza dell'espressione in sé, in quel preciso momento mi è venuta voglia di immaginare come poteva essere la vita di uno che "nasce sfasciato" e, nel giro di poche ore, ho messo giù la canzone che porta quel titolo».

Come cambia in sala di registrazione l'approccio alle canzoni quando si ha una band alle proprie spalle?

«In realtà l'approccio cambia molto prima di entrare in sala. Mi è sempre piaciuto suonare con altri musicisti e ho avuto la fortuna di collaborare con artisti di altissimo livello, ma ho sempre pensato che una buona canzone debba essere buona quando è "nuda". Da lì la si può vestire come più ci piace, da sera, sportiva, metterle i piercing o gli stivali da cowboy. Gli Gnu han dato alle mie canzoni un respiro più lungo, dilatato, è come se le mie parole avessero imparato a muoversi nell'aria invece che restare a terra. Non è stato un lavoro facile, immediato, tutt'altro. Però il risultato ci soddisfa pienamente. Fondamentali, per la riuscita della cosa, sono stati Fabrizio "Cit" Chiapello, produttore e fonico dello studio Transeuropa di Torino, dove abbiamo registrato il disco, che ha dato ordine e forma all'immenso magma di suoni creato. E, certamente, Gian Gilberto Monti, deus ex machina e organizzatore di questo progetto».

Avete già programmato un tour per promuovere l'album?

«"Nella prossima vita" uscirà ufficialmente nei negozi per Egea a metà gennaio, da quella data verranno programmati dei concerti che sono poi il nostro "luogo fisico" preferito, siamo gente da palco, da autostrade, stazioni, aeroporti. Ma già adesso abbiamo alcuni concerti fissati per presentare il disco, oltre a quello di Albenga. Il 28 dicembre saremo al Teatro delle Clarisse di Rapallo e il 22 febbraio alla Claque del Teatro della Tosse di Genova».

I tuoi precedenti dischi hanno avuto ottimi riscontri di critica. Hai portato a casa anche il Premio Bindi. Cosa ti aspetti dall'album in uscita in questi giorni?

«Non lo so e non mi pongo il problema. Ho vinto parecchi premi, la cosa mi ha fatto piacere ma non mi ha cambiato la vita. La critica mi ha sempre trattato piuttosto bene, ma il mio rapporto principale lo vivo con il pubblico che viene a sentirmi ai concerti, che aumenta lentamente ma in maniera costante, che mi permette di sopravvivere suonando, che mi segue con entusiasmo e affetto. Una volta una coppia che si è conosciuta ascoltando una mia canzone mi ha chiesto se potevo eseguirla al loro matrimonio. Per me una cosa del genere vale più di mille recensioni. È stato meraviglioso e commovente».

Che bilancio fai del 2012, anno che ti ha visto anche in scena insieme a Gian Piero e Roberta Alloisio nello spettacolo di teatro-canzone "Malavitaeterna".

«Un anno decisamente positivo, tanti concerti, la realizzazione del disco e, appunto, "Malavitaeterna". Ho spinto io Gian Piero Alloisio a riprendere questo testo che ho amato dalla prima volta che l'ho visto in scena, nei primi anni Novanta, al Teatro della Tosse. Gian Piero è un artista eccellente e, per quel che mi riguarda, uno dei miei riferimenti ancor prima che iniziassi a fare il cantautore. Ci conosciamo da tantissimi anni, abbiamo spesso collaborato e sono felice di essere stato protagonista con lui e Roberta di questa operina musicale sulla tossicodipendenza. È stato un modo molto bello e particolare, ancorché duro e difficile, di approcciarmi nuovamente al teatro».

La tua produzione è molte volte legata al mondo del teatro, mi riferisco a "Luna park della scienza" di cui hai scritto le musiche e che è andato in scena l'anno scorso e, andando più indietro nel tempo, a "Il Grande Fresco" di cui sei stato autore e interprete. Come mai questa scelta?

«Nei miei concerti ho spesso cercato di inserire degli elementi teatrali, a cominciare da brevi monologhi che legassero insieme una canzone all'altra, a oggetti scenici, abiti o ammennicoli particolari. Le mie prime esibizioni nascono sui palchi dei teatri genovesi, il Garage, la Tosse, il vecchio, piccolo e meraviglioso Campopisano, che ora non c'è più, lo Stabile, l'Archivolto. Li ho calcati tutti. Ne respiro la magia, l'odore, la scena. Cerco di portarmi il tutto con me, a volte ci riesco, altre no».

Fare il cantautore ai tempi d'oggi è ancora possibile e quali doti deve avere un musicista per poter spiccare in mezzo alla folta schiera di pretendenti?

«Domanda da un milione di dollari. Io sopravvivo grazie ai numerosi concerti, siamo vicini al centinaio, che riesco a fare ogni anno. Ma non è per tutti così, bisogna varcare la soglia irta di rovi che ti introduce in quello che possiamo per comodità definire "mercato", anche se è tutto più virtuale e finto di quanto appaia. Nell'ultimo ventennio, e non è un caso, il mondo dello spettacolo e della cultura non richiede più doti particolari, tutti possono essere cantautori, attori, scrittori. In molti ci credono, la palude diventa sempre più melmosa, l'artista vero galleggia col parvenu e a volte nemmeno se ne accorge».

Da Genova ti sei trasferito a Torino, non hai nostalgia della tua terra?

«A Torino vivo benissimo, è una città che mi appaga in tutto e per tutto. Mi piace camminare lungo le rive del fiume con mia figlia, poter girare in bicicletta, scegliere luoghi ed eventi culturali da grande metropoli europea ma in un contesto fisico a misura d'uomo. A Genova torno abbastanza spesso, la amo come si ama una vecchia amante bella e con un pessimo carattere».

Artisticamente e culturalmente che differenze hai riscontrato tra le due città?
 

«Come ti dicevo, Torino, che non è New York, ha una buona offerta a livello culturale. Mi sembra che Genova, dopo un lungo sonno, si stia lentamente risvegliando. Mi piace riuscire a organizzare qualche evento nella mia città d'origine, fino a qualche anno fa era impensabile. La nascita di luoghi come La Claque o il Count Basie - ne cito due che ultimamente mi capita di frequentare artisticamente - hanno aperto uno spiraglio nel bozzolo cristallizzato in cui la città stava addormentata. Alla Claque organizzerò il 13 dicembre una serata tutta dedicata a Tom Waits con moltissimi ospiti genovesi, provenienti dai generi musicali più svariati».

Ti rivedremo anche quest'anno al "Su la Testa", hai un rapporto privilegiato con la città di Albenga e il suo festival…

«Sono stato ospite alcuni anni fa e mi ero trovato molto bene. Ora è capitata l'occasione di tornare e mi fa molto piacere poter presentare in questa manifestazione, coraggiosa per i tempi attuali, il mio nuovo disco».


Queste sono invece le ormai consuete dieci domande secche…
 

- Noce o nocciola? Se posso avere una terza via sceglierei la mandorla. Mi piace l'idea della dolcezza che si abbina a un veleno.
- Tex o Zagor? Zagor, decisamente. Da ragazzino avevo tutta la collezione.
- Mongolfiera o dirigibile? Romantici entrambi. Forse il dirigibile mi porta qualche suggestione in più.
- Latte intero o scremato? Intero, scremato mi fa schifo.
- Passeggiare o correre? Sono un ottimo passeggiatore. Ma aggiungo che tra le due opzioni preferisco andare in bicicletta.
- Borsa o zaino? Dipende. Forse più spesso la borsa, ma non il borsello.
- Rickie Lee Jones o Janis Joplin? Mi piacciono entrambe ma sono più affezionato a Rickie Lee.
- Paglia o fieno? Mah, l'ago nel pagliaio o l'amore sul fieno? Diciamo fieno.
- Colomba o aquila? L'aquila è un bell'animale, ma non amo il concetto di "rapace" nell'essere umano. Per cui scelgo la colomba.
- Domenica o venerdì? Il venerdì e il sabato, a meno che non debba lavorare, esco molto di rado. La domenica è il giorno del riposo e della malinconia. Vada per la domenica.



Titolo: Nella prossima vita
Artista: Federico Sirianni
Etichetta: Incipit Records
Anno di pubblicazione: 2013