giovedì 23 febbraio 2012

"Make me a picture of the sun", i sogni di Carlot-ta






Carlot-ta, all'anagrafe Carlotta Sillano, è uno dei volti nuovi della canzone italiana. La ventunenne cantautrice di Vercelli ha raccolto molti consensi da parte della critica e del pubblico con il suo album d'esordio dal titolo "Make me a picture of the sun" (pubblicato lo scorso anno da "Anna The Granny Records"). Un lavoro raffinato, a tratti fiabesco e carico di suggestioni. Una strumentazione assai ricca (pianoforte, flauti, fisarmoniche, archi, percussioni) fa da cornice alle parole cantate da Carlot-ta prevalentemente in inglese e in francese. Parole conosciute, non nuove, perché Carlot-ta ha trovato ispirazione nelle poesie di grandi poeti della storia della letteratura occidentale: William Shakespeare, Emily Dickinson, Charles Baudelaire, William Blake, Jacques Prèvert e Thomas Stearns Eliot. Poesie e pensieri che hanno trovato nuova vita nelle canzoni che compongono l'album.
In questi mesi la cantautrice vercellese è impegnata in un lungo tour che ha toccato club, festival e piazze di tutta Italia. Sabato 25 febbraio Carlot-ta farà tappa a Spotorno (Sala Convegni Palace, ore 21. Ingresso libero) dove inaugurerà "Immaginaria 2012 - Winter Edition", rassegna musicale organizzata dal Comune in collaborazione con l'Associazione Le Muse Novae.
Anticipazioni, suggestioni e pensieri in questa intervista che Carlot-ta ci ha concesso con grande disponibilità e gentilezza.



Un solo album all'attivo e hai già sbancato il banco. Hai conquistato la "Targa Giovani M.E.I. 2011", il "Premio Ciampi" come miglior album di debutto, e sei stata protagonista al "Premio Tenco 2010". Mesi per te memorabili. Cosa dobbiamo aspettarci dal 2012?

«Quello che è successo finora è stato per me un'assoluta sorpresa. Quando ho iniziato a scrivere le canzoni che compongono "Make me a picture of the sun" nemmeno ci pensavo al fatto che sarebbero finite in un disco d'esordio. Non c'è stata molta progettualità da parte mia. Ho accettato la proposta della mia attuale etichetta, "Anna The Granny", anch'essa esordiente, e abbiamo cercato di fare al meglio il nostro rispettivo lavoro. Il modo in cui è stato accolto il disco è stato molto soddisfacente e inaspettato per me e per loro. Anche per il futuro credo ci lasceremo un po' guidare dagli eventi e dagli istinti, per il momento stiamo realizzando un singolo che uscirà a fine primavera e che anticiperà un secondo disco in uscita spero nel 2013. Nel frattempo sto strutturando un live con archi e percussioni che vorrei portare in giro nel periodo estivo».

Il tuo disco è curioso, se mi permetti l'aggettivo, e sicuramente fuori dagli schemi. Non per le atmosfere che si respirano, sempre coinvolgenti e positivamente spiazzanti, quanto per il fatto che canti poesie di autori spesso molti famosi in lingua inglese e, in alcuni episodi, in francese. Perché questa scelta?

«Parrà un'assurdità, ma non mi interessa molto l'aspetto testuale delle canzoni. Ascolto prevalentemente musica straniera e mi piace lasciarmi guidare dalle suggestioni musicali più che dai significati dettati dal linguaggio verbale. La scelta di cantare in lingue diverse dall'italiano e di prendere in prestito versi di poeti noti sono espedienti che mi consentono di istigare l'ascoltatore ad avere questo tipo di approccio alle mie canzoni. La voce diventa uno strumento e i significati sono dettati dai suoni».

Perché non hai scelto di cantare in italiano? Non pensi che per molti spettatori che assistono ai tuoi concerti sia difficile comprendere il tuo messaggio? Non ti preoccupa tutto ciò?

«Senza dubbio il messaggio trasmesso in questo modo necessita di una attenzione maggiore da parte dell'ascoltatore, ma non per questo è meno diretto o meno universale. Il linguaggio musicale è di per sé significante, credo che, semplicemente, la mia musica potrà comunicare a chi sarà disposto all'ascolto e troverà una consonanza con le suggestioni trasmesse e le immagini evocate».

Seguirai questa strada o nel tuo prossimo lavoro scopriremo una Carlot-ta cantautrice?
 

«È probabile che in futuro sarò io l'autrice dei miei testi ma continuerò a seguire questa "poetica" musicale, le canzoni che sto scrivendo sono sempre in inglese e francese e danno maggior rilievo al suono della parola piuttosto che al suo significato».

Nelle tue esibizioni sei solitamente da sola sul palco, il disco invece è molto più strutturato musicalmente. Qual è la vera dimensione di Carlot-ta?

«Sono due dimensioni complementari forse; il tempo passato in studio è stato molto divertente e la possibilità di lavorare su arrangiamenti, scelte timbriche e sui suoni in generale mi interessa molto. Per questo disco ho avuto la fortuna di collaborare con un arrangiatore palermitano, Gianluca Cangemi, che mi ha aiutata molto a dare una giusta forma e veste timbrica ai miei brani. Dal vivo invece le canzoni sono chiaramente spogliate di tutto questo e la comunicazione è totalmente diversa; non mi piacciono molto i concerti in cui la band suona "uguale al disco", preferisco un tipo di approccio diverso, più diretto e intimo. Come già detto, però, per l'estate sto preparando un live in cui sarò accompagnata da archi e percussioni per avvicinarmi di più alle sonorità del disco e per avere uno spettacolo con un maggior impatto sonoro da proporre in ambienti magari più ampi e aperti che poco si prestano a un concerto in solo. Nei club invece continuerò a suonare così. Mi piacerebbe che gli ascoltatori del disco (perlomeno quelli che lo hanno apprezzato) partecipassero a un concerto (e viceversa) per conoscere entrambe queste dimensioni».

La critica ti accosta a Tori Amos e Joanna Newsom. Ti ritrovi in questo accostamento?

«Sono due autrici che amo molto. I dischi di Tori Amos sono stati tra i miei principali ascolti in passato e sono stati fondamentali per la scoperta di un modo diverso di utilizzare il pianoforte nel pop. Joanna Newsom è, tra le uscite recenti, la cantautrice che forse ho più apprezzato per la sua ricerca su armonie, melodie, strutture. La sua musica è complessa e al contempo fruibile. Razionale e ben suonata ma emozionante, bizzarra e divertente».

Sei attualmente impegnata in una lunga serie di concerti in giro per l'Italia. Cosa ti sta dando dal punto di vista umano e musicale questo peregrinare?

«Mi diverte molto, vedo luoghi che non ho mai visto, conosco molte persone, suono le mie canzoni. Detto così pare un po' "morettiano" ma non potrei sperare di meglio».

Hai poco più di vent'anni e fai parte di quella generazione che non è cresciuta con il disco fisico, cd o vinile che sia. Cosa ne pensi della musica liquida e di internet. Per i giovani artisti è un canale utile per farsi conoscere, forse l'unico rimasto.

«Gianmaria Ciabattari, il mio produttore, ha conosciuto me e la mia musica tramite Myspace (che ai tempi era all'apice del suo successo) e Facebook è la modalità principale per promuovere quello che faccio. La rete ha inglobato le arti e ne è il principale punto d'accesso e di diffusione».

Compri i dischi oppure scarichi da internet la musica che ti piace?

«Acquisto quasi sempre i dischi che mi interessano, se li scarico tendo a perderli di vista e a non ascoltarli».

Sul tuo iPod cosa troviamo in questo periodo?

«St. Vincent, Joanna Newsom, Marissa Nadler, Panda Bear, Alasdair Roberts, e…Battiato».

Hai seguito il Festival di Sanremo? Cosa ne pensi tu che a Sanremo sullo stesso palco, ma in una occasione differente, hai raccolto tantissimi riconoscimenti da parte di pubblico e critica?

«Mi diverte tantissimo seguire il Festival di Sanremo, al di là di qualsiasi giudizio o polemica, trovo sia anacronistico, surreale e bellissimo. Se ne facessero due all'anno sarei davvero felice, dico sul serio. Non ho mai provato a partecipare a Sanremo Giovani ma se ce ne fosse la possibilità e mi facessero cantare quello che voglio non direi di no; è comunque una grande vetrina promozionale, con molti contro e molti pro».

Cosa vorresti che succedesse nei prossimi cinque anni?

«Che non si avverassero le profezie Maya in primis e che questa possa diventare la mia professione. E  moltissime altre cose».


Titolo: Make me a picture of the sun
Artista: Carlot-ta
Etichetta: Anna the granny Records
Anno di pubblicazione: 2011





martedì 14 febbraio 2012

"More music" per Massimiliano Rolff e Unit Five





Essere il leader di una band e nello stesso tempo esserne il contrabbassista non è compito agevole. Il contrabbassista occupa solitamente una posizione di secondo piano, più nascosta rispetto alla visuale del pubblico. Massimiliano Rolff, musicista di grande talento nato nel 1973 a Savona, ricopre invece alla perfezione questo doppio ruolo. Dopo essersi diplomato nel 1999 al Jazz Conservatory della città di Groningen nei Paesi Bassi in basso elettrico e didattica musicale, Rolff ha suonato in questi anni nei più prestigiosi club e festival negli Stati Uniti e nel Vecchio Continente. Gli Unit Five, attivi dal 2005, sono invece una delle band di riferimento del panorama jazz ligure. Nel 2006 il loro esordio discografico, con l'album "Unit Five", è stato salutato con ampi consensi da parte del pubblico e della critica. Sei anni dopo Massimiliano Rolff e Unit Five sono tornati in sala di registrazione per regalarci "More Music". Un album jazz di composizioni originali scritte dallo stesso Rolff.
Il pubblico savonese avrà l'occasione di ascoltare il disco nel concerto di presentazione che si terrà giovedì 16 febbraio al Filmstudio a Savona (inizio ore 21.30, ingresso 7 euro con tessera Arci). La serata, organizzata in collaborazione con il Circolo Raindogs, vedrà sul palco Rolff accompagnato dai suoi Unit Five: Luca Begonia (trombone), Stefano Riggi (sax tenore), Massimo Currò (chitarra), Paolo Franciscone (batteria).
Scopriamo come sarà il nuovo disco dalle parole di Massimiliano Rolff.

"More Music" è il terzo album a tuo nome se non si considera "Next Beat". Cosa dobbiamo attenderci dal disco?

«È un sincero disco di jazz. Senza trucchi e senza inganni: ci sono cinque musicisti nella stessa stanza che registrano per due volte le otto tracce presenti nel cd. Poi scelgono insieme le migliori. È bello sai, lavorare così. Ho scritto i brani contenuti in "More Music" con l'intenzione di regalare a chi lo ascolterà un'ora di musica brillante, scintillante... qualcosa su cui puoi battere il piede o schioccare le dita. Ci sono brani veloci su cui scivoliamo con assoli vertiginosi, dolci ballad su cui, a lume di candela, si può danzare in un caldo abbraccio, ci sono temi usciti da misteriosi film di spionaggio, songs che ci riportano a Broadway, tanto swing, molta organizzazione e soprattutto tanta perizia ed improvvisazione».

Quale è stato il percorso che ti ha portato a registrare questo nuovo disco?

«Se devo analizzare il risultato finale posso dire che la musica di "More Music" è scritta in una lingua molto ben definita. L'ispirazione al sound dell'epoca d'oro del jazz è chiara ed innegabile. Continuo a trovare molto interessante e stimolante ricercare idee personali ed un mio sound utilizzando un linguaggio così consolidato come quello del jazz degli anni '50, questa è la mission dell'idea legata al gruppo "Unit Five". La mia vocazione è quella di scrivere della musica che possa raggiungere con semplicità anche il più distratto degli ascoltatori, ma allo stesso tempo possa mettere a seria prova il musicista che la suona e soddisfare anche tutti coloro che ricercano nella musica elementi di tecnicità e complicatezze varie. Una specie di rompicapo al servizio della mia spontaneità e immaginazione. Il primo album "Unit Five" del 2006 fu un buon debutto. Oggi a sei anni di distanza e dopo decine di concerti insieme, questa band è cresciuta moltissimo e l'apporto dei nuovi entrati, il trombonista Luca Begonia e il batterista Paolo Franciscone, ha determinato un netto salto di qualità. Le idee che ho proposto alla band sono state colte nella loro interezza e nella loro naturale intenzione nel migliore dei modi»".

Da "Naked", registrato nel 2009 con Emanuele Cisi, Andrea Pozza ed Enzo Zirilli, a "More Music" sono passati poco più di due anni, cosa è cambiato?

«"Naked" e "Unit Five" sono i due progetti paralleli a cui ho dato vita in questi ultimi anni. Trovo che sia molto importante dedicare energie per dare continuità alle proprie idee. Essere giunti al secondo album con "Unit Five" è un grande risultato, soprattutto se si considera che nel mondo del jazz la tendenza a cambiare partners è praticamente la routine. Personalmente gli ultimi due anni sono stati molto intensi dal punto di vista concertistico, ho avuto la fortuna di suonare con molti musicisti americani che hanno fatto una buona parte della storia del jazz, vicino a loro non si può fare altro che imparare e crescere sia artisticamente che umanamente. Credo che questo si possa cogliere in trasparenza ascoltando "More Music"». 

Il tuo percorso musicale è costellato, appunto, di moltissime collaborazioni con artisti anche di grande spessore internazionale. Quale esperienza ricordi con più piacere e perché?

«Il bello della musica suonata è che ogni volta che vai a tenere un concerto ne risulta un evento indiscutibilmente unico, sia esso nel jazz club sotto casa o sia nel grande teatro in una capitale europea. Con il jazz poi è sempre diverso anche se suoni con gli stessi musicisti e questo è uno dei motivi che mi ha allontanato dallo sfavillante mondo della musica pop. Questo per dire, che ogni musicista, ogni palco e ogni audience può regalarti momenti speciali anche se non te lo aspetti, e questa è una grande fortuna! Di certo quando ti capita di condividere, palco, chilometri di viaggi in auto, soste in aeroporti, cene e attese varie in tour con personaggi come Herb Geller, Peter King o Phil Woods, che hanno abbondantemente superato i 50 anni di professionismo musicale, ti resta nel cuore qualcosa di speciale; in qualche modo hai la sensazione di far parte, magari anche solo per una piccola parte, del grande ingranaggio della storia della musica. Ti senti al posto giusto. Comunque una delle più belle esperienze musicali l'ho vissuta recentemente, lo scorso gennaio, suonando sul prestigioso palco del Sunset Sunside Jazz Club di Parigi con il sassofonista newyorkese Dave Schnitter. Ecco, lì hai la netta sensazione di essere vero, e con Dave l'impagabile sentimento di libertà musicale e fiducia. Bello no?».

Preferisci la vita da sideman o quella di fronte al tuo pubblico? Quali sono le diverse sensazioni?

«Beh, come sideman ho la fortuna di calcare alcuni dei più importanti palchi del mondo e di imparare sempre molto dai leaders dei vari gruppi, che resta uno degli obiettivi importanti della vita di un musicista. Leggo la loro musica, la imparo, mi calo nel loro sound e cerco sempre di portare acqua al mulino, di far funzionare la band, di essere puntuale agli appuntamenti e di non decidere troppe cose. È un atteggiamento più spensierato, il tuo impegno è quello di suonare bene e di aggiungere la tua anima all'idea di un altro. Talvolta, soprattutto all'inizio dei tour, ti domandi se ne sarai capace, se il leader sarà soddisfatto, un po' d'ansia che scompare presto. Come leader, è molto diverso. Intanto, bisogna prendere consapevolezza che tutto ciò che accade sul palco e fuori dal palco dipende sempre in qualche modo da te. Sei l'anima che ha dato il via a tutto quello che succede, a partire dal viaggio per arrivare al teatro fino all'ultima nota del concerto. Sei persino responsabile degli applausi a fine serata! Il tuo nome sui poster è il più grande e hai la grande fortuna di poter dialogare, comunicare e portare una tua precisa idea ad un ampio pubblico, che come contropartita è libero di giudicarti. È un gioco molto più grande ed importante, che spesso ti scava dentro alla ricerca della tua verità; è mettersi in gioco per davvero. Soprattutto se sei un contrabbassista, essere un leader deve essere proprio una scelta, o meglio, una necessità, in quanto di certo questo strumento non ti porta ad essere davanti o più in vista degli altri. Vedi, io adoro scrivere musica. Ne scrivo in continuazione, e quella precisa sensazione di: scrivo-creo-organizzo-suono è per me un'emergenza necessaria e costante»".

Come vedi il futuro della musica in Liguria?

«La realtà italiana nell'ambito della cultura è a un punto morto. In Liguria è forse ancora peggio.
La Liguria ha prodotto decine di musicisti straordinari, in ogni ambito musicale, e nessuno di loro è aiutato dignitosamente dalla comunità. L'industria musicale si è trasformata a totale svantaggio dei musicisti, e vabbè, diciamo che è un segno dei tempi, ma la musica dal vivo? Dove è finita la musica dal vivo? Tutti quei piccoli pub dell'entroterra ligure che facevano musica dal vivo, i palchi estivi sulle passeggiate a mare, i locali 'importanti' nei capoluoghi di provincia, le Pro Loco con le piccole rassegne, dove sono finiti? Perfino alle sagre non c'è quasi più musica dal vivo. Genova fa fatica ma Savona, Imperia e La Spezia sono trasparenti da questo punto di vista. Sai, per noi musicisti che siamo abituati a viaggiare, è un problema relativo perché andiamo a lavorare da un'altra parte, ma il problema resta per i liguri. La musica va vista e vissuta dal vivo, solo così potremo avere nuove generazioni di straordinari musicisti. Gli amministratori devono capire che sarà la cultura ad alimentare l'economia e non viceversa. Bisogna investire ed avere coraggio, la musica e la cultura non sono affatto aspetti secondari della nostra società. Il futuro musicale in Liguria non è sereno, ma potrà migliorare con lo sforzo di tutti. Il mio concerto al Filmstudio di Savona vuole essere un piccolo contributo a sostegno della musica nella nostra regione e nella città dove sono nato».



venerdì 10 febbraio 2012

I monologhi del cantautore varazzino Zibba



Debutta mercoledì 15 febbraio al Teatro Don Bosco a Varazze il nuovo spettacolo di Zibba dal titolo "Il rumore dei sogni - Corpo, Anima e Frattaglie" (ore 21). Il cantautore varazzino, vincitore del Premio Bindi 2011 e del concorso "L'artista che non c'era", tornerà così ad esibirsi nella sua città natale in uno spettacolo inedito che non lo vedrà al fianco dei suoi Almalibre, bensì dell'attore Alberto Onofrietti. I due artisti non sono nuovi a collaborazioni teatrali. Zibba e Onofrietti sono stati, infatti, fianco a fianco sul palco nel musical "All'ombra dell'ultimo sole".
Il nuovo spettacolo nasce dalla passione comune per la contaminazione tra le arti e dalla loro amicizia, consolidatasi fuori dal palco. In questa nuova avventura artistica Onofrietti reciterà monologhi, poesie e racconti scritti da Zibba. Una finestra sulla vita del cantautore varazzino, all'anagrafe Sergio Vallarino, fatta non solo di note e canzoni ma anche di esperienze e quotidianità.
È lo stesso Zibba in questa breve intervista a raccontarci il nuovo spettacolo e i progetti futuri.



"Il rumore dei sogni - Corpo, Anima e Frattaglie" insieme all'attore Alberto Onofrietti è un nuovo capitolo nella tua carriera. Cosa ci dobbiamo aspettare?

«Un paio d'ore di buoni motivi per venire a teatro mercoledì, ad esempio. Uno spettacolo nuovo, diverso da tutti i miei precedenti perché me ne sto sul palco e ascolto una voce forte e sicura recitare cose che ho scritto principalmente per me, come sfogo, e che ora lette in pubblico diventano per tutti. Conoscere Alberto mi ha regalato la voglia di mettermi in gioco con questa nuova cosa, e sono certo che chi conosce la mia musica troverà che sono sempre io, anche quando scrivo "non canzoni"».

Sei sempre sulla strada, on the road come direbbero dall'altra parte dell'oceano. La tua palestra di vita sono i locali, le piazze, i teatri e i palchi di tutta Italia. Un percorso in controtendenza rispetto a chi tenta di spiccare il volo partecipando a concorsi televisivi. Cosa ne pensi?

«Penso che ognuno debba decidere per sé che strada percorrere, e non giudico negativamente chi fa un percorso diverso dal mio. Credo solo che serva molto, a tutti, fare la gavetta. Servono i palchi piccoli, le sale vuote, la gente che non ti caga all'inizio. Serve misurarsi e mettersi in discussione ogni giorno. Serve a crescere ed esser pronti a tutto. La mia strada la adoro, e non la cambierei con null'altro. Conosco solo questo modo di fare musica, e credo sia sano nonostante tutto».

Hai suonato brani di Bob Marley in trio con Bunna degli Africa Unite e Raphael degli Eazy Skankers, sei stato in sala di registrazione con Tonino Carotone e recentemente con Tiromancino. Ti adatti alla perfezione a tutte le situazioni, però mi sembra che alla base di tutto ci sia il tuo personale divertimento, la voglia di suonare e regalare emozioni...

«Non è un vero e proprio adattarsi, piuttosto la chiamerei voglia di fare sempre cose nuove. Mi piace collaborare, mettermi alla prova e conoscere nuove persone con cui percorrere pezzi di strada. Con Raphael dura da molto tempo, con Bunna si è creata una bellissima amicizia e con tutti gli altri sempre e comunque collaborazioni che hanno dietro una buona dose di stima reciproca e rispetto. Il mio personale divertimento è alla base, hai ragione. Non posso farne a meno. Come cercare di portare in giro il mio piccolo messaggio, e vale qualunque mezzo».

Nonostante tutti gli impegni live so che stai registrando materiale per il tuo prossimo disco. Quando uscirà e cosa ci puoi dire su questo nuovo progetto?

«Uscirà a maggio e posso dirmi molto soddisfatto del lavoro che stiamo facendo. La band ha assunto nuovi elementi e abbiamo un sound, a mio avviso, molto completo. Sicuramente posso dire che non sarà un disco uguale al precedente, ci sono novità. Nuovi suoni. Nuove idee, per fortuna. Non vedo l'ora che venga pubblicato. È bello quando si fa un disco nuovo, per noi e per chi ci segue. C'è sempre attesa, anche se poi non cambia nulla in modo radicale, e quando ti arriva in mano la prima copia è davvero una grande soddisfazione».

Dopo aver partecipato al Premio Tenco, vinto il Premio Bindi 2011 e il concorso "L'artista che non c'era", aver convinto pubblico e critica con l'album "Una cura per il freddo", cosa ti aspetti dal 2012?

«Non mi aspetto nulla ma spero sia fortunato come gli anni appena trascorsi. Il disco del 2010 ci ha regalato tutte le soddisfazioni che volevamo, e anche qualcosa in più. Merito di uno staff vincente e di canzoni che sono entrate subito nel cuore delle persone e della critica. Mi auguro ci sia spazio per fare ancora tanto, anche se l'Italia sta attraversando un periodo tragico. Mi auguro che la gente abbia sempre voglia di musica, e da parte mia poter regalare a chi mi ascolta qualcosa di speciale con questo nuovo lavoro. Perché l'unica cosa importante è quando sai, perché te lo dicono e te lo fanno notare, che la tua musica scalda l'animo di qualcuno, ogni tanto. Questo è quello che conta».



venerdì 20 gennaio 2012

Pino Masi e la "ballata" del cantastorie





Da oltre quarant'anni Pino Masi scrive e canta la storia vista con gli occhi delle classi più povere e in difficoltà. Dove ci sono operai o studenti in sciopero e semplici cittadini alle prese con i problemi di tutti i giorni, Pino Masi c'è. È li per raccontare, per incoraggiare. Ed è così dalla metà degli anni Sessanta, da quando fondò il Canzoniere Pisano insieme ad Alfredo Bandelli, Riccardo Bozzi, Piero e Lydia Nissim, Charlotte Lantery e Giovanna Silvestri. Il cantastorie, nativo di Marinella di Selinunte ma pisano di adozione, è stato una delle voci della protesta studentesca del '68, ha abbracciato Lotta Continua divenendone la voce musicale ufficiale. Ma soprattutto ha composto alcuni dei canti di lotta più famosi e importanti di quegli anni. Tra questi si possono ricordare "La ballata del Pinelli", "Il soldato Bruna", "L'ora del fucile", "Prendiamoci la città". Ha lavorato con Pier Paolo Pasolini fino al 1973 e due anni dopo ha organizzato a Pisa il primo concerto di Fabrizio De André.
Pino Masi, amico e collaboratore anche di Dario Fo, Franco Basaglia, Demetrio Stratos e Giorgio Gaslini, si esibirà sabato 21 gennaio alla Società Operaia Pace & Lavoro nella Valle di Vado. Il concerto è organizzato dalla Fiap "Nicola Panevino" Valbormida e dal Circolo Giustizia e Libertà "Cristoforo Astengo" (cena e concerto 18 euro; ore 20.30).
Masi, contattato telefonicamente, è stato disponibile a rispondere ad alcune domande. 



Sono passati quarant'anni ma una buona parte delle tue canzoni sono più che mai attuali. I problemi economici e di lavoro stanno pesando sulla società; come ai tempi di Giuseppe Pinelli si muore in carcere, come è successo recentemente a Stefano Cucchi tanto per citare un nome; si assiste a scioperi e tentativi di rivolta, non ultimo quello che sta bloccando la Sicilia. 

«Purtroppo devo dire che mio malgrado sono ancora attuali, vorrei tanto che non lo fossero. Penso che la gente ne abbia però abbastanza di questo modo di governare. Non si può continuare in questo assurdo modo di 'spremere i limoni'. Parlano di salvare le banche e lo fanno come? Sacrificando il popolo, facendo pagare il conto ai cittadini. Guarda cosa sta accadendo con il prezzo della benzina, ormai arrivato a livelli insostenibili a causa delle tasse. Si fa fatica a sopravvivere e sono anni che dico che bisogna ribellarsi».

Quarant'anni fa però le condizioni sociali erano diverse. C'era forse anche più consapevolezza di quello che stava accadendo e i componenti del Canzoniere Pisano sono stati un po' il megafono musicale del movimento di protesta.

«Il fare creativo dei componenti del Canzoniere Pisano ha seguito passo passo dall'interno gli eventi sociali del periodo. Pisa è stata l'innesco di un processo culturale, le facoltà universitarie erano già occupate nel '67. Nel resto dell'Italia si assistette all'occupazione delle università solo l'anno successivo, quando a Pisa era già salda l'unione tra studenti e operai. Poi nel '69 l'intelligenza strategica della borghesia decise al suo interno di mettere un freno a questa inarrestabile avanzata e iniziarono le stragi».

Gli anni '70 sono quelli delle stragi di Stato, dei regolamenti di conti, ma soprattutto di grandi misteri.

«Il vero problema è proprio questo. Dopo cinquant'anni non sappiamo ancora chi sono i responsabili dei drammatici fatti di quegli anni. O meglio, lo intuiamo ma i segreti sono rimasti tali e parlo delle stragi di Piazza Fontana, di Piazza della Loggia a Brescia, del Rapido 904. La mano può essere stata rossa o nera ma la mente che ha preso quelle decisione è sempre stata la stessa. La massoneria è il vero partito della borghesia, quello che ha preso e continua a prende le decisioni che poi il popolo deve subire. E nella massoneria, nelle logge coperte, c'è di tutto. Vi fanno parte politici di destra, di sinistra, magistrati, poliziotti, giudici, mafiosi e via dicendo. Solo a Pisa ci sono quattro logge coperte. In Italia non c'è la pena di morte, e di questo si vantano, ma c'è una morte continuata e attuata senza processi: dalle stragi alle esecuzioni di giudici, sindacalisti, giornalisti. Il potere è al di là delle forme che assume».

Quali sono allora le differenza tra la situazione attuale e quella del '68?

«Allora avevamo un avversario ben definito: la borghesia, il padrone della fabbrica. Ora, invece, la classe egemone non è più legata al capitalismo. Ci sono ancora i padroni, i Marchionne che sono da combattere, ma quando si parla di padroni si deve citare apertamente la massoneria e le logge coperte».

La P2 di Licio Gelli a cui erano iscritti tanti politici e personaggi famosi, poi le ultime inchieste sulla P3 e P4. L'Italia da quarant'anni sembra essere guidata o quanto meno condizionata da questi gruppi.

«Nessuno chiede l'anarchia o il comunismo, quello che chiedo come cittadino è la verità. Che non ci sia doppiezza nelle istituzioni. Chi giura fedeltà alla Repubblica non può appartenere a logge massoniche che perseguono i loro interessi. E chi è iscritto a logge coperte deve andare in galera perché tradisce il giuramento fatto alla Repubblica. Non desidero rivoluzioni ma voglio che la Repubblica venga rispettata. La gente onesta, tutta, deve chiederlo e il compito del cantastorie è portare avanti questo messaggio».

Chi frequenta ora i concerti di Pino Masi?

«Ci vengono soprattutto i giovani. Le sale e i locali dove mi esibisco sono sempre gremite di giovani che vogliono capire e hanno il diritto che qualcosa finalmente cambi».

Alla Società Operaia Pace & Lavoro a Vado Ligure che spettacolo metterai in scena?

«Il titolo del concerto è "Valorizzare e difendere il bene comune e dare, ad ognuno, le stesse possibilità di realizzarsi". Parlerò pochissimo durante lo spettacolo che presenterò, quello eventualmente lo faremo al termine della serata. Farò invece una specie di carrellata sulla storia d'Italia attraverso alcune canzoncine inedite, poi presenterò quelle più impegnate scritte ai tempi del Canzoniere Pisano e infine quelle di oggi. Sarà un viaggio dal '66 ad oggi».

Suonerà a Vado Ligure dove da quarant'anni in pieno centro città, tra le case degli abitanti, c'è una centrale elettrica a carbone. Nei prossimi anni verrà raddoppiata contro il volere di buona parte della popolazione. Cosa ne pensi?

«È ora di finirla. Basta sacrificare il popolo agli interessi di pochi. Ci stanno ammorbando…e ammazzando».


Titolo: S'av'a scialàri
Autore: Pino Masi & the Tribal Karma Art Ensemble
Etichetta: Culture Promoter/Edizioni Il Campano
Anno di pubblicazione: 2010

Tracce

01. A che sarà servita
02. Il veliero
03. Primavera
04. Mapperdindirindina!
05. Viva l'America
06. L'affascinante
07. Dimmi dove vai
08. Per Mauro Rostagno
09. Ci consenta!
10. Massoneria
11. S'av'a scialàri!
12. Viva Maria


sabato 14 gennaio 2012

Gian Piero Alloisio rende omaggio al maestro Bindi







Un nuovo spettacolo di teatro-canzone, "L'eco di Umberto… la musica infinita del Maestro Bindi", e un nuovo disco in uscita martedì 17 gennaio nei negozi e sulla piattaforma iTunes (+ un bonus, la strepitosa e divertentissima "Silvio"), "Ogni vita è grande" (A.T.I.D./Universal Music 2012). Gian Piero Alloisio, per anni collaboratore di Giorgio Gaber, Francesco Guccini, Emanuele Luzzati, nonché autore di canzoni e commedie di successo, torna così prepotentemente sulle scene musicali italiane con un sentito omaggio a Umberto Bindi che, insieme a Bruno Lauzi, Gino Paolo, Fabrizio De André e Luigi Tenco, fece parte di quella scuola di cantautori genovesi che rinnovarono profondamente la musica italiana.
Dopo il successo riscosso giovedì sera al Teatro Comunale di Ventimiglia (300 spettatori presenti), lo spettacolo "L'eco di Umberto…" arriva sabato 14 gennaio a Finalborgo, nell'auditorium di Santa Caterina (ore 21). In un avvincente percorso musicale e teatrale Gian Piero Alloisio (voce, chitarre, armonica, kazoo) e Dino Stellini (piano, tastiere) raccontano la vita del primo cantautore italiano.
Raggiunto telefonicamente all'indomani della prima dello spettacolo, Gian Piero Alloisio ha risposto con la sua consueta gentilezza alle nostre domande.


Gian Piero, parliamo subito dello spettacolo che tanto successo ha riscosso a Ventimiglia...

«È uno spettacolo che non si regge sull'entusiasmo da concerto ma su questa incredibile vicenda: la vita di Bindi. Racconto il periodo quando Bindi scomparve dalle scene, quando la Rai lo emarginò per la sua dichiarata omosessualità. Nel corso della serata proporrò canzoni inedite, brani famosi come "Il mio mondo", "Il nostro concerto", "La musica è finita", "Arrivederci" e molto altro».

Martedì uscirà nei negozi di dischi l'album "Ogni vita è grande", un ritorno in grande stile...

«Il mio ultimo lavoro discografico fatto con una major, che non sia una colonna sonora, risale al 1981 (titolo dell'album "Dovevo fare del cinema"). Ho fatto un mucchio di altre cose in questi anni (è stato autore di commedie, sceneggiatore di film, varietà televisivi e radiofonici, commissario artistico del Carnevale di Viareggio, fondatore e direttore artistico dell'Associazione Teatro Italiano del Disagio, ndr). L'approccio a questo disco è però completamente diverso rispetto ai miei lavori precedenti. Questo disco fa un po' il punto della mia carriera».

L'album contiene quattro interessanti inediti di Bindi...

«Ma non solo. Ho ricantato "Venezia", nella versione precedente a quella rivisitata da Guccini che ne ha cambiato qualche parolina. C'è poi una versione aggiornata e concordata con la figlia di Gaber di "La strana famiglia", scritta con Giorgio. E molto altro. Tutto questo accompagnato da musicisti straordinari come Claudio De Mattei e Enrico Spigno, membri della band che ha seguito Gaber, Mario Arcari che ha collaborato con De André. A questi ho aggiunto un duo classico. È insomma un album dove posso finalmente dire ‹sì, queste canzoni le ho scritte io›».

Sembra quindi un album di bilancio, un punto fermo da cui ripartire.

«Ho cercato di condensare in questo album tutta la mia vita, le mie esperienze, i miei pensieri. È un disco comunque attuale formato da canzoni che parlano anche dei problemi e dell'Italia di oggi. Dopo 38 anni di carriera ho voluto mettere un punto. Possiamo dire che è una sorta di bilancio, di assunzione di responsabilità verso chi mi ha seguito in tutti questi anni. Ho scritto tantissimo come autore ma c'è stato un momento in cui mi sono detto ‹devo fare quello che sono›, cioè testimoniare al mondo quello che ho fatto».

Torniamo alle quattro canzoni di Bindi...

«Sono quattro canzoni, di cui una che fu provinata, del vasto repertorio che ci ha lasciato Bindi. Ci sono una quantità sterminata di musiche ma quasi tutte senza testi. Lui era un compositore più che un vero cantautore. Io ho aggiunto i testi».

Sei stato molto legato a Bindi. Fosti anche uno dei protagonisti del concerto-omaggio che si tenne a Genova nel 2007 per ricordare, a cinque anni dalla scomparsa, il cantautore genovese... 

«Bindi nel 1990 aveva avuto l'idea di tornare a vivere nella sua Genova. Mi contattò tramite Gian Paolo Morabito e il Club Tenco. Lavorai ad alcune sue canzoni ma non immaginavo che conservasse nel cassetto così tante composizioni. Ma la collaborazione si interruppe perché Bindi restò a Roma e non tornò a vivere Genova. Fece male perché i genovesi lo hanno sempre amato. Lo dimostra il fatto che furono quattromila gli spettatori che assistettero al Teatro Stabile allo spettacolo su Bindi».

In questi ultimi anni assistiamo ad una vera ondata di omaggi a musicisti scomparsi. Da quelli a De André che ormai si sprecano e non fanno più notizia, a Baccini che si è cimentato con le canzoni di Tenco, fino al grande lavoro di Enrico De Angelis che ha curato il cd incentrato sulla figura di Piero Ciampi...

«Ci sono delle differenze sostanziali. Tenco e Ciampi hanno un approccio interessantissimo dal punto di vista del testo, Bindi invece può dare molto di più alla musica di oggi, è sempre stato un cantante pop ed è più che mai attuale. Le canzoni di Bindi sono ancora oggi molto più interessanti di certa produzione pop italiana e anglosassone, anche perché conservano la straordinaria capacità di comunicare con tutti. Basta ascoltare le sue canzoni. Le composizioni di Bindi sono presenti in 135 album di artisti stranieri ed è uno dei tre autori italiani più eseguiti al mondo. Anche i Beatles interpretarono una canzone di Bindi. Tenco non potrà mai diventare famoso nel mondo come lo è stato Bindi». 

La produzione di Umberto Bindi è sterminata. Si parla di almeno 500 canzoni. Tantissimi brani inediti sono stati salvati grazie ad un meticoloso lavoro di digitalizzazione che tu stesso hai eseguito dopo aver ricevuto i nastri da Massimo Artesi, erede di Bindi. Una operazione volta a conservare questo immenso patrimonio che all'epoca l’industria discografica non capì e non volle pubblicare...

«Bindi ha lasciato tantissimi nastri registrati su un mangianastri a pile della Sony. Canzoni composte su un pianoforte sempre più scordato perché non aveva neppure i soldi per farlo accordare. Da questi preziosi nastri ho estratto quasi trecento inediti. Spero che dal mio lavoro i vari Renato Zero, Morandi o anche artisti emergenti come Emma Marrone possano trovare ispirazione. Ci sono canzoni inedite di Bindi che farebbero la fortuna di chiunque. Ecco, il mio auspicio è proprio questo: spero che qualcuno vada a pescare da questi altri 290 brani inediti e che riporti Bindi in vetta alle classifiche».


Titolo: Ogni vita è grande
Artista: Gian Piero Alloisio
Etichetta: A.T.I.D./Universal
Anno di pubblicazione: 2012

Tracce
(testi e musiche di Gian Piero Alloisio, eccetto dove diversamente indicato)

01. Ogni vita è grande
02. Il paese delle cose che non sono  [Alloisio; Umberto Bindi]
03. Italia ti vorrei salvare
04. Non c'è lavoro
05. La luce in un canto  [Carlo Mucari; Umberto Bindi]
06. Passa  [Alloisio; Umberto Bindi]
07. Venezia  [Alloisio e Francesco Guccini; Alloisio]
08. La strana famiglia  [versione aggiornata da Alloisio dall'originale Alloisio, Colli, Gaber]
09. La parte migliore  [Alloisio e Maurizio Maggiani; Umberto Bindi]
10. L'eco di Umberto
11. King
12. Senza
13. Baxeicò  [Claudio Gatto; Alloisio]
14. Canzone per Carlo



venerdì 6 gennaio 2012

Il viaggio del cantautore Sergio Pennavaria






"Senza lume a casaccio nell’oscurità" è il titolo del primo album del cantautore Sergio Pennavaria, trentasette anni a febbraio, siciliano di nascita e savonese d'adozione che si esibirà domenica sera alla Torre Antica, piazza Sant'Agostino a Verezzi (in duo con Boris Vitrano, ore 22). Sergio, laureato all'Accademia di Belle Arti, ama definirsi un busker, un artista di strada. E proprio la strada, le stazioni della metropolitana, le piazze, i vicoli sono stati per anni il suo palcoscenico. Un mondo ideale per fare esperienza, per capire la gente, il pubblico, le sensazioni e le emozioni che le canzoni sanno e possono regalare. Dopo tanto girovagare per lo "stivale" – la natia Siracusa e poi la Calabria, Roma, Firenze – sceglie di fermarsi a prendere fiato e a gettare le basi della sua arte musicale a Savona. Lo fa con discrezione, con la sua simpatia e con grande impegno. Doti e peculiarità che lo fanno entrare da subito nel vivace underground savonese. Conosce artisti, amici, compagni di viaggio che lo "prendono per mano" in questa avventura. Un viaggio in musica fatto di dodici tracce di grande respiro e dal suono coinvolgente, di liriche che trasmettono l'urgenza di comunicare e di esprimere il disagio dei tempi.
«L'album è la concretizzazione di tutto il lavoro precedente, un desiderio finalmente diventato realtà – spiega Pennavaria – Sono il quarto di cinque figli, mio padre Iano era un operaio che mi ha trasmesso la passione per la musica. Mia madre aveva grande predisposizione per il canto ma la "cultura del sud" non le ha permesso di proseguire la sua carriera. Non c'erano giocattoli in casa mia e così ho saccheggiato la libreria di casa. Ho letto di tutto, mi sono appassionato subito all'arte, al teatro, alla pittura e alla musica. Nella post adolescenza mi sono avvicinato alla beat generation che penso mi abbia influenzato. A tredici anni ho scritto le mie prime canzoni e a sedici ho partecipato a Sanremo Giovani '93 con la canzone "Francesco". Ero il più giovane in gara ma ho capito subito come andavano le cose e mi sono allontanato da quel mondo».
Lontano dai riflettori Sergio ha proseguito il suo percorso. «Ho girato l'Italia suonando nelle piazze, sono sempre stato un artista di strada – prosegue – E’ stata una esperienza importantissima, formativa e vissuta con animo sereno nonostante le mille difficoltà. Ho avuto la possibilità di far ascoltare le mie canzoni alla "vita"».
Un viandante, Sergio, che ha trovato in Savona un posto di ristoro e di ispirazione. «Savona è stato un passaggio fondamentale per la mia formazione. Fin dal mio arrivo ho trovato la possibilità di esibirmi dal vivo al circolo Raindogs e come apertura di due gruppi di indubbio valore come A Brigà e Il Ponte di Zan. La mia culla è stata però l'Italo Calvino a Loano».
Il salto in avanti è stato decidere di incidere il disco. «Due anni di lavoro in cui ho scoperto molti amici», prosegue Sergio, di professione educatore in una cooperativa sociale.
Amici musicisti che si chiamano Carlo Aonzo, mandolinista di fama mondiale, il percussionista Loris Lombardo, Boris Vitrano, Federico Fugassa, Alessandro Graziano, Mirco Rebaudo, Claudio Bellato, Davide Baglietto, il fisarmonicista Gianni Martini, Martino Biancheri e Renzo Luise. 
«Sono stati tutti incredibili. Oltre ai musicisti della mia band ho trovato grande collaborazione e disponibilità da parte di tutti gli ospiti. Prendiamo Aonzo – impegnato in tre canzoni –, un artista incredibile ma di una umiltà assoluta. Fino alle tre di notte è rimasto a registrare le sue parti. Voleva dare il suo meglio per questo mio progetto e ci è riuscito. E poi tutti gli altri da Lombardo a Biancheri, da Martini a Bellato. Li devo ringraziare tutti, il loro apporto è stato determinante». 
Decisiva è stata anche la collaborazione di Alessandro Mazzitelli che ha registrato e mixato il disco al Punto d'Incontro Italo Calvino di Loano. Un contributo che è però andato ben oltre il ruolo di tecnico del suono. «Le sue intuizioni, la sua pazienza, i consigli e gli incoraggiamenti hanno fatto sì che il disco vedesse la luce dopo due anni di intenso lavoro».
Un album che cela anche delle sorprese. Come l'intermezzo della manifestazione di protesta degli operai Fiat di Termini Imerese. «Ho vissuto molto profondamente questa crisi. La fabbrica è sempre stata vista come una grande occasione per tutti i siciliani. Mi sono commosso a vedere gli operai sui tetti. Volevo che nel disco se ne facesse cenno e ancora una volta "Mazzi" mi è venuto in soccorso. La protesta chiude il brano "La verità" e apre "Il mercato dell'obbrobrio" che parla di un'altra situazione difficile. Quella di Reggio Calabria presidiata dall'esercito. Si viveva con una immagine dittatoriale davanti agli occhi, c'era malessere. Non so perché ma la gente per strada era vestita con colori spenti».
Il disco si chiude con una canzone cantata in dialetto siciliano, "Calìa". «Con il siciliano mi posso confessare, riesco meglio a esprimere i miei sentimenti. La mia è una visione dionisiaca della vita. Fonte di ispirazione è stata però sempre la nostalgia, così come il rapporto con l'alcol».
Nell'album si rintracciano echi della produzione di Peppe Voltarelli e di una certa scuola popolare. «Di Peppe condivido il pensiero e la semplicità di viversi le sue vetrine. C'è però una differenza sostanziale, io non voglio proseguire sulla linea della canzone popolare anche perché è un percorso che non sto approfondendo. Fonti di ispirazione sono invece il Pino Daniele blues e popolare, Enzo Avitabile, Gaber, Fred Buscaglione che è il padre di tutti, i cantautori degli anni '70 e il rock degli anni '60 con un amore particolare per Nick Drake». 
Una avventura e un viaggio che è anche ben raffigurata dalla copertina dell'album curata dal grafico e disegnatore savonese Alex Raso. Sergio sdraiato su una cassa di legno con la chitarra in mano e i pantaloni tirati su a mezzo polpaccio – «mi sono sempre piaciute le avventure di Huckleberry Finn e volevo si sapesse» – e la valigia, simbolo dell'eterno viaggio.


Titolo: Senza luce a casaccio nell'oscurità
Artista: Sergio Pennavaria
Etichetta: autoproduzione
Anno di pubblicazione: 2011

Tracce
(testi e musiche di Sergio Pennavaria)

01. Il pallone
02. La verità
03. Il mercato dell'obbrobrio
04. Il collasso
05. È tutto così strano
06. Gocce
07. Tropea
08. Ciò che tu non mi dai
09. Le tue parole
10. Killer
11. Il mio nuovo gioco
12. Calìa