martedì 14 febbraio 2012

"More music" per Massimiliano Rolff e Unit Five





Essere il leader di una band e nello stesso tempo esserne il contrabbassista non è compito agevole. Il contrabbassista occupa solitamente una posizione di secondo piano, più nascosta rispetto alla visuale del pubblico. Massimiliano Rolff, musicista di grande talento nato nel 1973 a Savona, ricopre invece alla perfezione questo doppio ruolo. Dopo essersi diplomato nel 1999 al Jazz Conservatory della città di Groningen nei Paesi Bassi in basso elettrico e didattica musicale, Rolff ha suonato in questi anni nei più prestigiosi club e festival negli Stati Uniti e nel Vecchio Continente. Gli Unit Five, attivi dal 2005, sono invece una delle band di riferimento del panorama jazz ligure. Nel 2006 il loro esordio discografico, con l'album "Unit Five", è stato salutato con ampi consensi da parte del pubblico e della critica. Sei anni dopo Massimiliano Rolff e Unit Five sono tornati in sala di registrazione per regalarci "More Music". Un album jazz di composizioni originali scritte dallo stesso Rolff.
Il pubblico savonese avrà l'occasione di ascoltare il disco nel concerto di presentazione che si terrà giovedì 16 febbraio al Filmstudio a Savona (inizio ore 21.30, ingresso 7 euro con tessera Arci). La serata, organizzata in collaborazione con il Circolo Raindogs, vedrà sul palco Rolff accompagnato dai suoi Unit Five: Luca Begonia (trombone), Stefano Riggi (sax tenore), Massimo Currò (chitarra), Paolo Franciscone (batteria).
Scopriamo come sarà il nuovo disco dalle parole di Massimiliano Rolff.

"More Music" è il terzo album a tuo nome se non si considera "Next Beat". Cosa dobbiamo attenderci dal disco?

«È un sincero disco di jazz. Senza trucchi e senza inganni: ci sono cinque musicisti nella stessa stanza che registrano per due volte le otto tracce presenti nel cd. Poi scelgono insieme le migliori. È bello sai, lavorare così. Ho scritto i brani contenuti in "More Music" con l'intenzione di regalare a chi lo ascolterà un'ora di musica brillante, scintillante... qualcosa su cui puoi battere il piede o schioccare le dita. Ci sono brani veloci su cui scivoliamo con assoli vertiginosi, dolci ballad su cui, a lume di candela, si può danzare in un caldo abbraccio, ci sono temi usciti da misteriosi film di spionaggio, songs che ci riportano a Broadway, tanto swing, molta organizzazione e soprattutto tanta perizia ed improvvisazione».

Quale è stato il percorso che ti ha portato a registrare questo nuovo disco?

«Se devo analizzare il risultato finale posso dire che la musica di "More Music" è scritta in una lingua molto ben definita. L'ispirazione al sound dell'epoca d'oro del jazz è chiara ed innegabile. Continuo a trovare molto interessante e stimolante ricercare idee personali ed un mio sound utilizzando un linguaggio così consolidato come quello del jazz degli anni '50, questa è la mission dell'idea legata al gruppo "Unit Five". La mia vocazione è quella di scrivere della musica che possa raggiungere con semplicità anche il più distratto degli ascoltatori, ma allo stesso tempo possa mettere a seria prova il musicista che la suona e soddisfare anche tutti coloro che ricercano nella musica elementi di tecnicità e complicatezze varie. Una specie di rompicapo al servizio della mia spontaneità e immaginazione. Il primo album "Unit Five" del 2006 fu un buon debutto. Oggi a sei anni di distanza e dopo decine di concerti insieme, questa band è cresciuta moltissimo e l'apporto dei nuovi entrati, il trombonista Luca Begonia e il batterista Paolo Franciscone, ha determinato un netto salto di qualità. Le idee che ho proposto alla band sono state colte nella loro interezza e nella loro naturale intenzione nel migliore dei modi»".

Da "Naked", registrato nel 2009 con Emanuele Cisi, Andrea Pozza ed Enzo Zirilli, a "More Music" sono passati poco più di due anni, cosa è cambiato?

«"Naked" e "Unit Five" sono i due progetti paralleli a cui ho dato vita in questi ultimi anni. Trovo che sia molto importante dedicare energie per dare continuità alle proprie idee. Essere giunti al secondo album con "Unit Five" è un grande risultato, soprattutto se si considera che nel mondo del jazz la tendenza a cambiare partners è praticamente la routine. Personalmente gli ultimi due anni sono stati molto intensi dal punto di vista concertistico, ho avuto la fortuna di suonare con molti musicisti americani che hanno fatto una buona parte della storia del jazz, vicino a loro non si può fare altro che imparare e crescere sia artisticamente che umanamente. Credo che questo si possa cogliere in trasparenza ascoltando "More Music"». 

Il tuo percorso musicale è costellato, appunto, di moltissime collaborazioni con artisti anche di grande spessore internazionale. Quale esperienza ricordi con più piacere e perché?

«Il bello della musica suonata è che ogni volta che vai a tenere un concerto ne risulta un evento indiscutibilmente unico, sia esso nel jazz club sotto casa o sia nel grande teatro in una capitale europea. Con il jazz poi è sempre diverso anche se suoni con gli stessi musicisti e questo è uno dei motivi che mi ha allontanato dallo sfavillante mondo della musica pop. Questo per dire, che ogni musicista, ogni palco e ogni audience può regalarti momenti speciali anche se non te lo aspetti, e questa è una grande fortuna! Di certo quando ti capita di condividere, palco, chilometri di viaggi in auto, soste in aeroporti, cene e attese varie in tour con personaggi come Herb Geller, Peter King o Phil Woods, che hanno abbondantemente superato i 50 anni di professionismo musicale, ti resta nel cuore qualcosa di speciale; in qualche modo hai la sensazione di far parte, magari anche solo per una piccola parte, del grande ingranaggio della storia della musica. Ti senti al posto giusto. Comunque una delle più belle esperienze musicali l'ho vissuta recentemente, lo scorso gennaio, suonando sul prestigioso palco del Sunset Sunside Jazz Club di Parigi con il sassofonista newyorkese Dave Schnitter. Ecco, lì hai la netta sensazione di essere vero, e con Dave l'impagabile sentimento di libertà musicale e fiducia. Bello no?».

Preferisci la vita da sideman o quella di fronte al tuo pubblico? Quali sono le diverse sensazioni?

«Beh, come sideman ho la fortuna di calcare alcuni dei più importanti palchi del mondo e di imparare sempre molto dai leaders dei vari gruppi, che resta uno degli obiettivi importanti della vita di un musicista. Leggo la loro musica, la imparo, mi calo nel loro sound e cerco sempre di portare acqua al mulino, di far funzionare la band, di essere puntuale agli appuntamenti e di non decidere troppe cose. È un atteggiamento più spensierato, il tuo impegno è quello di suonare bene e di aggiungere la tua anima all'idea di un altro. Talvolta, soprattutto all'inizio dei tour, ti domandi se ne sarai capace, se il leader sarà soddisfatto, un po' d'ansia che scompare presto. Come leader, è molto diverso. Intanto, bisogna prendere consapevolezza che tutto ciò che accade sul palco e fuori dal palco dipende sempre in qualche modo da te. Sei l'anima che ha dato il via a tutto quello che succede, a partire dal viaggio per arrivare al teatro fino all'ultima nota del concerto. Sei persino responsabile degli applausi a fine serata! Il tuo nome sui poster è il più grande e hai la grande fortuna di poter dialogare, comunicare e portare una tua precisa idea ad un ampio pubblico, che come contropartita è libero di giudicarti. È un gioco molto più grande ed importante, che spesso ti scava dentro alla ricerca della tua verità; è mettersi in gioco per davvero. Soprattutto se sei un contrabbassista, essere un leader deve essere proprio una scelta, o meglio, una necessità, in quanto di certo questo strumento non ti porta ad essere davanti o più in vista degli altri. Vedi, io adoro scrivere musica. Ne scrivo in continuazione, e quella precisa sensazione di: scrivo-creo-organizzo-suono è per me un'emergenza necessaria e costante»".

Come vedi il futuro della musica in Liguria?

«La realtà italiana nell'ambito della cultura è a un punto morto. In Liguria è forse ancora peggio.
La Liguria ha prodotto decine di musicisti straordinari, in ogni ambito musicale, e nessuno di loro è aiutato dignitosamente dalla comunità. L'industria musicale si è trasformata a totale svantaggio dei musicisti, e vabbè, diciamo che è un segno dei tempi, ma la musica dal vivo? Dove è finita la musica dal vivo? Tutti quei piccoli pub dell'entroterra ligure che facevano musica dal vivo, i palchi estivi sulle passeggiate a mare, i locali 'importanti' nei capoluoghi di provincia, le Pro Loco con le piccole rassegne, dove sono finiti? Perfino alle sagre non c'è quasi più musica dal vivo. Genova fa fatica ma Savona, Imperia e La Spezia sono trasparenti da questo punto di vista. Sai, per noi musicisti che siamo abituati a viaggiare, è un problema relativo perché andiamo a lavorare da un'altra parte, ma il problema resta per i liguri. La musica va vista e vissuta dal vivo, solo così potremo avere nuove generazioni di straordinari musicisti. Gli amministratori devono capire che sarà la cultura ad alimentare l'economia e non viceversa. Bisogna investire ed avere coraggio, la musica e la cultura non sono affatto aspetti secondari della nostra società. Il futuro musicale in Liguria non è sereno, ma potrà migliorare con lo sforzo di tutti. Il mio concerto al Filmstudio di Savona vuole essere un piccolo contributo a sostegno della musica nella nostra regione e nella città dove sono nato».



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