lunedì 12 novembre 2012

Fabio Biale e "La sostenibile essenza della leggera"






"La sostenibile essenza della leggera" è il titolo del primo disco di Fabio Biale. Dopo una intensa attività negli Almalibre, gruppo che accompagna il cantautore varazzino Zibba (vincitore del Premio Tenco 2012), nei Liguriani, negli Amici di Django, nei Luf e nei Birkin Tree, il violinista savonese ha pubblicato in questi giorni il suo cd d'esordio. Dieci brani, più una simpatica ghost track, che sono una sorta di bilancio della sua carriera. Canzoni scritte molti anni addietro e rimaste nel cassetto e composizioni recenti hanno trovato finalmente la luce in questo disco registrato al Prestige Recording Studio di Uscio, nell'entroterra di Genova. Biale si è avvalso della collaborazione di alcuni compagni di viaggio degli Almalibre come Stefano Ronchi, Stefano Cecchi e Stefano Riggi, del batterista Marco Fuliano, del bassista Davide Medicina, dei chitarristi Daniele Franchi e Alessio Caorsi, di Max Vigilante impegnato alla tromba e all'honky tonk piano.
In questa intervista Biale ci racconta la nascita di questo interessante prodotto discografico "nostrano".



Cosa ti ha spinto a impegnarti in questo progetto?

«Ho in mente un progetto solista da almeno dieci anni. Ne ho parlato con tutti, almeno una volta l'anno, e più o meno tutti, almeno una volta l'anno, mi domandano: "Ma il tuo disco?". Il problema non era scrivere le canzoni, la musica o quant'altro. Il problema era: cosa mi aspetto da me come solista? Cosa, o meglio, come voglio che suoni la mia musica. Finalmente quest'anno ho trovato le persone giuste con cui lavorare e mi sono dato la risposta; questo disco deve suonare come un sunto dei dieci anni musicali passati: folk, swing manouche, rock, combat folk. Un disco variegato che trovi nel sound la sua unità».

Nella prima pagina del booklet spieghi cosa significa il termine "leggèra" riportando la definizione che ne dà il vocabolario Treccani. Per te però che significato ha il titolo "La sostenibile essenza della leggera"?

«Sono un fanatico dei giochi di parole. Il titolo nasce, chiaramente, dal rovesciamento de "L'insostenibile leggerezza dell'essere" di Kundera. Un rovesciamento creato per gioco, senza nessun secondo fine, parecchio tempo fa. Non è stato il primo titolo che mi è saltato in mente. Prima ho pensato a "Plaid: canzoni per andare in camporella", poi "Troppi venerdì di Passione, poche domeniche di Resurrezione", e altri mille. Un giorno poi la mia fidanzata mi ha ricordato questa frase e ho capito subito che era il titolo giusto, logico. Tra i personaggi delle canzoni ci sono delle leggere ma lo sono con lievità. L'essenza del nostro essere poco di buono è sostenibile, vale essere raccontato. Poi mi piaceva pensare che potesse intendersi anche come la sostenibile essenza del pop, della musica leggera. E il gioco è fatto. A proposito di giochi di parole. Sono appassionato di anagrammi onomantici, anagrammi di nome e cognome. Da Martin Cervelli ho trovato un bellissimo "Vercelli in tram" (una gita da mettere in conto, dunque), "Trivelli Carmen" (se conosci delle Carmen, memento!). Poi c'è "Il Clan Tre Vermi": se avessi il tuo nome sarebbe sicuramente il titolo del mio primo disco!».

Gli Almalibre, band di cui sei membro insostituibile, sono una fucina di musicisti solisti. Solo poche settimane fa abbiamo assistito all'esordio discografico di Stefano Ronchi, adesso è il tuo turno. Far parte di un gruppo è per voi riduttivo o avete tutti un messaggio da trasmettere?

«Almalibre è una famiglia bellissima. Mille input e mille energie creative gettate dentro di essa. Ho sempre suonato in band ed è per me la dimensione perfetta. Prima con gli Irishields, i Luf, Amici di Django, tuttora con i Liguriani e i Birkin Tree. Per me, un disco solista è una prova, più che di maturità artistica, di maturità organizzativa. Era il momento di prendere un'idea e gestirla in piena autonomia. Vedere dove sarei stato capace di arrivare. Un bellissimo gioco».

Per chi non ti conosce ci spieghi chi è Fabio Biale?

«Chi è Fabio Biale? Parafrasando Cyrano: filosofo, naturalista, maestro d'arme e rime, musicista, viaggiatore 'ascensionista', istrione ma non ebbe claque, amante anche senza conquista. Poi aggiungo, bottegaio che in bottega crea, e musicista che in tournée dorme ovunque. Non cantautore ma cantastorie. Logorroico con timidezza. Malato di musica. Sicuramente calvo».

Quando sono nate le canzoni del disco?

«Le canzoni sono nate in un lasso di tempo amplissimo. "Ema" è sorta in un'ora di filosofia, in terza liceo, più di sedici anni fa. "Il fiore non colto" racconta una storia avvenuta nella seconda metà del 2011. C'è tutta l'adolescenza e la prima età matura. Hanno tutte concepimenti molto diversi, ma tutte nascono da un "amplesso", un episodio reale ben preciso. C'è pochissima finzione. I personaggi sono tutti veri, le fasi creative delle canzoni ben agganciate all'episodio. Una per tutte: "Al mio funerale". Nel febbraio 2005 andai tre giorni ad Istanbul con Zibba. Il giorno prima mandai una e-mail ad un'amica che si chiudeva con uno scaramantico testamento in versi. Casomai l'aereo fosse caduto. Quel testamento è diventato, pari pari, il testo della canzone».

Nel disco proponi anche una interessante rilettura di "Psycho killer" dei Talking Heads. Perché questa scelta?

«Sono stato al cinema a vedere il film "It must be the place" di Paolo Sorrentino. Mi ha fatto letteralmente cagare. Però David Byrne mi ha folgorato. Eravamo in pieno fervore 'registratorio'. Così ho cercato di scrivere una traduzione che suonasse bene, con la stessa musicalità della versione originale. Ho pensato un riff che fosse il più AC/DC possibile, ho pompato i violini e via. Una cover serve a ricordarmi che c'è tantissima bella musica in giro e che la mia musica non deve avere la superbia di sentirsi indispensabile. Dovrebbe ricordarlo ogni artista. C'è un pantheon di musica meravigliosa già scritta: provare ad entrarci ma con rispetto, grazie».

"Emily" è invece un estratto di una poesia di Emily Brontë…

«"Emily" ha una bella storia. Aspettavo il tecnico Fastweb per montare il modem. Mi chiamano e mi dicono: ‹stasera c'è la festa della Miky, vieni!›. La Miky un regalo se lo merita sempre ma non potevo proprio uscire a comprarglielo. Così ho scritto una musica al volo, essenziale, un 'rocketto' da automobile. Non avevo il tempo di scrivere un testo, così ho pescato fra i versi di Emily Brontë. Possono toccare la sensibilità della Miky, ho pensato. Poi, in inglese, è più facile farle entrare nella musica. In due ore e mezza ho preparato tutto e registrato alla bell'e meglio. Un anno dopo riascolto tutte le cianfrusaglie che possono servire per il disco e ritrovo "Emily" e mi sembra che funzioni e, non l'avrei mai detto, la scelgo per il disco. È il primo pezzo che abbiamo registrato».

"A Zonzo", ultima canzone del disco, inizia con una divertente citazione di "Azzurro" di Adriano Celentano della durata di una ventina di secondi. Dopo un minuto e quaranta secondi di silenzio inizia una canzone che sembra non far parte del disco e soprattutto non mi pare sia cantata da te. Di cosa si tratta?

«"Tutti in gita" è un pezzo che ho scritto e registrato nel 1992 insieme al mio compagno di classe Floriano Ferro. 24 anni in due. Lui con una tastiera Casio da 50 mila lire e io con la voce bianca. Un pezzo di storia».

Hai registrato il disco a Uscio nello studio di un altro Almalibre, Stefano Cecchi che ha curato anche la produzione artistica. Senza dimenticare l'apporto del sassofonista Stefano Riggi, anche lui colonna degli Almalibre. Siete una grande famiglia…

«Una grande famiglia, senza dubbio. L'apporto di ogni elemento è stato fondamentale. Grandi professionisti e grandi amici. Una parola in più va spesa per Stefano Cecchi che mi ha dato la spinta per andare avanti, che ha creduto in questo progetto e che col suo talento di fonico e produttore artistico ha dato tantissimo perché tutto suonasse così appropriato. Abbiamo curato la produzione in ogni dettaglio, ogni suono: Stefano è stato sempre perfetto. Grande sintonia e grande fiducia reciproca hanno fatto il resto».

La grafica del disco è curata dal savonese Alex Raso. Toglimi però un curiosità, dove l'hai scattata la foto di copertina?

«La foto in copertina me la sono 'autoscattata' nel mio negozio a Stella San Martino. Possiedo un minimarket di paese, che gestisco con mia sorella. Ogni tanto ho i miei momenti di delirio: ho ritagliato un paio di finti occhiali e ho fotografato mezzo paese con questi indosso. Riguardando la foto c'era tutta la sostenibile essenza della leggera che sono. Indubbiamente».

Quali sono i tuoi progetti futuri e hai in mente di promuovere il cd con un tour?

«Progetti: suonare. Sempre. Comunque. Con Zibba, portando in giro il nuovo album, coi Liguriani coi quali stiamo lavorando ad un nuovo disco che uscirà in primavera, coi Luf con i quali collaborerò al nuovo disco anch'esso di prossima uscita. Poi un bellissimo duo con Stefano Ronchi: blues, ragtime... Stefano è un chitarrista che ti fa godere le orecchie. Il progetto solista avrà il suo spazio ma è molto presto per dirlo. Intanto presenterò il disco giovedì 6 dicembre, nel pomeriggio, a "Su la Testa" ad Albenga, poi il 12 dicembre sarò a Piozzo a Le Baladin».

Infine le dieci domande secche…

- Mora o lampone? Mora e in special modo di gelso. Il frutto che da bambini mangiavo quando giocavo nei boschi.
- Lampadario o abat-jour? Abat-jour: luce più soffusa, più atmosfera.
- Balena o sardina? Balena. Mi ricorda la storia di Moby Dick, l'avventura, il mare impetuoso ma anche Pinocchio.
- Astronauta o minatore? Nel 1989 avevo 9 anni e si festeggiava il ventennale dello sbarco sulla luna. Al museo di storia naturale di Genova ho visto la mostra dedicata all'allunaggio e ho capito che da grande avrei voluto fare l'astronauta.
- East coast o west coast? West coast, California. Alle spalle il deserto. C'è altro da aggiungere?
- Tappezzeria o colore? Colore. La tappezzeria fa casa dei nonni.
- Radio o televisione? Radio. Odio la tv, non la possiedo da sei anni.
- Bosco o spiaggia? Bosco. L'astronauta che mangiava le more viveva lì.
- Aereo o treno? Treno. Il treno viaggia, l'aereo sposta. È il viaggio che conta, non la traslazione.
- Birra rossa o bionda? Bianca!!! Weissbier tutta la vita!


Titolo: La sostenibile essenza della leggera
Artista: Fabio Biale
Etichetta: Prestige
Anno di pubblicazione: 2012

Tracce
(testi e musiche di Fabio Biale, eccetto dove diversamente indicato)

01. Al mio funerale
02. Gesti
03. Il fiore non colto
04. Canzone d'amore per un nonno addormentato
05. Emily  [Emily Brontë; Fabio Biale]
06. Ema
07. Psycho killer  [David Byrne, Chris Frantz, Tina Weymouth]
08. Il mio amico matto
09. D.C.
10. A zonzo





giovedì 25 ottobre 2012

Cesare Carugi: "Caroline" e altre storie








Cesare Carugi è tornato on the road in occasione del suo Halloween Tour, mini tournée autunnale che farà tappa in due locali liguri tra i più frequentati dagli amanti della buona musica. Il 2 novembre il cantautore toscano, originario di Cecina, si esibirà a Il Banco a Zoagli, il giorno successivo farà visita all'oste Fabio Ricchebono nella sua Ostaia da-U Neo a Sestri Ponente. Eventi da non perdere perché Carugi ha convinto la critica con il suo disco d'esordio "Here's to the road", da tempo esaurito in versione fisica e a cui a breve farà seguito il secondo capitolo, e soprattutto il pubblico che lo segue con affetto. Influenzato dal sound americano della west coast e dalla country music, Carugi ha fatto gavetta suonando in decine di locali. Esperienze che hanno consentito al cantautore toscano di affinare la tecnica e sviluppare un personale modo di proporre la sua musica. Dopo l'Ep "Open 24 Hrs" che contiene sei brani - quattro canzoni originali (una proposta in duplice versione) e la cover di "Open All Night" di Bruce Springsteen - Carugi a fine 2011 ha dato alle stampe "Here's to the road", album che abbraccia più generi e che è stato impreziosito dalla partecipazione del cantautore americano Michael McDermott.
In vista dei due concerti liguri abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Cesare che ci ha partlato del suo nuovo disco, del mercato discografico italiano e dei migliori concerti dell'anno.




È passato un anno dall'uscita del tuo primo disco. "Here's to the Road" ha avuto un ottimo riscontro sia di critica che di vendite. Te lo aspettavi?


«Ero soddisfatto del lavoro svolto, sapevo che non avrebbe deluso i puristi. È stata invece una bella sorpresa ricevere critiche molto buone anche da parte di chi ha una visione più sofisticata della musica».


Visto che l'album in formato cd è ormai esaurito non ci resta che acquistarlo in mp3 oppure c'è speranza di una ristampa?

«
Il cd verrà ristampato prima di Natale, il mio primo EP "Open 24 Hrs" invece è fuori stampa ed è acquistabile solo in download sulle varie piattaforme internet - iTunes, Amazon, CdBaby e via dicendo - oppure acquistando una simpatica Download Card ai miei concerti, con un codice personalizzato, per scaricarlo ad un prezzo inferiore. Al momento non credo che ristamperò l'Ep, forse in un futuro prossimo, Maya permettendo».

In questi mesi sei stato impegnato in numerosi concerti in giro per l'Italia. Come è andata e che pubblico hai trovato sulla tua strada?

«È andata piuttosto bene. Ci sono state situazioni più caotiche, come in Piazza Prampolini a Reggio Emilia dove ho suonato davanti a 2.000 persone prima di Willie Nile, o più intime come nei locali dove ci sono molte meno persone ma anche molto più attente, che seguono l'esibizione in assoluto silenzio. Ecco, forse quelle sono le serate migliori, quelle che preferisco».


A questo punto tutti si aspettano che tu confermi quanto di buono hai espresso con "Here's to the Road". A che punto sei con le nuove canzoni?


«Comincerò le registrazioni del nuovo cd a breve, spero di averlo pronto in primavera. Saranno dodici brani, già selezionati tra un totale di 30 circa. Più blues e meno folk, più Tom Waits e meno Springsteen, più Louisiana e meno Arizona».

Negli States ma anche da noi si sta diffondendo la formula che prevede un concreto contributo da parte dei fan per la realizzazione del disco. Nel senso che sempre più spesso gli artisti aprono una sottoscrizione per raccogliere fondi per pagare le spese di produzione dell'album. È questo il futuro della musica indipendente?


«Al di là della crisi economica globale e delle ormai famigerate storie che girano intorno allo show business, direi che questo sarà parte del futuro della musica indipendente. Io ho scelto di fare questo ma non perché altrimenti non potrei pubblicare il nuovo cd, ma solo perché un aiuto da parte di chi apprezza la mia musica può essere fondamentale perché il cd risulti migliore, con la possibilità di investire in un apparato tecnico di qualità superiore e approfondirlo in termini di arrangiamento. Io personalmente ho contribuito alle sottoscrizioni di altri amici, ma non deve essere un peso o un obbligo, ma semplicemente un piacere. Se tutti quelli che conosciamo donassero 1 o 2 euro verrebbe fuori un gruzzolo niente male».

Passata la sbornia dell'arricchimento delle case discografiche la musica ritorna così al tempo dei mecenati. È secondo te un nuovo inizio per la musica?


«Non credo sia un nuovo inizio, ma un'alternativa valida e di sicuro ottimismo. In molti, anche i big, si sono staccati dalle majors per avere maggiore libertà artistica, anche se nel caso di quelli più famosi gli uffici stampa e annessi faranno il loro solito gran lavoro per tenerli sempre più in alto possibile. Le majors al momento sono in difficoltà, quindi puntano a rendere il prodotto ancora più "plastica da vendere al supermercato", roba che nel giro di qualche mese non esisterà più, avrà il boom all'inizio ma poi crollerà inesorabilmente. Distaccandosi da queste strategie di marketing si tiene il prodotto in vita molto di più».

Una grossa mano la dà sicuramente la tecnologia che ha abbassato i costi di registrazione e produzione. È così?


«Senz'altro, anche se la mano di un produttore vero innalza sempre la qualità del lavoro finito. Ci sono addirittura dei produttori che al momento sono anche più star dell'artista stesso. Non dico che siano abbassati nettamente i costi, ma c'è più scelta e meno pretese rispetto al passato, su come incidere un disco. Gli home-recorded sono aumentati a dismisura».


Anche tu hai aperto una sottoscrizione tra i fans?


«Sì, come ho già detto. Sta avendo un discreto successo e la cosa sarà importante per il cd e per le sue ambizioni. Ci sono ancora cinque mesi di tempo prima che la campagna scada, e a quel punto tirerò le somme e traccerò la giusta strada per il cd».


Se uno volesse contribuire cosa deve fare?

«
La sottoscrizione è aperta su Kapipal e basta avere una carta di credito o una prepagata, accedendo da Paypal. Il meccanismo è tutto in automatico, basta scegliere l'importo che si vuole donare e in cambio si riceveranno gadget, dischi e tante altre cose. Andate a vedere sul sito».

Neil Young in una recente intervista ha dichiarato che negli anni '60 la musica teneva insieme la cultura e che oggi è praticamente solo la tecnologia a farlo. Cosa ne pensi?

«
Può essere ma sinceramente è solo una questione di tempi che cambiano. Alla tecnologia che si evolve nessuno si può sottrarre, ma questo vale anche per il cinema, ad esempio. La mente adesso è sempre più digitalizzata, una cosa inevitabile. Quello che spaventa non è cosa tiene insieme la cultura ma la cultura stessa che, spiace dirlo, è sempre più materia opzionale nella vita».

Recentemente hai stilato una tua personale classifica dei concerti dell'anno. Se non sbaglio al primo posto hai messo l'esibizione di Tom Petty a Lucca, al secondo i Wilco e al terzo il concerto di Springsteen a Milano. Con poche parole ci descrivi questi tre eventi?


«Tom Petty & The Heartbreakers sono la quintessenza della musica rock, e da musicista è stata una gioia per le orecchie e per gli occhi. La perfezione musicale era su quel palco quella sera. I Wilco sono senza dubbio una delle migliori realtà, musicisti coi controattributi, canzoni bellissime, suoni unici. È un concerto a cui forse non parteciperei tutte le sere, perché è come un viaggio, una di quelle esperienze che spesso e volentieri devono rimanere sporadiche altrimenti si perde il gusto. Bruce Springsteen e il suo concerto-fiume di San Siro è senza dubbio stato una bella carica di adrenalina - da anni sognavo di sentire "The Promise" dal vivo - e difficilmente il Boss delude. Unico neo: la vecchia guardia della E Street Band ha mollato un po' il tiro, è diventato troppo un one man show, non ho carpito la vecchia alchimia dei concerti degli anni passati. L'età avanza anche per loro, tranne che per Bruce».


Oltre a essere un apprezzato cantautore sei anche una colonna portante dell'associazione culturale Roots Music Club di Ferrara. Da anni come associazione portate in Italia grandi nomi della canzone americana, avete quindi il polso della situazione. Puoi dirci qual è la salute del mercato della musica live in Italia?


«Non posso dire che sia preoccupante ma di certo è direttamente legata alla burocrazia, almeno in parte. Il che non è proprio di buon auspicio. Spesso manca la curiosità, la conoscenza, l'istigazione all'ascolto. C'è una pigrizia generale che crea molta amarezza e rabbia, al contrario in Germania e Olanda la live music resiste e porta grosse soddisfazioni anche a bassi livelli».

In Inghilterra è da poco entrato in vigore il Live Music Act, legge che permette ai pub e ai piccoli locali di proporre musica dal vivo senza più permessi speciali. Una vera rivoluzione che permetterà a 13 mila esercizi commerciali, questa la stima del governo inglese, di offrire concerti e che darà una ulteriore spinta a tutto il movimento artistico. In Italia, paese dalle mille complicazioni, invece a che punto siamo?


«Per l'Inghilterra è una gran bella cosa. In Italia siamo a un punto morto credo, non sono molto preparato sull'argomento ma c'è ancora troppa burocrazia, troppe carte, troppi adempimenti, quando a volte un bel falò risolverebbe parecchie cose e risolleverebbe un bel po' d'animi».


Vista la tua disponibilità ti sottopongo anche alle dieci domande secche. 


- Autostrada o strada provinciale? 
Tutte e due hanno il loro fascino. Dico autostrada dell'Arizona.

- Chicago o New York? 
Due città che conosco bene, amo e in cui ho molti amici. Dico Chicago d'estate e New York d'autunno.

- Vino o birra? 
Una Brooklyn Lager d'estate e una bottiglia di Sangiovese d'inverno, accompagnata da una bella polenta fumante.

- PC o Mac?
 PC, non mi sono ancora scervellato col Mac.

- Castagnaccio o torta di noci?
 Castagnaccio perché l'ho mangiato più spesso, anche se non ne vado matto.

- "Simple Twist of Fate" o "After the Gold Rush"?
 Per affetto dico "After the Gold Rush". Avesse il testo di "Simple Twist Of Fate" però...

- Nero o bianco?
 Nero, decisamente. Vedo meglio al buio.

- Elefante o giraffa? 
Giraffa, vede più in alto ed è rassicurante.

- Camicia o maglia?
 Camicia. Precisamente quella nera coi bottoni madreperlati che comprai a Nashville nel 2005.

- Luna o sole?
 Luna. Se fosse la "Blue Moon Of Kentucky" sarebbe il massimo.



Titolo: Here's to the road
Artista: Cesare Carugi
Etichetta: Roots Music Club
Anno di pubblicazione: 2012





sabato 20 ottobre 2012

La Black Widow lancia i Flower Flesh







L'autunno è ricco di interessanti novità discografiche. Non è da meno la provincia di Savona, arida per quanto riguarda le opportunità offerte di ascoltare musica dal vivo ma vivace dal punto di vista artistico. Dal ponente arrivano i Flower Flesh, gruppo di cinque elementi nato nel 2005 nella sala prove dell'associazione Mulino degli Artisti di Bardino Nuovo a Tovo San Giacomo, che in questi giorni hanno pubblicato, attraverso la casa discografica Black Widow di Genova, il loro primo disco dal titolo "Duck in the box". La rock progressive band è nata dall'idea del bassista pietrese Ivan Giribone e del tasterista ingauno Alberto "Mr. Apple" Sgarlato, ai quali si è unito in un primo momento il batterista Andrea "Bea" Fazio e successivamente il chitarrista Marco Olivieri e il cantante Daniel "D.E." Elvstrøm.
L'album è stato registrato nell'A.M. Studio di Alessandro Mazzitelli a Loano nel 2010 e stampato in autoproduzione in poche centinaia di copie. Le ottime recensioni apparse nei mesi successivi su diversi siti e magazine specializzati hanno convinto la Black Widow a dare fiducia al gruppo e a pubblicare ufficialmente il cd. Disco che sarà presentato giovedì 25 ottobre nella Casa dei Circoli in via Concordia 6 a Ceriale (ore 20.30). La serata, organizzata dall'associazione Compagnia dei Curiosi, sarà condotta da Alfredo Sgarlato.
Abbiamo avuto l'occasione di parlare con Alberto Sgarlato, tastierista e fondatore del gruppo, che racconta la nascita del disco e i progetti della band.




Sette anni di vita dei Flower Flesh ed ecco il vostro primo disco. Un gran bel risultato!

«L'importante è non volerlo considerare un traguardo ma un punto di partenza, che ci offra la visibilità necessaria per realizzare tantissimi altri progetti, sia in studio che dal vivo».

Disco che tra l'altro avete registrato ben due anni fa. Ci racconti la storia di questo album?

«La gestazione è stata sicuramente lunga anche perché purtroppo nessuno di noi campa di musica, cosa che in Italia se non sei un grande nome sostenuto dalle majors, dalla tv o dai reality show è diventato pressocché impossibile. Gli impegni di lavoro, di famiglia, etc. ci hanno un po' allontanato dal seguire la realizzazione e la promozione dell'album come avremmo voluto. Tutto però è avvenuto con calma, senza fretta, in modo molto meditato e siamo davvero soddisfatti del risultato finale».

È un bel colpo venire lanciati da una casa discografica come la Black Widow che ha sempre sfornato prodotti molto curati. Si aprono mercati internazionali che forse non immaginavate neppure quando avete registrato le canzoni...

«Per noi sentire i soci della Black Widow dire che il nostro era un buon prodotto e che poteva trovare spazio nel loro catalogo è stato come un sogno che si realizzava! La casa discografica ci sta offrendo un eccellente supporto, ha già fatto uscire la pubblicità dell'album su "Progression", la più autorevole rivista americana specializzata in progressive rock, e su "Prog UK", un periodico inglese che, grazie al fatto di essere scritto in una lingua ormai conosciuta un po' ovunque, è molto letto in tutto il nord Europa, dalla Germania ai paesi scandinavi. Ovviamente noi ci auguriamo di poter sfruttare la scia di questa conquistata visibilità per effettuare anche delle date dal vivo in qualche nazione estera».

Dove si può acquistare il disco?

«Il cd "Duck in the box" si può ordinare sul sito della casa discografica, www.blackwidow.it, si può trovare nel negozio di via del Campo 6r a Genova e si può ordinare anche al proprio negozio di dischi di fiducia. Nei principali record stores di alcune grandi città italiane ed europee c'è già. Da novembre sarà disponibile anche il download digitale, su iTunes e su Amazon, le due più importanti piattaforme di vendita musicale oggi disponibili sul web».

È prevista anche una versione in vinile?

«Ci sarebbe piaciuto tanto, anche perché tra i collezionisti la passione per i solchi del "discone nero" non muore mai e tra chi ama davvero la musica il vinile gode ancora di un ottimo mercato. Ne abbiamo parlato a lungo, con gli amici di Black Widow, per decidere se era il caso di pubblicare il 33 giri o meno, anche perché la durata dell'album, circa 43 minuti, sarebbe perfetta per essere suddivisa sulle due facciate. Ma il vinile purtroppo ha dei costi di realizzazione che non sono quelli del cd e alla fine abbiamo convenuto che per il debutto di una band ancora poco nota lanciare sul mercato un vinile sarebbe stato un po' un salto nel buio. Non è da escludere l'ipotesi che, se questo primo lavoro andasse bene, la seconda ristampa potrebbe uscire anche su 33 giri. O magari ne parleremo per il secondo album, sempre in base al riscontro di pubblico del primo disco e dei live».

Il vostro lavoro si colloca nel grande contenitore del progressive rock. Chi sono i vostri "padrini" artistici.

«Difficile dirlo, anche perché tutti noi cinque Flower Flesh abbiamo gusti molto vari e molto diversi e, nel momento in cui siamo nati come band, non abbiamo detto ‹fondiamo una prog-band› o ‹scriviamo dei brani di prog-rock›. Abbiamo soltanto deciso: ‹smettiamola di suonare come le classiche cover band da pub e cerchiamo di realizzare qualcosa di nostro›. Evidentemente, nel background di ognuno di noi, il prog-rock era poi il fil rouge che ci legava nel modo più forte».

Andiamo più a fondo nell'analisi di questo lavoro. Come sono nate le canzoni? 

«Le nostre canzoni partono sempre dal cuore. Quando sviluppiamo un'idea in sala prove la prima cosa che ci sta a cuore è la presenza di una bella melodia, un qualcosa che entri in chi la ascolta. Questo, purtroppo, è un aspetto che oggi si è un po' perso nel mondo del progressive rock. Numerose band puntano sulla dilatazione spesso inutile dei brani, sui lunghi assoli, sul virtuosismo, quasi per sbattere in faccia all'ascoltatore ‹ma quanto siamo bravi›. A noi tutto questo non interessa, cerchiamo formule, pur nell'ambito del genere, più dirette, più immediate e più moderne. Il nostro obiettivo è quello di costruire una musica che sia intelligente, che esca dagli schemi della canzoncina pop da tre accordi ma che non perda le sue radici canticchiabili».

Come vi siete divisi i compiti?

«Non esiste un leader o una figura guida della band e tutti i Flower Flesh pesano, ciascuno per il suo 20%, sul risultato finale. Certi brani sono stati costruiti lavorando tutti insieme su un giro di basso di Ivan, altri su una melodia vocale di D.E., il nostro cantante, altre volte io o Marco, il chitarrista, portavamo un giro di accordi, o un arpeggio, e ci si lavorava tutti insieme. E poi c'è un gran lavoro di "editing" di Andrea, il nostro batterista. Talvolta prende un tema costruito da uno di noi, ne cambia tutti gli accenti e la scansione ritmica, e il brano già cambia faccia. Oppure ascolta un'idea e dice: ‹la parte che arriva dopo le prime 8 misure in realtà starebbe meglio prima› e con questi interventi il tutto prende forma».

Quando avete capito che era arrivato il momento di fissare su cd la vostra musica?

«In realtà il sogno di qualsiasi musicista che prova a realizzare qualcosa di suo è quello di farlo sentire al di fuori della propria sala prove, proponendolo dal vivo e su disco. Suonare per se stessi diventa presto molto frustrante».

Perché avete scelto questo titolo curioso?

«Io personalmente detesto le band che intitolano un album semplicemente con il loro nome o con il titolo di una delle canzoni presenti, la trovo una trascuratezza, una mancanza di fantasia e, persino, di rispetto per l'ascoltatore. Così ho chiesto agli altri componenti della band che decidessimo un titolo per l'album. E siamo impazziti tutti a cercare una frase che ben rispecchiasse un certo mood presente in tutte le canzoni dell'album. I nostri testi, in parte scritti dal cantante D.E., in parte dal nostro ex cantante e paroliere Eugenio, detto Meo, in parte anche da me, sono molto figli del nostro tempo, riflettono i mali della nostra società, la difficoltà nei rapporti umani, l'isolamento, la crisi, le guerre. Così cercavamo qualcosa che riassumesse tutto ciò. Poi, quando abbiamo fatto la seduta fotografica con i nostri cinque ritratti per il libretto del cd, Ivan è arrivato tutto trafelato, con una scatola in mano, e ci ha detto: ‹Scusate il ritardo, ma in autostrada mi son dovuto fermare a salvare questo›, e dalla scatola di colpo è spuntato un papero vivo! Lo abbiamo liberato lungo il torrente che costeggia la nostra sala prove, è tornato nel suo habitat naturale, e abbiamo deciso che questo era un segno del destino! Il nostro album si sarebbe chiamato "Duck in the box". In fondo, chi cerca di fare prog-rock in mezzo alle proposte del music business di oggi si sente un po' impaurito e schiacciato come un papero in una scatola, quindi va bene!».

Il progressive è uno dei generi musicali che ancora oggi può contare su uno zoccolo duro di appassionati. Quanto è ancora attuale il messaggio del prog?

«Oggi come oggi c'è ancora chi suona il rockabilly degli anni '50, chi il country, chi il punk, chi l'hard rock. Diventa sempre più difficile inventare qualcosa di nuovo, quindi non c'è niente di male a "coccolare" i gusti di chi ama un certo genere di musica, qualsiasi esso sia. L'importante è farlo con sincerità, credendoci, e sapere di avere qualcosa da dire per percorrere, pur su terreni già battuti, una via personale, senza scimmiottare pedissequamente un modello di riferimento, altrimenti tanto vale metter su una tribute band».

Avete in programma un tour per promuovere il disco?

«Ci piacerebbe, ma non essendo la musica l'impegno primario della nostra vita non ne avremmo il tempo. Più che un vero e proprio tour si tratterà di tante singole date qua e là. Esiste ancora, in Italia in primis, ma anche in tutta l'Europa e in tutto il mondo, un eccellente e vivace circuito di locali che danno ampio spazio al prog-rock e di festival dedicati al genere. Stiamo cercando di prendere contatti con tutte queste realtà per portare le nostre canzoni dal vivo nel modo più capillare possibile».



Titolo: Duck in the box
Gruppo: Flower Flesh
Produttore: Alessandro Mazzitelli
Etichetta: Black Widow
Anno di pubblicazione: 2012

Tracce
(musiche di Flower Flesh)

01. Falling in another dimension  [testo Daniel Elvstrøm]
02. My gladness after the sadness  [testo Daniel Elvstrøm]
03. It will be the end  [testo Eugenio Mariotti]
04.God is evil (like the devil)  [testo Daniel Elvstrøm]
05. The race of my life  [testo Daniel Elvstrøm]
      1) Warm up
      2) First in the race
      3) Stop'n'go
      4) Tra il fuoco ed il vento
      5) First in the race again
06. Antarctica  [testo Eugenio Mariotti]
07. Scream and die  [testo Alberto Sgarlato]




martedì 16 ottobre 2012

L'esordio discografico di Stefano Ronchi





Si intitola "I'm ready" l'album d'esordio di Stefano Ronchi. Il trentenne chitarrista e cantante blues genovese, nonché membro degli Almalibre che insieme a Zibba hanno vinto la Targa Tenco 2012 per il miglior album, presenterà ufficialmente l'atteso lavoro solista il 19 ottobre nella sala concerti de La Claque a Genova (ore 22). Laureato in Storia della Musica alla facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Genova e diplomato in chitarra jazz al Conservatorio Niccolò Paganini, Ronchi dopo aver accompagnato artisti pop e personaggi della televisione come Umberto Smaila ha trovato nel blues di Chicago la sua fonte di ispirazione. Il disco è un omaggio ma anche una personale rilettura di questo genere sempre affascinante e attuale.
Ospiti della serata genovese saranno Zibba, Meri Maroutian, Marcello Picchioni e il violinista Fabio Biale, anche lui membro degli Almalibre e prossimo al debutto solista.
In anteprima abbiamo parlato con Ronchi che in questa intervista ha descritto il suo disco e raccontato la sua carriera musicale.




A La Claque presenterai ufficialmente il tuo primo album. Cosa ci puoi dire di questo disco? 

«"I'm ready" è il mio primo disco solista. Rappresenta una vera e propria svolta per me, sia musicale che personale. Dal punto di vista musicale è il mio omaggio alla musica che amo, il blues, soprattutto quello che si suona dalle parti di Chicago, città che oso definire la mia seconda casa, da quanto amo andarci! Frequentare quei locali e avere la possibilità di esibirsi con al fianco alcune delle leggende di questa musica - Lurrie Bell, Billy Branch e molti altri - è stata un'esperienza talmente forte che appena tornato in Italia non solo ho cambiato modo di suonare la chitarra, ma ho anche deciso di tagliare i ponti con il resto e dedicarmi esclusivamente a questa musica e a registrarne un disco. In realtà non ho abbandonato proprio tutto ma la decisione forte è stata quella di dare finalmente una precedenza nella mia vita. In questo caso l'ha avuta il blues. Il disco contiene 11 tracce, la maggior parte delle quali sono di mia composizione. Scrivere dei blues è sempre stata una mia prerogativa, non amo fare cover, a meno che non siano davvero significative ed emozionanti, prima di tutto per me. In questo ambito quella a cui sono più legato è "Born under a bad sign", è uno dei brani più significativi di Albert King, mio chitarrista e bluesman preferito; ma devo dire che la cover che mi ha dato più soddisfazione è "Ain't no love in the heart of the city", brano di Bobby Bland, reso ancora più celebre dagli Whitesnake, e che l'arrangiamento sapiente di Stefano Cecchi (bassista e arrangiatore del disco, ndr) e i violini di Fabio Biale hanno reso ancora più struggente. Non ultima anche la voce di Zibba che ha centrato in pieno il mood malinconico del brano. Il 19 ottobre ci sarà la presentazione ufficiale a La Claque e nell'occasione registreremo anche un DVD, spero quindi che partecipi tanta gente! Sarà una bellissima serata di blues. Sono già emozionato adesso».

Per chi non ti conosce chi è Stefano Ronchi? 

«Dunque, chi è Stefano Ronchi...il curriculum è facilmente leggibile su internet, quindi vi dico qualcosa di un pochino più segreto. Stefano Ronchi è di sicuro una persona che ha dedicato tutta la sua vita alla musica. Ho sempre creduto ciecamente di potercela fare a trovarmi un mio spazietto, perché aver ricevuto in dono del talento senza avere la possibilità di esprimerlo e di "farlo arrivare" alla gente sarebbe stato troppo ingiusto! Quindi continuo a crederci e a fare del mio meglio. Non ho mai snobbato nulla, continuo ad ascoltare e suonare con piacere qualunque cosa, basta sia suonata bene. Poi ovviamente se è blues sono ancora più contento. Ultimamente sono molti quelli che mi dicono di riconoscere il mio stile ed è sicuramente il complimento più bello che un musicista possa ricevere. Può piacere come no ma è il risultato di ascolti ed esperienze davvero variegate, ed è parte di me. Forse se mi fossi appassionato prima al blues le cose sarebbero andate diversamente e con questo intendo molto meglio, ma anche molto peggio... chissà».

Come ti sei avvicinato alla musica? 

«La musica in casa mia c'è sempre stata; mio nonno in particolare era un grande appassionato di lirica e possedeva una collezione infinita di vinili di opere che fortunatamente ho ereditato. A tentare la dura vita del musicista invece sono il primo. Ho iniziato alle elementari, frequentando lezioni pomeridiane di pianoforte classico; dopo qualche anno ho deciso di cambiare strumento, indeciso tra chitarra e sax tenore: alla fine ho scelto chitarra. Le prime lezioni con Don Antonio all'oratorio, e poi non mi sono più fermato e non penso lo farò mai».

Quali sono stati gli artisti che ti hanno trasmesso la passione per la musica?

«All'inizio la passione non era trasmessa da artisti ma da canzoni. Sentivo alla radio o nelle cassette degli amici qualche canzone che mi piaceva e così via. L'approfondimento sugli artisti è venuto molto dopo. Mi è molto difficile rispondere a questa domanda, perché in realtà la passione non me l'ha trasmessa nessuno, ci sono nato. Non so se è un bene o un male ma è così. Se mai posso ringraziare artisti e maestri che più che la passione mi hanno trasmesso curiosità, voglia di approfondire. In questo senso devo assolutamente ringraziare i tre insegnanti e grandissimi musicisti che più mi hanno dato in questi anni: Robben Ford, Alessio Menconi e Alberto Malnati».

Quando hai capito che la musica poteva diventare il tuo mestiere? 

«L'altra grande passione che ho sempre avuto, fin da piccolo, sono gli aerei militari. Se non avessi impostato la mia vita sulla musica sarei andato immediatamente in Accademia Aeronautica. Nonostante una certa confusione e disordine che fanno parte della mia personalità, posso definirmi una persona estremamente disciplinata. Non a caso il mio hobby preferito sono le arti marziali, Goshin-Do nel mio caso. Quindi in ambito militare probabilmente ci sarei stato anche bene. Ma la musica ha sempre vinto, sono contento delle mie scelte anche se spesso sono costate sacrifici, fatiche, con non pochi ripensamenti e momenti di sconforto... come direbbe un noto chitarrista genovese: anche questo è blues».

Stefano, a buon diritto sei entrato a far parte della prolifica scena ligure ma il tuo sguardo punta oltre oceano. Sei un genovese che suona blues. 

«Ebbene si, sono un genovese che suona il blues! In realtà la cosa non mi stupisce più di tanto. La nostra città ha l'arte nel Dna e la sua storia è colma di musicisti incredibili. Anche tra i giovanissimi ci sono tanti talenti pazzeschi; l'unica cosa che mi auguro sempre è che diventino musicisti e non strumentisti, il che comporta anche una bella dose di umiltà e di facciate. Chi non è disposto a prenderle, chi nasce con giacca e cravatta dubito che arriverà lontano. Io le mie super facciate le ho prese e continuo a prenderle ogni tanto, quelle più forti fanno in effetti un po' vacillare ma nel mio caso riguardano più spesso le persone, piuttosto che i musicisti. La mia fortuna è quella di avere anche in cambio tantissime soddisfazioni che mantengono equilibrato il mio percorso. Come ti dicevo prima, è stata l'esperienza oltreoceano a farmi cambiare direzione; la vita musicale e le esperienze che si possono fare oltre i nostri confini per noi sono ancora fuori portata. Bisogna solo affrontarle con la giusta umiltà per farle rendere al massimo, altrimenti restano bei momenti ma scivolano addosso come tante altre cose». 

Naturalmente il tuo strumento è la chitarra. Quali sono le tue preferite? 

«A me piacciono tutte le chitarre. Potessi me ne comprerei un mare. Cambio molto spesso gusti, fraseggi, modi, ecc... quindi di conseguenza cambio spesso anche strumenti, in base alle nuove esigenze. Ne ho avute davvero di tutti i tipi, dalle Danelectro stile anni 50 alla Flying V. Pochissime sono le "invendibili", quelle che rimarranno per sempre: una Ibanez modello Joe Satriani, è stata la mia prima chitarra elettrica quando andavo alle medie ma non la uso più da almeno 10 anni, una Fender Telecaster bianca autografata con le firme dei grandi musicisti con cui ho avuto il piacere e l'onore di suonare o condividere il palco come The Blues Brothers, Mary Lane, Lurrie Bell, James Wheeler e molti altri. E infine una splendida Gibson ES 120 del 1963 comprata a Chicago: è la meravigliosa chitarra che si vede nella copertina del mio disco». 

Dal 2011 fai parte anche degli Almalibre, gruppo che accompagna Zibba. Come vivi questa nuova esperienza? 

«Suonare con gli Almalibre per me è stata la salvezza. Innanzitutto perché ho conosciuto musicisti di grandissimo talento dai quali ho potuto imparare tantissimo. Sono arrivato a suonare su palchi prestigiosi, in tutta Italia, che per me sarebbero stati inarrivabili, come il Blue Note, l'Auditorium della Musica di Roma e tantissimi altri. Entrare in un progetto così importante mi ha dato anche molta visibilità ma soprattutto la cosa più importante è che non ho dovuto snaturarmi; negli Almalibre suono esattamente come suonerei da solo, i miei gusti si incrociano perfettamente con quelli di Zibba, il che rende ancora più piacevole questa esperienza. Non da meno il fatto che quasi tutta la band degli Almalibre è presente nel mio disco: Stefano Cecchi, che ha curato le registrazioni, gli arrangiamenti e le parti di basso, Fabio Biale al violino, Stefano Riggi al sax e lo stesso Zibba, che ha cantato in un brano. A loro si aggiungono Marco Fuliano alla batteria, Fabio "Kid" Bommarito all'armonica, Marcello Picchioni al piano, Valter Trentini chitarra e voce e due persone a me molto care: Meri Maroutian (voce) che è anche la mia compagna nella vita, e mio fratello maggiore acquisito nonché pianista di fiducia Max Vigilante». 

Quali sono i tuoi progetti futuri? 

«Al momento sono super concentrato sulla mia carriera nel blues. Porto in giro, sia in solo acustico che con la band, i miei brani e il mio modo di interpretare questa musica meravigliosa. Oltre a questo seguo il mondo Almalibre. Al di fuori del palco insegno chitarra in diverse scuole, e mi sono recentemente iscritto al Conservatorio per prendermi il mio secondo diploma. Come dire, senza musica non riesco a stare».

Qual è stato il tuo ultimo concerto da spettatore e quale il tuo ultimo disco acquistato? 

«L'ultimo concerto da spettatore è stato quello di Angelo Leadbelly Rossi, grandissimo bluesman italiano, all'Ostaia da U Neo a Sestri Ponente. Ascoltare lui è come farsi un dose di blues autentico, con la A maiuscola. Il locale si trasforma magicamente in un campo di cotone. Ultimo cd acquistato "Perpeual flame" di Yngwie Malmsteen, da un estremo all'altro». 


Per concludere ti sottopongo al gioco delle dieci domande secche... 
- Robert Johnson o John Mayall? Robert Johnson tutta la vita.
- Cima alla genovese o pasta al pesto? Pasta al pesto.
- Gazzetta dello Sport o Corriere della Sera? Gazzetta, ma solo perché ce l'ho sotto il naso la mattina al bar e comunque salto tutte le pagine che parlano di calcio.
- "La stranezza è nella mente di chi la percepisce" (Asimov) o "Genio e follia hanno qualcosa in comune: entrambi vivono in un mondo diverso da quello che esiste per gli altri" (Schopenhauer)? La seconda, più accessibile.
- Renault o Fiat? Direi Fiat visto che la mia Punto mi accompagna fedelmente e con efficacia da bene 171.800 chilometri. Tocchiamo ferro... Però la mia macchina preferita, quella che mi porterò sempre nel cuore è il Renault 5 GT Turbo.
- Genoa o Sampdoria? Come dicevo prima non mi frega niente del calcio, ma tra le due simpatizzo
Genoa.
- Nave o aereo? Aereo, anche se patisco un pochino. Sulla nave mi rompo le scatole ma non
patisco nemmeno il mare forza tsunami.
- Civetta o rondine? Civetta, vivo di notte anche io.
- Plettro o thumbpick? Non uso plettri, suono con le dita ma tra i due preferisco il thumbpick, lo
uso ogni tanto con l'acustica per suonare dei ragtime.
- Aranciata o Coca Cola? Facciamo birra!


Titolo: I'm ready
Artista: Stefano Ronchi
Etichetta: autoproduzione
Anno di pubblicazione: 2012




martedì 9 ottobre 2012

La Sicilia di Mario Incudine cantata in "Italia talìa"







Il cantautore siciliano Mario Incudine è uno dei più apprezzati interpreti della world music italiana. Impegnato anche in teatro, nonché compositore di colonne sonore e componente del laboratorio di Etnomusicologia dell'istituto di Storia della Musica dell'Università di Palermo, il 'cuntastorie' ennese è tornato in strada per presentare il suo nuovo album dal titolo "Italia talìa". Dopo aver celebrato Giuseppe Garibaldi con il disco "Beddu Garibbardi" e ottenuto il giusto riconoscimento da parte della critica per il progetto "Anime Migranti", Incudine affronta con queste tredici nuove canzoni i drammi e i problemi della società di oggi e nel contempo sprona gli italiani a risollevarsi e a ritrovare la voglia di fare. È un disco di grande impego politico e sociale che tratta i temi caldi del nostro tempo e che ha conquistato la nomination alla Targa Tenco 2012 nella categoria dischi in dialetto.
Abbiamo avuto il piacere di apprezzare Mario Incudine nel corso di uno dei tanti incontri che si sono tenuti a fine luglio a Loano nell'ambito del Premio Nazionale Città di Loano per la musica tradizionale italiana. Siamo rimasti in contatto e nei giorni scorsi si è presentata l'occasione per fare il punto sul nuovo album, sulla Sicilia e sulla musica italiana.




"Italia talìa", il titolo del tuo ultimo album è un enigma. Cosa significa e qual è il messaggio del disco?

«Letteralmente significa 'Italia guarda', ma il messaggio è più articolato. 'Taliare' in siciliano ha anche l’accezione di meravigliarsi. Il disco è un invito che la Sicilia - quella autentica, quella dei giovani che hanno deciso di rimanervi - fa all'Italia, un grido per accendere un faro su quest'isola e guardarla con altri occhi rispetto all'immagine stereotipata che tanta fiction ha divulgato. C'è insomma in questo cd un'altra Sicilia che va scoperta, quella che lotta, che si alza al mattino per riacquistare una dignità perduta, per riscrivere una storia e per creare le condizioni affinché si possa vivere bene e non essere costretti a emigrare. Ovviamente l'invito vale anche per i siciliani, perché anche loro possano guardarsi attorno, possano 'taliare' per meravigliarsi di quello che hanno sotto gli occhi e non lamentarsi più in maniera sterile. È un invito a rimboccarsi le mani e lavorare per il risveglio collettivo. Il mio disco è anche un atto d'amore per una terra che nasconde tante risorse, che è ogni giorno terra d'amore e speranza ma che quasi sempre non riusciamo ad apprezzare, come se la vista ci si annebbiasse. Vorrei quindi che queste canzoni servissero a questo, ad aprire porte, spiragli, nuovi orizzonti, a diradare la nebbia dalle nostre menti e farci innamorare di quello che abbiamo sotto gli occhi».

Il tuo disco è una porta aperta non solo sulla cultura siciliana ma su tutto il Mediterraneo. Nelle canzoni è facile riconoscere echi balcanici e ritmi arabeggianti, il tutto legato alla tradizione cantautorale italiana. Come è nato questo tuo album?

«Ho avuto due guide straordinarie, Kaballà (musicista catanese al secolo Giuseppe Rinaldi, ndr) e Mario Saroglia. Il primo, autore raffinato, cantautore riconosciuto come una delle più belle penne d'Italia, è riuscito a tirare fuori l'anima dei testi. Quando si parla di certi argomenti è facile cadere nella retorica. Grazie a lui e alla sua guida sono riuscito ad allontanarmi da questo pericolo trattando temi scottanti da nuove prospettive, usando chiavi di lettura originali e utilizzando uno stile a metà tra il 'cuntastorie' e il cantautore. Musicalmente il mio sentire più tradizionale e mediterraneo ha trovato sfogo in una visione più world con gli arrangiamenti di Saroglia che hanno spostato il disco da una dimensione più siciliocentrica a un'altra più internazionale con sonorità che abbracciano il Maghreb e i Balcani passando per l'Irlanda e l'America del sud. D'altra parte, la musica siciliana è una sorta di puzzle frutto di tutti i pezzi delle varie etnie che si sono stratificate nell'isola nel corso dei secoli. Quindi anche se il disco suona con una lingua internazionale ha entrambi i piedi piantati in Sicilia».

Nelle tue canzoni affronti temi scottanti: dall'aggressione mafiosa ai taglieggiatori del pizzo, dalla politica corrotta alla crisi del lavoro. È un disco di denuncia ma il ritmo vivace delle canzoni comunica la tua speranza di riscatto...

«Volevo trattare argomenti importanti senza però avere il peso della malinconia, in modo che agli ascoltatori non rimanesse solo l'amaro in bocca ma anche la sensazione di una grande voglia di rivalsa e riscatto. Il ritmo vivace è tutto quel sangue che ribolle in ogni siciliano. In mezzo a una crisi sociale e di valori ci sta una grande voglia di cambiamento, con il sorriso, con il ballo talvolta liberatorio, con la gioia di vivere nonostante tutto».

Altro tema a te molto caro è quello dei migranti. La Sicilia è sempre stata terra di emigrazione ma recentemente anche di accoglienza. Ne parli anche nel nuovo disco con il brano "Salina". Come vivono i siciliani questa nuova situazione?

«Noi siciliani abbiamo la migrazione nel dna: siamo stati migranti per secoli e lo siamo ancora, quindi sappiamo bene cosa significa subire atti di violenza razziale, discriminazioni e avere le porte sbattute in faccia. Proprio per questi motivi la Sicilia è una terra che sa accogliere, basti pensare che hanno proposto Lampedusa per il Nobel per la pace, perché tutti i suoi abitanti ogni giorno trasformano quell'isola meravigliosa in una grande casa dove chi arriva trova amore e solidarietà. Dobbiamo solo capire ancora come gestire la presenza di questi fratelli che arrivano così numerosi, avendo consapevolezza che potrebbero essere una grande risorsa per il nostro paese, così come noi poco meno di cinquant'anni fa lo siamo stati per l'America, il Belgio, la Germania e il nord Italia».

La canzone "Lassa e passa" ti vede impegnato insieme a Nino Frassica. Come è nata questa collaborazione?

«Con Nino siamo molto amici da anni e ci lega un affetto vero. Volevo un pezzo che potesse avere quell'ironia pungente e intelligente per denunciare con il sorriso fatti vergognosamente eclatanti e allora ho chiesto a Nino - che in questo è un gran maestro - di coadiuvarmi sia nella scrittura del testo che nell'esecuzione del brano. Mario Saroglia ha messo la musica ed è uscito fuori questo brano che mette a paragone le tante piaghe siciliane con le sue eccezionali bellezze come il sole e il mare che, almeno fino ad ora, nessuno è riuscito a levarci».

Non pensi che cantare in dialetto siciliano possa limitare la comprensione del tuo messaggio e soprattutto tenere lontano una parte di pubblico?

«Credo che il dialetto non sia assolutamente un limite, bensì una risorsa. L'Italia è bella e ricca proprio perché è varia nella varietà delle parlate. Ci sono cose che cantate in italiano non hanno la stessa forza espressiva rispetto a quando vengono presentate in dialetto. Il siciliano in particolare ha un ventaglio di espressioni uniche e raccontare la storia di un popolo attraverso l'idioma di cui è intrisa è il modo migliore per essere quanto più verosimili. Ho sempre cantato in dialetto e, soprattutto fuori dalla Sicilia o dell'Italia, ho potuto constatare come al pubblico arrivi l'emozione dei brani anche senza che ne comprenda totalmente i testi. Ricordo sempre con piacere quando a Castro Verde, in Portogallo, cantai la canzone in cui raccontavo la strage di Marcinelle: il pubblico si alzò in piedi per cinque minuti e il sindaco venne ad abbracciarmi con le lacrime agli occhi».

Penso alle lotte civili americane che hanno avuto sempre musicisti impegnati in prima fila a diffondere le idee (Pete Seeger, Woody Guthrie, Joan Baez, Dylan e tanti altri) e mi chiedo se anche in Italia, in questo periodo di crisi, non possa essere la musica il motore di una rivoluzione culturale. Cosa ne pensi?

«Penso assolutamente che la musica oggi più di ieri debba avere questo ruolo. Bisogna tornare alla canzone sociale e attraverso questa mettere in moto una rivoluzione culturale che possa portare a un'inversione di marcia nelle coscienze. La musica deve avere anche il ruolo di informazione e di divulgazione di certi concetti. Come ben dicevi, la rivoluzione in altri Stati è partita proprio dagli artisti. Allora, se ha senso avere un microfono davanti alla bocca, bisogna a mio avviso utilizzarlo per dire delle cose sensate, per creare una massa critica che possa portare realmente a un cambiamento».

Come vedi il futuro della Sicilia e dei siciliani?

«La Sicilia sta vivendo un periodo di grandi trasformazioni. Siamo a un bivio epocale, possiamo fare la fine della Grecia o risorgere insperatamente attraverso un'economia a servizio dei siciliani e non da asporto. Adesso ci saranno le elezioni regionali e vedremo se chi sarà chiamato a governare comincerà a pensare seriamente ai cittadini, alle famiglie, agli operai della Fiat fuori dai cancelli da un anno, ai precari della pubblica amministrazione, a un cambiamento nel sistema dei trasporti, all'istruzione, alla cultura e soprattutto ai giovani. Questo serve alla Sicilia e ai siciliani: un cambiamento culturale e sociale che possa impedirci di essere risucchiati dal mare».

Da pochi giorni sei diventato papà. Cosa cambia nella visione di un artista con la nascita di un figlio?

«Cambia la prospettiva con cui pensi alle parole che devi scrivere, ai messaggi che vuoi affidare alle canzoni. Nasce una consapevolezza in più che ciò che scrivi potrà essere giudicato un giorno da tua figlia che potrà dirti "papà ma perché hai scritto questa cosa?" e dovrai dare delle risposte. E soprattutto vuoi che un giorno tua figlia possa essere orgogliosa di te e di quello che hai fatto».


Visto la tua grande disponibilità ti propongo il gioco delle dieci domande secche. 

- Barca a vela o a motore? Barca a vela perché è il vento a comandare. Se il vento decide cammini altrimenti stai fermo.
- Cannolo siciliano o granita alla mandorla? Cannolo siciliano, da buon uomo di montagna.
- Tirreno o Ionio? Tirreno, è più caldo.
- Agave o betulla? Betulla, quella dell'Etna o quella bianca puramente siciliana.
- Bicicletta o scooter? Scooter! Sono pigro.
- Ore 7 del mattino o le 22? Ore 7 del mattino, il più delle volte rientro giusto a quell'ora ed è bellissimo rientrare e vedere che gli altri si svegliano.
- Camicia o t-shirt? Camicia senza colletto, alla coreana.
- "Il Gattopardo" o "I Malavoglia"? "I Malavoglia" perché in questo libro c'è il popolo, la sua fatica e dignità.
- Shakespeare o Goldoni? Goldoni, adoro la commedia dell'arte.
- Rasoio elettrico o lametta da barba? Rasoio elettrico, ma solo per accorciare la barba, non ho mai usato una lametta. Porto la barba praticamente da quando sono nato!



Titolo: Italia Talia
Artista: Mario Incudine
Etichetta: Art Show Records
Anno di pubblicazione: 2012

Tracce
(testi e musiche di Mario Incudine, eccetto dove diversamente indicato)

01. Italia talia  [Incudine e Kaballà]
02. Forsi chiovi  [Incudine e Kaballà; Incudine e Franco Barbarino]
03. Duedinotte  [Incudine; Incudine e Mario Saroglia]
04. Fiat voluntas fiat  [Incudine e Kaballà; Saroglia]
05. Malaerba  [Incudine e Kaballà; Saroglia]
06. Lassa e passa  [Incudine e Nino Frassica; Saroglia]
07. Camina e curri
08. I passi di dumani
09. Duminica matina  [Incudine; Incudine, Barbarino e Antonio Vasta]
10. Escusé muà pur mon franzé  [Incudine, Kaballà e Saroglia; Saroglia]
11. Salina
12. Li culura
13. Notti di stranizza  [Incudine e Kaballà; Saroglia]



lunedì 24 settembre 2012

La rivoluzione del compagno Marino Severini






Quando si parla con Marino Severini il tempo scorre veloce. Prima di un concerto o a fine serata non ha importanza, il cantante e chitarrista dei Gang è pronto ad ascoltare le storie raccontate dal suo pubblico, a discutere e spiegare le sue idee. Musica, politica, ambiente e cultura sono tutti argomenti dei quali il leader della band marchigiana sa il fatto suo e non ha remore a dire quello che pensa. Abbiamo parlato di tutto ciò ma anche del futuro della band dei fratelli Severini in questa intervista raccolta tra un concerto e l'altro durante questa lunga estate che ha visto i Gang protagonisti di due belle esibizioni a Savona e Quiliano. Il 2013 regalerà forse ai fans un nuovo atteso album di canzoni inedite che manca ormai da parecchi anni.




Marino, a Savona i Gang sono ormai di casa. Quest'estate avete suonato alla Festa di Liberazione a Savona e a Quiliano, in località Colla del Termine, insieme a Massimo Priviero e Daniele Biacchessi nello spettacolo "Storie dell'altra Italia". Che ricordi ti sei portato a casa da questo doppio evento?

«Sono stati due appuntamenti o meglio due incontri molto belli. Mi hanno trasmesso grande energia e ho portato a casa un altrettanto grande sorriso! Savona da ormai quattro anni ospita i concerti più belli dei Gang. È un approdo, uno scalo, una stazione, un'oasi a cui ci fa sempre piacere tornare e fermarci a cantare. E un bel concerto non lo facciamo certamente noi da soli, la differenza la fa il pubblico. La festa di Rifondazione a Savona riesce a richiamare la parte migliore della Liguria. Di questa possibilità che ci viene data devo ringraziare i compagni ma soprattutto i più giovani di Rifondazione Comunista. È un incontro con la comunità che vive di grazia e dignità al tempo dell'ingiustizia. E fa della propria dignità la propria arma di riscatto, la propria invincibile appartenenza, la propria libertà. Quella ligure è una terra che amo per molti motivi e che nel tempo trovano sempre più conferme».

Una terra e una comunità che non avete esitato a cantare.

«Sì, abbiamo avuto l'onore di cantare con questa comunità una storia come quella di Edo Parodi e di partecipare a momenti in cui questa storia è stata tenuta in vita anche attraverso una canzone e un video che vi invito a guardare. Tutto ciò mi onora non poco e restituisce al mio lavoro, che è quello di scrivere canzoni, un senso di utilità e di funzione ma anche di organicità, direbbe Gramsci... e capisco perché da questa cultura e da questo ambito culturale sia nato uno dei più grandi scrittori italiani come Maggiani, che da tanta bellezza ha sempre tratto ispirazione e nutrimento spirituale. Quello alla festa di Rifondazione a Savona è per me l'incontro con la Liguria che amo di più, che mi fa sentire a casa. Di più non ho mai chiesto a questo mio migrare».

Parliamo invece del bel pomeriggio passato sulle alture di Quiliano insieme a Massimo Priviero e Daniele Biacchessi.

«Stesse emozioni mi ha trasmesso risalire i sentieri partigiani da Quiliano fino a Le Tagliate. Dico che è stata un'impresa perché arrivare in quel posto non è stata di sicuro una passeggiata ma è anche vero che neanche Gesù quando predicava lo faceva in piazza, anzi era solito farlo in luoghi scomodi, difficili da trovare, come dire che la Profezia era alla fine una sorta di conquista. Adesso non è che lo spettacolo con Biacchessi e Priviero e i fratelli Severini abbia qualcosa di profetico ma magari è stato una sorta di allenamento, una preparazione ad altri momenti di condivisione futuri per la riconquista, se non della Profezia, almeno della memoria nostra. Anche lassù ho ritrovato molte facce familiari, dei bei sorrisi e un canto comune, oltre a quella emozione e a quella commozione attorno alle nostre storie che fa la differenza e l'unicità di quell'incontro, quindi ne è valsa la scalata. E il rischio di rompere la coppa dell'olio dell'auto che non è di sicuro un fuoristrada o un suv. Grazie ai compagni dell'Anpi di Savona per averci invitati a narrare, insieme ai nuovi Ribelli della Montagna».

I Gang sono un pezzo di storia del rock italiano e peli sulla lingua non ne avete mai avuti. Vi siete sempre schierati e avete lottato sul palco per far passare il vostro messaggio. Quanto ha inciso tutto ciò sul vostro successo?

«I primi passi nel mondo della musica risalgono alla nostra infanzia e adolescenza come ho avuto modo di raccontare in tante occasioni. Con i Papers' Gang, cioè io e Sandro insieme nello stesso gruppo, abbiamo iniziato alla fine degli anni '70. Quanto al successo tengo a ribadire che "il massimo del successo non è che il fallimento", tanto per citare Dylan. A essere onesto e sincero posso dire, con grande soddisfazione, che oggi mi sento al massimo del successo. Te lo dico rispetto alle aspettative. Quando noi abbiamo iniziato non cercavo di sicuro quel tipo di fama, successo o record di vendite bensì l'appartenenza e questa solo oggi posso dire di averla trovata. Se per successo intendi quel periodo in cui qualche azienda come CGD o multinazionale tipo WEA investiva sui nostri prodotti, lo ritengo un incidente di percorso, utile solo per averci insegnato a non fare più esperienze del genere. Noi produciamo beni culturali quindi il nostro riferimento e interlocutore è la politica. Chi invece produce merci ha per forza di cose come riferimento il mercato con i suoi metri di misura, le sue regole che non sono nostre e non appartengono alla nostra cultura».

In che ambito si può collocare la produzione discografica dei Gang?

«Le canzoni che faccio non rientrato in nessuna categoria se non quella della canzone popolare. Appartengo alla scuola critica e culturale che va da Ernesto De Martino e le sue relazioni con Alan Lomax e passa per Carpitella, Gianni Bosio fino ad arrivare ai Giorni Cantati di Portelli. È in questa storia che si può individuare il lavoro che ho fatto nella canzone italiana, con la peculiarità e l'unicità di aver dato ad essa lo spirito guida o la contaminazione del rock'n'roll, inteso come stagione dell'Umanesimo e come una delle Tre Grandi Rivoluzioni del '900, insieme a quella dei Soviet del '17 e a quella della Teologia della liberazione. Tutto il resto non mi riguarda e credo serva, come tante altre classificazioni, solo al commesso di un negozio di dischi per trovare al volo lo scaffale giusto».

Le vostre canzoni hanno però qualcosa di rivoluzionario, nel senso storico del termine. Non credi?

«Non ho dubbi sul fatto che alcune canzoni possano contribuire a realizzare la Rivoluzione, ma prima forse bisogna chiarire cosa intendo io per rivoluzione. Per dirla con le parole del profeta Pier Paolo Pasolini: ‹la rivoluzione non è più che un sentimento›. Potremmo cominciare da qui, da questa prospettiva. Le canzoni dei Gang mantengono vivo il sentimento della memoria, o meglio ancora, cercano nel loro girovagare un ritorno al fuoco di una nuova appartenenza, condizione indispensabile e primaria del sentimento della libertà. Ogni rivoluzione, per dirla con Gramsci, è un processo, non un atto, quindi un cammino! Le canzoni dei Gang affermano contemporaneamente il luogo da cui proveniamo e quello verso cui stiamo andando. Ma occorre non aderire al canto delle sirene, alla confusione tipica del postmodernismo che svuota ogni funzionalità e di conseguenza riaffermare un ruolo della canzone. E con esso una sua identità».

A che tipo di rivoluzione pensi? 

«La nostra rivoluzione consiste oggi soprattutto nel riconciliare la Terra col genere umano. Ed è all'interno di questo processo rivoluzionario che il lavoro deve trovare una sua nuova centralità e una sua liberazione dallo sfruttamento e dall'alienazione. Un lavoro che produca ricchezza, non merci che affannano il respiro del mondo. E noi siamo già da questa parte del fiume, intenti a costruire la città futura, facendo questa rivoluzione. Le nostre storie cantate, il nostro canzoniere è utile in quanto fornisce un bene culturale che non ha niente a che fare con la merce, e cammina, viaggia, in territori lontani da quelli del mercato e dal suo pensiero unico».

Non avete mai nascosto il fatto di essere di sinistra e nello stesso tempo siete sempre stati critici con i vertici del partito. Come giudichi il momento attuale della politica italiana? 

«Conservo una passione per la politica, quella vera, perché ritengo sia l'arte della mediazione, la più grande delle arti. Quella a cui stiamo assistendo oggi non è però affatto la politica come io l'intendo e la conosco, ma l'antipolitica, l'accanimento, lo sputtanamento, l'umiliazione nei confronti della politica fatta da chi, con i metodi da "banda", si è impossessato dei luoghi della politica, compreso il Parlamento. Per dare una risposta breve devo però constatare che in questo paese ormai si è consolidata un'alleanza fra potere sul territorio, che è anche quello della cosiddetta politica, e il potere del denaro. Questa sorta di patto, non proprio taciuto, porta inevitabilmente all'affare. Ecco allora che chi ha il denaro investe nella politica, o meglio in alcuni "professionisti" della politica, in coloro che portano i voti e li spostano dove a loro conviene. È il mercato che si impossessa della politica. A questo modello non si sottrae la sinistra perché molti candidati hanno i loro sponsor personali e prima di fare gli interessi della comunità fanno quelli dei loro sponsor, o nel migliore dei casi cercano di mediare. L'assenza di regole opportune al risanamento della politica fa sì che si possano anche arrestare cento politici corrotti al giorno con i loro corruttori ma come per il crimine organizzato, per uno in galera ne spuntano fuori altri cento il giorno dopo perché è il sistema che è corrotto e corruttibile fino a che resta quello che è diventato».

La sinistra italiana secondo te ha la capacità di rinnovarsi e trovare finalmente una unità di programma? 

«Le motivazioni del crollo della sinistra in genere sono diverse ma sono convinto che la cornice che tiene insieme il paesaggio delle contraddizioni e delle sconfitte sia soprattutto quella dell'essere finita nella trappola del bipolarismo che ha, di fatto, strangolato quello che restava delle due forze politiche popolari e di massa come gli eredi del PCI e della DC. In questo mare mosso la sinistra "oltre il PD" è naufragata soprattutto perché si è imbarcata su una nave che già faceva acqua da tutte le parti, parlo di quello che restava del transatlantico del compromesso storico, e perché non ha valutato bene i rischi della rotta di navigazione, cioè il Riformismo imposto dall'alto. Pensare di affrontare le grandi sfide della globalizzazione con un riformismo a tratti tecnocratico e con una visione della politica che privilegiava la manovra dall'alto è stato come affogarsi. La sinistra di cui mi chiedi non ha saputo sganciarsi da una visione e una prassi politica condizionata sempre più da un pensiero povero influenzato dalla mitologia del decisionismo. Si è concentrata soprattutto sui "rami alti" del sistema quando avrebbe dovuto invertire la rotta e non far parte di questo equipaggio ormai senza timoniere. E per timoniere intendo un progetto, una visione grande, non un singolo, un leader, un protagonista. E quando la nave cola a picco ecco il litigio per accaparrarsi il proprio salvagente. Non è stata capace di mostrare la propria differenza e unicità. Oggi questa stessa sinistra partecipa a un gioco macabro e anacronistico dettato da faide, particolarismi, dispute nominalistiche. Una sorta di ritorno come scrive Reichlin, ai tempi in cui Firenze, Venezia, Milano si scannavano e l'Italia diventava terra di conquista dello straniero, per finire poi ai margini del mondo moderno. Ma vorrei fornire anche un alibi a questo disfacimento in un quadro più generale e non solo nazionale, cioè lo svuotamento della democrazia, quella "cosa" che ha fatto la storia e la forza del progressismo europeo negli ultimi due secoli. Quella democrazia che non è solo la conta dei voti o strumento di ascesa sociale ma che è mezzo di civilizzazione e mezzo attraverso il quale diventa possibile il cammino verso l'uguaglianza. E oggi il nemico vero della democrazia sono le oligarchie economiche. Questo impone anche alla sinistra "oltre il PD" una radicale revisione di strategia politica».

L'attuale panorama politico occupato dal Governo Monti vede tra i protagonisti il Sel di Vendola e il Movimento 5 Stelle. Che idea hai? 

«Negli ultimi tempi si è assistito al commissariamento dello stato di diritto da parte del governo Monti e a un collaborazionismo della sinistra verso una soluzione non conservatrice ma reazionaria della società e della politica italiana. I fenomeni come quelli di Vendola e di Sel o di Grillo e del Movimento 5 Stelle di fatto, direttamente e indirettamente, promuovono un culto della personalità che va ad ingrassare le fila di chi oggi lavora per la fine di questo sistema democratico e promuove la repubblica presidenziale. Di chi vuole cancellare la nostra Costituzione e instaurare un regime conservatore. Quindi il livello di pericolo della democrazia si è elevato per colpa di questi fenomeni, per non parlare dell'attuale strategia del PD che punta esclusivamente alla sua sopravvivenza con un ruolo nuovo che è quello di ricucire e ricomporre una nuova Democrazia Cristiana rimettendo insieme Rosy Bindi con Casini e allargandola a Vendola e Fini. Oggi stiamo assistendo a quello che un tempo si sarebbe chiamato un colpo di Stato né più né meno. Cioè la fine dello stato di diritto ad opera dell'impero finanziario europeo e non. Oggi allo stato di diritto si è sostituito lo stato impresa e peggio ancora quello del potere di acquisto. Essere cittadino significa semplicemente che sei in grado di acquistare altrimenti non hai nessun diritto. E se ciò avviene è soprattutto grazie all'appoggio di gran parte delle componenti della cosiddetta sinistra italiana».

Qual è la soluzione per rimettere in rotta la nave della politica? 

«A me interessa ricostruire la casa del popolo ma che senso ha fare sempre delle riparazioni e tappare le crepe se la casa ha il tetto che fa acqua, i pilastri crollano e non tengono su l'edificio? Meglio buttare a terra e ricostruire cominciando così a rinforzare per prima cosa le fondamenta o quello che resta di buono e di saldo delle fondamenta. La ditta di muratori capaci di fare questo lavoro, ti confesso, non la vedo. Va rimessa in piedi, rifatta, con i migliori componenti vecchi e nuovi fra manovali, imbianchini, muratori, piastrellisti, idraulici, carpentieri e in quanto a capomastri da D'Alema a Vendola neanche a parlarne. Saranno le nuove lotte a creare i nuovi "sub-comandanti" non la legge elettorale».

Quindi mi pare di capire che dalla torre butteresti giù tutti i politici?

«Penso che noi oggi non abbiamo bisogno di politici ma di "pontefici", cioè di costruttori di ponti fra le culture, i costumi, le religioni, le leggi. Non si tratta di sostituirsi alla politica ma di combattere una lunga e dura battaglia culturale che sia già una rivoluzione nel suo divenire, nel suo camminare. Poi, a ponti fatti, la politica potrà tornare ad essere quella che è stata un tempo: l'arte della mediazione, non fra poteri ma fra sogno e realtà».

Ponti che i Gang hanno sempre provato a costruire con le canzoni. 

«Abbiamo cercato di avvicinare gli strumenti indispensabili alla costruzione del futuro di questo paese attraverso le sue tradizioni che sono ancora vive. Ed è proprio dall'incontro fra tre grandi tradizioni che si sta realizzando una nuova rivoluzione. La tradizione cristiana - quella dei Ciotti, Zanotelli, Puglisi, Balducci, Milani, tanto per fare qualche nome -, la tradizione comunista con una visione della democrazia diversa da quella borghese, si pensi ai consigli di fabbrica, alle case del popolo, alle prime società di mutuo soccorso e infine la tradizione delle minoranze, quella delle sinistre eretiche, dei cantori come Pasolini o Pazienza, dei movimenti per "un altro mondo è possibile", del femminismo e, in piccola parte, anche la minoranza che ha generato in Italia la rivolta dello stile. È da qui che provengo anch'io, in quanto ho cercato di riallacciare le culture delle minoranze italiane con il rock'n'roll. In ogni nostra canzone avviene l'incontro, il confronto e la condivisione di un immaginario comune a queste tre grandi tradizioni italiane».

Nelle ultime settimane il caso Ilva di Taranto ha calamitato l'attenzione dei media. Fino a quando, secondo te, si potrà continuare a sacrificare la salute pubblica al cospetto dell'urgenza lavorativa della popolazione? 

«Il caso dell'Ilva di Taranto oggi è arrivato ad un alto livello di tensione e di esasperazione. Lo possiamo paragonare a decine e decine di casi simili, da Marghera a Bagnoli, alla Falk di Sesto San Giovanni, per certi versi anche al caso Seveso o all'Eternit in Piemonte. Eppure secondo me, per circostanze storiche, il caso Ilva pone la questione ad un punto che prima non era così evidente. Oggi lo scontro diventa epocale fra due diverse concezioni del lavoro. La prima che vede il lavoro come strumento di emancipazione e di conquista della dignità, intesa come diritto alla speranza. Il lavoro come forma di riscatto sociale che trova radice e identità storica nel momento di maggiore forza e consapevolezza del movimento operaio italiano, quello del decennio di lotte degli anni '60-'70. La seconda che vede il lavoro come strumento per "guadagnarsi la pagnotta", per avere un minimo di potere d'acquisto, per sopravvivere, non il lavoro quindi ma il posto di lavoro. Una rivendicazione che non fa parte della storia della classe operaia né del movimento operaio. È invece una resa ad un modello di sviluppo classicamente occidentale che considera ed esalta il progresso misurando tutto in termini di profitto. Ecco allora che il posto di lavoro diventa un'arma di ricatto e quello che resta delle ceneri della classe operaia viene nuovamente presa in ostaggio. Nel caso dell'Ilva finalmente questa contraddizione o meglio questa realtà viene evidenziata come non mai. Senza entrare nei particolari o nel confronto su come uscirne vivi da questa trappola posso semplicemente affermare che non è soltanto lo stato a non avere una politica industriale in questo paese ma quello che è grave, anzi gravissimo, è che né i partiti storici della classe operaia, quindi la cosiddetta sinistra, né i sindacati, assolutamente nessuno di questi, né gran parte della forza lavoro, oggi è in grado di esprimere e di elaborare una visione dello sviluppo diversa da quella dei padroni, quella che punta tutto sul profitto».

Non sembrano quindi esserci vie d'uscita... 

«La legge è l'ancora di salvataggio. È riconosciuto un diritto alla salute, alla vita, e questo diritto individuale e collettivo deve prevalere sul profitto, sulle logiche del PIL e sulla retorica del potere di acquisto, non della sopravvivenza legato del posto di lavoro. Certamente il problema di oggi pratico e teorico, è molto più grande dell'Ilva di Taranto, ed è quello del come si esca dalla lunga storia del movimento operaio, in avanti, senza tornare indietro. Io sono per uno spiazzamento e una rottura netta dell'orizzonte del ricatto e della presa in ostaggio. Per una nuova visione del lavoro come strumento di conquista della dignità, dello stare bene, della vita! Come dire che il futuro anche in questo caso ha un cuore antico. Come ho sempre cantato occorre radicarsi per volare. Mi pare però che su tutto ciò la sinistra parteggi più per il conservatorismo rimandando all'infinito la questione fondamentale. Non scioglie il nodo, anzi. Per Taranto io sono per tre fasi: giustizia, referendum e bonifica. Come per tutte le altre realtà simili, ma la mia è solo una prefazione rispetto ad un tema che è molto più complicato e richiederebbe una spazio molto più ampio di discussione e confronto».

Anche a Vado Ligure c'è un problema di coesistenza tra la popolazione e un sito inquinante come è quello della centrale elettrica a carbone della Tirreno Power. Qual è la tua idea? 

«Tutto quello di cui ho parlato trova conferme nella questione della Tirreno Power. In cima alla piramide di Tirreno Power siede nientemeno che Carlo De Benedetti, che del Partito Democratico rivendicò la tessera numero uno. L'Ingegnere controlla, attraverso la holding Cir e Sorgenia, i destini dello stabilimento. Poi c'è Legambiente che condivide e si schiera da tempo con le posizioni delle Amministrazioni di Vado e di Quiliano, di Provincia e Regione che, mentre si dichiarano pubblicamente contro il potenziamento, di fatto e in maniera evidente non vogliono l'abolizione del carbone nella centrale di Vado. Questo palese disinteresse sugli enormi danni alla salute e all'ambiente e sui relativi costi indotti sul territorio savonese conferma la sudditanza delle stesse Amministrazioni alla Tirreno Power, motivata da consuete forme di finanziamento di cui i Comuni sono spesso gratificati. Legambiente è socio azionario di Sorgenia, si può comprendere quindi il suo ruolo di malcelata sudditanza. La stessa sudditanza che, da tempo, mostra verso quegli enti pubblici di cui condivide in modo acritico le posizioni e da cui risulta già finanziata con lauti contributi. Termino ricordando che anche qui e per tutto ciò c'è la Costituzione e l'art. 32. Come se non bastasse la tutela della salute viene oggi modernamente defini­ta a livello internazionale dall'Organizzazione mondiale della sanità come "uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non solamente l'assenza di malattia o di inabilità", ovvero una condizione di armonico equili­brio funzionale, fisico e psichico dell'organismo dinami­camente integrato nel suo ambiente naturale e sociale».

Tornando alla musica e ai Gang, è appena uscito un cd/dvd live che celebra i venti anni di "Le radici e le ali". Quali sono i vostri progetti futuri? 

«Dato per scontato che, come dice il profeta, il futuro non è scritto, quello dei Gang vede all'orizzonte finalmente un disco di inediti. Disco che non si fa da 13 anni. Penso che ce la faremo entro il 2013. Si chiamerà "Sangue e Cenere". Sono dodici canzoni suonate con una vera grande orda d'oro di musicisti provenienti da strade musicali anche molto diverse. Come dire? La lunga marcia continua. A presto, sulle strade, le nostre! Intanto.....Buona Vita!».