mercoledì 22 ottobre 2014

Paolo Saporiti canta il suo lungo percorso evolutivo





Ho avuto la fortuna di ascoltare Paolo Saporiti a "Queste piazze davanti al mare", festival musicale che ogni anno si celebra nel periodo estivo a Laigueglia, nella Riviera ligure, sotto la direzione artistica di Massimo Schiavon. È stata una esibizione chitarra e contrabbasso che mi ha piacevolmente sorpreso per gli arrangiamenti ricercati e mai scontati delle canzoni, i testi forti e a tratti visionari e naturalmente la bravura degli interpreti. Inevitabile quindi che mi sia venuta la mia voglia di approfondire la conoscenza di questo cantautore milanese che ha all'attivo cinque album, tutti cantati in inglese. Le canzoni del nuovo disco eponimo, pubblicato quest'anno dalla Orange Home Records di Raffaele Abbate, hanno invece la caratteristica di essere cantate in italiano, un novità per Saporiti.
Un disco ricco di idee e creatività compositiva che si dibatte tra opposti che potrebbero essere anche considerati inconciliabili ma che trovano la giusta miscelazione grazie anche al lavoro di Xabier Iriondo (Afterhours) che ne ha curato la produzione. E così l'improvvisazione e la dissonanza diventano complementari alla melodia e al folk, l'intimismo di certi episodi, molto in linea con la precedente produzione di Saporiti, si scontra con soluzioni ardite e di rottura. Contrasti musicali che viaggiano su binari paralleli a testi in cui l'autore affronta i propri limiti e i propri fantasmi in un percorso di lotta e sofferenza. Dodici brani che hanno permesso a Saporiti di raccontarsi, senza barriere linguistiche e filtri, e di fare i conti con il proprio vissuto e con le proprie radici familiari. 
Alla realizzazione del disco hanno partecipato in sala di registrazione Roberto Zanisi al bouzouki, Cristiano Calcagnile alla batteria, Luca D’Alberto alla viola e al violino, Stefano Ferrian ai sassofoni, lo stesso Xabier Iriondo che ha impugnato il basso e ha gestito l'elettronica.
La voglia di conoscenza mi ha portato a prendere contatto con Saporiti che è stato disponibile a parlarci del disco e della sua carriera. Il tutto è riportato nell'intervista che segue.




Capelli tagliati più corti, un album in italiano, ancora tanta sperimentazione. E' un periodo di cambiamenti sotto molteplici aspetti?

«Direi di sì ma vale un poco per tutta una vita, credo di averla impostata così, in fondo, un poco per scelta, come è forse capitato a tanti altri a un certo punto della propria esistenza. Una lunga serie di mutazioni e cambiamenti per sentirsi sempre più vivi e nuovi. In realtà ora i miei confini sono ben più definiti in ogni cosa che faccio e sono, e il gioco risulta essere sempre più facile e proficuo, anche da un punto di vista creativo. È come se, una volta conquistato uno stato dell'essere interiore sempre più certo e sicuro, tutto scaturisse in maniera più semplice. Credo che si debba in qualche modo raggiungere un piano in cui il giocare con se stessi e con le proprie facce risulti essere sempre più semplice e normale».

Per apprezzare appieno il tuo nuovo disco occorrono diversi ascolti. È una scelta coraggiosa in questi tempi di jingles. Lo sai che rischi di non arrivare mai in testa alle classifiche?

«Lo so e fa parte anche questo di una scelta. Amo giocare, come ti dicevo prima, ma in un campo di coerenza. Il vendersi non ne fa parte e, amando un certo tipo di musica e letture o pensieri o di autori in senso lato, non riesco a sposare un altro tipo di causa. Vorrei che il mondo seguisse questo trend e non il contrario».

Dopo cinque album in inglese la scelta di cantare in italiano rende però tutto più semplice. Sei cosciente che così facendo hai reso pubblico una parte della tua vita e delle tue emozioni?

«Credo che il discorso riguardi soltanto una maggiore consapevolezza di questo aspetto. È quello che cercavo e che ho fortemente voluto e inseguito. Essere sempre di più me stesso e raccontarlo agli altri; ha a che fare con un discorso di verità e le acquisizioni sono state tante e lente, giorno per giorno. L'italiano rende, come dici, tutto ancora più diretto ma non credo in fin dei conti di essermi poi troppo nascosto prima. Chi voleva capire il mio messaggio, poteva senza troppi problemi. Non ho mai pensato alla lingua come a un vero ostacolo anche se oggi non posso che confermare la bontà e la necessità di questo che comunque considero un salto importante ed epocale per me e la mia vita».

Nel disco ci sono dodici canzoni che ti vedono combattere un dramma interiore. L'uomo triste e l'uomo felice sono impegnati in una continua lotta. Chi vincerà alla fine di questa epica battaglia?

«Io non credo che la felicità risieda da altra parte se non nella ricerca e nell’affrontare se stessi, i propri limiti e i propri fantasmi e spesso bisogna scontrarsi con un bel grumo di sofferenza. È una questione di volontà e di fede, di capacità di credere in un sogno e la conquista della meta prevede fatica e sofferenza. Lì sta la felicità. Il percorso è lungo, perfino metodico nella sua evoluzione, disciplinare e sicuramente disciplinato, ma i frutti che porta la voglia di emancipazione e di conquista della libertà, sono sempre felici, in qualsiasi forma poi essi vengano a esprimersi. Faccio parte di quelle persone che credono che solo dal vivere in maniera completa quello che si prova possa scaturire il bene e il buono».

Anche dal punto di vista sonoro si assiste a uno scontro tra il folk della tua chitarra acustica e una marcata sperimentazione. Quanto ha influito da questo punto di vista la tua collaborazione con Xabier Iriondo?

«Xabier l’ho scelto, una volta conosciuto. Ho apprezzato la sua ricerca, il suo modo di gestire una carriera e il suo modo di essere e per questo gli ho chiesto aiuto. Volevo tradurre un certo tipo di sensazione interiore che sento corrispondere tremendamente all'uomo contemporaneo, molto più di quanto tutti vogliano provare a fingere di non accettare e capire, negando la verità a se stessi o non ascoltando quel che faccio e suono io ma prima o poi qualcuno capirà, ne sono convinto».

Ho ascoltato con molto interesse la tua esibizione a Laigueglia in occasione del festival "Queste piazze davanti al mare" e mi ha incuriosito il testo di "Io non ho pietà". Che significato ha in generale e in particolare la frase ‹Perché non muori e non prendi me›?

«Perché non ti rinnovi, perché non ti ripulisci, cambi vita e scegli me in relazione al tuo passato, ai tuoi vissuti, anche i più angoscianti. È una cosa che chiedevo alla donna che amo ma che chiederei a tutti, compresi i miei genitori o a quello che ne rimane di loro. Il difetto più grande della società che abbiamo creato è la sfiducia totale nella figura del figlio, dei figli. Questo è un mondo di ex-padri, padri finiti o logori e madri stanche e annoiate, nella migliore delle ipotesi. I figli, che sono presente e futuro, sono concepiti già morti o soltanto come costole di se stessi o in funzione utilitaristica ed egoistica e questo è quello che mi uccide e che forse mi ha ucciso per così tanto tempo. Chiediamo uno scatto a questo mondo. È necessario, senza pietà, anche nel riconoscere e accettare le nostre zone d'ombra. Il gioco del nascondino ha stufato davvero, la scissione e la rimozione hanno perso ed è ora che chi ha sbagliato si tolga dal campo e lasci giocare chi ne ha voglia e diritto».

Hai presentato "Erica" dicendo che è una canzone che risale a tanto tempo fa. Anche in questo brano è presente il continuo gioco di contrapposizioni tra un messaggio positivo e uno negativo. ‹Erica come posso riuscire ad amare se sei ancora qui› ne è una sintesi straordinaria…

«Vero. Amare e rendersi conto di non esserne ancora capaci e accettare la messa in discussione e lavorare per un cambiamento profondo. Come tanti, la figura materna è una figura importante, bisogna riuscire ad affrancarsene e cercare delle nuove vie e ipotesi di relazione. Ci si nasconde dietro false acquisizioni date per scontate ma non è oro tutto quello che luccica e anche dietro la sensazione di una grossa passione o amore non è detto che risieda la verità».

Entra subito nella carne la rullata di batteria che apre "Come hitler". Un brano di poco più di un minuto e mezzo di durata che sbeffeggia simbolicamente il Führer "dai baffetti sporchi" ma che penso abbia un significato ben più ampio. Mi sbaglio?

«Assolutamente no. "Come hitler”" parla di qualsiasi forma di sopruso, manipolazione, coercizione fisica o psicologica che sia. Odio chi usa il proprio potere o la propria posizione a fini personali e che per fare ciò violenta, abusa o prevarica. Immagina due file di ragazzi e ragazze in collegio e il precettore che li picchietta e insidia col suo passo riconoscibile fra mille nelle loro memorie. Vorrei che questo tipo di vissuti scomparisse dalla faccia della Terra e che la gente sia sempre più consapevole dei danni che può arrecare. Ci vuole più rispetto a questo mondo».

"Ho bisogno di te" segna una rivincita verso chi ha condizionato la tua vita in questi anni o è una dichiarazione di guerra?

«Tutte e due le cose, una dichiarazione di intenti a fronte di un comportamento, un'azione o un modo di essere col quale volente o nolente ho dovuto confrontarmi negli anni. Parla di colleghi, case discografiche, amore e odio e della necessità a volte perversa di avere a che fare anche con l'aggressore, nella speranza di una pulizia dalla sporcizia. Credo che manifestare la rabbia, quando ce n'è, sia una delle prime acquisizioni e vie per la libertà, il che non vuol dire essere violenti o rispondere alla violenza e all'ignoranza con la violenza e l'ignoranza ma concedersi di sentire e di ascoltarsi al fine di crescere e l'arte è uno degli strumenti che l'uomo si è dato a disposizione e di cui vado fiero in quanto appartenente alla specie».

Ascoltando "Caro presidente" mi sono chiesto se sei credente?

«Lo sono stato ma nel modo sbagliato. Mi avevano insegnato a immaginare un mondo in cui Dio risponde positivamente alle tue preghiere e richieste prima o poi se ti comporti bene e preghi e ti penti o fai del bene o altro, vai a Messa, etc. Ora so che la fede, di qualsiasi tipo sia, non ha aspettative e non prevede risultato: c'è se c'è, se non c'è, non c'è».

Con "In un mondo migliore" lasci aperta una porta verso il futuro. Quali sono le tue speranze?

«Che il mondo cambi grazie alla nostra voglia di farlo. Prima di tutto bisogna che la gente ammetta che così non va, poi si vedrà. Per ora mi accontenterei di questo, una messa in discussione di tutti o buona parte degli status symbol a cui ci hanno e ci siamo piegati e abituati e la presa di coscienza che non tutto il nostro passato è da buttare, anzi, e che il bruciare libri, dischi, musica, teatro, cinema e quadri non porta e non porterà o mai ha portato alcunché di buono all'uomo e alla sua vita sulla Terra».

Sulla copertina sono raffigurati tuo papà da piccolo e tuo nonno. Anche nel libretto ci sono altre foto della parte maschile della tua famiglia. Che significato hanno queste foto e perché nessun ricordo delle donne della tua famiglia?

«In realtà sul posteriore c'è anche la bisnonna, oltre a bisnonno e nonno, mio padre è nel booklet interno ma hai ragione, questo voleva essere un tributo alla parte maschile della mia famiglia, quella che mi ha donato manualità e creatività a mio modo di sentire e che mi ha messo nella condizione di poter sognare e osare quello che altri rifuggono, un percorso diverso e indipendente».

Cosa può trovare l'ascoltatore nel tuo disco?

«Me e se stesso attraverso me o almeno, spero, qualche spunto utile e qualche forma di identificazione positiva con le proprie emozioni profonde».


Titolo: Paolo Saporiti
Artista: Paolo Saporiti
Etichetta: Orange Home Records
Anno di pubblicazione: 2014



Tracce
(Testi e musiche di Paolo Saporiti)

01. Come venire al mondo
02. Io non ho pietà
03. Cenere
04. Sangue
05. Come hitler
06. L'effetto indesiderato
07. Ho bisogno di te
08. Erica
09. In un mondo migliore
10. Caro presidente
11. P.S.



lunedì 6 ottobre 2014

La disperata "Beggar town" dei Cheap Wine




Diciotto anni di musica, concerti dal vivo e dieci dischi pubblicati fanno dei Cheap Wine una delle band indipendenti più longeve del panorama musicale italiano. Il gruppo pesarese, guidato da Marco Diamantini, ha presentato in questi giorni il nuovo atteso disco intitolato "Beggar town", che arriva a quasi due anni di distanza dal precedente "Based on lies". Se i personaggi del disco pubblicato nel 2012 erano travolti e sconvolti dall'inaspettato peggioramento delle loro condizioni di vita, le figure presenti in "Beggar town" hanno preso coscienza della situazione e fanno i conti con la loro esistenza, con luoghi pieni di desolazione e smarrimento, con la prospettiva di una vita fatta di lotte per garantirsi la sopravvivenza. Gli stati d'animo dominanti sono frustrazione, rabbia, disperazione e cinismo ma a questi si uniscono potenti squarci di luce, momenti di speranza e sogni. Nei testi, di una importanza forse anche superiore alla musica stessa, si passa dallo sconforto più cupo alla speranza più vivida. Situazioni e stati d'animo che condizionano anche la musica, ricca di sfumature, che appare nella sua totalità più cupa rispetto al lavoro precedente. Potente è la sezione ritmica affidata al bassista Alessandro Grazioli e al batterista Alan Giannini, così come altrettanto importanti sono le incursioni chitarristiche di Michele Diamantini e il tappeto sonoro messo sul piatto delle tastiere di Alessio Raffaelli.
"Beggar town" è un disco intenso, compatto, crepuscolare che necessita di attenzione per essere apprezzato e interiorizzato ma che ha grandi potenzialità per rimanere a lungo nella memoria di chi lo ascolta. La grafica è firmata, come nel disco precedente, da Serena Riglietti, che ha curato le copertine dell'edizione italiana di "Harry Potter" ed è una delle illustratrici più apprezzate in ambito nazionale. Nel libretto, a conferma dell'importanza dei testi scritti da Marco Diamantini, sono riportate anche le traduzioni in italiano.
Nell'intervista che segue Marco Diamantini ci presenta il nuovo disco dei Cheap Wine.



Nell'era in cui gli U2 regalano le loro canzoni, voi siete rimasti al cd. Siete all'antica ma trovo che ci sia molto più amore nelle canzoni di "Beggar Town" rispetto a quelle abbastanza fredde del gruppo irlandese...

«Personalmente il disco degli U2 non l'ho ascoltato, non mi hanno mai interessato più di tanto, neanche ai temi d'oro. Sul fatto che ci sia più amore nelle nostre canzoni penso che tu abbia ragione, gli U2 hanno raggiunto un tale stato di business che credo che gli affari siano diventati più importanti della musica. Cosa che ovviamente per noi non è. Noi andiamo avanti da tanto tempo proprio perché abbiamo una passione per la musica che supera qualsiasi altra cosa. In tutto quello che facciamo cerchiamo di metterci sempre la massima cura. Infatti, per questo disco abbiamo rinnovato il sito, in questi giorni è uscito il video, abbiamo curato la confezione del cd. Insomma cerchiamo sempre di fare il massimo e di offrire un prodotto che possa competere con i gruppi che hanno un budget diverso dal nostro e, allo stesso tempo, vogliamo dimostrare rispetto nei confronti di chi ci segue e magari acquista quello che facciamo. Per noi è importante che dalle canzoni traspiri il nostro amore per la musica».

Quando ho sentito la prima volta il vostro ultimo disco mi ha fatto tornare in mente la buona musica degli anni Settanta, quella che ha fatto la storia, che si sentiva con la puntina che correva lungo i solchi del vinile…

«Ce lo hanno chiesto in tanti ma il vinile ha costi proibitivi e non ce lo possiamo permettere. Abbiamo già speso tanto, anche perché oltre al cd ci vuole il video, il sito, e tutta una serie di altre cose. Nessuno di noi è ricco anzi, siamo due disoccupati e il più ricco del gruppo prende lo stipendio di un operaio, questo per farti capire la situazione».

Alcuni gruppi e musicisti si affidano al crowdfunding. Voi invece avete voluto fare a meno dell'aiuto dei fans…

«Siamo contrari al crowdfunding. È una formula che non ci piace e non approviamo. Lo potremmo utilizzare solo se fossimo proprio ridotti nella condizione di non poter produrre assolutamente niente. Ma fino a quel momento andremo avanti per la nostra strada, mi sembra più seria. Chiediamo alla gente di acquistare il nostro cd solo se piace, non per una opera di carità o elemosina. Ci lascia perplessi anche vedere che ci sono band che hanno tutti i mezzi per fare da soli e che invece usano quest'altro metodo».

Torniamo alla musica degli anni Settanta…

«Non credo che questo disco sia musicalmente anni Settanta, quello che forse richiama è il modo di suonare. C'è una intensità strumentale che il mercato attuale non vuole, vengono richiesti motivi più accattivanti, suonati in maniera più leggera, più orecchiabili, cose che vanno via. Noi siamo andati controcorrente anche in questo. Siamo cinque appassionati di musica, non facciamo calcoli, abbiamo suonato questo disco nel modo in cui volevamo e secondo me ha una intensità di suono che non si riscontra al giorno d'oggi. È un disco che richiede attenzione, tempo, non è un usa e getta, non è una cosa immediata, ci vuole l'atmosfera giusta, non lo puoi mettere come sottofondo. È un disco che può anche risultare difficile per alcuni e ancora di più per i tempi della vita moderna che non ti permettono di dedicare più di venti minuti al giorno all'ascolto di un disco. Ecco, è fuori dal tempo e probabilmente è anni Settanta proprio perché una volta il disco era una parte centrale nella giornata di una persona. E questo disco è fatto con quella logica».

Trovo che le canzoni siano costruite molto bene e che non si disperdano con gli ascolti. Quanto avete lavorato per arrivare a questo ottimo risultato?

«Il disco è frutto del lavoro di un anno, forse qualcosina in più. Poi ovviamente ci rientrano diciotto anni di musica, di attività, di esperienze personali, di ascolti. C'è stata una selezione molto severa delle canzoni perché inizialmente ce ne erano una quarantina. Abbiamo dovuto incastrare gli impegni di tutti per fare un lavoro serio su questo disco e siamo stati facilitati dal fatto, e io mi tiro fuori, che gli altri quattro componenti del gruppo sono veramente dei musicisti di primo livello. Hanno una preparazione e un gusto artistico che hanno permesso di fare quello che avevamo in testa. Musicisti bravi ce ne sono migliaia, la discriminante è riuscire a fare la cosa giusta al momento giusto e con il giusto feeling, ed è una cosa che sanno fare in pochi».

Dimmi se sbaglio ma mi pare di avvertire nelle prime tre-quattro canzoni una sorta di prosecuzione delle tematiche affrontate nel precedente disco, per poi svoltare verso una visione, non dico ottimista, ma che offre, seppur a fatica, una via di uscita con un futuro ancora da scrivere…

«In realtà diciamo che c'è un filo conduttore a livello di testi che lega "Beggar town" al precedente "Based on lies". Il fatto però che tu lo abbia rilevato nelle prime canzoni è casuale perché, in realtà, la scaletta del disco è stata decisa in un secondo tempo. Non c'è stata una logica relativa ai testi, nella scaletta abbiamo pensato più alle atmosfere musicali. In "Based on lies" è descritta la sorpresa di trovarsi catapultati improvvisamente in nuova situazione, condita da sentimenti quali paura, smarrimento e disperazione. In "Beggar town" si prende atto della situazione e a questo punto la disperazione e lo smarrimento non servono più, serve soltanto cercare una reazione per quanto possa essere difficile, duro e complicato. Gli sprazzi di luce ci sono perché c'è l'esortazione a non arrendersi. Anche nelle difficoltà peggiori non possiamo rassegnarci».

Quanto c'è di autobiografico in queste canzoni?

«Tutto è molto autobiografico perché coincide con la mia storia, con quella di alcuni componenti del gruppo. È chiaro che i testi, scrivendoli io, coincidano più con il mio vissuto che non con quello degli altri. Il fatto di essere disoccupato da oltre due anni è una cosa che si fa fatica ad affrontare e sostenere e quindi in questi dischi c'è tutto questo. C'è una sorta di strana contraddizione: in "Based on lies" la musica era più solare e i testi forse più scuri, in "Beggar town" la musica è abbastanza scura ma i testi lasciano trasparire un poco di speranza e di voglia di reagire e risorgere in qualche modo. Sono quindi due dischi legati da un tema comune ma musicalmente sono molto diversi».

L'ambientazione resta, almeno nei primi episodi, la città. Una città decadente dove mozziconi di sigarette, vetri rotti, pillole nere e nuvole di cocaina che sbuffano sono una triste cornice. Descrizioni di situazioni al limite dell'emarginazione che si vivono quotidianamente anche nelle periferie delle metropoli italiane. Cosa ci ha fatto cadere in questa spirale?

«Esprimo la mia idea e non so se coincida con quella degli altri componenti del gruppo, anche perché non parliamo molto di politica. Io sono convinto che ci siamo trovati in questa situazione per gli effetti del capitalismo. Non voglio fare un discorso ideologico, però non è stato mai accettata, soprattuto in Italia, l'idea che nessuno debba rimanere indietro e questo ha fatto sì che molta gente finisse ai margini. In questo periodo poi si assiste a una ecatombe. Nella mia città, che è sempre stata piuttosto ricca, la Caritas sta lanciando appelli perché non ce la fa più a dare da mangiare a tutti, non ce la fa più a dare i vestiti usati a tutti, non ce la fa neanche più a dare le medicine a tutti quelli che non riescono più a permettersele. E la situazione sta arrivando al limite. Rispetto  alla maggior parte degli stati europei abbiamo un welfare inesistente e questo ha trasformato la vita delle persone e anche l'aspetto delle città».

La crisi economica certamente non ha migliorato una situazione già difficile…

«Chi governa deve pensare in modo solidaristico, capire che una persona non può essere lasciata morire di fame. Altrimenti tutta le persone che sono rimaste senza lavoro e sono in difficoltà cosa devono fare? Rapinare i passanti per procurarsi da vivere? Purtroppo c'è ancora una grossa fetta di popolazione che rifiuta un discorso di questo tipo. Sento tanti che si chiedono, ad esempio, perché bisogna dare il reddito di cittadinanza - che esiste in tutta Europa tranne che in Italia - a chi non fa niente. Ma chi non ha lavoro come fa a sopravvivere? O decidiamo per una soluzione hitleriana e creiamo delle camere a gas in cui porre fine alle loro sofferenze oppure bisogna che venga permesso loro di andare avanti e di vivere. E credo che l'abbrutimento delle città e dei valori morali partano da qua, da un individualismo sfrenato che non tiene più conto dei bisogni degli altri».

Qual è la ricetta per uscire da questa città di mendicanti e re dalla corona d'oro?

«Avere un pasto e un tetto sopra la testa sono cose che non si possono negare perché altrimenti si disumanizza la società. Se la società deve essere fondata su un contratto, su delle regole di convivenza, allora deve essere permesso alle persone di avere uno standard minimo di sopravvivenza. Ci sono i più ricchi e i meno ricchi ma non puoi permettere che ci sia chi muore di fame o persone che dormono su una panchina. Finché ci sarà tutto questo sarà difficile combattere il degrado. Una persona ridotta in quello stato diventa una specie di animale che ha fame e io l'ho provato sulla mia pelle. Mi sono reso conto che finché avevo un lavoro, il mio stipendio, una vita tranquilla, potevo dibattere su tanti temi nobili come il razzismo, i diritti delle minoranze, dei lavoratori, ma nel momento in cui ti trovi a pensare se il giorno dopo riesci a mangiare di tutti questi argomenti non te ne importa più nulla, pensi solo più alla sopravvivenza. Si disumanizza tutto e anche le grandi idee della civiltà occidentale vengono completamente azzerate. Non ho soluzioni, non è il mio compito, vedo però che nessuno sta facendo qualcosa di concreto, li vedo solo parlare in televisione, blaterare, lanciare slogan ma non si occupano della gente. I loro giochetti politici non interessano, adesso noi abbiamo fame».

Dopo quello che io chiamo il trittico cittadino si passa a "Lifeboat". Ma il capitano rimane debole e i marinai sono dei bugiardi, quasi fosse un naufragio a cui tutti assistiamo...

«Il mare torna spesso nelle mie canzoni anche perché vivo in una città di mare, per me è quindi una ambientazione consueta. Il mare è sempre una metafora molto efficace. In "Lifeboat" c'è questo mood della musica che mi ricordava le onde che lentamente scorrono verso la battigia quando il mare è calmo. Mi è venuto naturale scrivere un testo di questo tipo».

La prima potente luce di speranza ce la offrite con "Your time is right now". ‹Troverai la luce, lungo la strada. Troverai il sorriso, lungo la strada›. Ci sono voluti un disco e mezzo per dare qualche speranza?

«Pur essendo i miei dischi sempre ricchi di una sorta di inquietudine, fa parte di me, del mio carattere, del mio modo di essere, non mi è mai piaciuto trasmettere dei messaggi completamente privi di speranza. Nel disco precedente qualche sprazzo c'è anche se contemporaneamente ci sono cose tra le più tremende che abbia mai scritto, soprattutto in un paio di episodi. In "Beggar town" emerge di più perché, assorbita la botta, è necessario attrezzarsi per trovare la via d'uscita, altrimenti non si sopravvive. Il senso di questo disco è appunto cercare la via d'uscita in tutti i modi. Pur nelle difficoltà che sono tante, dobbiamo lottare. La resa non mi è mai piaciuta e non ci sarà mai».

Con "Claim the sun", una delle canzoni più belle del disco, fate un ulteriore passo avanti. Ci invitate a risvegliarci e a pretendere il sole, a trovare la forza per cancellare tutto il grigio e scoprire un colore nuovo ogni giorno. Se dovessi dare un consiglio da cosa dovremmo iniziare questa rivoluzione?

«Siamo sempre portati a vederci circondati da problemi e a sperare nel minimo consentito, anche nella sopravvivenza un po' grigia. Invece io penso che dovremmo pretendere, anche da noi stessi, dalla nostra vita di avere il meglio. Mi sembra di ricordare che Borges, in uno dei suoi racconti, parlasse di un uomo che in punto di morte diceva ‹il mio più grande peccato è stato non essere felice›. È a questo che dobbiamo ambire e non si tratta di una felicità materiale ma di un sentimento più profondo, spirituale. Con l'espressione ‹pretendi il sole›, invitiamo le persone a non accontentarsi ma di pretendere il meglio, di essere felici, di avere una forza vitale interiore che faccia amare la vita. Probabilmente è anche un po' una utopia, però in fondo il r'n'r è un inno all'utopia e io credo che anche la vita debba tendere all'utopia, la dimensione del sogno è fondamentale».

‹C'è una nuova frusta per gli schiavi. Ti spacchi la schiena per una paga da fame. Non hai nessun potere›, è questa la drammatica visione della condizione umana nella società capitalistica descritta in "Destination nowhere". E in questi giorni si parla anche dell'abolizione dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Cosa ne pensi?

«Da qualche anno è in atto un processo che tende a instaurare un nuovo schiavismo e che ha una regia precisa. Per paghe ridicole le persone sono costrette ad accettare qualsiasi tipo di lavoro. Ti propongono un piatto di minestra e devi anche ringraziare perché dietro di te c'è la fila di gente che prenderebbe il tuo posto. Approfittando della situazione disperata stanno togliendo tutti i diritti, il rispetto, e ti dicono vuoi una minestra al mattino e una alla sera allora spaccati la schiena e sei già privilegiato perché c'è chi non ha nemmeno questo. Vedo gente che si distrugge dal lavoro dalla mattina alla sera e poi non riesce ad arrivare alla fine del mese ed è una cosa allucinante. La forbice tra pochi ricchi e tanti poveri, persone che hanno finito di vivere, si è allargata enormemente. La frase di "Destination nowhere" è molto cruda ma è quello che sta accadendo. Hanno iniziato parlando di flessibilità, questa nuova parola che avrebbe garantito il futuro, poi hanno detto che dovevamo capire che non si poteva avere un lavoro per tutta la vita e che si doveva essere disposti a cambiare, poi hanno cominciato a dire che andava bene anche firmare contratti di tre mesi perché almeno si lavorava. È stato un processo iniziato nell'ultimo decennio o qualcosa in più. Hanno cominciato lentamente, piano piano, e adesso lo stanno portando a termine. Stanno distruggendo tutti i diritti, tutto il rispetto che c'era per chi lavorava e per chi non è nella posizione di dettare legge. E in tutto questo, la cosa più triste è che le persone o non se ne rende conto oppure l'approvano perché provvedimenti di questo tipo negli anni Settanta avrebbero scatenato una rivolta popolare».

Il tutto senza che ci sia una vera presa di coscienza da parte dei lavoratori. I grandi scioperi in Italia sono ormai un ricordo lontano…

«Stanno riuscendo a fare tutte queste cose anche perché non hanno bisogno di usare la forza. Attraverso i media hanno un potere di persuasione enorme, le persone non sono più in grado di ribellarsi anche perché per ribellarti ti devi informare e probabilmente molti non hanno neppure il tempo di farlo. Faccio fatica a vedere vie di uscita. Stiamo dando fondo ai risparmi non tanto dei genitori quanto dei nonni, nel momento che saranno finiti allora qualcuno si domanderà come farà a mangiare domani».

In "The fairy has your wings" canti <Il cielo è per volare, per abbandonare le zavorre che ci impediscono di essere liberi nel profondo>. Allora c'è la possibilità di riemergere ed essere protagonisti di un nuovo futuro?

«Quella canzone l'ho scritta per una ragazza che non c'è più e che era importante per noi. È un brano che ho dedicato a lei e anche quella frase ha qualcosa a che fare con lei. Comunque sì, anche la lettura che tu dai non è sbagliata. C'è questa speranza, la convinzione che un giorno le cose ritorneranno ad essere quello che ci aspettiamo che siano».

"Utrillo's wine" è il racconto di una storia vera. Che posizione assume all'interno del disco e quale è il suo significato?

«Il disco si intitola "Beggar Town", cioè città dei mendicanti, e Utrillo e anche Modigliani erano due di loro. Il che è una beffa se si pensa che questi due artisti sono morti nella povertà, mentre oggi le loro opere non hanno prezzo. Questa canzone racconta in maniera tragicomica, con un sorriso amaro, quella che può essere la realtà di persone costrette in quello stato. Pur di seguire la propria arte sono stati disposti a rinunciare a tutto, anche a morire di fame. In qualche modo ci identifichiamo in loro e abbiamo ammirazione per quello che hanno fatto».

La scelta di raccontare episodi e storie di persone realmente vissute non è una scelta nuova per te...

«L'avevo fatto anche in Spirits (2009) raccontando la storia del partigiano Silvio Corbari. Le storie dei partigiani sono sempre un po' retoriche, piene di sangue, e anche in quell'occasione avevo preferito raccontare un episodio ironico della vita di Corbari e della sua attività di partigiano. Magari ti strappa un piccolo sorriso ma ti fa ragionare su quello che certa gente ci ha lasciato e ha patito sulla propria pelle».

Particolarmente bella e significativa è la copertina. Il cane con la testa bassa e la pioggia fredda e acida trasmettono un senso di angoscia e solitudine…

«La copertina in realtà è tutto merito di Serena Riglietti, una illustratrice bravissima, forse la numero uno in Italia, conosciuta anche a livello internazionale. Molto semplicemente le abbiamo fatto avere il titolo del disco e i testi di alcune canzone e ha tirato fuori dal cilindro questa opera d'arte». 

Come si fa a restare per diciotto anni indipendenti e coerenti con la propria musica?

«Si potrebbe parlare due giorni di questo armento. Partiamo dal fatto che tenere insieme una band per diciotto anni senza i guadagni economici è una impresa quasi unica al mondo. Gruppi molto più ricchi e premiati non sono durati tutto questo tempo. Al primo posto c'è la passione per la musica, quella con la "p" maiuscola, quella vera che ti permea ogni momento della giornata. Da piccolo sentivo mio zio che strimpellava le canzoni di De Andrè e  mi sono innamorato del suono della chitarra, è una cosa che probabilmente è nel dna. Amore totale per la musica e anche una serietà professionale. Fin dal primo momento abbiamo affrontato la musica con lo spirito di una vera e propria professione, anche se non mi piace la parola, non l'abbiamo mai considerata un hobby. Ho portato avanti questo discorso pretendendo che questo fosse un principio inviolabile della band. Andare avanti in un modo più raffazzonato non mi ha mai interessato. E quindi anche nella scelta dei componenti della band c'è stata una selezione, abbiamo sempre tenuto in grande considerazioni le motivazioni. Andare avanti per diciotto anni in questo modo è stata dura, abbiamo passato momenti molto difficili, alcuni ogni tanto capitano nuovamente anche perché suoniamo un genere che in Italia non è molto considerato, non va di moda, ed è seguito da un pubblico di nicchia. Però il fatto di aver portato avanti questo discorso senza aver mai delle posizioni ambigue ci ha fatto guadagnare del rispetto e questo aiuta a rimanere coerenti. La nostra musica può piacere o meno ma su una cosa non si può discutere: quello che facciamo è onesto, vero e spontaneo».




Titolo: Beggar town
Gruppo: Cheap Wine
Etichetta: Cheap Wine Records
Anno di pubblicazione: 2014


Tracce
(Testi e musiche di Marco Diamantini, eccetto dove diversamente indicato)

01. Fog on the highway
02. Muddy hopes
03. Beggar town  [musica di Alessio Raffaelli, testo di Marco Diamantini]
04. Lifeboat  [musica di Michele Diamantini, testo di Marco Diamantini]
05. Your time is right now  [musica Michele Diamantini e Alessio Raffaelli, testo Marco Diamantini]
06. Keep on playing  [musica di Michele Diamantini, testo di Marco Diamantini]
07. Claim the sun
08. Utrillo's wine  [musica di Alessio Raffaelli, testo Marco Diamantini]
09. Destination nowhere
10. Black man
11. I am the scar
12. The fairy has your wings (for Valeria)



giovedì 2 ottobre 2014

L'urlo spaventoso del "Dremong" di Max Manfredi





A sei anni da "Luna persa", album che gli consentì di vincere la Targa Tenco, Max Manfredi torna sulle scene con "Dremong". Il cantautore genovese ci regala un disco dalle atmosfere di confine che ruota intorno alla figura del Dremong, nome tibetano che identifica l'orso della luna che si pensa abbia dato origine alla leggenda dello Yeti ma che, in realtà, è stato per secoli ed è tuttora cacciato e imprigionato per l'estrazione della bile, sostanza usata nella medicina e nella cosmesi tradizionale cinese. Tredici canzoni, più l'intro firmato da Elisa Montaldo, nate dalla collaborazione con Fabrizio Ugas che cura la produzione artistica e partecipa al disco suonando chitarra classica e laud cubano. Il progetto è invece seguito da Primigenia Produzioni e reso possibile dalla campagna di crowdfunding su MusicRaiser. 
"Dremong" è un disco sorprendente che ci restituisce un Max Manfredi cantautore dalla classe eccelsa che, questa volta, gioca con la musica e con i suoni più di quanto aveva mai fatto in precedenza. E così si possono apprezzare echi prog nella title track, world music in "Finisterre", rebetiko in "Sangue di drago", fini esempi di cantautorato in "Piogge" e "Inutile", rock in "Sestiere del molo". Il tutto utilizzando strumenti della musica classica come violino, violoncello, clarinetto, della musica popolare e di strada, fino a strumenti della tradizione musicale cinese come il gu-qin e il gho-zen suonati da una bravissima Elisa Montaldo e tastiere vintage. Canzoni che attraversano vent'anni di carriera e che raccontano viaggi, storie d'amore, città e disincanti. 
Per riuscire nell'impresa Manfredi si è circondato di un gruppo di validi musicisti come il chitarrista Matteo Nahum, già protagonista con il progetto Nanaue, il pianista genovese Marco Spiccio, il contrabbassista Federico Bagnasco che ha da poco pubblicato il suo primo disco, e poi Daniele Pinceti, Marco Frattini, Daniela Piras, Nino Tubrimec, Loris Lombardo con il suo handpan e Roberto Piga.
Nell'intervista che segue Max Manfredi ci presenta il "Dremong" e la sua musica.




La prima cosa che mi ha colpito è stato il sound del tuo nuovo disco. Come ti è venuta l'idea di utilizzare suoni della world music, progressive, il rebetiko e pure il rock?

«Curiosità e opportunità. Anche in "Luna persa", e forse, in modo meno lampante, nei dischi ancora precedenti, venivano sfiorati tanti mondi musicali. Non sono un intenditore, sono un bevitore di musica. Sono un Casanova musicale che coglie l'occasione. La world music ce l'abbiamo in casa, oppure ci viene a trovare - come in questo caso - sotto forma di strumenti che Elisa (la tastierista) riceve in regalo da un viaggio in Cina. Oppure ci si innamora di un'inflessione musicale, di un mondo tradizionale... come nel caso della musica klezmer, del rebetiko greco. Quanto al rock, anche quello è un'abitudine, lo troviamo ovunque, dai supermercati a Facebook, anche se - come dicevo in una mia vecchia canzone - a volte è ‹tagliato male›. Non dimentichiamo Youtube e le altre diavolerie, che permettono a chiunque di ascoltare - e vedere - più o meno ciò che vuole, e hanno moltiplicato esponenzialmente le possibilità d'ascolto, seppure abbiano contribuito a frantumare l'attenzione».

Un lavoro musicalmente molto stratificato e vario che ha richiesto l'aiuto di un gran numero musicisti, ben ventuno più quattro coriste. Come è andata e cosa ti ha spinto a scegliere questa squadra?

«È ciò che chiamerei voglia di sperimentare. La 'sperimentazione' oggi ha un senso soggettivo. Non l'acqua che giammai non si corse, ma il percorso che io non ho ancora fatto, o, viceversa, i procedimenti a cui sono affezionato. Qui ci starebbe bene il quartetto d'archi, qui l'arpeggiatore del moog, qua un suono di mellotron, qui un intreccio di cordofoni. Un disco è come una festa con tanti invitati, però frastagliati come in un sogno, nel tempo e nello spazio. Il progetto preesiste, ma con tutte le variabili che inevitabilmente si vengono a creare. Un'avventura che sta fra una gita scolastica e la simulazione, almeno, di una guerra di confine».

Per rendere al meglio certe sonorità hai utilizzato anche strumenti etnici come il gu-qin, il gho-zen cinese o poco noti come l'handpan…

«È stato un uso molto parco. Il gu-qin per i glissati su "Notte", il gho-zen  per l'ostinato 'rock' un po' 'China' di "Sestiere del Molo", l'handpan per dare l'idea della pioggia persistente in "Piogge". E poi il glockenspiel, che ormai è il marchio di fabbrica delle mie canzoni. E archi, arpa, flauti, clarinetti, corni, organetto. Non ci siamo fatti mancare nulla. Un po' come una di quelle cene 'povere' di campagna in cui ognuno porta qualcosa, e si rivelano poi degne dei migliori ristoranti».

Protagonista del disco è l'orso tibetano, il Dremong. Ma dove lo sei andato a scovare?

«Ho una moglie esperta di tradizioni tibetane, mi indicò questo nome presente in alcuni testi antichi. La figura dell'orso l'ho sentita amica fin da bambino. E poi mi piaceva molto il suono del nome. Molto prima dei dibattiti insulsi su testo musica e poesia o non poesia nelle canzoni, Petrarca, il poeta, aveva già capito tutto, dicendo: ‹anzi, mi struggo al suon delle parole›. "Dremong" ha nel suo suono il brivido del freddo o della paura e, insieme, il colpo rituale del gong».

Nella cultura dei Pellerossa d'America, come per i lapponi e i popoli della galassia uralo-altaica l'orso è visto come un dio e al tempo stesso è padre, fratello, figlio, amico. Non così in Italia dove non se l'è mai passata bene e anche nelle ultime settimane gli orsi sono stati protagonisti, loro malgrado, di episodi che hanno attirato l'attenzione dei media. Che idea ti sei fatto al riguardo?

«Le culture che citi sono, o erano, solide, antiche, tradizionali, rituali. La nostra è una cultura putrida, magmatica, contraddittoria, scintillante e opaca,  dove le istanze convivono e confliggono senza durare. Da quanto ho capito c'è stato un progetto di ripopolamento animale, per motivi di convenienza finanziaria, in zone poco compatibili. Non siamo nel Wyoming, l'Italia è stretta. Animali non domestici e uomini, come nell'aneddoto su Genova, convivono ‹facendosi il culo l'un con l'altro›. In città girano branchi di cinghiali, i gabbiani disertano i moli e occupano le discariche, in attesa di qualche segnale hitchcockiano, lungo i contenitori della raccolta differenziata delle metropoli sostano pensosi i Marabù, i lupi li abbiamo appena oltre la periferia e a volte scendono a valle per un panino o per invadere qualche recinto, come gli orsi, e servirsi nell'hard discount dell'ovile. Di qui il rischio, e la precarietà, di una convivenza o 'amicizia' tra l'uomo, animale colonizzatore, e l'orso, animale opportunista».

"Dremong" è anche una canzone di denuncia dello sfruttamento che fanno in Cina degli Orsi della Luna. È in corso in tutto i mondo una campagna per impedire queste atrocità. Magari la tua canzone potrebbe diventarne il manifesto. Ci hai mai pensato?

«Del contrario ho brama, come si legge in Padre Dante. La mia è una ballata, non un manifesto. Non credo che Buzzati, inquietante cantastorie della 'famosa invasione degli orsi in Sicilia', abbia voluto far altro che emozionare e stupire. O che si legga Salgari come una dissertazione sociologica sul fenomeno della pirateria. Una canzone che denuncia le atrocità contro gli orsi  tibetani, in realtà esiste, è cantata dall'amica Rossella Seno, tanto più credibile in quanto i profitti della stessa canzone vengono devoluti in favore della difesa degli Orsi della Luna, o del Tibet, che, come molti sanno - e come anche il mio "Dremong" racconta - vengono da secoli perseguitati e torturati per l'estrazione della loro bile, che si ritiene abbia facoltà mediche o afrodisiache. Allegoricamente, la canzone anche, nella sua bile, può servire da cosmetico, da afrodisiaco, da farmaco. Da antidepressivo, da adattogeno dell'altrove, da rimedio omeopatico contro la nostalgia».

Quanti inquietanti Dremong, non obbligatoriamente a quattro zampe, hai incontrato nella tua vita?

«Voglio ricordare un orso buono, che conobbi nella noiosa adolescenza scolastica. Era un padre gesuita che faceva lezioni di italiano e si occupava di cinema. La sua andatura assomigliava a quella di un orso. Lo prendevamo in giro fra noi alunni snaturati, non tanto per l'andatura, ma per i suoi tic pedagogici - com'è inevitabile far coi professori - e gli volevamo bene».

Ma non c'è solo l'orso nel disco. Con "Disgelo" hai voluto denunciare il fallimento della new economy. Lo chiami, non a torto, mondo d'imbecilli ma quale è la strada per uscirne?

«Che tutto il sistema fallisca, anche solo qui in Occidente, come un immane, apocalittico scorpione cyberpunk che si uccide o uccide i compagni, mi pare tristemente evidente. Ma poi, fallisce in cosa? È evidente, nelle sue promesse di felicità. Ogni sistema fa promesse di felicità (o anche solo di vivibilità) e non le mantiene. Mantiene spesso, invece, le sue minacce di repressione e di sequestro dei beni necessari. Come se ne esce? Non lo so, e non lo sa il piazzista della canzone, che non è piazzista di ideologie. Dà solo l'indicazione di un'esperienza ambigua come il suo scopo: ‹così l'orgoglio l'ho ridotto a zero per infilarmi nella coda del pavone›. Cosa sia, questa coda del pavone, questo passaggio, o iniziazione, non lo dice e, in realtà, lo ignora. Può solo cercare di decifrare, come si fa leggendo le figure dei tarocchi, i Trionfi. E sogna un buen retiro, un ritorno, un precario idillio, forse persino una donna a cui gridare, o che piuttosto gli gridi, come in una tempesta, ‹amore mio›».

C'è anche un po' di Genova in "Dremong". "Sestiere del molo" è la cartolina della città… Genova è ancora la tua città?

«Adesso vivo a Sturla, che è pur sempre Genova, un po' più vicino alle spiagge. È Genova, a un passo dal centro, eppure è così diversa dal centro storico, dove - ovviamente - torno spesso per commissioni o appuntamenti... "Sestiere del Molo" è una cartolina dove qualcuno ha vomitato, che qualcuno ha strappato, ha bucato con la brace di una sigaretta. Sestiere del Molo è proprio l'anticartolina, il rifiuto, lo schifo. Lo sberleffo e il sarcasmo nei confronti dei luoghi 'poetici' della tradizione genovese 'alla Caproni', celebrati in loco, in economia, da una 'culturina' che vive di rendita, luoghi come la circonvallazione di Castelletto percorsa dall'autobus notturno. È il delirio, il capolinea su Saturno, la Casa dell'Artista intesa come ospizio, da dove si aspetta una qualche rivelazione o rivoluzione, o almeno rivalsa, che invece si risolve nel week end di regime, chiamato, non a caso, il sabato fascista, o nella visione degli amici morti, seduti al tavolino del bar».

Il disco si chiude con "Le castagne matte", una sorprendente canzone dedicata alla Resistenza che si ispira, nel titolo e nel tema, a un racconto di Mario Mantovani...

«La mia è una canzone inattuale e necessaria, non certo necessaria socialmente, ma per chi la vuole ascoltare e la fa sua. Quasi un western, non però alla Tarantino, semmai come vecchie pellicole di Howard Hawks oppure Aldrich. In effetti ha una strana nascita. Mi veniva in mente una canzone inglese, inesistente, dove, fra melodia ed armonia, comparivano queste parole: ‹for freedom and revenge›. Un canto desolato, di un reduce. Allora ho cercato di pensare alla Resistenza come al terreno di una nostalgia, lontano da programmi o rivendicazioni, lontano soprattutto da ogni retorica burocratica, da ogni analisi storica e da ogni gioioso zumpa zumpa da festa dell'Anpi, sacrosanti, invero, ma così distanti dal mio sentire. Per inciso, con altri amici componemmo anche una canzone retorica e zumpa zumpa, la controparte di questa, anche utilizzando cellule staminali di questo testo. Nonostante fosse entusiasticamente appoggiata da personalità come Don Gallo e Raimondo Ricci - allora presidente dell'Anpi - sbattemmo contro un muro, spero di gomma. Nonostante il ritmo retorico e sussiegoso, in quest'altro brano c'erano almeno belle immagini, bei concetti espressi magari in forma involuta per esigenze di ritmo, ed a volte mediati da lettere di partigiani, come questa: ‹Dal battito del cuore conoscere l'amico, e non quando il partito decide che lo sia›… "Le castagne matte" l'ho fatta sentire a un'amica che fu staffetta partigiana, nel dubbio che potesse non riconoscersi. Invece, e mi fece piacere, si commosse».

E poi la splendida copertina firmata da Ugo Nespolo. Come è nata questa collaborazione?

«Un felice incontro, procurato dagli amici dell'Isola di Alessandria. Ugo Nespolo già mi conosceva come cantante (e io naturalmente conoscevo lui come artista) ed è stato gentilissimo e veloce nella realizzazione».

Il disco è stato pubblicato anche con l'aiuto della campagna di crowdfunding su MusicRaiser. Penso che per te sia stata la prima volta che hai potuto contare sull'aiuto di questi nuovi "mecenati". Cosa ne pensi?

«È un metodo interessante per almeno due motivi: ti permette di evitare il più possibile le mediazioni, e ti dà il polso dell'esistenza di un nucleo di pubblico personalizzato e appassionato, non casuale o distratto. E quindi, ti fa vincere il primo round di un'ipotetica sfida».


Titolo: Dremong
Artista: Max Manfredi
Etichetta: Gutenberg Music/Primigenia Produzioni
Anno di pubblicazione: 2014


Tracce
(testi e musica di Max Manfredi, eccetto dove diversamente indicato)

01. Intro Dremong  [musica Montaldo]
02. Dremong  [musica Manfredi, Stefanelli, Montaldo]
03. Disgelo  [musica Manfredi, Spiccio]
04. Diadema  [musica Manfredi, Ugas, Spiccio, Nahum]
05. Notte  [musica Manfredi, Ugas, Nahum]
06. Finisterre  [musica Manfredi, Ugas]
07. Rabat girl  [musica Manfredi, Nahum]
08. Piogge  [musica Manfredi, Ugas]
09. Inutile  [musica Manfredi, Ugas]
10. Sangue di Drago  [musica Manfredi, Ugas]
11. Il negro [musica Manfredi, Ugas]
12. Sestiere del molo  [musica Manfredi, Ugas]
13. Anni Settanta  [musica Manfredi, Ugas]
14. Le castagne matte  [musica Manfredi, Ugas]


lunedì 29 settembre 2014

La comunicazione musicata da Edmondo Romano






"Missive Archetipe" è il secondo capitolo della trilogia discografica di Edmondo Romano. Dopo aver indagato il rapporto tra il lato maschile e quello femminile dell'universo con il precedente "Sonno Eliso", il polistrumentista e compositore genovese ha messo sotto la lente d'ingrandimento il tema della parola, del verbo raccontato attraverso la poesia, della comunicazione nel significato più ampio e generale. Un viaggio musicale per immagini che parte dalla creazione fino ad arrivare alle pagine più drammatiche dei giorni moderni, il tutto attraverso improvvisazioni jazzate, contaminazioni minimaliste e sbocchi prog e classici. Canzoni scritte da Romano, eccetto un canto tradizionale e due episodi firmati insieme al fiatista Gianfranco De Franco ("Carme") e al pianista Fabio Vernizzi ("Dato al mondo"), con la consueta classe e ricercatezza nelle soluzioni compositive a cui ci ha abituato in questi anni. Rispetto al precedente "Sonno Eliso", in questo disco sono presenti alcune parti cantate o recitate: reading di poesie di Catullo, del mistico persiano Jalal al-Din Rumi, di Charlotte Delbo sull'esperienza personale nei campi di concentramento, e un canto popolare tra i più noti.
Romano (sax soprano, clarinetti, clarinetto basso, low whistle, chalumeau) si è avvalso della collaborazione di un nutrito gruppo di musicisti e artisti. A partire da Lina Sastri, Marco Basley, Simona Fasano, Laura Curino e Alessandra Ravizza alla voce; Arturo Stalteri, Elena Carrara e Fabio Vernizzi al pianoforte; Kim Schiffo al violoncello; Redouane Amir al fagotto; Vittoria Palumbo all'oboe; Roberto Piga, Alessandra Dalla Barba e Gabriele Imparato al violino; Riccardo Barbera al contrabbasso; Marco Fadda alle percussioni; Max Di Carlo alla tromba; Gianfranco De Franco al flauto traverso e al clarinetto.
Come già accaduto in occasione del precedente capitolo, abbiamo trovato in Edmondo Romano un interlocutore cortese e disponibile. I temi affrontati sono riportati nell'intervista che segue.



In questo disco, il secondo dopo "Sonno Eliso" dedicato al rapporto maschile-femminile, affronti il tema della parola e della comunicazione. Comunicazione tra chi e con chi?

«"Missive Archetipe" rappresenta la storia immaginaria di un uomo o dell’essere umano, dalla sua creazione fino all'aberrazione dei giorni moderni. Vuole guidare l'ascoltatore in un viaggio dentro il proprio essere, guidarlo attraverso i suoni e le parole che esprime, le metafore che ognuno può liberamente interpretare. Un percorso che non ti lasci indifferente, perché il ricordo, la memoria, sono sicuramente i beni più preziosi che possediamo, ma anche la capacità di viaggiare dentro noi stessi è consapevolezza che mai dovremmo perdere, anzi accrescere».

C'è ancora spazio per il verbo scritto e parlato in una società che è più propensa a perdersi nel mondo virtuale?

«Forse mai come oggi una così grande moltitudine di persone "scrive" ogni giorno, e questo grazie all'avvento del nuovo mondo tecnologico. Basta pensare alla grande quantità di pensieri continui che navigano sui social network. Come sempre non è il mezzo ad essere "il Diavolo" - come si diceva una volta della radio, poi della televisione… -, ma è l'uso errato del mezzo stesso che può portare a snaturarne la forma. Credo che la parola, la comunicazione avrà sempre più un ruolo fondamentale nella vita comune».

Alcuni brani del disco sono legati a poesie, come "A Lesbia" di Catullo. Che significato riveste all'interno dell'album e perché questa scelta?

«Rivestono un ruolo di completezza e forse anche un naturale bisogno di inserire all’interno del lavoro alcune "voci". La scelta è avvenuta in modo involontario, devo ammettere… Talmente naturale da sembrare a volte casuale. Nulla in realtà è casuale, quando esiste una reale libertà creativa accade che si approfondiscano alcuni temi, emozioni…, in modo completo, profondo. Questo poi si riflette quasi sempre nel lavoro che in quel momento si sta portando avanti, anche in diversi ambiti. Si segue in libertà un percorso in realtà obbligato, questo credo faccia parte di una crescita consapevole».

Hai inserito anche una ninna nanna tradizionale. È questa la tua visione della comunicazione nell'eta dello sviluppo?

«Ogni età è "dello sviluppo". Ogni cosa si evolve grazie a quello che prima c’è stato tramandato ed insegnato, quindi nulla può essere più attuale di una lezione, una emozione, una riflessione che arriva dalla tradizione, dal personale passato».

In "Di questo amore morite" viene recitata la poesia "Morite morite" del poeta e mistico persiano Jalal al-Din Rumi. Che significato ha e perché la scelta di un poema in arabo? In questo caso la comunicazione difficilmente sarà completa. E poi la toccante poesia di Charlotte Delbo in "Vestire la tua pelle" che racconta la sua tragica esperienza diretta nei campi di concentramento...

«"Missive Archetipe" è un lavoro sul "Verbo" ed ospita al suo interno alcune parti cantate o recitate, porzioni volutamente mancanti in "Sonno Eliso" ma indispensabili per completare questo secondo capitolo. Poesie che amo particolarmente: "A Lesbia" di Catullo - recitata da Lina Sastri - per me rappresenta la passione amorosa; "Morite, morite" di Jalal al-Din Rumi - recitata in persiano da Alessandra Ravizza - è l’eterno dilemma dell'essere umano; "Vestire la tua pelle" di Charlotte Delbo - cantata da Marco Beasley - al tempo stesso denuncia una modernità violenta ed è un inno alla vita che sorge dalle macerie del Male; "Ninna nanna sette e venti" - cantata da Laura Curino e Simona Fasano - è tra i canti più belli della nostra tradizione popolare, la protezione verso un figlio».

Di "Vestire la tua pelle" nel cd si trova una traccia video di cui hai curato anche la regia. Devo dire che sei riuscito benissimo a trasmettere il senso di claustrofobia e di angoscia che si potevano respirare in quelle tragiche situazioni. Come ti è venuta l'idea?

«La realizzazione del video nasce dalle riprese effettuate a "Il Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa", meglio conosciuto come Museo dell'Olocausto e della Shoah situato a Berlino. La telecamera viaggia all'interno di questo enorme labirinto senza fine creando un effetto di tensione e prigionia. Tutte le altre immagini che compongono e completano il video, dalla coreografia di Giovanni Di Cicco realizzata dalla Compagnia Teatro Nudo alla fotografia di Fabrizio Giusti, si sviluppano sempre con la stessa profondità di campo presente nel labirinto. L'idea è nata sul momento, mentre ero a Berlino al centro del monumento, da solo, ed ho iniziato a girare senza fermarmi, in silenzio, realizzando le riprese come se fossero un video. Quando le ho montate sulla musica, la lunghezza delle immagini era perfetta».

Perché la scelta di costruire brani più orchestrali e se vogliamo anche con un suono più omogeneo rispetto a quelli dell'album precedente?

«Anche "Missive Archetipe" come "Sonno Eliso" è un disco composto da 'musica per immagini'. Come per il primo lavoro molte scritture sono scaturite dallo stretto rapporto che da anni conduco con il teatro, terreno che considero fertile per poter creare in grande libertà espressiva. Alcuni brani invece sono stati composti appositamente, per completarne il discorso. Le differenze tra i due lavori in realtà sono numerose: il secondo album adotta una composizione molto più orchestrale, arrangiamenti più lineari, omogeneo nei suoni e nell'utilizzo degli strumenti, scelta in parte voluta ed in parte naturale perché il risultato di una scrittura svolta in un tempo relativamente più breve, quindi sicuramente più concentrata e focalizzata».

È curioso come tu abbia il completo controllo nella produzione del tuo lavoro. Anche in questo disco hai curato tutto, dalla produzione al mixaggio, dalla grafica alla regia del video. Sei un accentratore o hai timore che i collaboratori possano in qualche modo alterare il tuo messaggio?

«Non esiste nessun timore nella collaborazione con altri artisti o produttori, difatti questo in parte avviene, vivo sempre uno stretto rapporto collaborativo con chi produce il lavoro, fatto anche di lunghi scambi di opinione. Come per "Sonno Eliso" ne ho curato la produzione, le registrazioni, i missaggi, la grafica, il video. Questa visione globale del lavoro che applico a ogni mio cd, sin dal primo Eris Pluvia, è a mio avviso, se non si possiedono budget alti, l’unico reale modo per lavorare in totale libertà creativa, libertà che ti permette di realizzare materialmente le tue idee. Ho comunque sempre vissuto in modo naturale questo tipo di visione globale sul mio lavoro, capacità che ho sviluppato negli anni con serietà, applicazione e molte ore dedicate allo studio dei mezzi tecnologici».

Scorrendo i crediti del disco ho notato che ti sei affidato a molti musicisti, addirittura a tre differenti pianisti. Perché questa scelta?

«Come ho già accennato vivo la composizione in modo completamente indipendente da vincoli creativi, produttivi, di mercato. La musica nasce in totale libertà, non si indirizza ad un pubblico specifico e non viene pensata per qualche specificità, credo che il compositore sia solo un mezzo per amplificare ad altri ciò che già esiste, solo un essere capace di cogliere e trasformare un messaggio che in qualche modo doveva comunque nascere. Questo criterio ha indirizzato anche la mia scelta per i musicisti: come tu fai notare, in questo disco ho lavorato per esempio con tre pianisti differenti - Arturo Stalteri, Elena Carrara, Fabio Vernizzi - che hanno completato con la loro differente sensibilità la parte da me composta. Per me è il tocco, il modo in cui si vive ed interpreta la musica a scegliere il musicista adatto per un brano, è la composizione stessa a farlo».

Avremo la possibilità di ascoltare "Missive Archetipe" in versione live nel prossimo autunno?

«La prima uscita in concerto di "Missive Archetipe" sarà a Genova nel pomeriggio del 10 ottobre, evento realizzato in collaborazione con il Comune di Genova all’interno delle manifestazioni legate alle Colombiane. Ho scelto come spazio il bellissimo Museo Orientale "Chiossone", spazio magico e sospeso, dove il pubblico si muoverà liberamente al suo interno durante lo spettacolo e i musicisti si esibiranno tra le antiche statue d’oriente».

Il tema del prossimo capitolo della trilogia sarà la religione ma nel frattempo in quale altro progetto sei coinvolto?

«Sicuramente ci saranno progetti paralleli sia nell’ambito teatrale con la Compagnia Teatro Nudo con la quale lavoro da anni nel teatro di ricerca, sia in quello discografico. Prevedo la realizzazione di altri tre cd con musicisti con i quali collaboro da tempo: il nuovo lavoro con Orchestra Bailam e Compagnia di Canto Trallalero che sta ottenendo ottimi riscontri in tutto il mondo nell’ambito etno/folk; sto terminando un  nuovo lavoro che uscirà a breve con alcuni musicisti con i quali ho lavorato negli Eris Pluvia una ventina d’anni fa, Alessandro Serri e Mauro Montobbio che vede la partecipazione di John Hackett; si parla anche di un nuovo cd con Vittorio de Scalzi ed uno con Federico Sirianni; andrò a suonare a Tokyo con la formazione di Picchio dal Pozzo. Ma quello che maggiormente sento vivo in me oggi è il percorso da solista, strada sicuramente più difficile da consolidare, ma che spero divenga unica concentrazione e guida musicale nel futuro».


Titolo: Missive Archetipe
Artista: Edmondo Romano
Etichetta: Felmay
Anno di pubblicazione: 2014



Tracce
(musiche e arrangiamenti di Edmondo Romano, eccetto dove diversamente indicato)

01. Petali di carne
02. Parabola
03. Carme  [poesia di Catullo; Edmondo Romano / Gianfranco De Franco]
04. Ahava
05. Dato al mondo  [Edmondo Romano / Fabio Vernizzi]
06. Ninna nanna
07. Il giardino degli animali eterni
08. Di questo amore morite
09. Diluvio
10. Questa terra
11. Vestire la tua pelle
12. Missive archetipe




mercoledì 10 settembre 2014

"Majin", la tradizione piemontese dei DinDùn



Angelo Conto e Alessandra Patrucco (copyright Martin Cervelli)


Li abbiamo visti esibirsi in occasione della decima edizione del Premio Città di Loano per la musica tradizionale italiana. Nella raccolta e calda sala della biblioteca loro, i DinDùn, hanno presentato le canzoni di "Majin", album che a sorpresa si classificato al quarto posto nella classifica dei dischi del 2013 più votati dalla giuria del Premio. Un riconoscimento inatteso che ha premiato la qualità e soprattutto la capacità di esplorazione e innovazione di questo trio piemontese che ha ampliato i confini della tradizione intrecciando più generi musicali. I DinDùn sono partiti dai canti della tradizione piemontese raccolti sul campo da Costantino Nigra, Leone Sinigaglia e Giuseppe Ferraro e li hanno colorati con tinte che posso essere rintracciate facilmente nel jazz e nell'avanguardia. Un progetto coraggioso che ha trovato la giusta espressione nella voce di Alessandra Patrucco, dotata di una ottima tecnica e capace di coprire senza cedimenti un'ampia estensione vocale, nel pianoforte di Angelo Conto, utilizzato in tutte le sue caratteristiche espressive, e nella ghironda elettrificata di Francesco Busso che nei concerti di quest'estate ha preso il posto di Marc Egea, presente invece sul disco. Questo disco è una piacevolissima sorpresa che ha saputo ridare freschezza a canti del patrimonio storico e culturale piemontese senza cadere nel puro revival. E così anche melodie semplici e per certi versi banali, come può essere quella conosciutissima de "Il mio castello", hanno trovato nuova collocazione e nuovo slancio.
Con Alessandra Patrucco e Angelo Conto, in questa intervista, abbiamo esplorato "Majin" e parlato di musica tradizionale.



Prima di parlare del disco, mi piacerebbe che uno di voi raccontasse il vostro approccio alla musica popolare...

Conto: «Il mio approccio alla musica popolare è lo stesso rispetto a qualunque altra musica alla quale mi avvicino. Cerco di delineare i contorni, le linee generali di quel mondo sonoro, di quel linguaggio, di quel contesto sociale e possibilmente di andare a fondo in alcuni aspetti. Su queste basi, suono, arrangio ed interpreto secondo il mio gusto e la mia sensibilità, adattate però al caso specifico. Mi spiego. Per la musica popolare piemontese non mi sono sentito di utilizzare armonie elaborate, mi sembrava di togliere un po' di quella essenzialità che caratterizza questa musica. In altri casi invece mi è successo di arrangiare musiche in maniera molto più incisiva, soprattutto armonicamente, introducendo degli elementi che non sono propri di quel linguaggio. Questo non mi è venuto da farlo nel caso della musica piemontese, e a dire il vero, finora non ci avevo pensato».

"Majin" si è piazzato al quarto posto nella classifica degli album del 2013 più votati dalla giuria del Premio nazionale Città di Loano per la musica tradizionale. Un risultato per molti inaspettato e per voi?

Conto: «Senz'altro anche per me, dal momento che è un Premio importante al quale concorrono musicisti esperti e conosciuti. Oltretutto il nostro lavoro è autoprodotto e autopromosso, quindi credo che sia la conferma del fatto che stiamo percorrendo una buona strada».
Patrucco: «Anche per me è stato un risultato del tutto inaspettato».

Qual è il filo conduttore di questo progetto?

Patrucco: «Il suono delle campane del paese e il suono delle voci dei vecchi - siccome ero piccola mi sembravano tutti vecchi - che mi raccontavano delle storie, di guerra o di lavoro in campagna, oppure dicevano cose che non capivo ma mi piaceva lo stesso starli ad ascoltare, era una musica bellissima il suono del dialetto. Alle volte a noi bambini gridavano dietro se giocavamo a pallone contro i muri delle case, che erano quattro in tutto sulla collina di Rolasco frazione di Casale Monferrato, ed era bello anche quello, non ci facevano paura e non so perché ma veniva da ridere un po' a tutti. Mi è venuta voglia di interpretare queste canzoni quando le ho sentite cantare da voci così, voci che non ci sono più».
Conto: «I canti, le storie che raccontano, che sono immagini, "cortometraggi" che parlano di molti tratti umani belli, interessanti e, a volte, commoventi. Dal punto di vista musicale, direi, il linguaggio che utilizziamo, che credo contribuisca a dare unitarietà al lavoro». 

A Loano, complici le condizioni atmosferiche non proprio favorevoli, siete stati costretti ad esibirvi in uno spazio più raccolto e intimo rispetto a quello previsto. Come avete vissuto la serata e cosa avete portato a casa dai giorni trascorsi in Riviera?

Conto: «La pioggia, che poi quella sera non è caduta, è stata una coincidenza fortunata. La sua incombenza ha fatto sì che il concerto si svolgesse al chiuso e, nonostante il caldo, sono sicuro che la scelta abbia giovato a noi e alla musica, come molti ascoltatori poi ci hanno riferito. Ho portato a casa intanto un po' di aria ligure, un po' di profumo di mare che per me che vivo nell'interno è sempre una bella cosa, e poi la voglia di lavorare su questa musica, di suonarla e di rendere il progetto sempre più solido».

Il vostro approccio alla musica tradizionale è fortunatamente molto distante dal puro revival. Come vi è venuta l'idea di mischiare avanguardia, jazz e tradizione?

Conto: «È semplicemente il frutto di molteplici interessi. È il risultato delle strade percorse e delle esperienze fatte, ciascuna delle quali iniziata tempo fa e magari per motivi differenti, alcune volte per curiosità personale, altre volte su commissione o per l'incontro e la collaborazione con alcuni musicisti e che ad un certo punto, inevitabilmente, noi lasciamo che si mescolino, anziché tenere ciascuna dentro a compartimenti stagni, come farebbe un custode dell'ortodossia e della "purezza" dei linguaggi».
Patrucco: «A me non è venuta un'idea, direi che i canti hanno trovato me. Quando ho provato a cantarli ero piuttosto intimorita, poi ho preso confidenza cantandoli e ricantandoli a voce sola, sentendo ogni volta qualcosa in più e ho lasciato che le melodie si sciogliessero bene nel mio corpo, così a poco a poco anche le parole hanno cominciato a risuonare. Quando canto, canto così, con dentro tutta la musica che ho amato e che amo senza pensare a questo o a quel genere».

A tratti sembra che le canzoni raccolte da Costantino Nigra, Leone Sinigaglia, Giuseppe Ferraro e da voi riproposte siano state utilizzate come una tela bianca da colorare con grande fantasia. Sbaglio di molto?

Conto: «È una bella immagine che trovo appropriata. Io vedo però una tela non bianca ma che già contiene una traccia e dei colori».
Patrucco: «Qualsiasi canzone in un certo senso può essere una tela bianca da colorare e i colori mi piacciono molto. Ma non è mai completamente bianca, ci sono i colori di chi la canzone l'ha creata e su cui stendere i miei, come con gli acquerelli, velatura dopo velatura».

Scelta che ha convinto la maggioranza della critica e del pubblico. Dall'altro lato gli integralisti della tradizione potrebbero però storcere il naso di fronte a certe vostre interpretazioni a tratti cameristiche. Cosa ne pensate?

Conto: «Certo gli integralisti, di qualunque genere, di solito storcono il naso quando ci si allontana un po' troppo dal canone, questo è inevitabile. Ciò che però mi rassicura molto sul nostro lavoro sono i pareri positivi espressi dalla maggior parte dei musicisti di musica popolare che conosco, che senz'altro non sono degli integralisti, va detto, ma anche i più vicini alla tradizione hanno apprezzato la nostra musica e il nostro modo di trattare la musica popolare».
Patrucco: «È musica fatta di tanta altra musica senza pregiudizi estetici o pretese filologiche, quel che sentiamo suoniamo e cerchiamo di suonare e sentire meglio che possiamo».

Come sono stati scelti i brani e quale lavoro è stato fatto per adattarli alla vostra musica?

Patrucco: «In un primo tempo, più che scelti i brani li ho incontrati poco a poco facendo altri lavori, per esempio per il teatro. Alcune tematiche dei testi delle canzoni sono state funzionali agli spettacoli ma alle volte sono state le canzoni stesse a far virare gli spettacoli in questa o quella direzione. Per lo più mi sono interessata a storie di persone, spaccati di vita quotidiana, come quella di Pero, uomo timido che va a trovare la sua amata e che non osa neanche entrare in casa sua. Oppure la storia della bionda di Voghera: questa canzone l'ho imparato andando in giro d'estate per i campi col mio cane e immaginando la protagonista che, proprio come me, si sedeva all'ombra per il caldo e fantasticava dell'incontro con il bel giovane. Anche i paesaggi mi commuovono; per esempio in "Majin" e in "La soca" c’è la collina con dietro la montagna che è il paesaggio che ho visto dalle finestre ovunque abbia abitato in Piemonte. Un paesaggio che non mi stanco mai di guardare. Poi ogni canzone volendo è un film, ci puoi mettere i tuoi attori, i tuoi luoghi, lasciare che siano gli stessi ogni volta o cambiarli, io veramente mi affeziono agli stessi, col tempo mi sembra quasi di conoscerli… In un secondo momento con il trio abbiamo scelto quelle che venivano meglio, anzi forse sono le canzoni che hanno scelto di essere suonate. E siamo noi che ci siamo adattati ad esse e non viceversa, voglio dire che il lavoro più grande è stato quello di togliere, semplificare, lasciare spazio e mettere in luce quel che già c'era perché c'era già tutto».

Avete compiuto anche ricerche sul campo o vi siete affidati al materiale esistente?

Patrucco: «Tutte e due le cose. Le ricerche sul campo sono iniziate nel 2006 in occasione del primo disco "Varda la luna", registrato con il gruppo Sasà. A quel tempo ho avuto la fortuna di collaborare con Franco Castelli, etnomusicologo e ricercatore dell’ISRAL di Alessandria, collaborazione che è continuata fino ad oggi. Grazie a lui ho conosciuto testimoni e portatori di cultura orale dell’alessandrino che mi hanno trasmesso conoscenze, musica e canti, ho avuto l'opportunità di raccogliere materiale nuovo e già esistente e di rielaborarlo sotto la guida della sua esperienza insieme alla mia sensibilità. Questo è in parte accaduto anche per il disco di DinDùn. Una bellissima esperienza che ha dato la possibilità al mio lavoro di crescere e continua a farlo».

Secondo voi è possibile trasmettere alle nuove generazioni l'amore per la musica tradizionale?

Conto: «Sì certo, secondo me è possibile trasmettere agli altri l'amore e la passione per le cose che si fanno, indipendentemente dall'età e da fattori generazionali. Ho l'impressione che però si tratti di fenomeni che riguardano ciascun individuo, più che le categorie come per esempio "i giovani" che, come tutti, sono soggetti, purtroppo, a una massiccia dose di propaganda a favore di cose che con la musica e con l'amore non hanno molto a che vedere».
Patrucco: «Penso che sarebbe bello poter suscitare amore per la musica in generale. Sarebbe bellissimo se anche la musica tradizionale emozionasse oggi come nel momento in cui a qualcuno, in un tempo lontano, è venuta la fortunata urgenza di inventarsi una canzone. Con cura e con amore è possibile che si possa suscitare il desiderio di provare a fare lo stesso. La fortuna è anche che quel canto sia sopravvissuto fino ad oggi e quando questo viene reinterpretato è come se si instaurasse un dialogo tra persone che non si sono mai conosciute, che sentono in momenti diversi e lontani emozioni che fanno ridere o piangere, e tutte quelle altre meravigliose sfumature che stanno tra i due opposti».

I canti della tradizione sono tanti, ci possiamo aspettare un secondo capitolo targato DinDùn?

Conto: «Spero in una lunga serie di capitoli dei DinDùn, ma ancora non ho chiaro quali potrebbero essere i titoli né i contenuti neanche del prossimo. Staremo a vedere».
Patrucco: «Sì, ci sono già alcuni canti che mi stanno girando intorno come "Cantè bergera", "Il potere del canto", "Leva su bela", "E mi chantu". Ma ci vorrà ancora un po' di tempo per mettere a fuoco il nuovo disco».

Concludendo, quali sono al giorno d'oggi i problemi a proporre musica tradizionale?

Conto: «Frequento relativamente da poco l'ambiente della musica tradizionale, ti posso però dire che credo esistano in generale dei problemi a proporre musica un po' al di fuori degli schemi consueti; credo sia costante nelle programmazioni la ricerca del grande nome, del musicista famoso con il quale il pubblico possa essere rassicurato di ascoltare, spesso, la stessa musica. Un po' "stessa spiaggia, stesso mare", che alla musica secondo me non fa un granché bene. Una nostra caratteristica, con la quale dovremo fare i conti, è che proponiamo una musica che è tradizionale ma non da ballo, è soprattutto una musica da ascolto, caratterizzata dal miscelarsi di diversi ingredienti, che credo possa interessare ad un tipo di programmazione aperta, di qualunque matrice. Ti sapremo dire in futuro».
Patrucco: «I problemi nascono quando proponi qualcosa che non è facilmente riconducibile a un modello riconosciuto, insomma qualcosa di non identificabile con un termine preciso. Per esempio, una volta un signore dopo un concerto di DinDùn mi ha detto <bello, mi è piaciuto molto perché io ci ho sentito anche musica africana in queste canzoni tradizionali> e sembrava sentirsi un po' in colpa mentre lo diceva <e anche musica… e anche…> e più elencava generi e più gliene venivano in mente e alla fine esausto ha detto <sì, ma se io volessi dire a un mio amico cosa ho sentito, che musica ho ascoltato, che genere, cosa gli dico?>. Ero davvero dispiaciuta di non poterlo aiutare perché naturalmente non lo sapevo e non lo so neanche adesso, così gli ho detto che se gli fosse venuta voglia forse sarebbe stato interessante inventarsene uno. Ecco, non so se ci siano problemi a proporre la musica tradizionale, la questione importante è aver la possibilità di fare musica».



Titolo: Majin
Gruppo: DinDùn
Etichetta: autoproduzione
Anno di pubblicazione: 2013

Tracce

01. La bionda di Voghera  [trad.]
02. Il mio castello  [trad.]
03. Majin (lutto leggero)  [trad. / adattamento Alessandra Patrucco]
04. Cucù  [trad. / adattamento Alessandra Patrucco]
05. La soca  [trad. / adattamento Alessandra Patrucco]
06. La crava l'à mangià 'l muri  [trad.]
07. Tuca Cicìn / Fa la nana  [trad. / adattamento Alessandra Patrucco]
08. 'L me marì  [trad.]
09. Pero (timidezza)  [trad.]




martedì 26 agosto 2014

"Marinere", il viaggio di Sergio Arturo Calonego





Si chiama Sergio Arturo Calonego e il suo "Marinere" è un disco per viaggiare, magari in perfetta solitudine lungo la strada fotografata in copertina. Pubblicato dal musicista milanese dopo l'esperienza con gli Arturo Fiesta Circo, l'album d'esordio accompagna l'ascoltatore in un percorso sonoro verso un orizzonte lontano in cui le note della chitarra sono gli unici punti di riferimento del paesaggio. Canzoni in cui compaiono solo raramente la voce dello stesso Calonego e di Sara Maria Giolfo, quasi esclusivamente a colorare melodie e arpeggi chitarristici. Il resto sono note di chitarra, suonata da Calonego in maniera sopraffina utilizzando tecniche percussive miste, basslines e tapping.
"Marinere" non è un disco da sentire distrattamente ma da ascoltare con attenzione per cogliere l'essenza espressiva e interpretativa di questo artista che non è passato inosservato alla critica (Premio Targa Siae 2014) e agli addetti ai lavori. Tanto che in questi giorni è stato coinvolto nel progetto "Happy birthday Grace", disco che celebra il ventennale della pubblicazione di "Grace", il disco capolavoro di Jeff Buckley. L'album tributo, registrato, mixato e masterizzato da Roberto Rizzi e Daniele Cetrangolo al QB Music Studio di Milano, è scaricabile gratuitamente da questo link http://goo.gl/N1FtI9
Abbiamo intervistato Sergio Arturo Calonego durante la registrazione della buckleyana "Lilac wine", un blues in cui la chitarra e la profonda voce folk del musicista milanese trovano massima espressività.




Sergio Arturo Calonego. Chitarrista o cantautore?

«Non credo siano cose tanto diverse. Personalmente quando scrivo, sia brani con testo che strumentali, cerco comunque di tradurre una storia o un'immagine. Non subisco più di tanto il fascino delle definizioni in sé. Personalmente mi trovo molto a mio agio nella definizione simpatica, spero nelle intenzioni, che mi è stata data di "acoustic sailor" (navigatore acustico, ndr) nella quale mi ritrovo molto perché credo definisca bene il mio approccio alla chitarra acustica».

La tua carriera è iniziata però con gli Arturo Fiesta Circo...

«In realtà ho iniziato molto prima, alla fine degli anni '80, sul finire della "Milano da bere". Ho suonato per molto tempo blues. Lo dico con un pizzico di orgoglio: sono uno di quelli che può dire di aver avuto il privilegio di aver suonato al Capolinea di Milano. Ho avuto la fortuna e l'onore di conoscere musicisti splendidi da cui ho imparato molto. Arturo Fiesta Circo è stata una cavalcata bellissima, di cui sono orgoglioso ancora oggi, iniziata nel 2007. Con il "Circo" ho approfondito il linguaggio dei cantautori. L'Arturo Fiesta Circo è stata un'esperienza preziosa che ha arricchito molto il mio bagaglio personale e quello di tutti i musicisti che hanno partecipato a questa avventura musicale che ci ha portato a suonare per tutta l'Italia».

Con l'album "Marinere", il primo a tuo nome, hai convinto la critica. La chiamata del Club Tenco e la Targa Siae cosa hanno cambiato nella tua carriera artistica?

«Con "Marinere" effettivamente è successo qualcosa che non ho capito bene neppure io. Ho registrato questo disco veramente a titolo personale e con una dichiarata intenzione d'archivio. E poi è successo che ho vinto una Targa Siae 2014, che mi è stata consegnata da Mogol in persona, e questa cosa mi ha dato una visibilità che non avevo mai avuto prima e che sicuramente ha anche sdoganato alcune occasioni e soprattutto alcuni giudizi molto lusinghieri nei miei confronti. Con il Club Tenco il discorso è un po' diverso perché sono persona conosciuta da tempo, ben prima della Targa Siae. Quello che mi ha sorpreso in Club Tenco non è stato l'invito ma l'accoglienza ricevuta; mi sono esibito da solo con questo formato che si posiziona fra quello del cantautore e quello del chitarrista acustico fingerstyle eppure l'accoglienza del pubblico del Tenco è stata davvero bella e mi ha sorpreso. Sono davvero riconoscente ad Antonio Silva ed Enrico de Angelis per avermi dato questa bellissima opportunità».

Sono arrivati anche i complimenti di Davide Van De Sfroos. Cosa ricordi e cosa ti ha lasciato a livello emotivo tutta questa notorietà?

«A livello umano mi è rimasto tanto. Davide Van De Sfroos è un musicista molto colto e, soprattutto, uomo cordiale ed elegante. La sua presentazione del mio set acustico a Monza in una Piazza Trento gremita di gente mi ha lusingato non poco e ti assicuro che non era assolutamente preparata né scontata. Detto questo però io devo dirti che vivo una condizione un po' diversa da quella dei musicisti pop. Vivo profondamente ed intimamente la necessità di migliorarmi come musicista e di approfondire ed espandere le potenzialità della "chitarra acustica contemporanea" - cito l’amico chitarrista Davide Sgorlon -; sento il dovere di scrivere musica di qualità e di pretendere da me stesso il massimo a livello di composizione ma del resto non mi cruccio più di tanto. Sono tutto tranne che un presenzialista, non credo di essere un personaggio molto mediatico e sono cordialmente disinteressato a cose tipo la notorietà fine a se stessa. Non fosse così avrei fatto scelte diverse e sono perfettamente consapevole che "Marinere" non è esattamente un disco per tutti».

Davide Van De Sfroos ha detto che il tuo modo di suonare la chitarra è come avere un laser e allo stesso tempo una fiamma ossidrica. Spiegaci questa tua tecnica.

«Davide è un cantautore che scrive testi di rara profondità per i giorni d'oggi ma è pure un chitarrista ritmico assolutamente credibile e convincente. Non è un virtuoso ma Davide la chitarra la suona bene. Detto questo il primo a essere sorpreso della presentazione che mi ha fatto sono stato io perché con Davide ci ho passato il pomeriggio ma non avevamo davvero preparato nulla. Per cui sentirgli citare nomi quali Michael Hedges o Tuck Andress mi ha lusingato e sorpreso allo stesso tempo perché in realtà abbiamo parlato più dei nostri figli che di chitarre. Credo volesse dire che sono preciso ed ho una buona tecnica di base. Innanzitutto io non utilizzo effettistica, loop o raddoppiatori di note per cui tutto quello che senti è veramente una chitarra acustica con l'aggiunta di un po' di riverbero. Chi si accorge subito di queste cose, solitamente, sono i fonici al check sound. Restando sulla tecnica della chitarra sgombero subito qualsiasi dubbio: tutti i chitarristi che sperimentano la percussività sulla chitarra acustica sono debitori con gente come Michael Hedges, Preston Reed, Don Rossed, io non faccio eccezione. Devo però riconoscere che il mio riferimento, chitarristicamente parlando, è Pierre Bensusan, un compositore e chitarrista franco-algerino a cui devo tanto in termini di ispirazione e consapevolezza. Paradossalmente la mia scelta di accordare la chitarra in DADGAD nasce lontano dai dischi di Bensusan, che è indiscutibilmente il maestro di questa accordatura, e più precisamente nella bottega di Paolo Zanni, mio amico e liutaio di fiducia. È lui in realtà che mi ha introdotto alla chitarra acustica e che mi ha fatto conoscere la musica di maestri quali John Renbourn. Per il resto devo dirti che, al di là della tecnica individuale, quello che conta nella musica sono le immagini o le storie che si ha intenzione di evocare. Viceversa un concerto di chitarra acustica, come qualsiasi tipo di concerto, rischia di risultare sterile e noioso».

Il tuo disco, "Marinere", ha avuto una genesi molto particolare. Ce la vuoi raccontare?

«"Marinere" in realtà doveva essere una demo "di classe". La verità è che è diventato un disco strada facendo. L'ho registrato in tre giorni con l'aiuto di Dario Ravelli (SuonoVivo / Bergamo) che è stato fonico e costruttore del suono dei concerti italiani di musicisti fantastici quali Gianluigi Trovesi, Jack DeJohnette, Robben Ford, Enrico Rava, Stefano Bollani, Jim Hall, Archie Shepp, Dave Holland e Pierre Bensusan. Abbiamo registrato la chitarra in una sala molto ampia, tutta in legno, adatta alla registrazione delle orchestre, per questo motivo il suono è così caldo e profondo. Insomma, alla fine il suono era bellissimo, l'esecuzione pulita e l'intenzione narrativa convincente: era un disco. A quel punto ho dovuto rincorrere le cose e fare, ex post, tutto quello che solitamente si deve fare per un disco: copertine, ufficio stampa, comunicati, fotografie, presentazioni... E da allora non mi sono ancora fermato. Colgo l'occasione per ricordare che "Marinere" è disponibile in versione digitale su tutte le principali piattaforme web mentre chi, romanticamente, desiderasse il supporto fisico potrà acquistarlo direttamente dal mio sito: www.calonego.it».

A chi sono dedicate queste canzoni?

«Le canzoni a nessuno. Il disco sì. "Marinere" è dedicato alle donne che "hanno saputo, sanno e sapranno aspettare". Il termine "Marinere" in realtà non esiste, è un'invenzione letteraria. Vuole essere un richiamo alle donne di mare, donne antiche, pazienti ma mai stupide. Donne che sanno essere forti, pazienti ma determinate. Donne che sanno cosa vogliono essere e che vogliono solo essere quel che sono. Donne mitiche, invincibili e dolci allo stesso tempo. Queste sono le immagini evocate in questo disco».

"Non ti crucciar" è forse il brano che più si differenzia dal resto del disco...

«"Non ti crucciar" è stato come inciampare la domenica mattina in una colazione che per le strade è già primavera. Una colazione all'aperto che ben ti dispone al sorriso. In realtà quando sei uscito di casa pensavi si trattasse di un giorno qualunque. Ma ti accorgi che non è così. È un giorno speciale e dicidi di viverlo così, senza farti troppe domande. Spiegar canzoni non è mai stato il mio forte».

Un disco intimo, per certi versi non immediato ma talmente ricco di suggestioni e spunti che invita a protrarre l'ascolto nel tempo. Ti aspettavi di raggiungere questo risultato?

«Rischiando di essere considerato un po' presuntuoso la risposta è sì. Perché questa intenzione è stata fortemente immaginata, perseguita e, mi permetto, cercata nel posto giusto che è il suono; perché al di là di quelli che possono essere i gusti personali, che non discuto, una chitarra acustica suona così oggi, suonerà così domani e suonava così anche ieri. Ho fortemente corteggiato questi colori perché desideravo un disco che non sfiorisse nel tempo. "Marinere" è così lontano dalle mode e dalla modernità che fra cinquant'anni suonerà nello stesso modo, e questo era esattamente quello che volevo che fosse».

Ci sono aspetti che ora vorresti cambiare nel tuo album?

«No!».

Artisticamente il tuo viaggio come proseguirà?

«Mi piace che mi parli di viaggio e non di progetti. Credo di più ai viaggi che ai progetti. Mi piace e ti ringrazio per la domanda perché mi permette di chiarire un paio di cose che mi stanno davvero a cuore. Prima di tutto mi piace risponderti che mi sento di dover proseguire con lo studio e l'approfondimento del mio strumento, la chitarra acustica. Intuisco un ampliamento della sua capacità espressiva in questo formato "one man orchestra" che ormai mi è stato cucito addosso. Artisticamente parlando il mio viaggio va in questa direzione. Dal punto di vista "rituale" invece devo dirti che mi sento lontano dalle liturgie consolidate dell'ambiente musicale mainstream, pop, indie. La visibilità che ho avuto in questi mesi mi ha molto gratificato e mi ha sicuramente aiutato a sdoganare alcune situazioni, questo non lo nego, ma non mi ci sono affezionato. Prevedo quindi mesi piuttosto silenziosi e di ricerca. Devo ammettere che con tre bimbi piccoli la sonorità che ci culla quotidianamente in casa rimanda più a un mercato di Marrakech che ai silenzi di una notte Himalayana ma io ho una grande capacità di astrazione e, soprattutto, dimestichezza con radici e luoghi dell'anima che sono sospesi fra la Val Cavallina e la Val Camonica. La maggior parte del mio materiale nasce lì. Sento il richiamo di queste valli e del loro silenzio autentico. Queste sono le coordinate, il viaggio poi si vedrà. Ho imparato a viaggiare senza troppe aspettative o programmi; quindi qualche concerto laddove richiesto e poi tanto studio».

Raccontaci qualcosa di "Baby", la tua chitarra acustica…

«"Baby"… Los Angeles è una città strana. Non si può dire che sia una bella città, eppure ha una luce tutta sua. Ricordo perfettamente questo cielo azzurro che sorride strano. "Baby" l'ho incontrata lì, a Los Angeles un po' per caso ed è stato amore a prima vista, come con quella città. Si tratta di una Martin HD28 una chitarra tradizionalmente votata al bluegrass ma io mi ci trovo bene anche se suono un altro tipo di musica. Ci sono chitarre molto più adatte al fingerstyle, lo riconosco, eppure nel tempo i suoi difetti sono diventati dei pregi. Ho imparato a dosare la sua voce potente e a utilizzare la potenza quando serve; ho imparato a usare bene la mano destra che è determinante nella gestione delle frequenze perché le nostre dita sono il miglior equalizzatore disponibile sul mercato. Le dreadnought sono considerate chitarre abbastanza scomode da suonare, e un fondo di verità in questa fama c'è, ma io ho trovato questa postura a metà fra il chitarrista flamenco ed il messicano che fa la siesta che forse è un po' irrituale ma alla fine risulta molto efficace perché mi permette di avere a portata di mano tutto lo strumento. Questo aspetto è molto importante se, come nel mio caso, utilizzi la chitarra acustica anche in funzione percussiva. E poi "Baby" ha un sorriso bellissimo. È una donna matura, gentile ma determinata. Sa benissimo quello che vuole e soprattutto quello che non è e che non vuole essere. Risultato finale è che quando la accarezzi lei sussurra ma se le chiedi di più, te lo sa dare».



Titolo: Marinere
Artista: Sergio Arturo Calonego
Etichetta: Via Audio Records
Anno di pubblicazione: 2013


Tracce
(Testi e musiche di Sergio Arturo Calonego)

01. Solisud
02. Suite R.
03. Marinere
04. Selina
05. Non ti crucciar
06. Saint Malo
07. Sotto la pioggia
08. Donegal



venerdì 22 agosto 2014

Fabio Balzano canta e suona "...per 10 minestre"






L'amore per la musica di Giorgio Gaber, Paolo Conte, Adriano Celentano fino ad arrivare a Vinicio Capossela a formare il fertile substrato, la parentela di sangue con la grande Rosa Balistreri, e la voglia di illustrare l'attualità con ironia, sarcasmo e poesia sono gli ingredienti di "…per 10 minestre", album d'esordio del cantautore fiorentino Fabio Balzano. Un disco in cui fotografie di un mondo in decadenza, dai colori a forte contrasto, si sposano a trame fiabesche. Il tutto prodotto da Gianfilippo Boni che ha saputo creare una miscela musicale che cattura e trascina l'ascoltatore in un travolgente giro di giostra. Un grande luna park di ritmo e imprevedibili citazioni in cui si spalancano ambienti jazz, popolari e manouche. I testi raffinati e la voce calda e ricca di teatralità di Balzano completano l'anatomia di questo disco d'esordio che si colloca tra i più interessanti e riusciti del 2014.
Un grande contributo lo hanno dato i musicisti chiamati a collaborare a questo progetto. A iniziare da Maurizio Geri, una delle anime di Banditaliana, il cui tocco di chitarra risulta essere fondamentale per tracciare l'intelaiatura delle canzoni. A completare il ricco elenco di collaboratori sono Gabriele Savarese (chitarra, mandolino e violino) e Mirco Capecchi (contrabbasso), già ospiti delle produzioni di Riccardo Tesi e Banditaliana, Andrea Melani (batteria), Nicola Cellai (tromba), Giacomo Tosti (pianoforte e fisarmonica), Marco Zenzocchi (basso), Claudia Borghesi (cori) e Simon Chiappelli (trombone) già al fianco di Paolo Benvegnù.
Dieci canzoni, dieci modi di vedere la realtà che analizziamo in questa intervista con la fondamentale collaborazione di Fabio Balzano.



Chi è Fabio Balzano?

«È una persona un pò balzana».

Ti presenti al pubblico con un disco dal titolo curioso: "…per 10 minestre". Che cosa rappresenta?

«Mi sono ispirato vedendo un documentario sulla vita del pittore Ligabue che cedeva i suoi quadri in cambio di qualche minestra. Rappresenta anche la volontà di parlare in almeno dieci modi diversi per poter raggiungere più persone possibili; le dieci minestre sono anche gli spiccioli che vengono dati all'arte; le dieci minestre sono dieci diversi sapori, le dieci minestre sono dieci "scomodamenti"».

Gaber, Paolo Conte, Capossela sembrano essere le tue fonti di ispirazione primarie. Sei cresciuto sentendo la loro musica o è stata una evoluzione?

«Quando ero piccolo mi addormentavo con Renato Carosone e Renzo Arbore in cuffia ma non sapevo nemmeno chi fossero. Poi, quando ho iniziato a studiare chitarra, mi sono avvicinato alla musica americana, alla fusion nera, ad artisti come Billy Cobham, Herbie Hancock, John Scofield. In seguito mi è capitato di ascoltare un paio di brani, "Canto e cunto" e "Cu ti lu dissi", della zia di mia madre, la cantautrice folk siciliana Rosa Balistreri; da quel momento ho iniziato a interessarmi solo al mondo del cantautorato italiano, partendo da Carosone per arrivare a Vinicio Capossela. In queste sonorità ho trovato un mondo che mi ha permesso di esprimermi come più ho desiderato, avvicinandomi alle mie stesse origini e tornando quindi a cantare anche le canzoni di Rosa».

Decisivo per la nascita di questo disco sembra essere stato l'incontro con Gianfilippo Boni. Ci racconti come è avvenuto e cosa ha dato al progetto?

«L'incontro con Gianfilippo è avvenuto grazie al contatto passatomi da un'amica in comune dopo che ha ascoltato, attraverso il telefono cellulare, le mie povere tracce di chitarra e voce. Le ho chiesto se conosceva qualcuno che mi poteva aiutare a registrare queste canzoni e lei mi ha indicato Gianfilippo Boni. Anche lui ha ascoltato i pezzi al cellulare e subito dopo mi ha proposto di fare un disco, e così abbiamo iniziato le registrazioni. Lavorare con Gianfilippo è stato facile dato che avevamo ben chiaro il risultato che volevamo ottenere, poi via via che il progetto ha preso forma è stato anche divertente! Per non parlare di quanto ho imparato in più di un anno di lavoro».

Con immagini evocative dipingi un mondo in decadenza. È questa la tua visione della società attuale?

«La mia è una visione, ce ne sono anche altre. Comunque basta pensare al significato stesso della parola società e a quanto in realtà applichiamo l'esatto contrario, in una forma di sterilizzazione e individualismo che realmente non aiuta nessuno. Capita spesso di stare, ad esempio, al tavolo con persone che invece di dialogare, hanno gli occhi fissi sui loro cellulari e puoi stare certo che l'unica informazione che riceverai sarà la data di acquisto del prossimo telefono. Insomma, mi pare che ci sia una tangibile dispersione e confusione nella società d'oggi. Si cerca, con estrema velocità, un'identità sempre più difficile da trovare, fino ad essere "barattoli di informazioni" e sempre meno individui con idee proprie basate su conoscenze esatte».

La figura femminile è molto presente nelle tue composizioni. Che rapporto compositivo hai con l'altra parte dell'universo?

«Sono tutte canzoni e "la canzone" è femminile! Il contrasto tra l'uomo e la donna e ciò che serve a sottolineare il continuo confronto, quindi la continua crescita, la scoperta dell'altra parte dell'universo. È attraverso la donna che si impara la vita».

In questo disco ti avvali di un nutrito gruppo di ospiti tra cui Maurizio Geri, chitarrista di Banditaliana. Cosa ti ha insegnato?

«Lavorare con Maurizio Geri è stato come assistere a un seminario sui tuoi stessi brani. Mi ha permesso di capire tanto e di crescere».

Ci presenti anche gli altri componenti della band che hanno contribuito alla realizzazione di "…per 10 minestre"?

«Certo! Andrea Melani, grande batterista, suonare con lui è divertimento e dottrina, il trombettista Nicola Cellai, il bassista Marco Zenzocchi con cui sin dall'inizio abbiamo lavorato e poi rodato le strutture dei brani, Giacomo Tosti che ha registrato sia il piano che la fisarmonica, Gabriele Savarese al violino, alla chitarra e al mandolino. Al contrabbasso Mirco Capecchi, più la voce di Claudia Borghesi e il trombone di Simon Chiappelli a rifinire. E un singolo intervento, nella decima traccia del disco, di Gianfilippo Boni».

Esordire a 35 con un disco in un momento in cui il mercato è saturo ha ancora un senso? Perché lo hai fatto?

«Questa è la domanda che mi facevo anche io e in realtà ci ho scritto anche una canzone che propongo dal vivo. È un valzer e si intitola "Valse la lagna…?" Forse no o forse sì ed è proprio questo che mi incuriosisce. La passione che provo per questo mondo non mi avrebbe mai permesso di non farlo».

Quando ti sei avvicinato alla musica?

«Molto tardi, a 17 anni quando ho comprato una chitarra elettrica e e ho iniziato a suonare con gli amici».

Qual è la canzone italiana che preferisci?
 

«"Storia d'amore" di Adriano Celentano».

Secondo te quale tra espressività, capacità tecnica, scrittura è la dote indispensabile per essere un buon cantautore?

«La scrittura è indispensabile ma da sola non basta. Penso che ci voglia il giusto equilibrio tra la conoscenza e l'estro. Ci vuole sia il cielo che la terra, la tecnica e l'espressione… ma soprattutto la vita».

Cosa c'è nel tuo futuro?

«Domanda di riserva?».



Titolo: ...per 10 minestre
Artista: Fabio Balzano
Etichetta: autoproduzione
Anno di pubblicazione: 2014


Tracce
(Testi e musiche di Fabio Balzano, eccetto dove diversamente indicato)

01. Il mio castello
02. Sol le ali del mio angelo  [testo di Daniele Guidotti e Giuseppe Luchetti, musica Fabio Balzano]
03. Tengo tango
04. Il passo della scossa
05. Il peso di una rosa
06. Esosa
07. Ti rubo i rossetti
08. Punto zero  [testo di Daniele Guidotti e Giuseppe Luchetti, musica Fabio Balzano]
09. Thunderberry STFMRR
10. Sveglio